Mio figlio mi ha ignorata per otto settimane. Poi in ospedale mi ha messo una penna in mano.

Mio figlio mi ha ignorata per otto settimane.

Poi in ospedale mi ha messo una penna in mano.

Aspettavo Marco ogni mercoledì.

La lettera dell’ASST restava chiusa sul tavolo.

Un giorno sono caduta sulle scale del palazzo.

Sono rimasta a terra un’ora, prima che qualcuno mi trovasse.

In Pronto Soccorso Marco è arrivato con le mani sporche di olio.

Mi ha preso la mano.

“Mamma, scusami,” ha detto.

“Per otto settimane non ho chiamato per non farti preoccupare.”

Io ho girato la faccia verso il muro.

Non ho risposto nemmeno una parola.

Mi guardava, ma io fissavo solo l’intonaco.

“Perché proprio ora ti sei ricordato di me?” ho pensato.

Due settimane dopo è tornato, di mercoledì.

Aveva in mano un raccoglitore rosso.

L’ha aperto sul tavolo della cucina.

Ha tirato fuori dei fogli, ordinati, quasi pronti.

Poi ha messo davanti a me una penna.

“Mamma, tu firmi qui,” ha detto.

“E poi non ne parliamo mai più.”

“Se sei un peso per me, è meglio così.”

Ho guardato quella penna come un oggetto estraneo.

“Un peso,” ho ripetuto piano.

“È così che mi chiami ora?”

Lui non ha risposto subito.

Ha solo spinto il foglio un poco più vicino.

Ho abbassato gli occhi sul documento.

C’era già scritto il mio nome.

Ma non era la mia scrittura.

“Chi ha scritto questo, Marco?”

Lui si è girato verso la finestra.

“Una persona che mi aiuta con le pratiche,” ha detto.

“Quali pratiche?” ho chiesto.

“Quelle della casa, mamma. Solo quelle.”

“E perché il mio nome non l’ho scritto io?”

Non ha saputo rispondere.

Ha solo sistemato il raccoglitore, nervoso.

“Firma e basta,” ha insistito.

“Così è tutto più semplice per entrambi.”

Ho guardato la penna, poi lui.

“Semplice per chi, Marco?”

Si è alzato di scatto dalla sedia.

“Non capisci mai niente,” ha detto.

È uscito senza chiudere la porta.

Sono rimasta sola, con quei fogli davanti.

Ho preso il telefono e ho chiamato mia nipote Chiara.

Le ho letto ogni riga, lentamente.

Lei è rimasta in silenzio per un momento.

“Nonna, non firmare niente,” ha detto poi.

“Vengo subito da te.”

Ho messo via la penna, senza firmare.

Quella notte non ho dormito.

Il nome scritto non era il mio.

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