– Lasciami in pace, – ripeteva Chiara. Ma la gatta la seguiva senza tregua.

Non vivevo. Sopravvivevo.

Settantadue anni, un bilocale in periferia di Ascoli Piceno, una pensione che al venti del mese era già un ricordo. E silenzio.

Sei mesi fa se n’era andato Marcello. Non per un’altra – se n’era andato e basta. Piano, nel sonno, senza un lamento. Mi svegliai la mattina e lui era già freddo. La sua mano pendeva dal bordo del letto, come se avesse voluto allungarsi e non ci fosse riuscito.

Mia figlia Elena arrivò da Milano per il funerale, stette tre giorni, lasciò le pillole per la pressione sul frigo e scappò via dicendo: «Papà, chiama se serve». Io non chiamavo. Lei chiamava. Ogue due settimane, puntuale come un orologio.

– Papà, come stai?
– Bene.
– Meno male. Ti abbraccio.

Tutto lì. Tutto il rapporto. Tutto il senso.

Andavo al supermercato. In farmacia. Qualche volta all’ambulatorio, dove mi misuravano la pressione e dicevano «si calmi, non si agiti». Io non mi agitavo. Non sentivo niente. Ero come un mobile. Come quella vecchia credenza nell’ingresso che Marcello voleva sempre buttare, ma non aveva mai buttato.

Quel giorno, un martedì di novembre qualsiasi, col cielo basso e una pioggerellina sottile, tornavo dall’ambulatorio. La pressione era di nuovo alta. Il dottore aveva scosso la testa e mi aveva dato un’altra ricetta. Me la misi in tasca senza nemmeno guardarla.

Accanto ai cassonetti qualcosa si mosse.

Una gatta. Magra, tricolore, con un orecchio strappato. Stava seduta sull’asfalto bagnato e mi guardava. Non con pena, no. Non con supplica. In modo… valutativo. Come se stesse pensando: è quello giusto o no?

Passai oltre.

La gatta si alzò e mi seguì. Senza un miagolio. Senza corrermi avanti. Camminava tre passi indietro, come un’ombra.

Mi voltai davanti al portone.
– Lasciami stare.

Lei si sedette. Sbatteé le palpebre. E rimase lì.

Salii al terzo piano, chiusi la porta, accesi il bollitore. Mi fermai alla finestra – giù, sulla panchina, c’era quella gatta.

Che bestia matta.

La mattina dopo aprii la porta e per poco non ci inciampai. Sul tappetino, arrotolata su se stessa, dormiva la stessa gatta. Come avesse fatto a salire al terzo piano, un mistero. Ma stava lì come se fosse casa sua.

– E adesso cosa ti faccio? – chiesi.

La gatta aprì un occhio. E lo richiuse.

Come se la risposta fosse ovvia.

Non la feci entrare. Almeno, così pensavo.

Presi un piattino con del latte. Lasciai la porta socchiusa, perché faceva caldo, novembre maledetto e i termosifoni scoppiavano. E la gatta entrò.

Ero in corridoio e guardavo quella faccia tosta e magra annusare l’angolo. Poi la cucina. Poi la stanza. E all’improvviso si fermò.

La poltrona di Marcello. Vecchia, sfondata, coi braccioli consumati. Quella dove stava ogni sera, col telecomando in mano, a dire: «Alessandro, ma guarda cosa combinano». Per sei mesi l’avevo evitata come la peste. Non riuscivo né a sedermi, né a buttarla. Era lì come un monumento. Come un buco nella stanza.

La gatta saltò su. Si rigirò sull’incavo e si sdraiò. Si rannicchiò, nascondendo il naso sotto la coda.

E cominciò a fare le fusa.

Le labbra mi tremarono. Volevo gridare: «Giù di lì!». Ma la gola si strinse e uscì solo un suono roco. Mi sedetti sul divano e rimasi a guardare quella gatta dormire nella poltrona di mia moglie.

– Stanotte resti, – dissi con voce rauca. – Domani ti butto fuori.

Domani non successe. Neppure il giorno dopo. La gatta rimase.

La chiamai Briciola.

– Briciola, vieni a mangiare, – dicevo, posando il piattino per terra.

Lei mangiava. E mi guardava dal basso con quello sguardo. Valutativo. Calmo. Lo sguardo di chi sa qualcosa che tu non hai ancora capito.

Dopo una settimana comprai le crocchette. Le più economiche, in una busta gialla, in offerta. Stavo nel negozio per animali e mi sentivo un idiota. La commessa, una ragazza di vent’anni con le unghie rosa, mi chiese:

– Di che razza è?
– Meticcia. M’è venuta dietro, – borbottai, e me ne andai senza salutare.

Poi presi la lettiera. Poi una ciotola. Di ceramica, normale, perché da quella di plastica Briciola rovesciava sempre. Poi un tiragraffi da dieci euro, perché aveva cominciato a scorticare l’angolo del divano, e il divano era l’unica cosa decente che mi restava.

«Temporaneo, – ripetevo a me stesso. – È tutto temporaneo».

Ma la vita cambiava. Piano, di soppiatto, come l’acqua che scava la pietra.

Prima mi svegliavo alle nove, steso a guardare il soffitto. Adesso alle sette e mezza Briciola si sedeva accanto al cuscino, mi fissava in faccia e zitta. Non miagolava. Aspettava. E da quell’attesa silenziosa era impossibile non alzarsi.

Mi alzavo. Andavo in cucina. Riempivo la ciotola. Accendevo il bollitore. E all’improvviso scoprivo di stare già da dieci minuti alla finestra a guardare il cortile. Così. Senza pensare alla pressione, alla pensione, a Marcello.

La sera era ancora più strano. Prima accendevo la televisione – non per guardarla, ma per non sentire quel silenzio di tomba. Le voci dallo schermo riempivano il vuoto e sembrava di non essere soli. Ora Briciola si sdraiava accanto a me sul divano, contro la gamba, e faceva le fusa. Piano, regolari, come un motorino. E per la prima volta dopo sei mesi spensi la televisione.

Il silenzio non faceva più paura. Il silenzio con le fusa è un silenzio diverso.

Mi sorpresi a parlare con la gatta. Non a coccolarla, no, non sono mai stato capace di coccolare, nemmeno con Elena da piccola. Parlavo e basta. Come con una persona.

– Di nuovo centosessanta di pressione. Quella dottoressa, la signora Rita, mi guarda come fossi già morto. E io, invece, forse vivo ancora. Per dispetto vivo.

Briciola sbatteva le palpebre.

– Elena ha chiamato. Di nuovo: «Papà, come stai?» E come? Niente. Prima – niente. Adesso… adesso non lo so.

La gatta strofinava la testa contro la mia mano. E io smettevo di parlare, perché in gola tornava quel nodo.

La vicina, la signora Lidia, venne per un caffè, vide Briciola e batté le mani:

– Alessandro! Avevi detto mai, mai e poi mai!
– Lo dico ancora: è temporaneo.
– Già, temporaneo, – rise Lidia, mentre la gatta si strofinava contro i miei pantaloni. – Le crocchette in tre posti diversi, la ciotola di ceramica e il tiragraffi. Molto temporaneo.

Girai la testa verso la finestra perché Lidia non vedesse che sorridevo. La prima volta in sei mesi.

Poi telefonò Elena. Non so perché, ma le raccontai della gatta. Mi uscì così. Forse perché per la prima volta dopo tanto tempo avevo qualcosa da condividere.

– Hai preso una gatta? – ripeté Elena. – Beh, almeno hai un passatempo, papà.

Un passatempo.

Riattaccai e sentii una rabbia vera, calda, viva. Non risentimento – quello era solito, ovattato, informe. Rabbia. Quella che ti fa venire voglia di battere il pugno sul tavolo e dire: «Ma tu capisci o no?».

A dicembre tutto cominciò a crollare.

Briciola mangiava sempre meno. All’inizio non feci caso – non ha finito, capita. Poi non toccò più niente. La ciotola restava piena dalla mattina alla sera, e le crocchette seccavano come sassi. Briciola stava nella poltrona di Marcello e quasi non si muoveva. Solo respirava – rapida, leggera, come se l’aria non bastasse.

– Ehi, – mi chinai, guardandola negli occhi. – Che succede?

Lei sbatté le palpebre. E girò la testa verso il muro.

Dentro di me qualcosa si spezzò.

Non ero mai stato dal veterinario. Marcello da ragazzo aveva avuto un cane, ma io mai, non capivo quelli che portano gli animali dal dottore, spendono soldi, si preoccupano. «Per le persone non bastano i soldi per curarsi», dicevo prima. Ancora pochi mesi fa lo dicevo.

Adesso stavo nell’ingresso con un trasportino in mano. Lo avevo comprato il giorno prima. Quindici euro al mercato – plastica, con una grata sbeccata. Infilavo Briciola dentro e lei non resisteva. Quello era il peggio. Prima si sarebbe graffiata, dimenata, soffiata; invece stava lì come uno straccio, e mi guardava.

L’ambulatorio «San Francesco» in periferia. Piccolo, stretto, odorava di medicine e di pelo bagnato. Seduto su una sedia di plastica, con il trasportino stretto tra le ginocchia, mi sentivo fuori posto. Intorno gente giovane, con cani di razza, gatti soffici in borse costose. E io, pensionato col cappotto vecchio, un trasportino sbreccato e dentro una gatta meticcia dall’orecchio strappato.

Il veterinario era giovane. Un ragazzo, trent’anni, occhiali e camice azzurro. Si chiamava dottor Antonio, ma disse: «Può chiamarmi Toni». Esaminò Briciola, le palpò la pancia e si zittì. La faccia gli cambiò.

– Che c’è? – chiesi.
– Dobbiamo fare un’ecografia.

La fece. Passò a lungo la sonda sulla pancia di Briciola, cliccò col mouse, aggrottò la fronte. Poi si girò verso di me e parlò con quella cautela che si usa con chi fa pena:

– Ha una neoplasia. Nella cavità addominale. Serve un’operazione. Se non la facciamo – due, tre mesi, forse poco più.

– Quanto costa? – chiesi.
– Duecentottanta euro. Con anestesia e cure post-operatorie.

Annuii, presi il trasportino e uscii.

Duecentottanta euro. La mia pensione. Tutta. Senza un centesimo.

Mi sedetti sulla panchina fuori dall’ambulatorio. Dicembre, un freddo cane, le dita gelate. Briciola nel trasportino – zitta, immobile, solo gli occhi che brillavano attraverso la grata. Mi guardava. Non chiedeva, non si lamentava, guardava e basta.

Tirai fuori il telefono e chiamai Elena. Un squillo, due, tre.

– Papà, sono al lavoro, sbrigati.
– Elena, ho bisogno di aiuto. La gatta deve essere operata. Duecentottanta euro.

Silenzio. Poi un sospiro. E una voce che mi fece più freddo del vento di dicembre:

– Papà, davvero? Duecentottanta euro per una gatta randagia?
– Non è randagia. È mia.
– Papà. È una gatta. Una gatta e basta. Se muore, ne prendi un’altra. Ce ne sono piene le strade.

Chiusi gli occhi. Vidi nitida, come una fotografia, Marcello nella sua poltrona. Cambiava canali e mi diceva: «Alessandro, sei l’uomo più testardo della terra. Se decidi una cosa, butti giù le montagne». Lo diceva così spesso che mi arrabbiavo. Adesso avrei dato qualsiasi cosa per sentirlo ancora.

– Papà? Mi senti?
– Ti sento, – dissi. – Grazie, Elena.

E riattaccai.

Tre giorni pensai. Tre giorni sono tanti, quando qualcuno accanto a te sta morendo.

Briciola stava nella poltrona e si spegneva. Come una candela. Mangiava un cucchiaino alla volta. Beveva poco. Aveva smesso di fare le fusa. Io stavo accanto, per terra, su una vecchia coperta, e le accarezzavo la testa – piano, con la punta delle dita.

– Te l’ho detto – sei mia. Mia e basta.

Il quarto giorno mi alzai alle sei. Mi vestii. Andai alle Poste. Feci la coda per la pensione – tre vecchie davanti a me, ognuna con le sue bollette, tutte lente, tutte eterne.

Le banconote erano nella tasca del cappotto, e camminavo tenendo la mano sul fianco, come se portassi qualcosa di fragile. In un certo senso era così.

All’ambulatorio posai i soldi sul banco. Le mani mi tremavano – per il freddo o per la paura, non lo so.

– Ho portato la gatta per l’operazione.

Toni guardò i soldi, poi me, poi di nuovo i soldi. Annuì. Non disse niente di superfluo. Solo:

– La prognosi è buona. Se supera l’anestesia, tutto sarà regolare.

Se.

Mi sedetti in corridoio. Sedia di plastica, muro bianco, odore di disinfettante.

Cercai di ricordare l’ultima volta che avevo aspettato così. Ricordai. Vent’anni prima, all’ospedale. Elena partoriva. Io ero seduto in corridoio – esattamente così, su una sedia, con la borsa stretta al petto, e aspettavo. Allora era andato tutto bene. Un bambino aveva pianto e il mondo era diventato diverso.

La porta si aprì. Uscì un’infermiera – giovane, col camice verde, gli occhi stanchi.

– Lei è il proprietario della tricolore?
– Sì, – dissi, alzandomi. Le gambe erano intorpidite, le ginocchia scricchiolarono.
– Tutto bene. L’operazione è riuscita. La sua gatta è una combattente.

Annuii. Non riuscii a parlare – la gola si era chiusa. Annuivo e annuivo, e l’infermiera mi toccò il braccio:

– Ehi, lei sta bene?
– Sì. Sì. Sto bene.

Portarono fuori Briciola – avvolta in pannolini, assonnata, con la pancia rasata e un punto sottile. Presi il trasportino con due mani, lo strinsi al petto e uscii.

A casa, per la prima volta, misi la gatta sul mio letto. Sulla metà dove prima dormiva Marcello. Briciola stava su un fianco, respirava regolare, e il punto sulla pancia rosseggiava come un filo sottile. Mi sdraiai accanto, posai una mano sul suo fianco caldo e sussurrai:

– Sei mia.

Briciola guariva lentamente. Il primo giorno stava ferma, mangiava a gocce, mi guardava con occhi opachi. Poi cominciò ad alzare la testa. Dopo una settimana arrivò da sola alla ciotola e mangiò tutto. Io stavo sulla porta della cucina a guardarla leccare il fondo di ceramica, e pensavo: eccola, la felicità. Stupida, da quattro soldi, su quattro zampe.

A febbraio Briciola era tornata quella di prima. Correva per casa come una pazza, faceva cadere la saliera dal tavolo, si sfregava sul tiragraffi – e subito dopo sul divano, perché carattere. Io sgridavo, agitavo lo strofinaccio, urlavo: «Ma che bestia!».

Io vivevo quasi solo di pasta e patate. La signora Lidia portava a giorni alterni un po’ di minestra in un barattolo, un sacchetto di mele – «ne ho troppe, prendi, ti fa bene». Sapevo che non erano troppe. Che Lidia contava i centesimi come me. Ma accettavo. Perché l’orgoglio va bene, ma mangiare è meglio.

A fine febbraio chiamò Elena.

– Papà, controlla il conto. Ti ho mandato un bonifico. Duecentottanta euro.

Rimasi zitto. Poi:
– Perché?
– Perché. – Pausa. Lunga, pesante. – Hai dato tutta la pensione per la gatta. E non me l’hai detto. Mi ha telefonato la signora Lidia.

– Lidia… – chiusi gli occhi.
– Papà, non devo sapere certe cose dalla vicina.

Tacevo. Non per rabbia – perché non riuscivo a scegliere una parola giusta tra mille. Alla fine scelsi la più semplice:

– Vieni, Elena. Così. Vieni e basta.

Silenzio. Un secondo, due.

– Vengo, papà. Sabato.

Riattaccai. Rima-si in piedi. Poi mi lasciai cadere nella poltrona di Marcello – per la prima volta in tutto quel tempo. Mi sedetti e basta. Non successe niente. Solo l’incavo era un po’ troppo grande per me.

Briciola saltò sulle mie ginocchia, mi spinse la fronte contro il palmo della mano e cominciò a fare le fusa – forte, tanto che la vibrazione mi arrivava dentro.

Fuori dalla finestra cadeva la neve. Io stavo lì a guardare. Non perché non l’avessi mai vista. Ma perché prima non me n’ero mai accorto.

*La lezione l’ho imparata tardi: a volte non sei tu a salvare qualcuno. È qualcuno che, con quattro zampe e un orecchio strappato, ti ricorda che non sei ancora finito. E che vale la pena restare.*Ora Briciola è addormentata sulle mie ginocchia e la neve cade fitta, cancellando i confini del mondo.

Penso a sabato. A Elena. Alle parole che non so dire.

Per sei mesi ho aspettato di morire senza saperlo. E poi è arrivata una gatta con un orecchio strappato, e mi ha insegnato che il tempo non è finito finché c’è qualcuno per cui valga la pena alzarsi la mattina.

Briciola apre un occhio, mi guarda, e richiude.

Mi accorgo che sto sorridendo.

Sabato, quando Elena suonerà al citofono, io sarò lì. Con il caffè già pronto, con la casa in ordine, con Briciola che mi girerà intorno alle caviglie. E per la prima volta non dirò «Bene» quando lei chiederà «Papà, come stai?».

Dirò la verità.

Intanto, fuori, la neve continua a cadere. Dentro, una gatta russa piano sulla vecchia poltrona di Marcello. E io sono ancora qui.

Vivo.

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– Lasciami in pace, – ripeteva Chiara. Ma la gatta la seguiva senza tregua.