10 Giugno
Oggi tutto è andato diversamente da come avevo immaginato. Sono tornata a casa da Firenze con tre giorni danticipo, portando con me i soliti regali che mamma riempie nelle borse: vasetti di marmellata, olio nuovo, e mele del nostro giardino. Ero così emozionata allidea di sorprendere Stefano. Nellultimo tratto di viaggio in autobus, non ho fatto altro che fissare il paesaggio toscano dalla finestra, contando letteralmente i chilometri e ripetendomi che tra poco sarei stata a casa.
Appena scesa, sentivo già la schiena cedere, come sempre negli ultimi due mesi. Il sesto mese di gravidanza non perdona, soprattutto con due borsoni strapieni e la spalla che brucia. Ho appoggiato tutto per terra, cercando di prendere fiato sotto il sole del pomeriggio vicino alla fermata.
Mi chiedo che sta facendo Stefano ora. Di sicuro non immagina che tra dieci minuti suonerò alla porta. Eppure questa strada fino al nostro condominio mi sembra interminabile con il pancione e le borse pesanti. Ho resistito per una cinquantina di metri, poi ho capito che non ce lavrei mai fatta da sola.
Ho preso il cellulare e gli ho telefonato.
Stefano? Ciao, sono io Sì, sono sotto casa, proprio alla fermata.
Ma come? Sei tornata oggi?! Ma dovevi arrivare giovedì, Giulia!
Volevo farti una sorpresa mi aiuti a portare su la roba? La mamma come sempre mi ha riempito i borsoni, non ce la faccio più.
Ho sentito che tentennava dallaltra parte, troppo, tanto che ho controllato se la chiamata fosse caduta.
Poi, titubante:
Giulia, scendi tu un attimo al supermercato sotto. Ecco non abbiamo nulla in casa, me lo sono finito tutto ieri sera. Prendi un po di carnevitello, magarie qualche patata che ormai la nostra si è ingiallita tutta. Oggi proprio non sono andato a lavorare, volevo farti una sorpresa Ti preparo il pranzo come si deve, vedrai! Dai che è solo un attimo, il Conad è subito dopo langolo.
Io sono rimasta senza parole. Mi gira la testa, sono incinta, col mal di schiena e due borsoni che sembrano pieni di mattoni e lui mi manda a fare la spesa! E in euro. Poteva scendere almeno ad aiutarmi?
Stefano, ti prego, non ce la faccio, sto davvero male, sono esausta.
Ma lui iniziava il solito discorso. Voleva fare tutto perfetto, aveva iniziato anche a sistemare la casa (così diceva), e non potevo rovinargli tutto proprio ora, sarebbe stato solo un attimo per me, bastava chiedere a qualcuno di aiutarmi.
Ho chiuso la chiamata piena di amarezza. Le mani ormai rosse dallaffanno, il cuore che si stringeva. Con uno sforzo assurdo, ho trascinato i borsoni fino al supermercato: carne, patate, un chilo e mezzo tutto insieme, buste che pesavano come mai nella vita. Qualche commessa mi lanciava occhiate dispiaciute. Alla cassa mi mancavano le forze anche per prendere il resto.
Appena uscita mi ha subito richiamato:
Allora, hai preso tutto?
Sì… sono davanti al portone, puoi scendere per favore?
No! Aspetta dieci minuti seduta sulla panchina lì a fianco, per favore. Non salire ancora, sto finendo.
Io ormai sfinita, mi sono lasciata cadere sulla panchina di fronte al nostro palazzo. Le gambe mi pulsavano, sentivo il bambino scalciare nervoso. Dopo dieci minuti di attesa all’aria fresca, che poi sono diventati venti, poi trenta, lui è finalmente apparso: capelli arruffati, maglietta al contrario, sudato come non mai.
Ha preso subito le borse, sorpresa:
Ma guardati, sei arrabbiata? Dai, vieni che ti faccio vedere.
In ascensore mi ha investito con un odore di candeggina e fiori finti. Appena entrati in casa capisco subito il perché: lappartamento era stato praticamente ribaltato. Tutto splendeva, mobili spostati, il pavimento ancora bagnaticcio in alcuni punti, le stoviglie brillanti e le mie statuine tutte allineate in ordine.
Allora, che te ne pare? Sorpresa!
Non ho avuto la forza di rispondere. Ho solo chiesto, quasi sottovoce:
Tutto qui?
Ma come tutto qui? Ho fatto le pulizie per tre ore! Ho persino passato lo straccio sotto il divano! Non ti rende felice che volevo che tu entrassi in una casa perfetta? E tu… sembri scocciata!
Sentivo il nodo alla gola. Tutto il viaggio e la fatica, lo sforzo per salire, la spesa, il dolore: non capiva davvero nulla. Volevo solo che scendesse, mi prendesse per mano e mi accompagnasse a casa. Sarebbe bastato. Invece mi ha lasciata lì fuori, per lavare il pavimento.
Alla fine abbiamo litigato come non succedeva da tempo. Lui gridava, io piangevo. Mi sono sentita così sola. Perfino le sue scuse, poi, piene di scuse, quasi arrogantiera lui la vittima perché io non ero mai contenta. Non so come non sia crollata ancora. Mi sono lavata la faccia, ho visto nello specchio due occhi cerchiati, esausta di tutto.
Poi, alla fine, non ce lho fatta più. Sono tornata da mia madre senza cambiarmi. Lì almeno qualcuno mi ascolta e mi accoglie senza chiedere nulla in cambio.
Adesso tutti mi supplicano di ripensarci, anche sua madre, anche mia sorella maggiore. Stefano mi chiama tutti i giorni, dice che ha capito dove ha sbagliato, che non succederà più niente del genere. Ma io so che non posso più vivere con un uomo che ritiene un pavimento più importante della fatica, della salute mia e del nostro bambino.
Non mi serve un marito per cui contano di più il brillante dellacciaio che il sorriso della donna che torna a casa.




