Non sono i miei figli. Se vuoi aiutare tua sorella, fallo pure, ma non a spese mie

Non sono i miei figli.

Se Stefano voleva aiutare sua sorella, poteva farlo.

Ma non a spese mie.

Giada aveva sfasciato la sua famiglia.

Adesso pretendeva pure di affidarci i suoi figli, mentre si sistemava la vita.

— Che bella casa vi siete fatti, fratellino. Ti invidio un po’.

Giada passò un dito sul bordo della tovaglia.

Guardava la cucina con occhio critico.

Serena posò l’insalatiera sul tavolo.

Stefano sorrise alla sorella.

Non vide il pugno della moglie stretto sul tovagliolo.

— Ci abbiamo messo un po’ a trovarla. Sei mesi di ricerche.

Avevano venduto l’appartamento per questa casa a Parma.

Più vicino ai parenti di Stefano.

Un orto proprio loro, il silenzio, il giardino.

Serena lo sognava da tre anni.

Due mesi fa il sogno era diventato realtà.

— Io invece non sono riuscita a tenere la famiglia, — sospirò Giada.

— Tre mesi e ancora non mi sembra vero. I bambini mi chiedono di papà.

La signora Tamara, a capotavola, le accarezzò la mano.

— Vedrai che passa, tesoro. Quell’uomo si pentirà.

Alessio scese dallo sgabello e corse in soggiorno.

Un rumore sordo: qualcosa cadde dalla mensola.

— Attento, Alessio! — gridò Giada, senza alzarsi.

Martina si lamentò tra le braccia della madre.

— Menomale che siete vicini. Mamma dopo l’operazione non può darmi una mano.

— Quattro piani senza ascensore, — aggiunse Tamara. — Come faccio con i nipotini?

Serena si alzò per il secondo in forno.

Sul davanzale c’erano i semenzai di pomodori.

Tra un mese sarebbero pronte per l’orto.

I suoi primi pomodori.

— Non vi spiace se ogni tanto vi lascio i bambini? — chiese Giada. — Solo emergenze, prometto.

Serena si voltò.

Vide quell’innocenza che conosceva già troppo bene.

Ventisette anni, e ancora la fa facile.

Stefano annuì, intenerito.

— Ma certo, Giada. Vero, Serena?

Tre paia d’occhi aspettavano la risposta giusta.

— Sì, certo. Nei casi d’emergenza.

— Siete i miei angeli. Solo qualche ora, parola mia.

Gli ospiti ripartirono verso le undici.

Giada partì con i bambini mezzi addormentati, gridando dal finestrino un grazie.

Serena riordinava la tavola.

Stefano le baciò i capelli.

— Visto che serata? Abbiamo fatto bene a trasferirci.

— Mh.

Quell'”ogni tanto, solo emergenze” restava nella testa di Serena.

Sapeva come diventano “tutti i giorni, per comodità”.

La settimana dopo, Giada telefonò di mattina.

— Serena, mi salvi? Dal medico urgente, solo tre ore.

Serena guardò il report trimestrale ancora aperto.

— Giada, devo chiudere il lavoro…

— Però stanno buoni! Ti prego, mi serve davvero.

Mezz’ora dopo, i bambini erano da lei.

L’ora di pranzo passò, Giada non arrivò.

Scese il tramonto.

Alle diciotto tornò Stefano.

— Oh, Giada ancora non li ha presi?

— No. Doveva venire a pranzo.

— Non fa niente, — scrollò le spalle, prese una birra. — Non sono estranei.

Serena rimase in silenzio.

Alessio aveva rovesciato il succo sul tappeto.

Martina aveva finito i pannolini.

Giada arrivò alle nove, profumo di caffè addosso.

— Scusate, oggi vi devo la vita!

Serena completò il report alle tre del mattino.

Quattro giorni dopo, di nuovo.

Colloquio importante, promessa di tornare alle tre.

Stefano era a casa, si riprendeva dal turno di notte.

— Ci sono ancora i bambini?

— Già.

— Vabbé, ci penso io, — accese la TV.

“Lui” guardava la partita, mentre Serena correva tra bambini e computer.

Alessio chiese due volte di giocare.

— Dopo, c’è la partita, — rispose lo zio.

Giada li prese alle otto.

Alla terza settimana, la prassi era ufficiale.

Tre, quattro volte a settimana.

Le “poche ore” si allungavano sempre.

A sera, Serena affrontò il marito.

— Stefano, non si può andare avanti così.

— Scherzi?

— Non riesco più a lavorare.

— Giada è a pezzi. Noi siamo famiglia.

— Dice che li prende a pranzo e arriva alle dieci. Non è un favore, è…

— È cosa?

Serena si morse la lingua.

— Anche mamma ha chiamato, — disse Stefano. — Io sono il fratello, tocca a me.

— E io?

— Sei mia moglie. Siamo famiglia.

Serena guardò fuori.

I germogli aspettavano di essere piantati.

Aveva programmato sabato.

Venerdì sera Stefano arrivò con la richiesta nuova.

— Giada chiede se domani puoi tenere i bambini. Due colloqui, la macchina dal meccanico.

— Ne abbiamo già parlato.

— Che ti costa? Tanto sei sempre a casa.

— Lavoro da casa. Non è lo stesso.

— Lavori quando guardano i cartoni.

— Va bene, — sospirò Serena. — Che li porti pure.

La mattina Giada arrivò truccata da sera più che da ufficio.

— Grazie, siete i miei salvatori! Li prendo entro le cinque.

— E lo zaino?

— In macchina, un attimo.

Tornò con lo zaino semivuoto.

— C’è tutto. Scappo!

La porta sbatté.

Stefano era in garage, diceva di aiutare il vicino.

A pranzo Alessio correva per casa.

Martina piagnucolava.

Verso le due, Stefano si affacciò.

— Tutto bene?

— Badi tu ai bambini? Devo piantare i pomodori.

— Solo il tempo di lavarmi le mani.

Serena andò in giardino, scavò le buche.

Dopo dieci minuti, rumore di vaso rotto, poi pianto.

Rientrò al volo.

Stefano era sul divano col telefono.

Alessio in mezzo ai cocci, terra e piantine sparse.

Proprio quelle che Serena coltivava da due mesi.

— Cos’è successo?

— È salito sul davanzale, — disse Stefano, senza alzare gli occhi. — Non ho fatto in tempo.

Serena guardò le piantine schiacciate.

Il suo piccolo sogno di normalità, rovinato di nuovo.

— Zia Serena, sei arrabbiata? — chiese Alessio.

— No. Vai dallo zio.

— Ma dai, era solo una piantina, — disse Stefano.

Serena non rispose.

Aveva un nodo in gola.

Alle cinque Giada non arrivò.

Alle sei, un messaggio: tardo ancora.

Alle sette, nulla.

Alle otto, un motore fuori.

Un Suv nero nuovo si fermò davanti al cancello.

Giada scese, allegra, profumata di vino.

Alla guida, un uomo in giacca di pelle.

— Grazie, Marco! Ci sentiamo!

— Scusa il ritardo, — disse Giada a Serena. — Un amico mi ha dato un passaggio.

Niente colloquio, niente meccanico.

— Colloquio andato bene? — chiese Serena, voce ferma.

— Ah, sì, mi richiamano.

— E la macchina?

— Rimandato. Molta fila.

Bugiarda.

— Mercoledì riesci di nuovo? — chiese Giada. — Altro colloquio.

— No.

— Come sarebbe, no?

— Mercoledì non posso.

— Sei comunque in casa…

— Lavoro da casa. Ho i miei impegni.

Il viso di Giada cambiò.

— Capisci come sto? Pensavo mi aiutaste, siete la mia unica famiglia.

— Ti ho già aiutata tre settimane. Non sono la tata.

— Sono i tuoi nipoti!

— No, Giada. Sono i tuoi figli. Tua responsabilità.

Arrivò Stefano, aveva ascoltato il finale.

— Che succede?

— Tua moglie non mi vuole più aiutare, — disse Giada, voce rotta.

— Pensavo che almeno voi…

Fece spallucce, si avviò alla macchina.

— Impara a essere più gentile, Serena.

Chiamò il taxi dalle scale del portico, senza uno sguardo.

Prese i bambini addormentati e se ne andò.

Serena restò sulla porta, in silenzio.

Non doveva scuse a nessuno.

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