Acqua e limone, freschezza italianaNel caldo pomeriggio romano, Maria sorseggiò la sua acqua e limone davanti al Colosseo, sentendo la freschezza italiana rinnovarle lo spirito.

Non la beve più da oltre dieci anni.

La evita. Come si evitano le vecchie ferite. Come non si entra nel bar dove qualcuno ti ha regalato un anello e poi te lo ha ripreso. Come non si rivedono i film che un tempo guardavate insieme.

L’acqua frizzante al limone era diventata per Giada Colombo il simbolo di una perdita. Di uno che non sarebbe tornato. Di uno che non vuoi che torni.

***

Ricordava tutto come se fosse accaduto ieri. Ogni singolo dettaglio.

La Grecia…

Lorenzo Fontana e Giada Colombo erano volati a Santorini a fine maggio. Lui le aveva detto:

– Sarà la vacanza più bella della tua vita.

Lei aveva ventotto anni. Lui trentadue. Si frequentavano da otto mesi. Lei aveva già lasciato lo spazzolino a casa sua. Lui conosceva tutte le sue amiche.

Tutti intorno erano convinti: presto si sarebbero sposati.

L’hotel Amara non era il più lussuoso, ma aveva un che di familiare, quasi da sogno. Mura bianche abbaglianti, piscina di un blu assurdo, palme curate da un giardiniere dagli occhi tristi.

La camera era al terzo piano, con vista sul mare.

Certo, dal rubinetto usciva un’acqua rossastra, il condizionatore si accendeva quando voleva, e i vicini di sopra non dormivano mai, o forse litigavano di notte.

Eppure erano felici. Almeno, così le sembrava.

Il primo giorno lui ordinò un’acqua frizzante al limone.

– L’hai mai assaggiata? – chiese, socchiudendo gli occhi.

– No.

– Questo è il sapore dell’amore.

Giada rise.

Lui, però, non scherzava affatto.

Credeva davvero ai segni, alle coincidenze, al fatto che se bevi quell’acqua al tramonto l’amore dura per sempre.

E la bevvero. Direttamente dal collo della bottiglia, dividendola in due.

Aspra, dolce, le bollicine come minuscole scosse elettriche sulla lingua.

Lui la guardava con occhi persi. Giada ci affondava dentro, senza salvagente.

– Facciamo che la berremo sempre, quest’acqua al limone – disse con voce sognante.

– Sì – rispose Giada, senza sapere che quel sapore le sarebbe diventato una condanna.

***

Appena rientrati a casa, qualcosa si ruppe.

Lorenzo diventò freddo. Annullò un appuntamento, poi un altro, poi smise di chiamare, poi rispondeva di rado.

Giada sopportava. Pensava: il lavoro, una crisi, la depressione.

Dopo un mese lui disse:

– Ho bisogno di stare da solo, di pensare.

Dopo due:

– Non chiamarmi più.

Dopo tre, sparì. Senza una parola.

Il telefono taceva. Gli amici giuravano di non sapere dove fosse.

Sua madre, tra i denti, ripeteva in cornetta:

– Mio figlio non vuole parlarti. Non chiamare. Non tormentare lui e nemmeno te stessa.

Giada non chiamò. Aspettò. Per un anno intero.

Poi sposò un altro. Uno bravo, affidabile, ma del tutto ordinario.

Andrea Greco non beveva acqua al limone, non la guardava con occhi innamorati, non diceva frasi come «Sei la mia vita».

Semplicemente c’era. Metteva lo stipendio sul tavolo, in euro, come si fa con le bollette, e in casa aiutava quando lei glielo chiedeva.

E Giada decise che era amore. Calmo, quotidiano, adulto.

Né carne né pesce.

Poi nacque Chiara. Andrea sembrava contento, ma con lo stesso entusiasmo con cui si guarda un mobile appena comprato all’Ikea.

Dopo cinque anni divorziarono.

Giada non poteva più vivere nella palude. Così diceva.

Non per l’acqua al limone, non per la Grecia, non per i ricordi.

Aveva capito soltanto che un matrimonio noioso è una gabbia.

Non era un uccello. Era una donna. E voleva vivere, non esistere.

Rimase sola. Con la figlia, con la gatta Luna e con la sensazione che la vita le fosse scivolata via dalle mani.

Lavoro da contabile in una piccola azienda, appartamento col mutuo, macchina che si rompeva sempre. Le amiche erano andate via, la madre era morta, il padre non l’aveva conosciuto mai. La figlia. La gatta.

L’acqua al limone non la beveva. Niente che le somigliasse, niente che potesse anche solo lontanamente ricordarle quel sapore maledetto.

Al ristorante ordinava cola, succo, minerale naturale. Aveva inventato la storia di un’allergia ai limoni, e perfino al loro profumo.

– Da quando?

– Da tanto tempo.

Nessuno sapeva la verità. La verità era troppo ridicola per una donna di quarant’anni.

In realtà, Giada aveva paura dell’acqua. Del limone. Delle bollicine.

E dei ricordi.

***

Un giorno si accorse di non ricordare più il suo viso.

Era seduta in cucina a bere tè, guardando fuori. Chiara faceva i compiti, Luna dormiva sul davanzale.

E all’improvviso pensò: «Com’era il suo naso? Dritto o con la gobba? E gli occhi? Marroni o verdi? E i capelli? Scuri o chiari?»

Non lo ricordava.

Ricordava soltanto l’acqua al limone.

Una sera entrò al Conad. Pane, latte, uova, crocchette per la gatta. E all’improvviso, sullo scaffale delle bevande, la vide.

L’acqua al limone. Quella lì, uguale a quella in Grecia. La stessa etichetta gialla, il limone tagliato a metà, le stesse bollicine che continuavano a ballare dentro la bottiglia.

Giada prese la bottiglia. La tenne in mano. La rimise a posto. Si allontanò. Tornò indietro. La prese di nuovo.

– Signora, la prende? – chiese un ragazzo in divisa che stava scaricando cartoni.

– No – rispose, e uscì.

Per tutta la strada di casa pensò all’acqua. A Lorenzo. Alla Grecia. A quanto fosse assurdo avere paura di qualcosa che non esisteva più.

La notte non dormì. Sdraiata sul divano, guardava il soffitto e ascoltava Chiara rigirarsi nella sua stanza. Poi arrivò Luna, le si accovacciò sul petto e cominciò a fare le fusa. Silenzio.

A un tratto Giada si alzò di scatto, si infilò il giacchetto, calzò le ciabatte, prese le chiavi e uscì di corsa.

Al Conad comprò quell’acqua al limone. Una bottiglia sola. Nient’altro.

Tornata a casa, andò in cucina, prese un bicchiere. Uno qualunque, di vetro, senza disegni. Fece un respiro profondo. Aprì la bottiglia.

Il sibilo delle bollicine le diede un piccolo sussulto.

Versò mezzo bicchiere. Lo annusò.

Sapeva di Grecia. Di mare. Di gioventù. Di dolore. Di quel tramonto in cui Lorenzo aveva detto: «È il sapore dell’amore».

Lo bevve.

E non successe niente.

Non tornarono i ricordi, non vennero le lacrime, il cuore non si strinse.

Era solo una gassosa al limone.

Una delle tante.

La finì, buttò la bottiglia nella spazzatura, lavò il bicchiere e lo mise nello scolapiatti. Andò a letto e per la prima volta dopo anni si addormentò senza sonnifero.

La mattina si svegliò con un sorriso stampato in faccia.

– Mamma, che hai? – Chiara notò che qualcosa era cambiato.

– Niente.

– Sei strana.

– Sono normale. Ho solo dormito bene.

Per tutto il giorno stette bene. Non come al solito: pesantezza al mattino, stanchezza a mezzogiorno, odio per il mondo alla sera.

Oggi si sentiva leggera. Libera. Come se avesse tolto dalle spalle uno zaino che si portava appresso da più di dieci anni.

La sera comprò un’altra bottiglia di quell’acqua. La bevve. Sorrise.

– Sciocca – si disse da sola. – Di cosa avevi paura?

Aveva capito: l’acqua al limone non era la sua nemica.

Il nemico stava nella sua testa. E continuava a sussurrarle:

«Non bere, altrimenti ricordi tutto, non riuscirai più a dimenticare e soffrirai di nuovo».

E invece: aveva bevuto, ed era rimasta intera. Anzi, del tutto calma e felice.

Aveva dimenticato.

***

Una settimana dopo si incontrò con una sua amica, Ginevra Ricci. Erano amiche fin dai tempi dell’università.

– Ginevra, ho ricominciato a bere l’acqua al limone – disse Giada.

– Cosa? – l’amica andò di traverso.

– Quasi tutti i giorni.

– E l’allergia?

– Non c’era nessuna allergia.

– E adesso?

– Adesso sono libera.

– Non vuoi scrivergli? – chiese Ginevra.

– Perché?

– Magari ti ricorda ancora, magari ti ama ancora.

– Lascia che ricordi. Io ho dimenticato.

Giada scelse di dimenticare.

Ora l’acqua al limone per lei non parla del passato. Parla di una vita che continua.

Nonostante tutto.

O forse grazie a tutto.

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