Pista di Riserva
Mi senti? La sua voce era bassa, quasi colpevole. Quasi. Giulia, ti sto parlando, mi senti?
Sentivo. Lho sempre sentito. Anche quando taceva, anche quando non chiamava per settimane, sentivo comunque uneco del suo essere nellaria del mio appartamento. Come se lasciasse dietro di sé qualcosa dimpercettibile: il profumo del suo caffè, il segno della tazzina sul davanzale, una sedia leggermente spostata al tavolo della cucina.
Ti sento, Marco.
Allora perché non rispondi?
Sto pensando.
Sospirò. Conoscevo a memoria anche quel respiro. Pesante, leggermente sibilante, come se laria faticasse a passare attraverso qualcosa chiuso dentro. Marco sospirava così ogni volta che voleva essere consolato, ma non sapeva come chiedere aiuto.
Non ho più dove andare, disse. Capisci? Proprio da nessuna parte.
Ero appoggiato alla finestra, guardavo fuori. Marzo. Neve sporca lungo i marciapiedi, piccioni fradici sul cornicione di fronte, una donna col passeggino, incapace di evitare una pozzanghera. Un marzo uguale a Milano, niente di eccezionale. E dentro, qualcosa lentamente e inesorabilmente si stava capovolgendo. Come una pagina girata. Come una serratura che scatta.
Vieni su, ho detto.
Ecco fatto. Tre sillabe. E tutto ricominciava.
Marco aveva cinquantatré anni. Io cinquantuno. Ci conosciamo dai tempi in cui lui indossava camicie a quadri pensando fossero di moda, e io portavo una grossa treccia credendo che passare inosservata fosse una virtù. Ci siamo incontrati tramite amici comuni, in una cucina affollata a bere vino da supermercato, a discutere di libri che nessuno aveva concluso. Marco era rumoroso, rideva a voce alta in corridoio, gesticolava tanto da aver fatto volare di sotto una ciotola una sera. Raccoglievo i cocci e pensavo: questo è un uomo che riempie tutto lo spazio. Chissà come sarebbe.
Io ero diverso. Silenzioso. Di quelli che noti solo dopo, ma che poi non dimentichi più. Almeno, mi piaceva pensarlo.
Allepoca lui si innamorò, ma non di me. Si innamorò di Caterina. Era prevedibile, inevitabile come un temporale dopo unestate torrida. Caterina era luce, parlava in fretta, rideva più di lui, sapeva entrare in una stanza e far voltare tutti. Accanto a lei mi sono sempre sentito come un acquarello vicino a un quadro ad olio. Non peggio, solo diverso.
Loro si misero insieme velocemente e con la stessa rapidità cominciarono a litigare. Io osservavo da fuori, per anni. Si lasciavano, tornavano, di nuovo si lasciavano. Caterina urlava, Marco sbatteva porte, poi però tornava, e poi se ne andava ancora. Era come unaltalena senza mai fermarsi.
E durante quelle pause cero io. Sì, io.
La prima volta che venne da me fu dopo la loro prima grande lite. Aveva trentacinque anni, io trentatré. Mi chiamò tardi, la voce rauca: posso salire? E io: certo. Preparai tè con timo, portai qualcosa da mangiare, restammo svegli fino alle due. Lui parlava, io ascoltavo. Facile. Sapevo ascoltare.
Poi si addormentò sul mio divano. Al mattino bevve caffè, ringraziò e se ne andò. Due settimane dopo era di nuovo con Caterina.
Non me la presi. Toglietti la coperta, la lavai, la piegai. E andai avanti.
Accadeva spesso. Una, due, dieci volte. Persi il conto. Veniva dopo i litigi, forse una sera, forse per qualche giorno. Tè col timo, chiacchiere, lui si calmava, riprendeva fiato e tornava. Sempre da Caterina.
Non lo chiamavo amore. Avevo paura a chiamarlo così. Però, quando suonava il campanello, qualcosa mi stringeva al petto e poi mollava la presa. Eccolo. Ancora qui. Vivo, vero, mio. Per poco, ma mio.
Controllore di torre, pensavo a volte. Gli aerei arrivano, si fermano, fanno rifornimento e ripartono. E la torre resta. Sempre pronta, sempre al suo posto.
Quella volta venne a fine marzo con una borsa sportiva gigante a tracolla. Blu, lisa, con una scritta bianca quasi cancellata. Guardandola, capii subito. Non per un giorno o due.
Rimani tanto? chiesi mentre si toglieva il giubbotto nellingresso.
Non lo so, rispose onesto, come era sempre stato con me. Forse una settimana. Vedremo.
Ok. Metto su il bollitore.
Feci il tè. Presi il timo. Si sedette dove era ormai la sua sedia, alla finestra, schiena verso il frigo. Gli posai davanti una tazza e pensai: di nuovo, ancora. Sentii qualcosa in mezzo tra gioia e amarezza. Un calore tiepido, un po malinconico.
Brutto periodo? domandai.
Peggio di così, abbracciò la tazza con entrambe le mani. Aveva sempre le mani fredde. Lei ha detto che non ce la fa più. Che così non si può vivere. Che ci roviniamo a vicenda.
E tu cosa hai risposto?
Nulla. Ho preso quello, accennò alla borsa in corridoio, e sono andato via.
Restai zitto. Dal cornicione gocciolava un ritmo regolare, quasi un metronomo.
Giulia, disse e per la prima volta quella sera mi guardò negli occhi. Non sei felice?
Sì, risposi. Era vero. Un po amaro, quasi vergognoso, ma vero.
I primi giorni furono strani, non difficili. Ero abituato a vivere da solo, nei miei ritmi, nel mio silenzio. Mi alzavo alle sette, preparavo il caffè, leggevo mezzora alla finestra, poi andavo al lavoro. Tornavo alle sei, cucinavo cose semplici, guardavo qualcosa in tv o chiamavo il mio amico Stefano. Alle undici ero a letto.
Marco rompeva questi equilibri. Non per cattiveria, ma aveva i suoi ritmi. Si svegliava più tardi, parlava al mattino mentre io ero già con la testa in ufficio. Lasciava le cose in giro. Accendeva la televisione più forte. Si chiudeva in bagno più del previsto.
Ma cera dellaltro. La sera, a tavola insieme, stavo bene. Solo bene, in quel modo domestico. Raccontava qualcosa, ridevo. Preparai la lasagna secondo una vecchia ricetta trovata su una rivista, lui ne mangiò due porzioni e disse che era la cosa più buona mangiata negli ultimi anni. Guardammo vecchi film, litigammo sulle finali. La domenica andavamo insieme al mercato, portava la borsa piena di verdure, naturale come se lo facesse da sempre, tanto che mi mancava il fiato.
Passò una settimana, poi unaltra, poi un mese.
Una notte mi svegliai nel buio, ascoltando il suo respiro dallaltra stanza, e mi chiesi: e se fosse tutto vero? Se fosse questo, il senso? Non siamo giovani, conosciamo la solitudine, conosciamo le nostre ombre. Forse questa è felicità. Non rumorosa, non luminosa come con Caterina, solo silenziosa, stabile, come un vecchio palazzo abitato da tempo.
Lo dissi a Stefano, al bar. Bevve il suo solito caffellatte, ascoltò e si fermò pensieroso.
Giulia, disse con cautela.
So cosa vuoi dirmi.
Davvero?
Che non durerà. Che lui se ne andrà. Che succede sempre così.
Girò il cucchiaino tra le dita.
In realtà volevo chiederti unaltra cosa. Sei felice ora? Proprio adesso, non domani?
Pensai davvero, non per dare la risposta giusta, ma serio.
Sì, dissi. Ecco, ora sì.
Allora vivi ora, disse Stefano e bevve il caffè. E smettila di voler prevedere tutto.
Ci provai. Davvero.
Siamo stati insieme quattro mesi. Aprile, maggio, giugno, luglio. Ricordo quasi giorno per giorno. Quando la primavera fece fiorire il glicine e lui mi portò un ramo. Quando litigammo per una sciocchezza, non ricordo nemmeno cosa, e dopo due ore venne a dirmi: scusa, ho sbagliato. O quel sabato in cui restammo in casa tutto il giorno, io leggevo, lui armeggiava sul balcone, e in quel silenzio in due cera una tale vicinanza che avevo paura di romperla.
Iniziai a pensare in termini di noi. Non io vado, ma noi andiamo. Non mi serve, ma ci serve. Succedeva senza che me ne accorgessi, lasciavo che noi crescesse.
Anche lui cambiava qualcosa. Meno rabbia, meno Caterina nei discorsi. A volte mi guardava con un calore che non era pietà né gratitudine, ma qualcosa per cui non trovavo nome. Forse era proprio quella parola cui avevo sperato per anni.
Le chiavi. Fu lui a chiedere la copia delle chiavi di casa. Gliele diedi senza pensare. Andai dal ferramenta, ne feci fare una copia, la misi sul tavolo. Oggetto piccolo, freddo, ma dentro mi scaldò.
Successe ai primi di luglio.
A metà luglio suonò il telefono.
Ero in cucina, lui in salotto al computer. Il suo cellulare squillò forte, la solita suoneria. Non ci feci caso. Poi silenzio. Ancora più silenzio, quello in cui capisci che qualcosa sta cambiando e non sai ancora cosa.
Entrai in sala. Lui era in piedi, telefono in mano, lo sguardo perso.
Marco? chiamai.
Alzò gli occhi. E lì capii tutto. Non con la testa. Con altro, più profondo.
Caterina, disse. Ha dei problemi. Seri. È sola, ha bisogno daiuto.
Così. Nessuna spiegazione. Solo una parola: Caterina.
Capito, dissi.
Giulia…
Vai.
Vorrei spiegare…
Non serve, tagliai dolcemente. Capisco tutto. Vai.
Restò altri istanti. Mi guardò, lo guardai. Poi prese la borsa blu, la stessa rimasta nellangolo tutto il tempo, come sapesse che il suo momento sarebbe arrivato.
Ti chiamo, disse.
Va bene, risposi.
Porte che si chiudono. La serratura. Rimasi fermo, in quel silenzio che ora era solo vuoto.
I primi tre giorni non piansi. Mi aspettavo le lacrime, le temevo, e invece niente. Era altro. Come quando togli un mobile grosso dalla stanza, resta una chiazza chiara sul pavimento e il vuoto nellaria. Non dolore. Ancora non dolore. Solo vuoto che conserva la forma delle cose.
Al lavoro tenni botta. Facevo il contabile in una piccola impresa edile, il lavoro richiedeva precisione, aiutava. I numeri non chiedono come stai. Devono solo tornare.
Al quarto giorno feci la lasagna. Non so perché. Ho seguito la ricetta, stesse dosi, stessa teglia. Ho tagliato una fetta, ne ho mangiata una. Era buona. Era insopportabilmente buona.
Lì sono arrivate le lacrime. Sulla lasagna, da solo, a tavola. Ho pianto a lungo e senza grazia, come fanno i bambini. Poi mi sono lavato la faccia, ho finito il tè e sono andato a dormire.
Stefano venne il giorno dopo senza avvisare. Mi chiamò dal portone: sono qui, aprimi. Entrò con una busta di pane e altro. Lasciò la busta, mi abbracciò. Rimanemmo così, senza lacrime. Quelle le avevo finite sulla lasagna.
Racconta, disse Stefano.
Non cè niente da raccontare. Sai già tutto.
Lo so. Ma racconta lo stesso. È importante dirlo ad alta voce.
Raccontai. Luglio, la telefonata, la borsa blu, ti chiamo. Non ha chiamato, tra laltro. È passato più di una settimana.
Lo aspetterai? chiese con franchezza.
No, risposi. E mi sorpresi di quanto fosse facile.
Sicuro?
Sì. Sono stanco di aspettare. Ho aspettato tutta la vita. Non so nemmeno quando ho iniziato. Sempre aspettato. Quando chiama, quando torna, quando sceglie. Ma non ha mai scelto. Tornava solo quando non aveva alternativa. Sai come si chiama?
Come?
Aeroporto di riserva. Sono stato il suo aeroporto di riserva. Sempre al posto, sempre pronto allatterraggio, pista libera, luci accese. Lui volava via. E sapeva: se serve, lì ci si può fermare.
Stefano mi fissava.
Lo sapevi da molto?
Da sempre. Solo ora lho capito davvero.
La differenza tra sapere e capire è enorme. Puoi sapere per anni e vivere come nulla fosse. Capire, invece, è quando non puoi più fingere.
Ad agosto era come uno strano torpore. Non cupo, no. Solo silenzio. Andavo al lavoro, tornavo, cucinavo, leggevo. A volte uscivo a camminare la sera lungo i Navigli, lentamente, finché le gambe chiedevano casa. Guardavo le luci, i riflessi sullacqua, le persone a coppie o sole. Pensavo a tanto.
Un giorno mi fermai davanti a una vetrina e vidi il mio riflesso. Solo vidi: uomo in trench chiaro e capelli raccolti, che guarda il vetro. Non giovane, ma non anziano. Stanco, ma non spezzato. A lungo osservai quelluomo e pensai: cosa desideri? Non lui, non Marco, non tutto il resto. Tu. Cosa vuoi?
Risposta non trovai. Ma la domanda, quella sì, era importante.
A settembre cambiai la disposizione dei mobili. Cominciai dal divano. Capivo che non era al posto giusto, che toglieva luce. Lo spostai. Poi la libreria. Poi tutto il resto. La stanza cambiò faccia. Più luminosa, più ariosa, respirava meglio. Stavo lì in piedi e pensavo: ecco, così è meglio. Perché non lho mai fatto prima?
Forse avevo paura di cambiare qualcosa. Paura che, se fosse tornato, avrebbe detto: cosa hai combinato?
Ora non cera più nessuno da temere.
Comprai nuove tende. In lino, color avorio, con un piccolo motivo. Le vecchie erano blu scuro, pesanti, assorbivano la luce. Quelle nuove lasciavano filtrare il sole del mattino e la stanza si tingevano doro. Non lavevo mai notato, quelloro. Cinquantun anni e non lavevo visto.
A ottobre mi iscrissi a un corso ditaliano per stranieri, da tanto desideravo cambiare lingua, restando nellambiente. Il gruppo era divertente e vario, linsegnante giovane e faceva cantare canzoni napoletane a tutti ad alta voce, anche a chi non era mai stato a Napoli. Cantavo anche io. Senza vergogna.
Stefano si stupì.
Italiano?
Italiano.
Perché?
Voglio andare a Barcellona, dissi.
Giulia, a Barcellona parlano spagnolo.
Risi.
Lo so. Ma inizio dallitaliano. Sono simili.
Era vero solo in parte, e lo sapevo. Ma mi piaceva fare una cosa inaspettata. Qualcosa solo per me.
Barcellona entrò nei miei pensieri per caso, vedendo delle foto online. Non le classiche da cartolina, solo foto normali: strade la mattina, un mercato, un uomo anziano su una panchina con il giornale, un gatto rosso al davanzale. Scattò qualcosa in dentro: lì. Lì voglio andare. Non per una settimana, non da turista. Vivere. Un po. Respirare quellaria che sa di mare e arance.
Presi un foglio: Barcellona. Primavera. Due parole, incollate sul frigo. Le guardavo ogni mattina.
Novembre portò il freddo e le giornate corte. Comprai un abbonamento in piscina. Nuotavo la mattina, prima del lavoro, mezzora in acqua, e ogni giorno era il modo migliore di iniziarlo. In acqua non pensi a niente, solo a muovere avanti. È una buona lezione.
A volte, raramente, pensavo a Marco. Chissà come stava. Se era ancora con Caterina. Se erano felici. Non auguravo il male. Sinceramente. Era come guardare una vecchia foto: riconosci i volti, ricordi il momento, ma la sensazione è diversa, distante.
A dicembre Stefano mi invitò a passare il Capodanno con i suoi amici. Ero quasi tentato di rifiutare, ma alla fine andai. Conobbi nuova gente, risi, brindai, e a mezzanotte, mentre tutti si abbracciavano, sentii qualcosa che non era solitudine, ma leggerezza. Come liberarsi di un peso portato tanto a lungo, quasi ti dimenticavi di averlo.
Gennaio, febbraio. Proseguii col nuoto, le lezioni, libri accumulati negli anni. Sistemai finalmente le mensole in alto, buttai cose che non aveva senso tenere. In mezzo trovai la vecchia coperta usata da Marco la prima volta che dormì sul mio divano tanti anni fa. Lavevo lavata, piegata e messa via. Adesso la presi, la toccai: normale, lana e sintetico, un po sgualcita. Nulla di speciale. La misi nella busta della Caritas. Che scaldi qualcun altro.
Tornò marzo. Un anno esatto da quando aveva suonato alla mia porta con la borsa blu.
Guardavo fuori dalla finestra e bevevo il caffè. Neve sporca lungo i marciapiedi, piccioni inzuppati sul cornicione. Tutto uguale. Eppure io completamente diverso.
Ha chiamato di sabato, poco prima di pranzo. Il numero apparve sullo schermo e qualcosa si è contratto dentro. Non gioia né dolore. Solo qualcosa, come uneco.
Risposi.
Giulia, la voce familiare e insieme estranea. Sono io.
Lo vedo.
Come stai?
Bene. E tu?
Pausa.
Così così. Possiamo vederci?
Pensai un secondo.
Sì. Dove?
A casa tua?
No, risposi calmo. Sotto il portone. Scendo tra venti minuti.
Silenzio. Non se lo aspettava.
Va bene, disse infine. Sotto il portone.
Chiusi. Bevvi il caffè. Indossai il cappotto, la sciarpa e gli stivali. Mi guardai allo specchio nellingresso. Un uomo in cappotto grigio chiaro. Sereno. Pronto.
Era già lì. Invecchiato nellultimo anno. Non molto, ma abbastanza da farmene accorgere. O forse io osservavo diverso. Vestito senza troppa cura, era dimagrito. Mi guardava come chi spera e non sa come iniziare.
Ciao, disse.
Ciao, risposi.
Ci incamminammo. Senza fretta.
Giulia, prese lui, devo dirti una cosa importante.
Parla.
Questo anno sono stato male. Molto. Con Caterina… non ha funzionato. Lei è andata via. Non io, lei. Anche il lavoro, niente più. I soci, tutto sfumato. Mi sono ritrovato con niente.
Ascoltavo. Senza interrompere.
Ho pensato a te, continuò. Spesso. Sono stato uno stupido. Avevo qualcosa di vero e non lho saputo apprezzare. Tu sei sempre stata la persona più vera della mia vita.
Marco, iniziai.
Aspetta, lasciami parlare. Voglio tornare a provarci. Sul serio. Sono cambiato. Dammene lopportunità.
Passavamo accanto al vecchio ippocastano davanti al cancello. Le gemme erano gonfie, ancora chiuse.
Mi fermai.
Si fermò anche lui. Mi fissò.
Sei più bella, disse improvvisamente. Ancora più bella di un anno fa. Come hai fatto?
Sorrisi appena.
Può succedere.
Giulia. Mi prese la mano. Dimmi qualcosa.
Guardai la sua mano, tiepida, che teneva la mia. Mano che avevo desiderato a lungo.
Poi la ritrai con dolcezza.
Marco, dissi. Vorrei che tu capissi. Davvero, senza offenderti.
Parla.
Dici di essere cambiato, e ti credo. Sicuramente hai capito molte cose. Un anno è lungo. Mi interruppi un attimo. Ma il problema non sei tu. Sono io.
Cosa cè?
Sono cambiato anchio. In modo diverso. Tu hai perso qualcosa e vuoi ritrovare. Io ho trovato qualcosa, e non voglio perderla.
Lo guardai, nel suo sguardo qualcosa di acuto, inquieto.
Che hai trovato?
Me stesso. Per quanto banale.
Giulia…
Aspetta. Lo fermai piano. Non ti porto rancore. Sul serio. Ci conosciamo da una vita e ormai arrabbiarsi non ha più senso. Ma voglio che tu capisca bene. In tutti questi anni… io sono stato il tuo aeroporto di riserva.
Stava per rispondere, continuai io.
Atterravi quando stavi male. Ti fermavi, ti riprendevi, decollavi. Io aspettavo, ti accoglievo, ero felice. Poi ripartivi. Sempre. Perché altrove era più brillante, rumoroso, appassionante. Caterina era Fiumicino, illuminato e vivo. Io una piccola pista secondaria, affidabile, ma mai principale.
Non è vero, sussurrò.
È vero, lo sai anche tu. Gli incontrai gli occhi. Ma ora è questo che è cambiato. La pista è chiusa. Ho spento le luci. Non per dispetto. Ma perché non voglio più essere il piano B. Neanche per una buona persona. Tu sei buono, Marco. Veramente buono.
Tacque. A lungo.
E adesso? domandò.
Ho dei progetti. A primavera vado a Barcellona. Studio italiano, anche se là parlano spagnolo. Vado in piscina ogni mattina. Vivo in una stanza con tende nuove e mobili spostati. Leggo libri rimandati da anni. È la mia vita. Forse poco appariscente, piccola. Ma mia. E non cè posto per qualcuno che viene solo perché non ha dove stare.
E se venissi da te, non perché non ho dove andare, ma perché voglio venire da te?
Lo fissai. A lungo. Nei suoi occhi cera qualcosa di vero. Forse.
Forse, dissi. Forse davvero. Ma non ho modo di saperlo. Non più. Perché Giulia di prima, quella che aspettava sempre e teneva spazio, non cè più. Quella che cè ora, vive diverso.
Fece un passo.
Giulia. Almeno lasciami provarci.
No, dissi. Piano, senza rabbia, senza scena. Solo no. Non perché sia crudele. Non voglio punire nessuno. Dico no perché ormai so come va. Lo so troppo bene.
Eravamo sotto il portone. Stesso portone, stessa strada. Solo un altro anno. E io un altro uomo.
Nemmeno un tè col timo? chiese.
No.
Perché?
Perché il tè col timo è già un inizio. E non voglio più inizi.
Abbassò lo sguardo. Restò. Poi sollevò di nuovo gli occhi.
Sei felice? chiese. Voce tranquilla, solo un dubbio.
Pensai. Come con Stefano, davvero.
Sì, risposi. Proprio ora, sì.
Sono contento, disse. E sembrava sincero. Davvero contento, Giulia.
Rimanemmo in silenzio.
Ogni tanto chiamami, propose. Solo per parlare.
Scossi la testa.
Non serve. Davvero. Ognuno la sua strada.
Annui lentamente, come accettando qualcosa di difficile.
Barcellona, dici?
Barcellona.
Bella città.
Lo so, risposi. Anche senza esserci mai stato. Lo so.
Si voltò e si allontanò lungo il marciapiede. Non si girò. Rimasi a guardarlo. Un uomo che conosco da trentanni. Un uomo che ho amato più di me stesso. Un uomo che ora lascio andare, non con dolore, ma con una strana pace.
Come chi lascia volare un uccello che già voleva partire.
Sono salito. Aperto la porta col mio mazzo di chiavi. Entrato nel mio appartamento, profumo di caffè e tende di lino, un raggio dorato sul divano spostato.
In cucina, ho messo a bollire il tè. Non timo. Menta. Nuova abitudine, mia.
Dalla calamita del frigo ho staccato il foglio con le due parole.
Barcellona. Primavera.
Ho preso una penna. Aggiunto: Aprile.
Aprile è vicino ormai.
La pista è chiusa. La torre ha spento le luci. Finalmente, salgo io sullaereo.
***
Eppure non è successo in un attimo. Prima che arrivassi a questa porta e a una simile conversazione, è passato un intero anno. Un anno che mi ha cambiato giorno dopo giorno, e non per una decisione sola. Ecco perché voglio raccontarlo bene. Con calma. Perché ogni mese ha portato qualcosa. Piccolo, ma importante.
Quando Marco se ne andò quella sera di luglio con la borsa, non capii subito cosera. Con la testa sì, ma nel profondo no. Non credevo che stavolta fosse davvero diverso, ancora una volta io rimasto solo.
Nei primi giorni vissi come sempre. Andavo al lavoro, rientravo, cucinavo solo per me una sensazione strana dopo quattro mesi da due. Facevo meno cibo, avanzava comunque. Misi via la sua tazza. Grande, blu, scheggiata. Laveva dimenticata o lasciata? Non lo so.
Lho messa nella credenza, non lho buttata. Solo tolta dalla vista. Non ero pronto.
Il quinto giorno chiamò mia madre. Da anni in unaltra città, ci sentivamo ogni domenica. Ora chiamava di mercoledì.
Giulia, tutto bene? Niente preambolo. Mamma sentiva le cose.
Tutto bene, mamma.
Hai una brutta voce.
Sono solo stanco.
Il lavoro?
Il lavoro.
Se nè andato?
Mi scappò quasi da ridere. Telepatia materna.
Come lo sai?
Sono tua madre. Lo so. Come stai?
Bene, mamma. Davvero bene. No, non benissimo. Ma bene.
Vuoi venire qui?
No, grazie. Devo stare qui.
Va bene, disse con la capacità di mollare la presa al momento giusto. Però non restare zitto. Se stai male, chiama.
Lo farò.
Ma non chiamai, perché male male non stavo. Sentivo il vuoto, la fatica, quella solitudine speciale di quando sai di averla scelta tu, eppure pesa. Niente disperazione. Nessuna voglia di richiamarlo. Strano, forse, ma no.
Forse perché dentro di me sapevo che sarebbe successo. Sempre saputo che Caterina non era un episodio. Era una traiettoria, e lui su quella orbita. Non volevo saperlo, tutto qui.
A fine luglio andai dal barbiere. Taglio dallo stesso di sempre, Marco, uomo pratico e discreto. Mi guardò, capì, e non disse niente. Solo:
Che facciamo?
Più corto, risposi. Molto di più.
Quanto corto?
Fino alle spalle. E nuovo colore. Più chiaro.
Uscì dal negozio che ero diverso. Poi, sulla via, mi fermò il vicino, il signor Corrado, ultraottantenne diretto e schietto:
Giulia! Che cambiamento! Sembri un altro.
Sono solo stato dal barbiere.
Si vede! Ti sta bene. Più giovane di dieci anni.
Addirittura?
Te lo dico io! Se uno cambia aspetto, qualcosa succede. Bello o brutto, ma qualcosa succede.
Entrambi le cose, direi.
Limportante è non restare fermi, dichiarò Corrado, soddisfatto. Saggia persona.
Agosto fu torrido. Presi ferie per la prima volta in tre anni, due settimane. Non andai lontano, rimasi in città. Lessi, camminai a lungo, scoprii angoli nuovi che in ventanni non avevo mai visto. Scoprii lorto botanico dietro la piazza. Ci ero passato davanti mille volte, mai entrato. Entrai in agosto. Silenzio, verde, odore di terra e fiori. Mi sedetti su una panchina a leggere, e poi anche solo a guardare le luci attraverso le foglie.
Ecco cosè vivere, capii. Solo questo: stare e sentire. Non noia, non vuoto. Vita.
Un giorno, lì, una donna poco più grande chiese se poteva sedersi. Non mi dava fastidio. Si mise accanto, tirò fuori un libro. Leggemmo, poi si presentò: Maria.
Giulia.
Scambiammo qualche parola. Ex insegnante, ora in pensione, figli lontani. Parlando in modo semplice, senza pietismi. Solo una persona che sa stare bene.
Pensai: così si deve fare.
Ci rivedemmo qualche volta. Non nacque unamicizia vera, ma mi fece piacere sapere che cera qualcuno con cui stare semplicemente in silenzio.
Settembre portò linizio della scuola e un cambio di profumo nellaria: primi freddi, odore di foglie e di mele. Settembre mi è sempre piaciuto: sensazione di nuovo inizio, anche se non devi tornare a lezione.
Fu proprio allora che spostai i mobili. Arrivai un venerdì, guardai la stanza: il divano non era nel punto giusto, la libreria nemmeno, la poltrona era in un angolo buio. In due ore cambiai tutto, da solo, faticando. Guardai: meglio. Molto meglio. La stanza respirava.
Andai alla finestra e pensai a Marco. Non con nostalgia, solo una domanda: starà bene? È felice? Non auguravo il male. Era troppo faticoso arrabbiarsi.
In ottobre, come detto, iniziai italiano per stranieri nella scuola vicino casa. Eravamo otto: un giovane che voleva studiare a Roma, una signora innamorata del cinema italiano, una donna della mia età, Martina, che cercava qualcosa da fare. Con lei ho poi stretto amicizia. Ironica, diretta. Una volta in un bar:
A che serve, litaliano?
Voglio Barcellona, dissi.
Scoppiò a ridere.
Ma lì parlano spagnolo!
Certo. Ma italiano è più bello. E ci azzecca.
Logico, rise di gusto. Ti capisco!
Ridevamo, chiacchieravamo. Mi raccontò che aveva divorziato, per un po aveva sofferto, ma ora no, anzi. Ho trovato me stessa. Lo capisci?
Sì, lo capivo eccome.
Siamo andati insieme al cinema, a mostre. Era una compagnia piacevole e inaspettata. La vita dà nuove persone se tu sei aperto a riceverle.
Novembre, dicembre, gennaio: piscina, Capodanno, libri. Finalmente, a gennaio, trovai un vecchio quaderno scritto da ragazzo. Lo lessi: mi riconoscevo ma ero anche un altro. Scrissi in fondo: Tutto bene. Ce la fai.
Febbraio portò un anticipo di primavera. Ghiaccio che scioglieva, ruscelli sui marciapiedi. Passeggiai per vie mai notate, scovai una libreria minuscola, il titolare anziano sonnecchiava dietro la cassa. Presi un libro su Barcellona, uno darte, un romanzo.
Ottima scelta, commentò il libraio.
Letto?
Anni fa. Un gran romanzo, sulla trasformazione.
Meglio di così…
Sempre attuale, sorrise impacchettando.
Il libro su Barcellona lo divorai in settimana. Guardai a lungo una foto: piazza assolata, mercato, un gatto rosso su una finestra. Pensai: vado davvero.
Cominciai a preparare. Aprile. Prenotai un piccolo appartamento centrale su internet, pagai con bonifico. Quando arrivò la conferma, provai un senso di gioia che non conoscevo da anni.
Era il mio viaggio. Il primo solo per me. Non con qualcuno, non per caso. Scelto.
Stefano, saputo tutto, mi abbracciò.
Ecco, bravo. Così si deve fare.
Vieni con me?
Stavolta devi andare da solo. Deve essere il tuo viaggio.
Saggezza.
A inizio marzo chiamai mamma. Le raccontai di Barcellona.
Da solo? Così lontano? Se succede qualcosa?
Mamma, ho cinquantun anni.
Lo so, li ho fatti io. Ce la farai. Ma chiama quando arrivi.
Promesso.
Ecco cosè una vera storia di vita: non i grandi eventi, solo piccole cose. Compra un biglietto, chiama la mamma, scatta delle foto. In questa semplicità cè tutto quello che non sapevo apprezzare.
Le relazioni dopo i cinquantanni non sono trovare qualcuno e basta. Sono scegliere se stessi. Non perché non hai bisogno di altri, ma perché non puoi dare ciò che non hai ancora. Non puoi amare se non vivi davvero la tua vita.
Ho vissuto aspettando un altro. In funzione di quando lui. Quando arriva, quando resta, quando sceglie. E intanto il tempo passa. Ora so che il permesso di vivere, se lo deve dare da soli.
Ci sono arrivato piano. Come il tepore dopo un lungo inverno.
La chiave è semplice: non puoi cambiare laltro. Solo decidere chi lasci entrare e chi lasci fuori.
Ho chiuso la porta. Non con rabbia. Solo con dolcezza. Quello che è successo sotto il portone a marzo era solo il gesto finale di una decisione già presa da tempo.
Quando Marco ha chiamato, stavo sistemando larmadio. Non mi sono emozionato troppo. Ho risposto.
Abbiamo già parlato di quellincontro. Voglio solo aggiungere che, camminando insieme, guardavo quelluomo buono, non cattivo né crudele, solo fragile dove cera Caterina. Fragilità e non colpa. E la cosa più difficile è stata dirgli no con tenerezza, senza compatimento. La compassione cera, ovvio, ma non significa accogliere di nuovo.
Potevo consolare e rimanere saldo.
Se ne è andato senza voltarsi. Ho pensato: che trovi la sua strada finalmente.
Rientrato a casa, fatto le scale piano, il fiato regolare. Dentro, sole sulle tende color avorio, divano al suo posto, biglietto con tre parole sul frigo.
In cucina ho allertato il bollitore. Preso la menta.
Messaggiato subito Stefano: È venuto. Tutto ok.
Risposta: Grande! Sono fiero di te.
Poi a Martina: Domani cinema?
Subito: Era ora! Dove e quando?
Sorrisi. Prese il tè. Dalla mensola, guida di Barcellona. Aprile era vicinissimo.
La pista è chiusa. Luci spente. La torre non accoglie più nessun volo altrui.
Laereo di aprile, per la prima volta, è mio. E finalmente a bordo cè il passeggero che aveva sempre aspettato in silenzio. Quello che pensava: poi toccherà a me.
Di nome fa Giulia. Ha cinquantun anni. E davanti a sé una Barcellona luminosa.
***
Il bollitore fischiava. Mettevo le foglie nella teiera. Attesi i minuti giusti, versai nella mia tazza bianca, nuova, sottile. Non quella blu, vecchia.
Mi sedetti alla finestra. Marzo fuori. Ma già diverso: meno neve, più luce, piccioni allegri. Una donna col passeggino rideva al telefono.
Restai lì a sorseggiare il tè.
Questa è una storia damore. Meglio, di quello che succede dopo un amore. Di quanto tempo si possa amare così, e di quanto, dopo, sia bello riscoprirsi.
Come si supera una separazione? Per me: sposta i mobili. Compra tende nuove. Impara una lingua. Vai a nuotare. Entra in una piccola libreria che non conosci. Permettiti di non aspettare.
Non aspettare più.
Più difficile e più facile non esiste. Smettere di vivere in attesa. Iniziare il presente.
Perdonare o dimenticare? Nessuno me lo ha chiesto apertamente, ma ci ho pensato. Perdonare, non perché si deve, ma perché la rabbia pesa troppo e io voglio volare leggero. Perdonare e non dimenticare. Ricordare senza portarsi dietro.
Ho finito il tè, messo via la tazza, acceso il computer. Sullo schermo la conferma del volo. Aprile, Barcellona.
Guardavo il monitor e sorridevo. Solo così, a me stesso.
Un mese. Fra un mese salirò su quellaereo. Andrò dove la luce è diversa, laria profuma di arance, i gatti rossi stanno sulle finestre a osservare i passanti svogliatamente. Passeggerò piano, mangerò qualcosa di buono per strada, siederò in una piazza allombra, senza pensieri pesanti.
Valori di famiglia. Sono parole che tutti ripetono, ognuno a modo suo. Per me ora famiglia vuol dire cominciare da dentro. Finché non costruisci qualcosa dentro di te, fuori non regge. Finché non impari a bastarti, aspetterai sempre approvazione dagli altri.
Ho aspettato. Tanto. Ora no.
Arriva un messaggio. Martina manda il titolo del film e lorario. Ottimo, ci vediamo allingresso.
Mi guardo allo specchio. Uomo in abiti comodi, capelli un po spettinati, negli occhi qualcosa di sereno. Non la felicità teatrale. Serenità.
Faccio un cenno al riflesso.
Oggi cinema con Martina. Domani italiano. Dopodomani piscina. Tra un mese Barcellona.
La vita va avanti. La MIA vita va avanti. Non quella di altri, non nello spazio tra viaggi di altri. La mia. Vera.
Pista chiusa.
E da qualche parte, sopra i tetti e i fili, sopra le nuvole di marzo già più chiare, quasi aprile, sature di futuro, vola il mio aereo.
Sto decollando.
La sera, dopo il cinema e una chiacchierata in caffetteria con Martina, un dibattito divertente sul finale del film, sono tornato a casa. Tolto le scarpe nellatrio. Appeso il cappotto.
Ho ricordato la tazza blu scheggiata lasciata in credenza. Lho presa, rigirata tra le dita.
Tazza normale. Blu con una crepa. Niente di più.
Lho sistemata accanto a quella bianca. Che stia lì. Non come memoria o simbolo. Solo una tazza. Le cose sono quello che sono.
Poi sono andato a dormire. Ho letto qualche pagina del libro su come si cambia, acquistato in quella piccola libreria. Riconoscevo quello che leggevo. Non è una svolta, ma un processo. Pagina dopo pagina, giorno dopo giorno.
Ho spento la luce.
Fuori pioveva leggero, costante, non triste. Solo pioggia di marzo.
E nella quiete sentivo dentro di me non il vuoto, non la solitudine. Solo una serenità. Tutto al suo posto.
Domani italiano. Linsegnante ci farà cantare ancora.
Dopodomani piscina. Acqua e movimento, senza pensieri.
Fra un mese Barcellona.
E ora questa pioggia, questa notte buona.
Chiudo gli occhi.
E allimprovviso vedo chiaro: un cortile tranquillo, mattina, sole daprile, gatto rosso su un davanzale. Io, col caffè in mano, guardo il gatto. E lui guarda me. Siamo entrambi soddisfatti.
La pista di riserva è chiusa.
Pista di decollo aperta.



