Non si torna indietro

Non cè più ritorno

Nadia posò la tazza sul tavolo e fissò suo marito. Lui era fermo davanti allo specchio dellingresso, intento a sistemarsi il colletto della camicia nuova. Era una camicia aderente, di quelle a quadrettini piccoli che vanno bene su venticinquenni, mica su uomini che tra un mese ne compiono cinquanta.

Giorgio, ma vai a lavoro o esci da qualche parte?

A lavoro, dove vuoi che vada

Chiedevo, basta. Non ti avevo mai visto con una cosa così addosso.

Lui si voltò. Nei suoi occhi cera qualcosa che non era più di casa. Un non so che di distante, impaziente, come se avesse fretta e lei fosse un ostacolo da superare.

Nadia, la gente si rinnova il guardaroba. È normale.

Per carità, mica dico nulla.

Ecco, appunto. Non dici nulla, ma mi guardi così

Si mise il cappotto. Non quello grigio, consunto, che pendeva al suo solito posto da almeno sette anni, ma uno nuovo, blu notte, corto, ben tagliato. Nadia lo seguì con lo sguardo, poi raccolse la tazza e lasciò la stanza, andando in cucina. Fuori, primi di marzo, grigio e pioggia fine. Sul davanzale troneggiava la solita geranio che lei annaffiava ogni martedì, le foglie carnose e dal profumo leggermente pungente odore di casa. Poggiò la fronte al vetro. Le venne da pensare che lultima volta usciti insieme, lei e Giorgio, era stato ad ottobre. Teatro, spettacolo che a lei era piaciuto e lui, durante tutto il ritorno, non aveva aperto bocca.

Venticinque anni. Ormai aveva smesso di contarli in giorni.

Nadia lavorava come contabile in una piccola impresa edile ai margini di Bologna. Posto tranquillo, ambiente sempre uguale. Lì la stimavano: tutti, anche chi aveva più anni di lei, la chiamavano signora Nadia. Precisa, ordinata, mai un minuto di ritardo. Anche a casa, regole precise. Ogni domenica cambiava la tovaglia del tavolo della cucina: lino chiaro, righe sottili. Aveva una vestaglia morbida, color panna, comprata tre anni prima: la metteva solo dentro casa, come se dovesse tenere insieme sé stessa. La sera adorava leggere un libro e bere tè con marmellata di ribes nero, cucinata a fine agosto. Tutto nella sua vita era filato come un vestito ben cucito: niente in più, niente fuori misura.

I cambiamenti in Giorgio erano cominciati più o meno a febbraio. Prima si era iscritto in palestra. Normale, okay, però il modo in cui glielo aveva detto a cena Non vorrei stare in salute, bensì non ne posso più di sentirmi a pezzi. Nadia, allora, ci aveva pensato poco. Gli uomini, a quelletà, lo sapeva, cominciano a sentirsi vecchi. Crisi di mezza età: tapirulan, diete, la voglia di dimostrare a sé stessi che non è tutto finito. Che provasse pure, male non fa.

Poi, il profumo. Dolce, pungente, chimico: niente a che vedere con quello che usava di solito, più legnoso, appena accennato. Questo nuovo persistente: lo sentiva in ingresso anche ore dopo che lui era uscito. Una volta, tirò giù lo spray dalla mensola del bagno e lesse la marca: qualcosa di inventato, nome straniero, flacone nero e argento. Lo rimise subito dovera.

Dopo la camicia, ne spuntò unaltra. Dopo ancora, i jeans: li aveva scovati casualmente mentre sistemava larmadio. Stretti, con le ginocchia effetto vissuto. Costosi, si capiva al tatto. Li appese di nuovo senza dir niente.

A marzo, Giorgio cominciò a trattenersi fuori dopo lavoro. Prima una volta la settimana, poi due, poi di più. Scuse semplici: riunione con il collega, progetto urgente, un salto da un amico. Nadia ascoltava, annuiva. Venticinque anni: passare la vita a credere a una persona, o tanto valeva lasciar perdere tutto dal principio.

Eppure sentiva una fitta, lieve, come la cicatrice che, quando piove, ricomincia a farsi sentire.

In aprile si accorse che Giorgio guardava il telefono in modo diverso. Prima lo mollava ovunque, ora ce laveva sempre addosso. Se squillava, usciva dalla stanza. Una volta lei era entrata in cucina e lui, di scatto, aveva girato lo schermo a faccia in giù, chiedendole se servisse aiuto per la cena. Strano, non laveva mai fatta prima una cosa così.

Lamica storica, Silvia, fu la prima a dirle pane al pane.

Nadia, dai, non lo vedi? È la solita storia. Crisi di mezza età. Mio marito a quarantottanni si è comprato la moto, è andato in giro tre mesi in giacca di pelle. Poi si è stufato e lha rivenduta.

Eh, Giorgio non è di quel tipo.

Ma sono tutti non di quel tipo, fino a che lo diventano.

Silvia, lascia stare…

Io te lo dico perché ti voglio bene. Inizia a guardarti intorno.

Nadia guardava. Tanto più guardava, tanto meno capiva cosa dovesse vedere. Giorgio a casa cera, mangiava, dormiva, ogni tanto parlava del lavoro, delle cose da sistemare nel bagno. Tutto come sempre e insieme, tutto diverso. Lontano, ma senza cattiveria. Parlava, ma pareva farlo solo per dovere.

Una sera chiese apertamente, mentre bevevano il tè in cucina. Gli offrì prima la tazza, come sempre, e mise il piattino dei biscotti davanti a lui.

Giorgio, va tutto bene?

Sì. Tutto a posto.

È che ti sento distante, ultimamente.

Lui la guardò dritto negli occhi.

Nadia, sono solo stanco. Al lavoro è un macello.

Capisco. Ti chiedo solo per sapere.

Tutto bene, ripeté lui, prendendo un biscotto.

A maggio faceva caldo. Nadia aveva sistemato le solite petunie sul balcone, comprate come sempre dalla stessa vecchietta al mercato. Rosse e bianche, in cassette lunghe. Ne aveva cura, le annaffiava ogni mattina, seguiva ogni nuovo germoglio con pazienza. Era il suo piccolo piacere innocente: crescere senza chiedere nulla.

Quel mese Giorgio tornò un paio di volte a mezzanotte. Diceva che cerano state cene di lavoro. Nadia non discuteva. Restava a letto, ascoltava i suoi passi in bagno, il pavimento che scricchiolava in camera. Poi, per lei, addormentarsi era difficile.

Una notte non resisté e chiese chiaro e tondo:

Giorgio, cè unaltra donna?

Lui rimase zitto, immobile. Quella pausa pesava più di un no.

Perché lo pensi?

Chiedo solo.

Nadia, ti prego, non iniziare

Va bene, rispose lei. E non domandò più.

Dentro però qualcosa si era spostato. Non si era spezzato, no. Ma era come se qualcuno avesse traslocato la credenza un po troppo a sinistra: la stanza non era più la stessa.

Destate Giorgio dormì fuori casa, da un amico, ogni tanto. Una, due, tre volte. Nadia gli preparava le camicie da mettere in valigia, in silenzio. Si ripeteva che forse Silvia aveva ragione: crisi di mezza età. Gli uomini si perdono. Prima o poi si ritrovano. Venticinque anni insieme non si buttano così.

A metà luglio lui si sedette di fronte a lei, al tavolo della cucina. Addosso la stessa camicia a quadretti, quella di marzo. Le mani intrecciate, lo sguardo assente fisso fuori dalla finestra. La geranio sul davanzale. Nadia era seduta col tè, aspettava. Sentiva che lui avrebbe parlato, forse lo sapeva già da tempo.

Nadia, dobbiamo parlare.

Dimmi.

Me ne vado.

Lei abbassò piano la tazza. Era ancora caldo, sentiva il calore nella ceramica.

Da chi vai?

Pausa.

Si chiama Alessia. Ha ventidue anni. Ci conosciamo da sei mesi.

Sul balcone del vicino qualcuno innaffiava i fiori. Le gocce battevano sul parapetto come una nenia.

Quindi da febbraio? chiese Nadia.

Più o meno.

Quando compravi le camicie nuove.

Nadia, basta

Non ti sto accusando. Solo cerco di capire come è andata.

Lui la fissava con una strana sorpresa colpevole. Probabilmente si aspettava lacrime, urla. Qualcosa che gli desse diritto di sentirsi dalla parte della ragione.

Tu non capisci, disse lui. Voglio sentirmi vivo. Voglio credere che non sia tutto finito. Guardaci: sembriamo due vecchietti.

Hai quarantanove anni, Giorgio.

Appunto.

Spiegami cosè che intendi.

Si alzò di scatto. Fece due passi, lavò la tazza. Un gesto a caso, per non doverla guardare negli occhi.

Viviamo come coinquilini. Sempre le stesse cose. La tovaglia, la geranio, il tè alle otto. Questa non è vita, è routine un pantano.

No Giorgio, questa è una casa, rispose lei piano. Una vita che ho costruito in venticinque anni.

Lo so. Ti sono grato, davvero. Ma non ce la faccio più.

Lo guardava e pensava: forse non lho mai conosciuto davvero. Non perché sia cambiato lui. Ma perché magari è stato sempre così e io ho visto solo quello che volevo vedere.

Vieni a prendere le tue robe oggi?

Sembrò stupito.

No, piano piano.

Va bene.

Si alzò, versò il resto del tè nel lavandino, posò la tazza accanto alla sua. Prese lo strofinaccio, si asciugò le mani e uscì. In soggiorno aprì la finestra. Caldo, aria di asfalto, odore di tiglio dalla piccola ciclabile sotto casa. Respirò. Pensò che il giorno dopo avrebbe dovuto annaffiare le petunie. E che in frigo stava finendo il burro.

In quei momenti, rifugiarsi nei dettagli protegge meglio di mille frasi fatte.

Le prime settimane senza di lui furono surreali. Non pesanti, nel senso che non si alzava dal letto o non riusciva a mangiare. Si alzava, mangiava, andava a lavorare, annaffiava i fiori. Ma era come se in casa fosse calato il silenzio. Cera una strana quiete, troppo quieta. Nel bagno i suoi oggetti non cerano più, lattaccapanni in ingresso sembrava vuoto. Nadia comprò un gancio nuovo e ci appese la borsa, per non vedere il vuoto.

Silvia si presentò subito, il primo fine settimana. Portò una torta salata e rimase fino a sera.

Come va?

Bene.

Nadia, sono seria.

Anche io. Bene, nel senso di male ma normale. Capisci la differenza?

Certo, Silvia stette zitta un attimo. Almeno ti ha dato due spiegazioni?

Sì. Ha detto che siamo invecchiati e che la vita era routine.

Routine Che roba!

Ecco. Si vede parlava di sé, non di me.

Nadia mise altro tè nelle tazze. Afuera calava la sera, la cucina si scaldava della lampada sopra il tavolo, la torta salata sulla tavoletta e quel senso di pace che lei sapeva creare. E dun tratto si accorse che il calore lo sapeva dare, solo che ormai non serviva più a nessuno, se non a se stessa.

Silvia, ha ventidue anni.

Lo immaginavo.

Non è gelosia. È unequazione assurda. Io a ventidue anni ero una ragazzina e lui già adulto. Ora lui si accompagna a una ventiduenne.

Vogliono tornare indietro. Sempre così.

Il tempo non si riprende.

No. Non ancora, almeno lui non lha capito.

Nadia non rispose. Sentiva che doveva capire qualcosa di importante, ancora non aveva chiaro cosa. Cera qualcosa di sbagliato, come un mobile fuori posto: lo spazio cera, camminarci era più difficile.

In ufficio nessuno sapeva nulla. Lei non aveva detto niente. Qualcuno notò che era diventata più silenziosa, ma la signora Nadia non era mai stata una chiacchierona. Una collega giovane, Caterina, una volta le chiese se andava tutto bene. Nadia rispose che sì, solo un po stanca. Caterina le portò un caffè dalla macchinetta: un piccolo gesto dolce, inaspettato.

Agosto passò in uno stordimento dolce-amaro. Nadia preparava le confetture, come ogni anno. Le schiume le raccoglieva sempre nello stesso bicchiere, quello che poi svuotava da sola sul pane bianco. Questanno i ribes neri erano grossi e dolci. I barattoli, messi in fila in dispensa, le davano un senso di ordine. Come se la vita andasse avanti, al di là di tutto.

Un sabato mattina Giorgio la chiamò per prendere le ultime cose. Lei aprì la porta, lo fece passare. Raccolse alcune cose, qualche libro, gli attrezzi, la cartella con i documenti. In cucina rimase più a lungo. Osservò la tavola, la geranio.

Come va?

Bene.

Non avercela con me.

Non ce lho, Giorgio. Sto vivendo.

Un cenno di lui, poi via. Nadia chiuse dietro la porta e ascoltò i suoi passi scendere le scale. Poi si preparò le uova strapazzate: tre, un po di prezzemolo. Mangiare, lavare, annaffiare le petunie. Ormai erano quasi sfiorite. Settembre era vicino.

Il divorzio arrivò in ottobre, veloce, senza drammi. Aveva trovato unavvocatessa brava, svelta. La casa era intestata a Nadia dal principio, non cera molto da spartire. Giorgio non fece storie. Forse, nella vita nuova, non cera spazio per i patteggiamenti su quella vecchia.

Nadia uscì dal tribunale, si fermò sulla scalinata, annusò la pioggia sottile. Risollevò il bavero, andò a prendere il pane. Fece la fila, tornò a casa con una treccia al papavero. Mise a bollire il tè, tagliò una fetta, seduta davanti alla finestra mentre lautunno sistemava la città, foglia dopo foglia.

Leggendo poi su internet, le capitò una frase: Il vero strappo, quando si parla di coppia, avviene molto prima della separazione. Quanto era vero, pensava. Il filo si era rotto mesi prima, quando lei notava i suoi silenzi, il telefono voltato, la distanza. Solo che si era ostinata a non chiamarlo col suo vero nome.

A novembre, col freddo, cambiò ritmo. Si iscrisse ad un corso di acquerello: era tempo che ci pensava. Ogni mercoledì andava in una piccola scuola vicino casa, odore di carta bagnata e colori, ambiente dove nessuno la conosceva. Disegnava male, le macchie non erano mai al posto giusto, le proporzioni stentavano. Ma quel fare piano, attento, le piaceva da matti.

La maestra, una donna coi capelli dargento raccolti e orecchini vistosi, le disse un giorno:

Bisogna essere più coraggiosa, cara. La carta regge.

Nadia pensò che una frase così vale per tante cose.

Silvia la chiamava ancora ogni settimana, a volte passava da lei. Parlavano di libri, di novità, di quello che succedeva in giro. Col tempo, i discorsi su Giorgio si fecero rari e corti. Nadia lo notava con una certa soddisfazione sommessa. Non perché non le importasse più, ma perché finalmente qualcosa, nella sua vita, riempiva pian piano lo spazio vuoto che lui aveva lasciato.

Ogni tanto la domanda tornava: che cosa ho sbagliato? Le donne a quaranta, cinquanta anni, quando il marito le lascia per una giovane, se lo chiedono tutte. Nadia cercava una risposta onesta: aveva curato la casa, era fedele, mai una scenata, lavorava, non chiedeva mai nulla. Forse questo era lerrore. Aver pensato che bastasse.

Però poi, anche quel pensiero spariva. Perché, se doveva essere sincera, non sapeva davvero cosa avrebbe cambiato.

Arrivò linverno e portò tanta neve. Nadia comprò stivaletti nuovi, comodi, basso tacco, bordeaux scuri. Una collega le disse che la stavano proprio bene: una sciocchezza, ma le rimase per tutta la giornata.

Poi, a gennaio, chiamò Silvia. Aveva la voce strana, una via di mezzo fra lagitato e il preoccupato.

Nadia, sei in piedi?

Sì, sono ai fornelli. Che succede?

Hai sentito di Giorgio?

No. Non ci sentiamo mai.

Gli è preso un colpo. Attacco al cuore. In discoteca, pensa.

Nadia abbassò il fuoco.

Davvero?

Sì. Me lo ha detto Tamara dallufficio. Ballava, boom, è caduto. Ambulanza subito.

Campa?

Sì, è vivo. Ricoverato, sembra sia stato un fatto serio.

Nadia rimase zitta. Fuori, grossi fiocchi di neve.

Che vita ha fatto questi mesi?

Beh, a quanto pare ci è dato sotto. Quella ragazza, Alessia, con lei sempre in giro: discoteche, locali, dormivano allalba. E in palestra continuava a stressarsi. Ovviamente, il suo fisico non regge un ritmo così.

Capisco.

Che farai?

Non lo so ancora.

Riagganciò e restò alla finestra. La neve cadeva dritta, nel cortile i bambini facevano i pupazzi. Lei li guardava cercando di capire cosa provava. Forse paura. Forse stanchezza. E sul fondo, una punta di sollievo: essere casa, non là.

Il giorno dopo chiamò lospedale. Confermarono che stava meglio, le visite erano ammesse.

Prese una borsa: acqua minerale, mele, qualche biscotto fatto da lei il giorno prima. Ci mise pensiero e praticità. Salì in autobus, giacca infilata fino al mento, e andò.

Lospedale aveva il classico odore: caldo asettico, disinfettante e quellansia sottile che permea i corridoi. Nadia trovò la stanza, si annunciò al banco, una giovane infermiera la indirizzò.

Entrò piano. Quattro letti, solo uno occupato: Giorgio, vicino alla finestra. Era fisicamente diverso: o forse erano i suoi occhi a essere nuovi. Più magro, volto smunto, occhiaie profonde. Non più un giovane uomo ritrovato, ma uno che aveva tentato qualcosa sopra le sue forze.

La vide e ci mise qualche secondo a registrare.

Nadia

Ciao Giorgio.

Posò la borsa, prese una sedia, si accomodò.

Non pensavo saresti venuta.

Ma sono venuta.

Lui la fissava, negli occhi cera di tutto.

Come ti senti?

Meglio. Ieri temevo il peggio, oggi va un po meglio. Dicono che devo stare qui almeno una settimana.

Fai bene a riposare.

Nadia si interruppe. Alessia, non è venuta. Lho chiamata appena mi hanno portato qui. Ha detto che sarebbe arrivata. Mai vista.

Nadia guardò nel sacchetto delle mele, poi di nuovo lui.

Lo so.

Da cosa?

Lho capito, dai.

Chiuse gli occhi, restò in silenzio. Poi sussurrò:

Sono stato uno stupido, Nadia.

Forse sì.

Non forse. Sicuro. Mi sono illuso. Vedevo in quella ragazza la gioventù che ormai ho perso. Mi sentivo di nuovo ventenne. Capisci?

Capisco.

E invece ero solo un vecchio, che piaceva finché aveva la carta di credito pronta

Nadia non replicò. Fuori, cielo invernale blu.

Vorrei chiederti perdono.

Non adesso. Sei debole, pensa a guarire.

No Nadia, lascia che lo dica. Tu hai costruito una casa, io lho chiamata palude. Ho sbagliato.

Lo guardava le mani sul lenzuolo quelle mani che conosceva da una vita. Le mani non cambiano mai troppo, anche a distanza di anni.

Nadia. Voglio tornare a casa.

La camera divenne di colpo pesante di silenzio.

Mi senti?

Sì.

Voglio tornare. Ho capito in questi mesi cosa manca senza di te. La nostra era vita vera, tutto il resto era solo unillusione.

Nadia si alzò, si affacciò alla finestra. Sul ramo di un albero spoglio si era posato un merlo grigio. Lei fissava quelluccello, ascoltava e pensava senza sconti.

Cosa prova per lui ora? Cercava una risposta sincera. E trovava solo una strana calma. Non fredda, solo calma. Come il dolore che un giorno, a forza, se ne va.

Giorgio, ti rimetterai. Ti daranno le cure, ti rimetterai in piedi.

Non mi riferivo solo alla salute.

So a cosa vuoi arrivare. E sono contenta di essere venuta. Ma io non torno più indietro.

Qualcosa nel suo volto tremò impercettibile.

Perché no?

Nadia provò a rispondere col massimo di sincerità e meno cattiveria possibile.

Perché oggi ti voglio bene, perfino. Provo preoccupazione. Ma non è lamore di una volta. Sai la differenza?

Potresti tornare a volerlo

No. Alcune cose finiscono per davvero. Non per offesa. Come il pozzo secco, non cè più acqua.

Ti prego.

Sono venuta perché ci tengo. Ecco perché ti ho portato le mele e lacqua. Perché questo sentimento è vero. Ma la vita di prima non potrei riprenderla nemmeno volendo. Non la riconosco più, non cè.

Lui chiuse gli occhi. Rimase zitto. Poi, piano:

Capisco.

Ecco, va bene così.

Prese il cappotto, lo aggiustò. Sistemò il bavero.

Avviso linfermiera, di te. Chiama tuo figlio, mi raccomando.

Non ci sentiamo molto

Fai come credi. Anche lui è tuo figlio.

Prese la borsa, andò verso la porta. Si fermò.

Prendi le mele, sono gala. Fanno bene.

Uscì, chiudendo piano.

Il corridoio odorava di riscaldamento e disinfettante. Passò davanti alle infermiere, annuì e scese. Sulluscita, aria fresca e odore di neve. Bus veloce, posto finestrino. Bologna innevata scorreva fuori: alberi scheletriti, lampioni, passi frettolosi.

Pensava che la cosa più dura quando un uomo ti lascia per una giovane non è la partenza. È il dopo. Capire come andare avanti. Non vendicarsi, non sperare, non voltarsi. Ma costruire altro. Ed è molto più difficile di quanto sembri.

Guardava ancora di fianco: mercoledì avrebbe avuto il corso di acquerello. Si lavorava sul paesaggio invernale. Lei aveva ancora difficoltà coi riflessi nel manto nevoso, a mescolare blu e grigio nei punti giusti. Ma avrebbe provato.

Scese alla sua fermata, rabbrividì, chiuse tutti i bottoni. Strada nota: la farmacia, il panificio, il cortile con laltalena vuota. Salì fino al suo piano, aprì la porta. Dentro era caldo, e lodore di casa le entrò nelle narici. Togliersi gli stivali, infilare le pantofole. In cucina posò la borsa, mise a bollire il tè. Aggiustò la tovaglia, lisciò langolo, abitudine.

Aspettando il bollitore, si avvicinò alla finestra. La geranio sempre lì, solo un po impolverata sulle foglie passerà un panno domani.

Scattò il bollitore. Versò il tè, stringendo la tazza tra le mani per scaldarsi.

Fuori i lampioni si accendevano in fila, come ogni gennaio, pigri e svogliati.

Nadia sorseggiò e pensò che venerdì sarebbe andata al mercato a prendere latte e uova. E magari ancora qualche mela gala, ché ci faceva una torta per Silvia, che le chiedeva da settimane la ricetta.

Ecco, questo avrebbe fatto venerdì.

E mercoledì avrebbe dipinto la neve.

***

La città viveva rumorosa e confusa di là dai vetri. Ma lì, nella cucina con la geranio sul davanzale, cera silenzio, il suo silenzio. E non lavrebbe ceduto per niente.

Il telefono sul tavolo. Lui magari avrebbe chiamato. Magari chiedere ancora. Lei avrebbe risposto, chiesto come stava, raccomandato di ascoltare i dottori. Non avrebbe saputo fare diversamente.

Ma indietro non sarebbe tornata.

Lo sai, Nadia, si disse piano, e la sua voce nella cucina vuota suonò salda, non era un pantano. Era vita. Solo non la sua.

Finì il tè, posò la tazza. In salotto accese labat-jour: la luce di sopra mai le era piaciuta per leggere.

Sul tavolino il libro, segnalibro a metà pagina. Lo aprì là dove era rimasta, e si immerse nella lettura. Fuori, i fiocchi lievi. La geranio, la tovaglia, tutto al suo posto.

Tutto doveva stare al suo posto.

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