Affitto il mio appartamento
Lucia Gallo, ora sposata Ricci, ha sempre pensato che la cosa più dolorosa della vita fosse quando il bello comincia in silenzio, quasi senza accorgersene, e poi, piano e inevitabilmente, finisce. Succede così anche con i fiori sul davanzale: li annaffi, sembrano stare bene, ma poi un giorno noti che le foglie sono gialle e non puoi più farci nulla.
Quel profumo lo avvertii già sulle scale.
Denso, dolciastro, cipriato. Era Acqua di Parma. Impossibile confonderlo per Lucia, perché proprio così profumava sempre la casa della signora Valeria, la suocera. Lodore si infilava nei vestiti, nei capelli, nella memoria.
Mi fermai davanti alla porta di casa con la chiave in mano.
Le quattro del pomeriggio. Sono uscito dal lavoro prima: la ragioniera Clara mi aveva detto che ero pallido e mi aveva quasi cacciato a casa. Da stamattina un mal di testa pesante, come se qualcuno mi stringesse una fascia metallica sulle tempie. Avrei solo voluto prendere unaspirina, buttarmi sul letto e coprirmi con il plaid.
Ma quellodore diceva altro.
Apro la porta.
Nellingresso c’erano tre scatoloni di cartone, quelli grossi del supermercato. Due ancora aperti, colmi e coperti di vecchi giornali. Uno già sigillato con lo scotch. Dalla cucina arrivava un tintinnio di stoviglie, movimenti veloci e il mormorio di qualcuno.
***
Signora Valeria, dissi senza nemmeno entrare cosa sta succedendo?
Il rumore si fermò. La suocera apparve sulla soglia della cucina: una donna robusta, dignitosa, cinquantasette anni, con un grembiule sopra un completo grigio chiaro. Capelli ben raccolti, guanti nelle mani. Espressione seria, quasi solenne.
Lucia! disse con quella voce da infermiera esperta che ti comunica qualcosa di spiacevole ma è per il tuo bene Sei tornata presto. Ti senti poco bene?
Che succede qui? restai fermo sulla porta.
Non agitarti, si tolse con cura i guanti, piegandoli uno sullaltro. Lo faccio per voi, per te e Marco. Siediti, te lo spiego.
Preferisco stare in piedi. Mi dica.
Per un attimo socchiuse gli occhi, abituata comera a essere obbedita. Caposala da ventitré anni, a Roma in via Tiburtina, il suo modo era legge, non consiglio.
Va bene, almeno vieni a sederti. Ti preparo un tè.
Non serve. Cosa cè nelle scatole?
Sospirò con la pazienza di chi è stanco dei capricci altrui.
Piatti, pentole, qualche padella. I bicchieri di cristallo li ho avvolti a parte nella pellicola, non preoccuparti. Lascio qui solo i piatti, così almeno restano agli inquilini.
Sentii tutta lespressione. Agli inquilini lascio. Mi sembrò che la parola mi attraversasse il petto fino al plesso solare.
Che inquilini? chiesi, tenendo la voce piatta.
Ho trovato degli inquilini annunciò con la soddisfazione di chi dà una buona notizia. Una coppia giovane, col bimbo di cinque anni. Lui lavora nelledilizia, lei è a casa in maternità. Persone serie. Ho parlato con loro io stessa. Traslocheranno venerdì.
Venerdì ripetei. Tra tre giorni.
Esatto. Ho già preso lanticipo: pagano subito il primo e lultimo mese. Due mesi di affitto.
Posai lentamente la borsa sul mobile dellingresso. Sbottai la giacca, lappesi. Ogni gesto era uno sforzo, perché oltre al mal di testa ora sentivo anche le mani fredde: nonostante il riscaldamento fosse alto, sembrava entrasse freddo dentro casa.
Signora Valeria dissi infine. Ne ha parlato con Marco?
Certo, ne abbiamo discusso insieme. Ricordati, tre mesi fa, quando ha perso il bonus. Proposi proprio io: affittiamo la vostra casa, venite da me e mettete via qualche soldo. È logico.
Non abbiamo deciso niente. Ti ricordi? Io avevo detto che non ero daccordo.
Hai detto che ci avresti pensato rispose gentile.
No. Ho detto che non erano daccordo. Marco mi chiese di non insistere, e mi sono zittita. Non è la stessa cosa.
Lei incrociò le braccia: lo faceva ogni volta che aveva già deciso da sola, senza bisogno di conferme.
Lucia, sei una persona intelligente. Sei contabile, sai fare i conti. Ragioniamo insieme. Quanto pagate di mutuo al mese?
Non sono affari suoi.
Lucia…
No risposi pacata. Le spese di famiglia non sono affari suoi.
Una pausa. Dalla finestra della cucina arrivava lontano il brusio di Viale dei Colli Portuensi. Oltre, sotto il Gianicolo, circolava il tram 8.
Ovvio che puoi avere la tua opinione disse lei infine, con un tono ora più duro, che normalmente nascondeva dietro la cortesia materna. Ma la famiglia non sei solo tu. Anche Marco. E Marco è daccordo.
Adesso lo chiamo, dissi io. Presi il telefono e composi.
***
Marco rispose al terzo squillo, voce coperta dal rumore di macchinari e voci, operaio in una fabbrica a Fiumicino.
Luci, che cè? Sei uscita presto oggi…
Tua madre sta mettendo in scatole la nostra roba. Ha trovato gli inquilini. Dice che entrano venerdì.
Un secondo di silenzio, poi un altro.
Luci, volevo dirtelo io…
Sapevi tutto?
Mia madre mi ha chiamato ieri sera, dicendo che aveva trovato una famiglia. Pensavo ne avreste parlato tu e lei…
Marco mi appoggiai al muro dellingresso. Sapevi e non mi hai detto niente. Rientro e trovo casa inscatolata. Ti rendi conto di cosa vuol dire?
Luci, so che ti dà fastidio…
Vieni subito a casa.
Ho un meeting alle sei…
Marco la voce mi uscì piatta e ferma, come un fiume che passa sotto la diga. Vieni subito.
Arrivò che erano quasi le cinque e mezza. Io lo aspettavo in cucina, davanti a una tazza di tè ormai freddo. Valeria restò in salotto, intenta a riordinare le sue porcellane venute da Frascati anni prima, messe lì per dare calore.
Marco era alto, capelli castani, aria sempre un po colpevole ormai radicata in faccia. Ingegnere progettista in una ditta industriale, lavorava spesso fuori e tornava stanco. Lo sapevo. Ma oggi non potevo scusare nessuno.
Luci attaccò, entrando in cucina.
Siediti.
Si sedette di fronte. Posai e rialzai per noia la tazza.
Mi spieghi come sia possibile che si decidano delle cose sulla nostra casa senza di me.
Non cera nessuna decisione. Mia madre ha solo trovato una soluzione. Pensavo ne parlaste…
Ho già parlato. Tua madre sta impacchettando le pentole. Questa non è una soluzione trovata.
Non capisci in che situazione siamo…
Spiegami.
Ho perso il bonus. Un mese e mezzo fa. Siamo con lacqua alla gola: mutuo, bollette, spesa. Ho pure il finanziamento della macchina. Non andiamo avanti così.
Era tutto vero. Da un po facevamo attenzione a ogni centesimo. Ma non era un disastro. Io lavoravo in uno studio di contabilità Alfa Conti, il mio posto era sicuro.
Avevo suggerito di tagliare le spese: niente cenone a Natale, saltare la palestra… te lo ricordi?
Sì, ma mamma pensa che non basta.
E tu? Pensi anche tu che non basti?
Restò zitto un po. Quel silenzio diceva tutto.
Marco, mi avvicinai. Lo sai di chi è questa casa?
Dai, Luci…
No. Parlo seriamente. Di chi è questa casa?
Formalmente tua, ma siamo una famiglia…
Non è solo formalmente mia. Me lha lasciata mio padre. Tre mesi prima delle nozze. È intestata solo a me. Per legge. Tu e tua madre non potete affittarla senza il mio consenso scritto. È pure reato, lo sai?
Sollevò gli occhi, sinceramente sorpreso. Di questo non aveva mai pensato.
Non chiamerai i carabinieri, Luci…
Non parlo di polizia. Ma non puoi lasciar tua madre gestire ciò che non le appartiene. E restare zitto. Perché?
Passi provenienti dal salotto. Valeria apparve sulla soglia.
Marco, ci sei? Bene. Spiegati con Lucia, forse non ha capito bene la situazione.
Mamma, aspetta, fammi parlare…
Non cè da aspettare! Gli inquilini devono sapere. Sono seri: se rinunciamo, trovano un altro alloggio e perdiamo questa occasione.
Signora Valeria, la interruppi, la mia risposta è no. Io non affitto casa. Né oggi né mai. Questo è definitivo.
Mi guardò a lungo. Poi fissò Marco.
Marco, hai sentito?
Forse ha ragione…
Marco! Sto organizzando da tre giorni. Domani visita, tutto pronto. Non farai saltare tutto per un capriccio?
Non è solo un suo capriccio… Lucia spiegale!
Mi alzai e portai la tazza nel lavello.
Domani la visita non si fa, dissi. Se serve, spiego io stessa agli inquilini perché non possono venire. Buona notte.
Andai in camera e chiusi la porta. Non sbattei. Solo tirai la maniglia.
***
La notte fu difficile. Marco rientrò in stanza alle undici, sdraiato sul bordo opposto del letto. Ascoltai il suo respiro calmo, quasi dormiente. O forse fingeva. Io comunque non dormivo. Pensavo.
Quando ero piccolo, papà mi diceva: Lucia, se vuoi capire un problema, guardalo da lontano. Da vicino sembra peggio.
Papà è morto quattro anni fa. Mi ha lasciato questa casa, non come un bene materiale, ma come una protezione. Lho sempre sentita così. Sapeva che ero figlia unica, che mamma viveva a Civitavecchia. Che avevo bisogno di unancora.
Lancora ora era nelle scatole.
No, non era vero. Le scatole ci sono, ma lancora non è la roba. Sono i documenti. Nel mobile, nella cartellina blu che ho portato ancora dal trasloco e mai spostato. Visura catastale nuova, atto di donazione. Tutto lì, con timbri e firme.
Sapevo che domani Valeria sarebbe venuta con gli inquilini. Lo sapevo come sapevo che avrei messo su il caffè. Lei la parola non la ritira mai. È la sua forza e il suo limite. Non si arrende.
Io sì, ma solo quando ne vale la pena.
Qui non ne vedevo il senso.
A fianco, Marco si muoveva piano. Non mi girai. Nemmeno lui. Due persone, un anno assieme, un bagno messo a nuovo insieme, un albero di Natale montato per la prima volta insieme. Due chiavi di una sola porta.
Pensai che amare non è solo facile nei giorni facili. Lamore si vede nella scelta. Lui era lì. E taceva. Cosa significava?
Non lo sapevo.
Ed era peggio delle scatole.
***
Al mattino mi alzai alle sette come sempre. Marco dormiva. Misi su il caffè, lo bevvi alla finestra, guardando la pioggia mista a sporco, umido marzo sulla Gianicolense, le cortecce nere degli alberi davanti alla metro.
Avevo smesso di star male. Almeno una cosa positiva.
Aprii il mobile, presi la cartellina blu, la messa in evidenza sul tavolo. Visura catastale, appena fatta. Atto di donazione, data 28 febbraio di due anni fa. Proprietaria: Lucia Gallo. Tutto in regola.
La richiusi e la rimisi a posto.
Alle dieci meno un quarto mi chiamò mamma da Civitavecchia. Esitai a rispondere: non volevo crollare appena sentita la sua voce.
Tutto bene, Lucia?
Sì mamma, tranquilla.
Hai la voce strana…
Tutto ok.
Pausa.
Marco mi ha chiamato ieri sera, disse. Mi ha raccontato che avete qualche problema per via della suocera.
Chiusi gli occhi.
Ha chiamato te?
Sì. Era preoccupato. Ha detto di non sapere come gestire la cosa.
Deve decidere da che parte stare.
Lucia, non è cattivo, sai. Solo che con sua madre ha vissuto trentanni. Non si cambia subito.
Lo so.
Sei forte?
Ce la faccio.
Se vuoi, vengo su. Dimmi solo.
Sentii il magone salire in gola. Tossii.
Non serve, mamma. Me la cavo.
Daccordo. Ma ricorda: la casa è tua. Punto.
Non lo dimentico.
Riattaccai. Marco uscì dalla camera alle dieci. Si fece il caffè in silenzio. Io restavo alla finestra, fumando il bordo di una pagina di La solitudine dei numeri primi.
Lucia…
Sì?
Mia madre ha detto che arriva a mezzogiorno con gli inquilini, per visitare la casa.
Ti ho sentito già ieri.
Magari li vedi, ci parli… forse ti piacciono…
Mi girai.
Marco, mi stai chiedendo di affittare la mia casa a delle persone che non ho mai visto, e su cui non mi sono espressa?
Solo che… Mamma ci ha messo tutto.
Marco, lo dissi piano, senza rabbia, ti ascolti? Mamma ci ha messo tutto. Non tu. Non noi. Solo lei. È casa sua? È una sua decisione?
Posò la tazza, si massaggiò la fronte.
Non so come uscirne senza ferirla.
Ma intanto puoi ferire me?
Non rispose.
Finsi di leggere, ma le righe ballavano. Dovevo solo tenermi occupata.
***
Arrivarono alle dodici e mezza.
Sentii il citofono, la voce energica di Valeria, lo scatto dellascensore.
Marco guardava fuori, io seduta sul divano. La cartellina blu era nel mobile, dove sempre.
Squillò il campanello.
Marco fece per alzarsi.
Lascia, dissi.
Si fermò. Mi guardò con un misto di disagio e forse anche sollievo.
Ancora un trillo.
Apro.
Valeria entra col suo cappotto elegante, quello con i grossi bottoni grigi delle feste. Dietro una coppia sui trentanni: lui giubbotto blu, lei piumino rosso, tengono un bambino per mano, cappello con le orecchie dorso. Il piccolo mi fissa serio.
Lucia! Valeria entra sicura Vi presento Nicoletta e Roberto. Sono bravissimi. Roberto fa il geomatra, Nicoletta sta a casa col piccolo Stefano.
Buongiorno, dice lei, impacciata. Scusi il disturbo…
Nessun fastidio rispondo neutra. Prego, entrate.
Avanzo di lato. Entrano. Il bimbo mi squadra serio.
Marco cè? chiede Valeria senza voltarsi.
In salotto.
Ottimo, Roberto, venga intanto che le mostro casa. Qui gli ambienti sono luminosi, la metro vicina, la Gianicolense…
Va avanti come padrona di casa. Spiega i soffitti, la caldaia. Io la seguo.
In salotto Marco dà il buongiorno e distoglie lo sguardo.
Guardi questa stanza Valeria ci tiene a precisare qui venti metri quadri, là diciotto, la cucina nove, ma molto pratica. Il forno nuovo, lha comprato Lucia.
Roberto annuisce, Nicoletta tiene la mano del piccolo. Io mi fermo davanti al mobile.
Per laffitto pensavo millecento euro, comincia Valeria ma ci si mette daccordo…
Un attimo.
Ho la voce tranquilla. Apro il mobile, prendo la cartellina blu.
Mi guardano.
Signori, prima che decidiate se volete davvero questappartamento, voglio che vediate qualcosa.
Estraggo due fogli. Li mostro.
Questa è la visura catastale. Data del rilascio: la scorsa settimana. Leggete: Proprietario.
Nicoletta legge. Mi guarda.
Lucia Gallo dice.
Esatto, sono io. Mostro il secondo foglio. Atto di donazione. Due anni fa, da mio padre. Sono lunica proprietaria. Né mio marito né la signora Valeria hanno diritti su questa casa.
Nicoletta passa il foglio al compagno.
Lucia… prova Valeria a interrompere stai facendo una sciocchezza…
Roberto, non mi giro nemmeno per affittare legalmente serve il consenso scritto del proprietario. E io non l’ho mai dato. Nessuno ha avuto mandato. Se firmate con un altro e entrate qui, è occupazione abusiva. Io vi ho avvisato.
Roberto si barcamena tra i fogli e me. Il bimbo chiede una cosa a Nicoletta, lei si abbassa.
Non potevamo sapere, mormora. Ci avevano detto che la proprietaria era daccordo…
Sono qui davanti a voi. E non sono daccordo.
La pausa è lunga.
Capito… scusate il disturbo.
Restituisce i fogli. Io li ripongo.
Fermi! Valeria si agita, la voce non più dolce: Roberto, aspettate, tutto un fraintendimento. Ora chiarisco.
Valeria, finalmente parla Marco.
Ci giriamo.
Lui resta presso la finestra, mani in tasca, volto teso ma deciso.
Hanno ragione. Se ne vanno.
Valeria gli lancia uno sguardo dritto.
Cosa?
Se ne vanno. È la casa di Lucia. Dovevo dirlo prima.
Silenzio pesante.
Nicoletta prende il figlio, Roberto mi saluta con un cenno. Escono in silenzio.
Rimaniamo noi tre.
***
Valeria fissa Marco a lungo. Io aspetto.
Marco, la voce sottile, tagliente. Capisci cosa hai appena fatto?
Sì, mamma.
Ti sei schierato con lei, contro di me.
Mi sono schierato dalla parte della verità.
Verità, lo ripete con asprezza. Quindi io sbaglio?
In questa vicenda sì, mamma.
Ho dato la mia vita per te. Da sola. Tuo padre ti ha lasciato che avevi sei anni, io due lavori, rinunciando a tutto…
Lo so.
Bravo, lo sai! Poi però ti trovi la moglie che mi caccia via…
Mamma…
No. Ora scegli. O ascolti tua madre, oppure stai con quella che chiama invasione ogni mio gesto. Scegli.
Io resto immobile. Guardo Marco. Lui tra la mamma e me, in un salotto coi tendaggi scelti insieme, la libreria che ha montato sbilenca e la foto del matrimonio in cornice bianca.
Lui guarda la madre.
Resto qui, dice piano.
Valeria sembra non capire.
Come?
Resto qui. Con Lucia. Deglutisce. Ti voglio bene. Ma non puoi comportarti così. Non si fa.
Non si fa!
No. Non si entra in casa senza avvertire. Non si impacchettano le cose degli altri. Non si accordano gli affitti sulla mia casa, senza che Lucia lo sappia. Dovevo dirlo molto tempo prima. Ho sbagliato pure io.
Valeria si rimette il cappotto, lenta, fa scattare tutti i bottoni. Prende la borsa.
Te ne pentirai, sussurra. Non è un avvertimento, è una profezia.
Può darsi, le risponde Marco. Ma oggi faccio la cosa giusta.
Attraversa lingresso. Io non mi muovo. Chiude la porta dietro di sé questa volta più forte.
Poi silenzio.
***
Restiamo in salotto. Marco vicino al balcone, io vicino al mobile. Ho ancora la cartellina in mano. Una scatola sigillata in un angolo. Le altre due lì allingresso.
Fuori sento ancora la pioggia e il vento.
Rimetto la cartellina a posto. Mi siedo sul divano. Lui resta dovè, poi si avvicina e si siede appena distante.
Lucia…
Aspetta, lo fermo.
Restiamo un po in silenzio. Guardo la libreria, storta. Lui guarda le mani.
Dovevo dire no subito, ammette. Quando mia madre mi ha chiamato ieri sera. Dovevo dire: Non è cosa tua. Non lho fatto.
Perché?
Tace tanto tempo.
Non riesco a dirle di no. Mai. Tu non hai idea. Se la contraddici, non si arrabbia, resta in silenzio e ti guarda come se tu lavessi distrutta. Da piccolo questa cosa mi metteva in crisi. Era più semplice cedere.
Lo capisco, dico piano. Lo so, Marco. Ma non sei più un bambino.
Lo so. Oggi… Non so se la cosa giusta. O meglio, la so. Ma lei è comunque mia madre.
E resterà tua madre.
Si offenderà. Per tanto.
Probabile.
Farà male.
Sì, non lo rincuoro. Farà male.
Annuisce. Si massaggia la fronte.
E ora?
Non lo so, rispondo sincera. Dobbiamo parlare. Non oggi. Quando le cose si sistemano un po. Di soldi, di come andare avanti. Quello è un discorso lungo, ma sono pronta.
E per mamma?
Altro discorso, stavolta suo.
Resta zitto. Poi chiede:
Sei arrabbiata?
Ci penso. Non per trovare la risposta giusta, ma per capire cosa provo davvero.
Sono stanca, dico. La rabbia era stamani. Ora è solo stanchezza.
Lucia, io…
Marco. Mi giro verso di lui. Oggi hai fatto quello che dovevi. È importante. Ma è solo oggi. Capito?
Capisce. Lo vedo.
Sì.
Bene.
Guardo ancora langolo storto della libreria, la foto bianca, la scatola chiusa di stoviglie nellangolo.
Svuotiamo le scatole? propongo.
Sì, svuotiamo.
***
Sistemiamo tutto in silenzio, una scatola a testa. Io tolgo i giornali dalle pentole e le rimetto a posto. Marco maneggia con attenzione i bicchieri di cristallo dalla plastica.
Odore di profumo estraneo. Acqua di Parma resta nellaria. Apro la finestra. Aria fredda di marzo entra in stanza.
Il piccolo con il cappello dorso, starà tornando a casa ormai. Guarderà fuori dal bus, ignaro di essere passato per qualche minuto a metà della vita di sconosciuti.
Ripenso a ciò che ha detto mamma: Con lei ha vissuto trentanni. Non si cambia subito. Vero. Non si cambia. Oggi Marco ha detto no. Una volta sola. Non vuol dire che sarà sempre così.
Non vuol dire che ora sarà tutto facile.
Ma questa cosa è successa.
Rimetto lultima pentola nello stipetto. Butto i giornali via.
Faccio il caffè? chiede Marco.
Fallo.
Va in cucina. Prendo la cornice bianca dalla mensola. Guardo la foto. Siamo impacciati, entrambi: io abito non proprio come volevo, lui con una cravatta che a fine sera ha tolto. Sorridiamo. Sul serio.
È passato un anno.
Rimetto la cornice là sopra.
Dalla cucina il profumo di caffè vero. Nostro.
Vado in cucina. Lui versa nei tazze, una per me, una per sé. Si siede di fronte.
Fuori piove ancora.
Beviamo caffè in silenzio. È un silenzio pesante, ma non vuoto. Cè dentro molto ancora da dire. Lo sento, come stamattina sentivo il freddo tra le dita.
Ma ora le parole non servono.
Ora serve solo il caffè. E la finestra aperta. E la libreria storta in soggiorno.
E la cartellina blu al suo posto nel mobile.
***
Vorrei credere che il più difficile sia passato. Sarebbe una bella conclusione. Ma in cinque anni da contabile ho imparato che i conti tornano bene solo alla fine. A volte i numeri non quadrano subito, ci vuole tempo.
In famiglia, forse, è lo stesso.
Valeria richiamerà. Magari domani, magari tra una settimana. Non è tipo da sparire per sempre. Aspetta solo che si torni da lei.
Marco sarà combattuto dentro. Questo lo so, lo vedo.
I soldi, il bonus perso, il mutuo, restano lì.
Ci aspetta una discussione lunga e sincera che ancora non sappiamo fare. Forse, dopo oggi, sarà più facile.
Non lo so.
Marco lascia la tazzina.
Lucia…
Sì?
Sono contento che tu non sia andata via, anche quando dicevo cose stupide. Sei rimasta e hai fatto la cosa giusta.
Lo guardo.
Non potevo fare altro, dico sincera. Questa è casa mia.
Annuisce.
Nostra, corregge lui.
Resto in silenzio.
Sì, dico infine. Nostra.
Fuori la pioggia si placa. Il cielo sopra la Gianicolense sembra meno grigio, non proprio azzurro, solo meno spento.
Prendo la tazza. Il caffè è ormai freddo. Lo finisco lo stesso.
—
Mi porto dentro una lezione: difendere la propria casa a volte significa difendere anche se stessi. E per farlo, prima o poi, bisogna dire di no, e trovarsi, finalmente, dalla parte giusta.



