«Porta via la tua roba e sparisci, prima che Ginevra torni»: quel tono femminile, aspro e spudorato, la bloccò nell’ingresso. Ginevra Ferri non era riuscita nemmeno a togliersi le scarpe.
Era corsa a casa in pausa pranzo, solo per cinque minuti, per prendere il passaporto dimenticato. La sera, con Lorenzo Ricci, suo marito, dovevano versare l’ultima rata, quella decisiva, per l’affiliazione di una pasticceria di famiglia. Era il loro sogno da tre anni, il motivo per cui erano andati avanti rinunciando a tutto, mettendo da parte ogni euro. Senza il passaporto di Ginevra, il notaio non avrebbe mai rogato l’atto.
Ma invece di trovare un appartamento vuoto, si era ritrovata in mezzo a voci sconosciute. Lorenzo e quella donna erano in cucina, porta chiusa, e litigavano ad alta voce: non avevano sentito la porta d’ingresso.
«Aspetta, non correre», diceva Lorenzo. La voce del marito aveva un tono cupo, strano, basso. «Ci eravamo messi d’accordo. Dammi ancora un po’ di tempo. Lei non sa niente».
«Il tempo è scaduto, caro», lo tagliò corto la donna. «O risolvi oggi, oppure vado a dirle tutto io. Sono stufa di nascondermi e aspettare che la tua sposina si degni di condividere quello che mi spetta di diritto».
A Ginevra si gelò tutto dentro. Le gambe diventarono di cotone. Le sembrò che l’aria in corridoio fosse finita. Dopo quelle parole, la vita non poteva più essere quella di prima. I piani, il sogno comune, il mondo accogliente che costruivano mattone dopo mattone: tutto era crollato in un secondo. Lorenzo aveva un’altra. E quell’altra pretendeva atti concreti, mettendo le mani sulla loro roba.
Farsi sotto, buttare giù la porta e fare una scenata, Ginevra non poteva: non ne aveva la forza. Una paura paralizzante le aveva bloccato il corpo. Ma il passaporto non poteva lasciarlo lì: senza, sarebbe saltato un accordo per cui avevano faticato tre anni.
Con un movimento lento, per non fare rumore, Ginevra allungò una mano e afferrò il passaporto, che stava proprio sul mobiletto dell’ingresso. Poi richiuse la porta d’ingresso piano, uscì sul pianerottolo e corse giù per le scale.
Fuori si riprese un po’. Il panico lasciò il posto a una rabbia sorda, pesante. Non voleva scenate senza preparazione. Prese il telefono e chiamò la sorella maggiore, Fiammetta.
«Fiammetta, puoi parlare?», fece, cercando di stare calma, ma la voce le si ruppe.
«Ginevra, che è successo? Non devi dirmi niente: sento dalla voce che hai una faccia terribile», rispose la sorella.
«Arrivo. Resta a casa, per favore».
Venti minuti dopo era seduta nella cucina di Fiammetta, con le mani strette attorno a una tazza di tè ormai freddo. Fiammetta ascoltò in silenzio, scuotendo ogni tanto la testa.
«Che bastardo», esplose. «E come cantava! Pasticceria, famiglia, impresa comune. E intanto si porta un’altra in casa mentre tu lavori. Chi è, secondo te?»
«Non lo so», fece Ginevra. «Aspetta: la faccia non l’ho vista, ma la voce… mi sembrava vagamente conosciuta. Sicura, arrogante. E parlava di diritti sulla roba. Fiammetta, vorrebbe portarmi via la parte di attività? Tutti i soldi che mettevamo da parte erano sul suo conto, per comodità!»
«Fermi, niente panico», decise Fiammetta, battendo un palmo sul tavolo. «I soldi dal conto vanno tolti. Ma prima pensiamo: chi potrebbe essere? Al lavoro di Lorenzo ci sono donne?»
«Lì sono quasi tutti uomini: lui è il capo officina. Come donne c’è solo la contabile… Un momento. Gigliola Ricci! Sua cugina, partita per Torino tre anni fa!»
«Gigliola? Ma dai. Che motivo avrebbe una cugina di dire “porta via la roba e sparisci”? Quella è un’amante. Ginevra, qui si fa sul serio. Facciamo sentire Gelsomina Piras: lavora in banca, magari ci dice come bloccare il conto o spostare i soldi prima che il tuo consorte li tiri fuori con la sua fiamma».
Fiammetta chiamò subito Gelsomina Piras, l’amica di infanzia. In cucina partì una vera riunione. Gelsomina ascoltò la situazione in vivavoce e diede subito il suo parere:
«Ragazze, se il conto è intestato a Lorenzo, Ginevra senza la sua firma non può fare niente. Però c’è un dettaglio: avete firmato il preliminare per l’affiliazione? Lì ci sono le firme di tutti e due. Se Lorenzo tenta di prelevare scavalcando l’accordo, gli avvocati della società che vende la franchising possono fare causa per inadempienza. Ginevra, devi incontrare subito il loro avvocato. Ma la cosa più importante è capire chi è quella tipa».
In quel momento il telefono di Ginevra squillò. Sullo schermo c’era il nome del marito. Ginevra prese un respiro profondo, cercò di restare calma e rispose.
«Ginevra, dove sei? Sono già dal notaio, ci aspetta tra mezz’ora. Sei passata da casa a prendere il passaporto?»
«Sì, Lorenzo, l’ho preso, è nella borsa», disse Ginevra, guardando la sorella e cercando di non tremare. «Arrivo, ci vediamo davanti allo studio».
«Perfetto, ti aspetto», chiuse, riattaccando subito.
«Vai», ordinò Fiammetta. «Fai finta di niente. Firma. Se i soldi vanno nel progetto, l’amante non li vede tanto presto. E nel frattempo scopriamo chi è quella serpe».
Davanti allo studio notarile, Lorenzo accolse Ginevra con un mazzo di rose, i suoi fiori preferiti. Sorrideva, sembrava tranquillissimo, e questo la fece infuriare ancora di più. «Come fa a fingere così?», pensò lei mentre firmava. L’affare fu concluso: l’affiliazione era comprata, il primo passo verso il loro grande obiettivo era fatto. Ma Ginevra non sentiva nessuna gioia: dentro c’era solo una rabbia fredda e calcolatrice.
La sera, Lorenzo disse che aveva urgenze in officina e uscì. Ginevra capì che era il momento. Sapeva che nel box lui teneva un vecchio portatile, con collegato il suo secondo cloud, dove finivano i contatti di lavoro e gli archivi personali.
Chiamò un taxi e andò all’autorimessa. La scusa era semplice: doveva prendere le gomme invernali per la macchina di Fiammetta. Le chiavi del box erano sempre nel solito mazzo.
Dentro c’era odore di olio motore. Ginevra trovò il portatile, lo accese e si bloccò: sul desktop c’era un’app di messaggistica ancora aperta. Lorenzo si era dimenticato di uscire dall’account.
Aprì l’ultima chat. Il contatto si chiamava «Tullia V.». Ma Ginevra riconobbe subito la foto: era Fulvia Mancini, l’ex moglie di Lorenzo, con cui lui si era lasciato molto prima di conoscere Ginevra. Fulvia non era mai stata una persona facile: aveva sempre avuto una vena perfida e un’invidia sorda per i successi degli altri. Quando si erano separati, Lorenzo le aveva lasciato quasi tutto, pur di non vederla più. Ma l’avidità di Fulvia non aveva limiti.
Ginevra cominciò a scorrere la chat e il quadro cambiò.
«Avevi promesso che mi avresti restituito la mia parte dell’appartamento appena avviavi l’attività!», scriveva Fulvia. «Non me ne importa niente della tua Ginevra. Se oggi non mi mandi un milione, domani presento la domanda per la divisione dei beni. I termini non sono scaduti. L’avvocato ha detto che ti facciamo bloccare i conti. La vostra pasticceria chiuderà prima ancora di aprire».
Lorenzo rispose: «Fulvia, abbi coscienza. Quando ci siamo lasciati, ti ho lasciato la macchina e tutti i risparmi. L’appartamento l’abbiamo comprato insieme, ma tu non ci hai messo un euro. Ti ho aiutato finché potevo. Ora Ginevra e io abbiamo ogni centesimo contato. Lasciami avviare la pasticceria: tra sei mesi comincio a pagarti questo milione a rate».
«No, oggi!», troncò Fulvia. «O vengo da lei a lavoro e faccio un bello spettacolo. Porta via la tua roba dal box, quella che ci nascondi, e sparisci dalla mia vita, ma i soldi restituiscimeli!»
Ginevra rilesse il messaggio due volte. Nella sua testa tutto si capovolse. Non c’era nessuna amante. C’era solo un ricatto sporco e spudorato da parte dell’ex moglie che, avendo saputo dell’acquisto importante, voleva arricchirsi approfittando della scarsa conoscenza legale di Lorenzo.
E Lorenzo, stupido e orgoglioso, aveva cercato di proteggerla da quell’incubo, di sistemare tutto da solo, nascondendo la minaccia. Per questo incontrava Fulvia di nascosto in casa loro: voleva darle i vecchi documenti dell’appartamento, nella speranza di dimostrare che aveva ragione.
Ginevra chiuse il portatile. La tensione che l’aveva tenuta tutto il giorno svanì, ma al suo posto arrivò la determinazione. Fulvia agiva solo per invidia della loro vita felice e del loro successo. Ginevra non avrebbe permesso a quella donna di rovinare la loro famiglia.
Chiamò Fiammetta: «Fiammetta, niente amante. Peggio. È tornata l’ex moglie e minaccia Lorenzo con una causa per i beni».
«Fulvia? Quella sanguisuga? Allora, Ginevra, il marito di una mia amica è un bravissimo avvocato civilista. Hai fotografato la chat? Torna a casa, e portiamo quella donna allo scoperto».
Due giorni dopo, fu Ginevra a fissare un incontro con Fulvia in un piccolo caffè in periferia. Lorenzo non ne sapeva nulla. Quando Fulvia entrò, ondeggiando sui tacchi e con un sorriso arrogante, Ginevra non batté ciglio.
«Ma guarda, la signora in persona», sibilò Fulvia, sedendosi di fronte. «Lorenzo ha parlato, vero?»
«Lorenzo non c’entra», rispose Ginevra, calma, mettendo sul tavolo una cartella piena di documenti. «Questa è la stampa della tua conversazione con mio marito. È un ricatto. E questa è la copia dell’accordo di separazione dei beni e della visura catastale dell’appartamento. Quell’appartamento Lorenzo l’ha comprato prima del matrimonio, con i soldi della vendita del suo monolocale prematrimoniale. Tu non risulti nemmeno residente lì. Il mio avvocato ha controllato tutto. Nessun tribunale congela i suoi beni personali, e tu non avrai nessuna quota. Stavi solo bluffando, sperando che Lorenzo si spaventasse per la pasticceria e ti desse i soldi nostri».
La faccia di Fulvia si contorse per la rabbia. Tutta la sua arroganza era sparita.
«Ti credi tanto furba? Vi faccio vedere io», ringhiò.
«Non mi farai vedere niente», disse Ginevra, guardandola dritta negli occhi. «Se ti avvicini ancora a mio marito, se gli scrivi anche un solo messaggio, se ti fai vedere vicino alla nostra pasticceria, questa denuncia finisce in procura. Giuridicamente non sei nessuno. Dalla nostra vita esci adesso. Per sempre».
Fulvia afferrò la borsa, si alzò di scatto e, senza nemmeno salutare, uscì dal caffè quasi di corsa.
La sera, Ginevra preparò una cena di festa. Quando Lorenzo tornò stanco dal lavoro, lei gli andò incontro, lo abbracciò e mise quella cartella sul tavolo di fronte a lui.
«Ginevra… che cos’è? Dove l’hai presa?», chiese Lorenzo, guardando le carte stupito, poi la moglie.
«So tutto, Lorenzo», disse piano Ginevra. «Di Fulvia e delle sue minacce. Ho sentito la vostra conversazione quando sono passata a prendere il passaporto. All’inizio ho pensato a chissà cosa, ma poi con le ragazze abbiamo chiarito tutto. La questione con Fulvia è chiusa. Non ci disturberà più: l’avvocato di Fiammetta ha controllato, le sue richieste sono vuote».
Lorenzo restò in silenzio per qualche minuto. Si coprì il viso con le mani. Quando le tolse, aveva negli occhi gratitudine e sollievo.
«Perdonami», disse a voce bassa. «Sono un idiota. Volevo risolvere tutto da solo, non volevo coinvolgerti. Avevo paura che ti saresti spaventata o che pensassi che facessi qualcosa dietro le tue spalle».
«Siamo una famiglia, Lorenzo», sorrise Ginevra, sedendosi accanto a lui. «D’ora in poi i problemi li affrontiamo insieme. Senza segreti».
Due settimane dopo ci fu l’inaugurazione ufficiale della pasticceria. Ginevra stava alla cassa, Lorenzo sistemava le brioche in vetrina, Fiammetta e Gelsomina aiutavano al banco e raccoglievano le ordinazioni dei primi clienti. A sera, tutta la roba era venduta. Ginevra si sedette a un tavolo per contare il primo incasso. Lorenzo le si avvicinò da dietro, le mise le mani sulle spalle e chiese:
«Allora, padrona, siamo in attivo?»
Ginevra contò le banconote, le sistemò nella cassa e sorrise:
«Siamo in attivo, Lorenzo. Basta per l’affitto del prossimo mese, e avanza anche qualcosa. Scrivi a Fiammetta: digli di venire a cena da noi. Festeggiamo il primo giorno di lavoro».






