Avevo circa cinque o sei anni, ancora prima di andare a scuola, all’inizio degli anni Novanta, quando nel nostro paese arrivarono dalla città a vivere due pensionati: nonna Vera e zio Alessandro

Avevo cinque o sei anni, ancora prima di iniziare la scuola, allinizio degli anni Novanta, quando nella nostra piccola frazione in provincia di Arezzo vennero a vivere due pensionati arrivati dalla città la signora Rosina e il signor Emilio. Avevano comprato la casa proprio di fronte alla nostra: una casetta bassa, con appena due finestre sulla facciata, ma con un enorme orto dietro, che però non lavoravano più a causa delletà. Ogni giorno passeggiavano a volte in mezzo ai campi, altre volte lungo il torrente, e soltanto di rado si avventuravano fino ad Arezzo per fare la spesa. Vivevano così, in silenzio, senza farsi notare, e non venivano mai da noi, a parte due volte a settimana, quando passavano a prendere il latte. Noi allora avevamo ancora un grande podere, tanti animali, ma i soldi in casa non abbondavano di certo, e la signora Rosina mi faceva sempre trovare qualche regalino di nascosto: una tavoletta di cioccolato, un quadernetto, oppure persino qualche moneta in lire. Non avevano figli, quei due anziani.

Saranno passati tre anni da quando erano venuti a vivere nel nostro paese, quando una sera tardi, in pieno inverno, appena spento il televisore e infilati nei letti, sentimmo battere piano alla finestra. Era la signora Rosina, tutta vestita di nero, che con voce bassa disse: Emilio se nè andato. Aiutammo la povera donna come potevamo per il funerale.

La signora Rosina soffrì molto la perdita del marito, si ammalò e quasi non usciva più di casa. Così io e mia madre cominciammo a farle visita spesso, quasi ogni giorno. Lei, ogni volta che passava un attimo con noi, ci raccontava di come aveva vissuto cinquantadue anni accanto a Emilio, delle fatiche alla fabbrica di pelletteria dove avevano lavorato per una vita, e di come, andati in pensione, avevano deciso di lasciare lappartamento alla nipote e ritirarsi in campagna, tra la natura.

Arrivò la primavera e la signora Rosina si stava riprendendo, sembrava aver quasi fatto pace con la solitudine. Un giorno mi chiamò a casa sua e mi mostrò una scatola di cartone dove si dimenava un cagnolino grigio trovato chissà dove. Io non sono mai stato amante dei cani, ma quando vidi quel batuffolo minuscolo, il cuore mi si sciolse allistante e me ne innamorai perdutamente.

Ancora oggi ricordo la scena: io seduto sul pavimento, che accarezzavo con dita tremanti il piccolo cucciolo, e la signora Rosina che, finalmente, dopo tanto tempo, lasciava scappare sul viso una timida, sdentata risata.

Non abbiamo mai avuto né cani né gatti, né figli noi… Ma stando da sola mi sento persa. Questo esserino lho raccolto stamattina dietro il mercato di Monte San Savino. Guarda che musetto, potevo lasciarlo lì?, raccontava accarezzando il cucciolo coi polpastrelli.

Io fissavo attento il cane, quasi temendo di romperlo solo respirando.
Che cosa mangia? Avrà fame, poverino…, piagnucolai quasi.

Gli ho scaldato un po di latte, ma non sa bere dalla ciotola, ci vorrebbe un biberon. Lo compro domani, sussurrò imbarazzata la signora Rosina.

In un baleno corsi a casa e portai via il biberon di mia sorellina, che dormiva beata nella culla. Il veterinario disse poi che il cagnolino aveva sì e no pochi giorni. Gli davo il latte col biberon, spingendolo piano in bocca, tremando che non mi morisse tra le dita.

Per più di una settimana io e la signora Rosina non riuscivamo a trovare un nome adatto per il cucciolo. Lei voleva dargli un nome buffo per via delle orecchie arruffate, io insistevo con Pace, perché lui non abbaiava mai e stava sempre tranquillo, e anche noi, chini su di lui, ci trattenevamo il fiato. E così nacque Pace, diventato poi Pacino, Pacino bello, il cane nostro e della signora Rosina.

Per mesi, fino quasi allestate, lo abbiamo accudito come un figlio: latte caldo, pappine, carezze. Quando fece caldo lo lasciammo sguazzare tra lerba dellorto. Forse perché era stato abbandonato così piccolo, Pacino era fragile e delicato, poco robusto, sempre bisognoso di cure. Ogni giorno dopo scuola, prima ancora di passare da casa mia, correvo da Rosina per vedere come stava Pacino, poi facevo i compiti, davo una mano con la stalla e infine trascorrevo tutta la sera da lei. Giocavo col cucciolo come fosse un gattino, e la signora Rosina, seduta sul divano con le mani in grembo, ci guardava con gli occhi pieni di tenerezza.

Durante quellestate Pacino crebbe, pur rimanendo piccoletto una razza minuta, non alto più di trenta centimetri. Al mattino me lo portavo dietro a pescare al torrente, oppure ad accompagnare le vacche al pascolo, e quando non potevo stare con lui restava con Rosina, che con la presenza del cane sembrava rinascere: più allegra, con la salute meno fragile. Preparava le pappe solo per lui, lo pettinava, e si comprò addirittura libri sulleducazione dei cani.

Passarono gli anni: uno, due, cinque. Pacino viveva sempre a casa di Rosina, ma ogni mattina era il primo fuori dal mio portone, ad aspettarmi per accompagnarmi fino a scuola erano quasi tre chilometri a piedi. E poi, verso le due, veniva fuori dal nulla fuori scuola e mi riportava a casa. Che piovesse o nevicasse, era sempre con me. Così passarono nove anni.

La scuola nelle nostre zone arrivava solo fino alla terza media, poi bisognava andare ad Arezzo per listituto agrario o allungare il percorso scolastico al capoluogo. In famiglia decidemmo che dovevo andare in città a studiare.

Il giorno della partenza per Arezzo, restai seduto a lungo sullo scalino della casa di Rosina, stringendo Pacino fra le braccia e piangendo in silenzio.

Portalo con te, se non vuoi lasciarlo, piangeva anche lei, accarezzando il cane.

Dove lo porto, signora Rosina? Pacino è vostro. Abbiate cura di voi, mamma verrà ogni giorno, e io vi chiamerò sempre.

Quando il treno partì dalla stazione, io ero fuori dal finestrino che piangevo come un bambino. Pacino, con la lingua di fuori, correva dietro il treno sul marciapiede, senza mai perdere di vista i miei occhi.

Arezzo e gli studi in agraria mi presero totalmente: libri di zootecnia, economia rurale… Amici pochi, tranne un compagno dei tempi delle medie che stava nel mio dormitorio.

Poco prima delle vacanze di Natale, mi chiamò la mamma: La signora Rosina non sta bene, è a letto da una settimana. Anche Pacino non si stacca mai da lei, abbiamo dovuto portargli la ciotola vicino al letto.

Tornai a casa subito, prima del previsto. E davvero trovai Pacino seduto sulla sedia accanto al letto e Rosina che gli accarezzava la testa con una mano fragile. Erano tutti e due dimagriti, occhi lucidi di tristezza. Uno spettacolo da stringere il cuore: una nonna decrepita e il suo ultimo vero compagno, il cane. Pacino non la lasciava un minuto, quasi fosse stretto da un amore mai conosciuto nemmeno per una madre.

Quando ripartii dopo Natale, sapevo benissimo che sarebbe stata lultima volta che vedevo la signora Rosina. Pacino mi accompagnò solo fino al cancello non voleva lasciarla sola. Nel mio cuore sentivo il dolore di questo cane, diventato ormai a tutti gli effetti un figlio per la povera donna.

A febbraio la signora Rosina morì.

Avrà senso, per uno di sedici anni, soffrire tanto per una vecchia e il suo cane? Forse no, non tutti possono capire cosa vuol dire perdere l’unica vera persona cara, ma trovare nel fedele amico a quattro zampe quellamore che sostiene anche nella solitudine. Un cane che, quando ti sopravvive, soffre una pena che noi umani fatichiamo persino a immaginare.

Io riuscii a tornare a casa solo dopo la sessione desami, a fine maggio. Nessuno sapeva dovera finito Pacino. Mia madre mi raccontò che il giorno del funerale aveva corso tutto il tempo intorno alla tomba, cercando di entrarci dentro, tanto che gli operai dovettero allontanarlo a forza. Da lì in poi, era rimasto un paio di settimane nel nostro cortile, nella cuccia che papà aveva costruito apposta per lui, ma Pacino proprio non ci voleva stare, preferiva restare vicino alla vecchia casa di Rosina. Poi, verso metà maggio, scomparve. Non mi aveva aspettato.

Trascorsi buona parte dellestate tra le frazioni dei dintorni, cercando Pacino, mostrando la sua fotografia, domandando a tutti. Niente. Avevo questa idea fissa: quando videro calare nella tomba la signora Rosina, Pacino avrà creduto che prima o poi sarebbe tornata a casa. Lha aspettata, e poi se nè andato per trovarla. Solo Dio sa dove.

Venne agosto.

Un giorno tutta la famiglia decise di andare al cimitero di Monte San Savino, dove avevamo sepolto i parenti. Cinquanta chilometri da casa, mai avrei pensato di trovare lì una qualche traccia di Pacino.

Ma appena scesi dallauto davanti alla chiesa, vedi una creatura sporca, ossuta, con le orecchie puntate e la lingua di fuori che correva verso di me a tutta velocità. Era Pacino.

Caddi in ginocchio piangendo come un bambino.

Pacino, amore mio! Ti ho cercato tutta lestate e tu eri qui!

Lui saltò addosso, mi leccava il volto, era evidente che anche lui piangeva. Appena mi rialzavo, saltava fino a sfiorarmi col muso la testa. Era sporco, magro, ma i suoi occhi splendenti erano solo per me. Gli svuotai davanti tutta la merenda che avevamo portato: panini con la mortadella, polpette, crostate. Divorava ogni boccone senza mai distogliere lo sguardo dai miei occhi lucidi.

È il vostro cane quello?, domandò una donna che usciva dalla chiesa.

È lui, Pacino, il nostro cane, rispose mia madre asciugandosi le lacrime.

Qui in paese lo conosciamo da maggio. Sta sempre là, su una tomba. Scava, scava, come se volesse tirare fuori qualcuno. Ho dovuto rimettere in ordine la terra più volte…, spiegò la donna.

Era la tomba di Rosina, era evidente.

Andammo tra le lapidi dei nostri cari e Pacino mi fece sempre compagnia, senza mai allontanarsi. Tutta la terra dove riposava Rosina era rivoltata dalle sue zampette, specialmente dal lato dove era posta la lapide.

Mio padre aggiustò la croce, mia madre sistemò i fiori, io rimasi accovacciato tenendomi Pacino in braccio, che ora guardava me, ora la tomba e ogni tanto mi leccava la faccia.

Non costringerlo ad andarsene con noi. Se vuole rimanere qui, lascia che scelga lui, mi disse piano mio padre, sedendosi accanto a me.

Non voglio lasciarlo qua, tra poco arriverà lautunno e poi il freddo. Ormai Pacino non è più un cucciolo, ha quasi dieci anni, risposi. Ma sapevo nel cuore che, se avesse deciso di restare, quei cinquanta chilometri li avrebbe rifatti a piedi.

Quando ci allontanammo dalla tomba, Pacino era indeciso. Saltava tra il cippo di Rosina e noi, poi, quando aprii lauto, si fermò solo un attimo a guardare indietro e poi saltò in braccio a me, nel sedile posteriore.

Pacino mio, giuro che non ti lascio mai più solo, dissi tra le lacrime, stringendolo forte.

Questesperienza mi ha insegnato che la fedeltà e lamore non hanno limiti: che un cane può insegnarti più della vita stessa cosa sia il sentimento, la perdita, il coraggio di ricominciare. Ed è grazie a Pacino e alla signora Rosina che so quanto siano preziosi gli affetti, anche quelli che durano poco, ma cambiano il cuore per sempre.

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