Non verrai, dissi senza guardarla. Ero in piedi davanti allo specchio nellingresso, sistemando la cravatta. Era nuova, blu scuro, di seta italiana, probabilmente lei non avrebbe saputo distinguere la fattura. Ho già deciso.
In che senso, non verrò? Giulia uscì dalla cucina con il canovaccio in mano; aveva appena finito di lavare i piatti della cena. Davide, è il ventennale dellazienda. Venti anni. Io sono ventanni che ti sono accanto.
Proprio per questo non serve che tu venga, risposi, con quella voce calma e professionale che uso nelle riunioni di lavoro, la stessa che le facevo ascoltare talvolta per valutare la mia esposizione. Ci saranno persone importanti, Giulia. Investitori. Soci di Milano. Capisci cosa intendo?
No, spiegami.
Finalmente mi voltai verso di lei. La guardai come si guarda qualcosa che si conosce fin troppo bene e forse un po stanca. Come un vecchio mobile o una tovaglia stinta dal tempo.
Non sei adatta a questo contesto. Ci sarà un certo dress-code, conversazioni, argomenti un contesto in cui non ti sentiresti a tuo agio. Non voglio che tu stia scomoda.
Giulia appoggiò il canovaccio sulla credenza, con calma.
Non vuoi che io sia a disagio, ripeté.
Sì, risposi.
O non vuoi che tu lo sia?
Mi voltai di nuovo verso lo specchio.
Giulia, ti prego, non cominciare. Fra unora passa la macchina a prendermi.
Lei mi guardava la schiena, fissando la giacca elegante che insieme avevamo scelto tre mesi prima: era stata lei a trovarla nel catalogo giusto, ad annotare il codice, a spiegare perché quel colore valorizzasse la mia figura, non quello che avevo scelto io. Avevo indossato la giacca giusta, ero stato contento della scelta.
Va bene, disse allora.
Rientrò in cucina. Mise su il bollitore. Si sedette vicino alla finestra e osservò le luci della città in basso. Novembre calcava la neve bagnata sui cornicioni, i lampioni si liquefacevano in macchie giallastre.
Dopo venti minuti sentii la porta richiudersi dietro di me.
Lei rimase seduta ancora a lungo. Il bollitore aveva bollito e si era raffreddato. Non si versò mai il tè.
Pensava, sapevo, a quanto aveva fatto tre settimane prima: aveva protetto con password un file, intitolato Strategia di sviluppo. TecnoImpulso. 20252030. Aveva lavorato a quel documento per quattro mesi, notti intere mentre io dormivo. Prima aggregando dati di settore, poi elaborando modelli, riscrivendo, ricostruendo. Io le fornivo appunti, abbozzi delle mie idee, a volte solo scarabocchi su fogli a quadretti, e lei trasformava tutto in documenti che poi lasciavano a bocca aperta gli analisti.
Aveva imposto la password tre settimane fa. Quando le avevo portato il vestito.
Il vestito era grigio. Cotone. Collo alto e maniche lunghe. Lho preso per te, una cosa comoda per casa. Il sacchetto veniva da un normale centro commerciale. Senza scatola, senza nastro. Solo un sacchetto.
Quello stesso giorno lei aveva visto la ricevuta del mio completo. Aveva il valore di un suo stipendio mensile da assistente amministrativa. Lavoro modesto, stipendio modesto. Tutto come stabilito tanto tempo fa.
Si alzò e bevve un bicchiere dacqua fredda. Poi accese il portatile.
La password era Pian dei Salici. Il nome del paese che non esisteva più.
Pian dei Salici era a centosessanta chilometri dalla città, su una curva di un fiumiciattolo che i locali chiamavano Serena, anche se sulle carte aveva altro nome. Duecento case, un circolo con portico screpolato, una scuola per centoventi bambini che poi lavorava per quaranta appena, un alimentari di zia Pina che conosceva tutti, anche i genitori di tutti. Campagna lenta, vita sottovoce. In estate profumava di fieno e resina, dinverno di fumo di camino e pane.
Quando Giulia aveva sette anni, cadde da un melo e si ruppe il braccio. La vicina, Claudia, la portò in braccio allambulatorio raccontandole tutto il tragitto che gli alberi sono più antichi di noi, sanno cose sulla terra che non capiremo mai. Giulia allora non capiva, ma aveva imparato a memoria il tono caldo, senza fretta.
Del paese non restava nulla da sette anni. Unazienda aveva acquisito i terreni per allargare la produzione. Avevano espropriato, compensato, traslocato i cimiteri. I meli abbattuti. Dopo due anni, cera solo un magazzino e un muro di cemento con filo spinato.
La madre di Giulia era morta prima ancora della demolizione. Il padre si era trasferito dalla sorella, restando altri tre anni e poi era andato anche lui. Giulia ci tornò una volta, dopo la distruzione, per vedere comera. Rimase ferma al cancello, senza capire dove passasse la via di casa. Era tutto piatto. Uguale.
Io allora le dissi: Dai troppo peso a queste cose. Quel paese sarebbe morto comunque. Almeno ne hanno ricavato qualcosa.
Ogni tanto, mi confessò, ripensava a quel momento chiedendosi perché non si fosse fermata già allora.
Ma non si era fermata. Avevamo una figlia, Chiara; allora sedicenne. Avevamo appena comprato il nostro appartamento in centro. Era convinta che le persone siano diverse sì, ma comprensibili se ne conosci la storia. Io ero cresciuto figlio di un prof di lettere e di una madre cantante amatoriale. Una famiglia colta, ma povera. Ho sempre saputo che solo studio e relazioni ti tirano fuori. La povertà mi aveva sempre imbarazzato. Lei capiva. E perdonava.
Ci eravamo conosciuti alluniversità. Lei ventidue anni, io venticinque. Ero agli ultimi esami, scrivevo la tesi di economia e i conti non tornavano mai. Unamica portò Giulia: Lei è quella sveglia, capisce subito. E ci capì. Io ero affascinante, ben articolato, sguardo attento. Lei pensava: Questo mi ascolta davvero.
Poi scoprì che ascoltavo solo quando mi serviva qualcosa. Ma questo arrivò piano, molto piano. In ventanni.
Allinizio filava tutto. Lavoravamo entrambi. Io salivo a piccoli passi, ma costanti. Giulia era in una società di revisione, stimata, stipendio buono. Poi nacque Chiara. Poi a me offrirono una posizione in un grosso gruppo: molte trasferte, orari infiniti, la scuola materna chiudeva presto, le malattie della bimba, bisognava che qualcuno restasse a casa.
Capisci bene che ora è importante, le dissi allora. O sgomito ora, o il treno passa. Solo per poco. Finché non ci sistemiamo.
Passò a part-time. Poi smise del tutto, quando Chiara si ammalò e occorsero mesi di visite. Quando la bimba stette meglio, provò a rientrare, ma in due anni era cambiato tutto, il suo posto occupato già, i nuovi datori poco interessati. Ormai io portavo a casa entrate sufficienti. Non agitarti, dedica tempo alla casa, le dissi.
E dedicò tempo alla casa. E anche al mio lavoro, suo malgrado. Segnalava errori nei miei materiali, mi aiutava. Prima chiedendo, poi di propria iniziativa. Divenne routine per me.
Quando diventai responsabile strategico della TecnoImpulso, più della metà di quello che firmavo laveva scritto lei.
Non si lamentò mai. Almeno, non ad alta voce. Pensava: siamo una famiglia sola, il suo successo è il mio. Pensava: conta il risultato, non il nome. Si diceva tante cose, per potersi convincere a continuare.
Ma tre settimane fa le portai il vestito grigio.
E qualcosa si spostò. Silenzioso, niente scosse. Come una terra intrisa dacqua che piano fa crollare il passo.
Il mattino dopo il ventennale rientrai tardi. Lei sentì i miei passi sullingresso, attento a non svegliarla. Ma non dormiva. Guardava il soffitto dove lo street-lamp proiettava strane ombre oblique.
A colazione ero euforico.
È andata benissimo, dissi spalmando burro sul pane. Il CEO era contento. Gli investitori di Torino interessati. A gennaio ci sarà un incontro.
Sono contento per te, rispose. E si bloccò: aveva detto contento e non contenta. Antica abitudine, quando ragioni troppo in fretta.
Non se ne accorse. O fece finta.
Cè stata una cosa strana. Il dottor Fusari ha chiesto di te. Ho detto che non ti sentivi bene.
Fusari, ripeté Giulia, capendo che era il presidente del CdA che conosceva solo per documenti. Uomo solido, intelligente. E ci ha creduto?
Certo. Perché non avrebbe dovuto?
Giulia riempì di nuovo la tazzina.
Davide, voglio che tu capisca una cosa.
Proprio adesso? guardò lorologio.
Sì. Voglio che tu capisca: non lavorerò più nellombra. Voglio il mio nome sui documenti che preparo io.
Appoggiò il coltello. Mi guardò sorpreso, con unespressione sgradevole, un misto di scherno e fastidio.
Giulia, sei seria?
Sì.
Intendi dire che vuoi comparire come co-autrice del mio lavoro. Nellazienda dove sono dirigente strategico. Dove nessuno ti conosce, dove tu non hai mai lavorato.
Dove nessuno sa che i documenti sono miei. Sì, proprio questo.
Mi alzai, presi la tazza e andai al lavandino, le spalle girate. Poi mi voltai.
Non fare un dramma. Mi aiuti come ogni buona moglie sostiene il marito. Si chiama famiglia.
Famiglia è quando entrambi valgono qualcosa, disse lei. Quando uno è invisibile si chiama diversamente.
Dai, esageri. Hai tutto. Casa, macchina, carta. Chiara studia in Statale. Ti manca davvero qualcosaltro?
Mi fissò a lungo. Poi:
Mi manca essere considerata una persona. Non un soprammobile.
Sospirai, logorato dalla discussione.
Devo andare. Ne parliamo stasera.
Quel giorno tornai stanco, taciturno. Non si riparlò più. Largomento affondò. Giulia era brava a non parlare di ciò che evitavo.
Continuava comunque a lavorare sulla strategia. Perché ciò che si inizia va concluso. E perché la sfida, per lei, superava il senso di ingiustizia. E anche perché sapeva già cosa avrebbe fatto. Restava solo da capire quando.
Lidea le venne una notte, al tavolo in cucina, con la lampada accesa, e la neve fuori appoggiata ai vetri. Concluse la sezione sulla diversificazione degli asset, lesse, corresse tre frasi. Poi aprì le proprietà del documento e vide: Autore: Davide, perché il file era nato sul mio portatile aziendale che lasciavo sempre a casa durante le mie trasferte.
Chiuse il computer. Si avvicinò alla finestra. Neve lenta, i fanali della città lontani come stelle.
Pensò al Pian dei Salici. A come da bambina andava con il padre al fiume a pescare. Silenzi pieni, non vuoti: il fruscio delle canne, lanatra dietro la curva, il profumo di acqua e melma. Il padre parlava poco, ma una volta le disse: Giulia, ricorda: quello che è tuo, è tuo. Anche se altri lo prendono, dentro rimane tuo.
Allora pensava parlasse di una canna da pesca rubata da un coetaneo.
Ora sapeva che era unaltra cosa.
La serata del ventennale della TecnoImpulso fu fissata di venerdì. Nel ristorante Stella del Nord, tre piani attici nel business center centrale. Giulia conosceva bene il posto: era stata lei a proporlo, a compilare la tabella comparativa delle location che io presentai poi come se fosse tutto merito mio.
Tre giorni prima portai a casa la stampa del menù.
Mi serve la tua opinione sugli antipasti. Per i vegetariani mancano opzioni.
Davide, disse lei, vieni qui a chiedermi consigli sul menù, ma non vuoi che io venga alla festa.
Sono due cose diverse.
Sì. Molto diverse.
Aggiustò tre voci a matita e mi restituì la stampa. Presi il foglio senza nemmeno ringraziare.
Il venerdì ero nervoso, agitato. Ricontrollai due volte la cravatta. Chiesi delle gemelli. Sto bene?, domandai.
Benissimo.
Sicura?
Sì.
Partii alle quattro, devo preparare la sala e testare lattrezzatura. Lultima cosa che dissi fu: Non aspettarmi. Torno tardi.
Giulia fece la doccia. Si pettinò con cura. Non scelse il vestito grigio comprato da me, indossò quello verde che si era regalata da sola due anni prima: semplice ma con taglio deciso, il vestito di chi conosce il proprio valore. Scarpe col tacco basso. Orecchini sottili, quelli che Chiara le portò da Milano. Un tocco del profumo Artemide, dalla boccetta preziosa che conservava con cura.
Si guardò allo specchio. Pensò a Claudia con i suoi meli. Alla terra che sa sempre più di noi.
Poi prese la borsa e uscì.
La Stella del Nord era come doveva essere: soffitti alti con pendagli di cristallo che giocavano con la luce; tavoli con tovaglie immacolate e tre calici luno; dal palco musica jazz, lieve; odore di decine di profumi mescolati, raffinati e indistinti.
Giulia lasciò il cappotto al guardaroba. Guardò in giro.
Ottanta invitati già presenti. Uomini in abito, donne in lungo, coppie che a fatica fingevano confidenza. Al bancone quattro ospiti in posa da padroni di casa. Li riconosceva dai report annuali e dai profili aziendali.
Lui, Davide, stava dallaltra parte del salone, con due uomini in giacca chiara, ancora ignaro della sua presenza.
Lei prese un bicchiere dacqua dal vassoio. Restò in disparte, vicino a una colonna. Osservava.
Lui era sicuro. Non gli si poteva negare: gestualità sobria, i sorrisi al momento giusto, lascolto calibrato. Molto aveva imparato anche da lei, che, prima di incontri delicati, lo guidava su postura e linguaggio.
Il suo sguardo passò sulla sala, tornò sui propri interlocutori. Poi si fermò. Laveva vista.
Un secondo di pausa, poi sul suo volto comparve quellespressione che ho sempre chiamato gentile furia: sorrideva, ma qualcosa negli occhi era cambiato.
Si scusò con i colleghi e raggiunse Giulia, rapido.
Cosa ci fai qui? sibilò.
Sono venuta, rispose altrettanto piano. Hai detto che qui non era il mio posto. Volevo verificarlo.
Giulia. Non ora. Non qui. Vai a casa, ti prego.
Ho già sentito tanti per favore da te. Di solito dopo viene: Mi serve che tu. Cosa vuoi ora, Davide?
Che tu non rovini la serata.
Non è ancora rovinata, disse lei calma.
In quel momento li raggiunse un uomo alto, anziano, in completo scuro. Era il dottor Fusari. Giulia lo riconobbe dalla foto nella relazione annuale.
Davide Benassi, disse, mi presenti sua moglie? Non ho mai avuto lonore.
Un attimo di esitazione. Davide sfoderò un sorriso.
Le presento Giulia, mia moglie.
Piacere, le strinse la mano, studiandola. Davide mi ha detto che si occupava di analisi anni fa.
E lo faccio ancora.
In quale settore?
Lo stesso di Davide. Strategia, mercati, dati.
Davide tossicchiò. Giulia mi dà una mano, qualche volta. Piccole cose.
Non sono piccole cose, disse lei tranquilla. Ho scritto io la strategia dei prossimi cinque anni. Quella che presenterete stasera.
Fusari la fissò, poi fissò Davide, poi ancora lei.
Interessante, davvero. Ne parliamo più tardi.
Si congedò con un sorriso, lasciandoli lì.
Gli occhi di Davide ora erano furia e basta.
Capisci cosa hai appena fatto?
Sì, lo capisco.
Vattene ora. Non scherzo.
Resto per la presentazione, rispose.
Lui si allontanò deciso.
Giulia prese un cartoncino col suo nome dal tavolo, lo mise in borsa, senza un perché, poi si aggregò a un gruppo di signore. Una di loro, alta, capelli raccolti, orecchini pesanti in oro, le chiese:
Lei lavora in TecnoImpulso?
No, rispose. Sono la moglie di Davide Benassi.
Ah. Mio marito dice sempre che la moglie che la moglie pensa solo alla casa.
Prima era così ammise. Ora sono uscita a prendere aria.
La signora rise di gusto, sincera. Maria. Mio marito è il direttore finanziario.
Giulia.
Rimasero a parlare. Scoprì che anche Maria aveva lasciato la banca con la nascita dei figli, erano passati quindici anni. Ogni tanto mi chiedo dove sia finita quella che capiva un bilancio a colpo docchio, disse. Non con rimpianto, solo in modo oggettivo.
Non è finita, rispose Giulia.
Davvero lo pensa?
Ne sono certa.
Iniziò la cerimonia. I tavoli furono spostati, un palco si illuminò, lo schermo già pronto. Giulia scelse un posto con vista. Non vicino ai colleghi di Davide, che lavrebbero voluta altrove.
Il direttore generale tracciò la storia dellazienda, parlando di ventanni, ostacoli, squadra. Annunciò che il momento clou sarebbe stato la presentazione della strategia a cinque anni, curata dal direttore strategico, Davide Benassi.
Davide salì sul palco.
Era in forma: completi, postura, sorriso. Giulia pensò: Questuomo in parte lho costruito io. Non tutto, certo. Ma la sicurezza in pubblico, la semplicità comunicativa sulle cose complicate, glielha data lei, anno dopo anno.
Si avviò la presentazione.
Prime tre slide scorrevoli: mercato, competitor, trend. Conosciuti a memoria. Tutto bene.
Poi: il file vero, quello con le proiezioni e i modelli finanziari.
Lo schermo: Inserire la password.
Qualche secondo di silenzio, poi un brusio. Davide digitò qualcosa. Password errata.
Di nuovo. Password errata.
Mormorii in sala. Un tecnico si avvicinò.
Giulia guardava. Lei conosceva la password. Laveva messa lei.
Davide la cercò nella sala con lo sguardo. Si incontrarono.
Il tecnico parlava a bassa voce. Davide annuì. Prese il microfono.
Piccola pausa tecnica, annunciò, impassibile. Sapeva reggere la scena. Scusateci.
Scese dal palco. Venne dritto da lei, monitorato dalla platea.
La password, mormorò.
Pian dei Salici, rispose lei sottovoce.
Davide strinse gli occhi un istante.
Lhai fatto apposta.
Ho protetto il mio documento. Non è vietato.
Giulia, non ora.
Per favore, disse lei. Ma questa volta sul serio.
Prese il microfono, Davide lasciò la presa. Lei raggiunse il centro della sala.
Mi scuso per la pausa, disse senza tremori. La password al documento è il nome del paese dove sono nata e che non esiste più: Pian dei Salici. Ho scritto io questa strategia. Quattro mesi di lavoro. Sono pronta a dare la password e continuare la presentazione. Ma voglio che sappiate chi devessere lautore in copertina.
Silenzio. Sentiva solo il brusio della ventilazione.
Mi chiamo Giulia Benassi. Sono laureata in economia, quindici anni di esperienza pratica, anche se gran parte invisibile. La password è Pian dei Salici, con la maiuscola.
Appoggiò il microfono, raccolse la borsa. Guardò Davide.
Io me ne vado. Non è teatro. Non voglio più essere invisibile.
Attraversò la sala. Normale, non lenta, non veloce: come chi sa dove sta andando.
Al guardaroba attese il cappotto. Il ragazzo la osservò curioso, o così le parve. Uscì.
Nevicava ancora. Inspirò laria fredda. Provò qualcosa di inaspettato: non sollievo, non trionfo. Qualcosa di soft e triste. Come guardare dove cera una casa che non cè più.
Quella notte chiamò Chiara.
Mamma? Va tutto bene?
Sì, niente di grave. Volevo sentirti.
Parli strano.
Sono solo stanca. Come va con papà?
Pausa.
Non bene. Ma è una storia lunga. Quando rientri, te la racconto. Sappi solo che sto bene.
Davvero?
Davvero, tesoro.
Chiara tacque. Poi aggiunse:
Voglio che tu sappia che io vedo cosa fai. Non sono stupida. Ho riconosciuto i tuoi report sulla scrivania di papà. Credevi che non me ne accorgessi?
Giulia tacque qualche secondo.
Avevi notato, ammise.
Sì. E voglio dirti che sono con te. Sempre.
Giulia chiuse forte il telefono. Fuori nevicava ancora.
Grazie, disse. Dormi ora. Parleremo più tardi.
Si coricò, senza aspettare il mio ritorno.
Tornai intorno alle due. Passi leggeri nel corridoio. Sostai davanti alla camera, poi andai in salotto. Mi sdraiai sul divano. Nessuna parola.
La mattina nessuna conversazione. Uscii presto. Lei rimase, sorseggiando il caffè e perdendosi nei pensieri. Non a me rivolti. Pensava al futuro.
Le due settimane seguenti furono stancanti, ma di quella stanchezza che senti quando devi sistemare tutto dopo un trasloco, e le forze mancano per cambiare davvero qualcosa.
Non accennai mai a quella sera. Era già una risposta. Niente scuse, niente come stai, niente.
Giulia scrisse a Fusari. Una mail, due righe. Spiegò, allegò prove: bozze, date di creazione file, dimostrando la paternità delle analisi. Si disse disponibile a un incontro.
Lui rispose il giorno dopo. Sarei felice di incontrarla mercoledì se le va bene.
Arrivò allappuntamento col vestito verde. Ufficio ampio, luminoso, vista sul fiume e sul ponte. Nessun segretario, la accolse lui stesso.
Ho letto tutto, ho controllato. Il lavoro è suo davvero.
Sì.
Davide lo sa?
No. Non è una questione che riguarda lui. Ma me.
La guardò con attenzione, quella dei vecchi professionisti.
Daccordo. Parliamo dei suoi progetti.
E Giulia raccontò.
Poi raccontò ancora. In quei mesi fece colloqui, spiegò la propria esperienza, cosa era in grado di fare e come. Non fu facile: quindici anni di invisibilità si sentono non nelle competenze, ma nel modo di presentarsi. Si sorprese a introdursi dicendo aiutavo, piccole cose. Una vecchia abitudine da cambiare.
La separazione arrivò sei mesi dopo. Senza clamore. Davide offrì la casa; Giulia accettò ma chiese la sua parte anche sulle altre proprietà. Un avvocato trovato da Chiara, una giovane con sguardo sveglio e voce ferma, la assistette. Davide accettò: forse capì che sarebbe stato peggio negarsi.
Un anno dopo, Giulia aprì un proprio studio di consulenza strategica. Piccolo: due collaboratori, lei. Consulenza per aziende medie. Scelse i progetti con cura. Il primo cliente fu una ditta manifatturiera dellhinterland: analisi mercato, piano triennale. Lavorò tre mesi, fu soddisfatta, rinnovarono il contratto.
Poi arrivarono altri.
Fusari le raccomandò due amici. Maria, la collega conosciuta alla Stella del Nord, la cercò dopo otto mesi. Pensavo a quella donna che sapeva leggere i bilanci, ammise, Vorrei tornare a provarci. Comincio da te?
Non faccio coaching, rispose Giulia. Io aiuto le aziende.
E se lazienda fossi io?
Pausa. Vieni mercoledì.
Lo studio era modesto: due scrivanie, una libreria, un divano con plaid lavorato a maglia da una zia del padre. A muro solo una stampa: un fiume, simile a Serena allalba. Niente attestati, troppo simili a una scusa.
A marzo mi chiamai. Quasi un anno preciso dalla Stella del Nord. Lei era in ufficio, sugli ultimi modelli finanziari.
Giulia, dissi, vorrei parlarti.
Dimmi.
Ho un nuovo progetto complicato. Mi serve qualcuno che sa pianificare. Pensavo che potremmo
No.
Nemmeno vuoi ascoltare?
Ho capito. No.
Guardo solo il lavoro, pago bene, è formale. So che prima
Davide. Si irrigidì. Non lavoro con chi non mi fido. È una regola. Non per principio. Solo perché è più facile così.
Pausa lunga.
Capito.
Come va Chiara? chiese.
Ha passato la sessione brillantemente.
Lo so. Me lo ha già detto. È una bella cosa.
Sì. Bello.
Ancora silenzio.
Ti ho vista bene, dissi. Ti ho vista la scorsa settimana in centro. Tu non mi hai notato.
Ero presa.
Sì, probabilmente.
Ancora in silenzio.
Volevo dire che so di aver sbagliato. Non solo quella sera. In generale.
Giulia guardava il fiume sul quadro. La curva della Serena, le canne.
Limportante è capirlo. Una pausa, decisa. Basta così.
Riappese. Attese che la sensazione un misto di pressione e calore svanisse. Tornò ai numeri.
Pensava sempre a Pian dei Salici. Non spesso, ma ci pensava.
A volte la notte cercava sulle mappe il punto esatto. Solo cemento piatto, niente più tracce. Solo chi conosceva i vecchi percorsi poteva ricostruire quale casa fosse dove.
Pensava a quei luoghi spariti non perché deboli, ma perché etichettati come inutili. Paesi, persone, anni.
Ma finché ricordi il profumo del fieno, lalba sopra il fiume, quelle cose esistono ancora. Dentro. In una password, in una pagina.
Pian dei Salici. Con la maiuscola.
Ad aprile arrivò un nuovo cliente. Un trentenne, giovane fondatore di una piccola società logistica. Teso, veloce. Portò una cartella di documenti e partì subito con discorsi su competitor, investitori, crescita. Giulia ascoltò. Poi lo fermò.
Mi fa vedere questa sezione? Qui sono segnati gli asset attuali?
Sì.
Ha calcolato male lammortamento. Qui si perde il 12% della base reale.
Lui la fissò.
Come ha fatto così rapido?
Guardo i numeri, rispose. Da una vita.
Lui fu in silenzio. Poi, per la prima volta, sorrise.
Bene. Lascolto.
Giulia prese la matita.
Cominciamo dallinizio.
Fuori era aprile, uno dei primi veri giorni di caldo. Dalla finestra si vedevano tre betulle, ancora nude ma con gemme già gonfie: a giorni avrebbero messo foglie, e il cortile si sarebbe coperto di quel profumo di primavera, quello vero, che sa di nuovo prima che tutto inizi davvero.
Giulia guardava i numeri. Accanto il caffè ormai freddo. Dallaltra stanza, la sua assistente, Nadia, parlava piano al telefono. In corridoio passi discreti. Un giorno normale. Lavoro normale.
E in questo, cera la verità.
Non nella sera dei lampadari di cristallo, non nello schermo con la scritta Pian dei Salici. Tutto importante, serviva perché qualcosa si spostasse. Ma la certezza era lì: nella stanza con la libreria e il plaid della zia, col caffè ormai freddo, la matita in mano, e davanti un cliente che, per la prima volta, diceva: La ascolto.
Venti anni. Li contava, a volte. Senza rimpianti, ma con consapevolezza. Venti anni sono tanti. Quasi metà della vita. Gli anni persi non tornano, ma non valeva la pena perderli così.
Ma adesso era lì. Con la matita. I numeri. La primavera fuori.
Non riprenderà indietro il tempo andato. Ma i prossimi venti anni, qualunque cosa significhi, saranno diversi.
Allora, disse Giulia, chinandosi sui fogli. Partiamo dalle risorse.
***
Qualche mese dopo Chiara rientrò per le vacanze estive. Una sera, in cucina, sorseggiando tè, osservava la madre come se volesse dire qualcosa, ma non sapeva da dove iniziare.
Mamma, domandò. Sei felice?
Giulia ci pensò, con calma.
Non so se sia la parola giusta, rispose. Ma mi rispetto. E questo è più importante.
Chiara annuì, stringendo la tazza.
Forse è proprio questa la felicità. Solo che non è come nei film.
Sì, convenne Giulia, è diverso.
Fuori era sera fonda. La città borbottava nel suo brusio attutito. Nel bicchiere di Chiara il tè alla menta ormai freddo riempiva la cucina di profumo fresco e limpido. Lontano, centinaia di chilometri laggiù, dove un tempo era Pian dei Salici, forse era sera anche là. Una sera di silenzio. Niente luci, niente persone. Solo terra e cielo.
Giulia aggiunse acqua calda alla sua tazza, stringendola tra le mani. Il calore filtrava dal porcellana, dolce e continuo.
Raccontami dei tuoi studi, disse. Come va con economia?
È dura, rispose Chiara. Il professore ci ha dato un caso da analizzare. Sono bloccata.
Fammi vedere, disse Giulia.
Chiara prese lo zaino, aprì il portatile. Lo mise tra loro sul tavolo.
Ecco, guarda.
Giulia si avvicinò. Prese la matita di sempre.
Qui, disse. Osserva.



