Mi fa male scrivere queste righe.
Non per screditare qualcuno della famiglia.
Ma perché non capisco come siamo arrivati qui.
Sono seduta in cucina, con il mio vecchio cuscino ricamato tra le braccia.
Sussurro a mio marito che forse lasceremo l’appartamento alla chiesa.
Avete capito bene.
Non a nostro figlio, non ai nipoti.
Alla parrocchia.
Perché altrimenti questa casa finirà a una donna entrata nella nostra vita come un ladro nella notte.
Mi chiamo Vera Alessandri, ho 67 anni.
Vivo a Roma, in un trilocale comprato 22 anni fa.
Vendemmo la casa in campagna.
Mettemmo da parte ogni risparmio, chiedemmo un prestito.
Ogni metro di questa casa è sudore nostro.
Abbiamo cresciuto nostro figlio sognando il giorno del suo matrimonio.
Sognavamo una sposa buona, intelligente, affidabile.
È andata diversamente.
Cinque anni fa Marco ci presentò Giulia.
Capii subito che era estranea.
Non per il carattere, non per l’aspetto.
Per l’essenza.
Aveva un sorriso altezzoso.
Ma soprattutto gli occhi.
Occhi senza rispetto, senza sincerità.
Solo calcolo e falsa cortesia.
Marco la ascoltava come ipnotizzato.
Lei parlava, lui si scioglieva.
Propose il matrimonio, lui corse a dire sì.
Provai a fermarlo, dissi che era presto.
Si offese.
Disse che era innamorato.
Io tacqui.
Non volevo perdere mio figlio.
Dopo le nozze presero un appartamento in affitto.
Li abbiamo aiutati con denaro, cibo, regali.
Ma Giulia si permetteva sempre di più.
Rimproveri, prese in giro, allusioni pesanti.
E Marco?
Sorrideva soltanto.
Lo scorso Natale accadde qualcosa che non dimentico.
Preparai l’anatra con le mele, l’insalata russa, le torte.
Volevo farli sentire a casa.
A un certo punto chiesi:
— Avete pensato di comprare casa vostra? Potremmo aiutarvi col mutuo.
Giulia rispose senza imbarazzo:
— Perché? Avete già voi l’appartamento. Prima o poi sarà nostro.
Qualcosa dentro di me si spezzò.
Una lama gelida nel cuore.
Non vedevo più una nuora.
Vedevo uno squalo con il rossetto.
Marco non disse nulla.
Nemmeno una parola.
Alzò le spalle e rise.
Dopo che se ne andarono, restai in cucina con Luca, mio marito.
Lui, sempre calmo, disse per la prima volta:
— Così non va. Non dobbiamo loro nulla.
Abbiamo cominciato a parlare di testamento.
Abbiamo deciso: se le cose non cambiano, l’appartamento andrà alla parrocchia vicino a casa.
Non perché siamo cattivi.
Ma perché non vogliamo che la nostra vita finisca a una donna che al posto del cuore ha un calcolatore.
Sognavamo di lasciare a Marco una casa piena di nipoti.
Non a questo prezzo.
Devo dirlo apertamente a Marco?
Se lo faccio, rischio di perderlo per sempre.
Se non lo faccio, aspetterò ogni giorno la prossima frase di Giulia.
Non so più cosa sia peggio.
So solo che questa casa non sarà mai sua.