Da quando a Tosca hanno portato via ciò che aveva di più prezioso, non è più entrata nella cuccia. Ora dorme direttamente sulla nuda terra, quasi non mangia più e non dà alcun segno di reagire nemmeno all’unico amico che le è rimasto, Sergio…

Dal giorno in cui mi hanno portato via ciò che avevo di più caro, non sono più entrato nella mia cuccia. Ho cominciato a dormire direttamente sul terreno umido. Quasi non tocco più cibo. Non ho più forze nemmeno per avere attenzione per il mio unico amico rimasto, Sergio

È arrivato un altro novembre. Ogni giornata diventava più fredda: il cielo era quasi sempre coperto da una coltre grigia e pesante, e la gente si avvolgeva nei cappotti di lana e nelle sciarpe spesse. Nellaria si sentiva già larrivo imminente dellinverno e per me, Tosco, era chiaro che presto sarebbe caduta la neve.

Mi chiedo quando riempiranno la mia cuccia di fieno caldo? Ho abbastanza pelo per resistere, ma la notte il freddo mi entra fin nelle ossa pensavo allungato sulla terra umida.

Con lo sguardo assente seguivo le mosse dei magazzinieri: passavano avanti e indietro nel cortile, trascinando scatoloni e caricandoli su furgoni che lasciavano nellaria un odore forte e spiacevole. Nessuno si preoccupava minimamente di quel vecchio cane da guardia che ero diventato.

Che fai sdraiato lì? sentii una voce. Mi ci avvicinò il custode del magazzino, uscito dalla portineria con la sigaretta tra le dita. Ti hanno preso per sorvegliare il capannone, non per oziare come un pelandrone! Tsk!

Sputò rabbioso vicino a me e si allontanò. Si chiamava Valerio e non mi aveva mai sopportato, fin da quando ero un cucciolo senza un vero motivo, solo così, senza ragione.

Poco dopo, parcheggiò davanti al magazzino unauto verde scura. Mi rialzai subito sulle zampe.

Ciao, amico mio si avvicinò Sergio, col berretto calcato sulla testa e la barba di qualche giorno. Sono venuto a riscaldarti un po.

Sergio era lunico tra tutti che davvero mi voleva bene. Per me aveva sempre una carezza e qualcosa di buono da offrire. Anche nel suo giorno libero si ricordava di me: portò del fieno fresco per non farmi gelare.

Riempì la cuccia con cura, poi tirò fuori dal baule una ciotola piena di minestra calda con carne. Aspettò che finissi tutto, portò via la ciotola vuota per lavarla, e solo allora risalì in macchina e se ne andò.

Rimasi di nuovo da solo. Per fortuna era già quasi notte dormendo, almeno, ci si dimentica della solitudine che ormai mi accompagna sempre.

Quando il buio calò su tutto, mi diressi verso la cuccia. Stavo per entrarci quando mi bloccai allimprovviso.

Nel profondo del fieno brillavano due occhi verdi, spaventosi come smeraldi. Un miagolio duro e minaccioso riempì laria.

Guardai senza cattiveria lospite inattesa. Davanti a me cera una gatta nera, magra, dagli occhi enormi e allarmati, che parevano dire chiaramente:

“Non toccarmi. Non scherzare con me!”

Nonostante il suo aspetto arcigno, mi sentii stranamente felice.

La cuccia è piccola, ma in due ci si sta, pensai, fiducioso.

Feci un passo avanti, ma la gatta alzò immediatamente una zampetta con gli artigli affilati come rasoi.

Fsss! rispose lei alle mie buone intenzioni.

Va bene, posso dormire anche fuori, decisi tranquillo e mi sdraiai davanti allentrata della mia cuccia.

Mi svegliai presto, nella speranza della colazione, attesa ogni giorno con impazienza. Guardando verso la cuccia, vidi la gatta nera che dormiva profondamente.

Comè carina!

Valerio uscì dalla portineria, con la faccia assonnata e scocciata, e mi lanciò degli avanzi. Nessun accenno di cibo decente, anche se da regolamento ne avrei diritto. A lui non importava: buttava quello che trovava. Spesso, dopo quel pasto, mi si stringeva lo stomaco, ma non avevo nessuno a cui lamentarmi.

Fiutando il cibo, sentii subito un odore diverso.

La gatta! Senza aver paura di me, sedeva accanto, mangiucchiando una buccia di salame come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Ero contento di poter offrire qualcosa da mangiare ad un animale così magro.

Lei mi guardò diffidente, pronta a scattare. Io invece rosicchiavo il pane, osservandola curioso.

Perché è così nervosa? Forse vuole anche lei un po di pane? pensai, imbarazzato, lasciando il mio pezzo per lei.

Passammo la giornata a studiarci. Lei con diffidenza, io con gentile curiosità.

La sera, Valerio, finito il suo turno, buttò ancora una volta qualche avanzo. La gatta fiondò subito a mangiare.

Ma guarda qui! esclamò lui, sorpreso. Unaltra strega! Fuori dai piedi!

La micia saltò dietro di me. In un primo momento fui sorpreso, poi divenni minaccioso: i peli sulla schiena si rizzarono e mostrai i denti.

Valerio sbuffò con disprezzo e se ne andò frettolosamente. Il guardiano del turno dopo non ci degnò nemmeno di uno sguardo.

La gatta mi rivolse uno sguardo che era insieme composto e riconoscente. Io pensai:

“Valerio lha chiamata strega sarà il suo nome. Forse davvero si chiama così…”

Decisi: la gatta si sarebbe chiamata Strega.

Arrivò presto il gelo. Strega si sistemò ancora una volta nel fieno. Non volevo disturbarla, ma misi la testa dentro alla cuccia.

Lei incontrò i miei occhi pieni di scuse e, nonostante tutto, fece un piccolo spazio accanto a sé. Così passammo tutta la notte, accoccolati uno contro laltro. Non avevo mai dormito così bene.

Da allora siamo diventati inseparabili: io e Strega mangiavamo, dormivamo e parlavamo insieme nel nostro linguaggio animale.

Quando Sergio vide la gatta nera sdraiata vicino a me, rimase di stucco: così minuscola e fragile eppure per nulla intimorita.

Poi comprese: tra animali cè lamore, e davanti allamore non esistono differenze di taglia.

Sergio cominciò a prendersi cura anche di Strega: la portò dal veterinario, le spazzolò il pelo, le portò cibo buono. In poche settimane si riprese alla grande.

Solo Valerio continuava a disturbare la nostra pace. Si era convinto che quella gatta nera portasse sfortuna e decise di liberarsene.

Un giorno provò addirittura ad avvelenarla, ma fiutai subito lodore sospetto e la salvai ero sempre allerta.

In una notte particolarmente fredda, io e Strega ci stringevamo nella cuccia. Le leccavo lennesimo graffio lei finiva sempre nei pasticci.

Allimprovviso percepimmo un odore strano

Balzai fuori abbaiando con tutte le forze. Fuoco! Il magazzino stava bruciando!

Valerio uscì di corsa e bestemmiando frugava nelle tasche: il telefono non cera.

Strega miagolò flebilmente. Il custode si voltò la gatta era accanto al cellulare caduto per terra.

Maledetta strega! la strattonò via, afferrò il telefono e chiamò i vigili del fuoco.

Corsi dalla mia compagna. Lei, zoppicando, si allontanò dal fumo. La seguii: ci rifugiammo nei cespugli finché il fuoco non fu spento.

Quando tutto finì, Valerio ci lanciò uno sguardo carico dodio.

La sera dopo sentii una conversazione vicino al gabbiotto.

Te lo dico, porta solo guai. Lhai vista negli occhi? Una vera strega! insisteva Valerio.

E cosa proponi? domandò qualcuno, annoiato.

Portiamola nel bosco. E basta.

Rimasi impietrito. Il cuore si strinse dolorosamente. Mi accostai a Strega, che dormiva ignara.

Sei impazzito? Morirebbe là! si oppose Sergio.

E chissenefrega! Non basta lincendio?

In effetti si dice che i gatti neri portino sfortuna aggiunse qualcun altro.

Nessuno la porterà da nessuna parte. Siete bambini, tagliò corto Sergio, andandosene.

Arrivò il mattino. Mi stiracchiai, sbadigliai. Distinto cercai Strega accanto a me.

Non cera.

Rovistai ovunque nel fieno. Niente. Corsi fuori, giravo come impazzito, piagnucolando piano.

Sotto la portineria intravidi unombra nera. Mi precipitai.

Solo un sacchetto di plastica, mosso dal vento.

La porta si spalancò.

Che vuoi? Cerchi la fidanzatina? sibilò Valerio. Non cè più. Adesso fa la strega altrove.

Lo fissavo negli occhi, cercando unombra di pietà.

O forse già adesso non farà più niente. In un giorno o due morirà nel bosco. O magari è già morta.

Non mi uscì nemmeno un lamento. Il dolore mi rimase incastrato dentro.

Cominciò a nevicare. Fiocchi grossi si posavano sul mio pelo fermo.

Da quando mi hanno tolto tutto, non sono più tornato nella cuccia. Dormivo sulla nuda terra, mangiavo a fatica e nemmeno Sergio riusciva a consolarmi.

Tosco, ora lei è in un posto bellissimo, credimi. Sta bene, è al caldo. Mi credi? mi diceva Sergio piano, seduto accanto a me, accarezzandomi con delicatezza.

Anchio voglio andare dove sta lei. Voglio stare con la mia Strega. Posso raggiungerla? Ti prego

La mattina precedente avevo sentito delle voci sconosciute. Mi osservavano come fossi un oggetto, già pronta per la discarica. Dicevano che ero vecchio, che non servivo più. Che il magazzino aveva bisogno di un cane giovane, e che era tempo di salutarmi

Non ricordo come finì la loro discussione. In fondo non mi interessava più nulla, eccetto una cosa.

Nevicava ancora. I fiocchi gelidi si depositavano sulla schiena, sul muso, sulle zampe, e presto mi avvolsero come una coperta bianca. Chiusi lentamente gli occhi.

Forse così non li aprirò mai più. È quello che voglio

Il silenzio mi invadeva tutto intorno. Non sentivo quasi più il corpo, non percepivo più gli odori né il vento. Quando, allimprovviso, dal buio filtrò una voce amica:

Su, svegliati, amico. Dài, su, alzati! Vieni con me.

Il resto lo ricordo come in sogno: il tepore nellauto di Sergio, il sedile morbido, la strada sconnessa, i nuovi odori che entravano dal finestrino.

Ero debole, sparito quasi nel dolore, e mi addormentai nel sedile, accompagnato da una melodia lieve dalla radio

Dopo qualche ora ci fermammo. Sergio mi aiutò a scendere e mi sostenne fino a casa.

Da oggi vivi con me, amico mio.

Non mi importava quasi nulla, ma per non deluderlo tentai di fingere felicità. Fu un tentativo maldestro, incapace di ingannare Sergio.

Vedrai, dentro starai meglio, mi rassicurò ammiccando, aprendo la porta.

Appena entrai, mi scattò qualcosa dentro. Lodore Lo conoscevo meglio di ogni altro al mondo. Impossibile sbagliare!

Ne ebbi la conferma subito dopo.

Dal davanzale saltò leggera una nuvola nera e si diresse dritta verso di me. Non serviva che la gatta si avvicinasse: avevo già capito era lei. La mia Strega!

Te lavevo detto che ora stava al sicuro, commentò Sergio sorridendo. Davvero pensavi che avrei permesso a quei vigliacchi di abbandonare la tua compagna nel bosco?

Ma per me e Strega non cera tempo per Sergio: avevamo troppo da raccontarci!

Quando finalmente ci sistemammo insieme io e lei, nella nuova casa una domanda mi balenò in mente: “Cosa vorrà dire, poi, ‘Strega’?”

Stavo per chiederlo alla gatta, ma mi fermai. Che importanza aveva? “Strega è la mia amica. E questo basta.”

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