Dall’ombra alla luce

Dal buio verso la luce.

Ancora con queste soap opera stupide? La voce di Vittorio mi colse alle spalle così all’improvviso che per poco non mi cadeva la tazzina di caffè. L’ho già detto, ti rimbecilliscono il cervello. Era meglio se davi una sistemata in cucina o se pensavi a un bambino. Non hai proprio niente da fare, per questo ti deprimi.

Non risposi. Spensi la televisione col telecomando e la stanza sprofondò in un silenzio in cui si sentivano persino le risate dei bambini del piano di sotto, filtrate dal muro. Un nodo in gola mi impediva di respirare.

Sto parlando con te, aggiunse Vittorio Cesare togliendosi la giacca e riponendola con una precisione che da sempre gli apparteneva. Anche la rabbia, lui, la mostrava senza urli, tutto sotto controllo. La voce calma, fin troppo, tanto che faceva ancora più male. Mi senti o no?

Sì, risposi piano, alzandomi dal divano. Era una vecchia abitudine, imparata da ragazzina con la zia Nunzia: non restare seduta quando chi comanda è in piedi. Mai contraddire. Mai difendersi.

Meglio così. È pronto da mangiare?

Sì, nel forno. Pollo con verdure, come piace a te.

Vittorio annuì e si spostò in cucina. Rimasi ferma in mezzo al salone ampio, sempre un po’ freddo nonostante la ristrutturazione costosa e i mobili nuovi. Guardando fuori dalla finestra mi accorsi che il cielo sopra Torino era già scuro: unaltra sera di febbraio, i lampioni rischiaravano i cortili imbiancati di neve. Ventotto anni, pensai. Metà della mia vita già passata, e sentivo di non averla vissuta affatto.

***

I miei genitori sono morti che di anni ne avevo appena sette. Un incidente d’auto su una strada ghiacciata, tutto finito in un attimo. Ricordo ancora me stessa, bambina, seduta nel corridoio dellospedale pediatrico, sconvolta, con una donna che non conoscevo a farmi una carezza sui capelli: “Povera bambina, povera…”

Poi arrivò Nunzia. La cugina di mio padre, vista forse due volte a qualche Natale di parenti. Sui cinquanta, capelli scuri tirati in uno chignon, labbra sottili e tirate, subito prese in mano la situazione.

La bambina va sistemata, diceva agli assistenti sociali, e io, di fianco, mi sentivo solo un oggetto di cui occuparsi. All’istituto non la lascio, il sangue è sangue.

La zia Nunzia ottenne laffidamento e si trasferì nell’appartamento dei miei. Lei viveva in affitto in una stanza singola, faceva la ragioniera in una piccola società e fu sinceramente felice di questo salto di qualità.

Mi devi essere grata, mi ripeté dal primo giorno con quella sua voce aspra. Ho rinunciato alla mia vita per te. Sarei potuta andare avanti, sposarmi, ma ti ho presa sulle spalle. Non lo dimenticare.

Non lo dimenticai mai. Non un giorno, non unora. Quella sensazione di dover ringraziare in continuazione mi aveva scavato dentro, nelle ossa, nella pelle. Cercavo di essere buona, invisibile, perfetta. Studiavo benissimo, aiutavo in casa, non chiedevo mai nulla più del dovuto. La zia non mi picchiava, non urlava nemmeno così spesso. Ogni giorno, però, mi versava addosso un veleno sottile fatto di sensi di colpa.

Hai preso un cinque in educazione fisica? Sei solo ingrata. Io mi faccio in quattro per te, e tu così?

Hai comprato pane bianco? Ho detto nero! Non fai mai nulla come si deve.

È venuta unamica a trovarti? State a chiacchierare e la tua camera fa schifo. Cresci male.

A sedici anni avevo ormai dimenticato cosa significasse essere amati solo per il fatto di esistere. Mia madre e mio padre erano ricordi remoti, quasi irreali: le braccia calde di mamma, le risate di papà, quel calore sicuro. Tutto svanito nella nebbia di rimproveri e allusioni della zia Nunzia.

Dopo il liceo mi iscrissi allIstituto magistrale di Torino, con la borsa di studio. La zia fu soddisfatta: almeno “non mi pesa sulle spalle”, così disse. Quando trovai lavoro come educatrice in un asilo, il mio stipendio, per quanto ridicolo, finiva in parte dritto nelle sue mani “per le spese di casa”. Lei mi permetteva così, magnanima, di restare lì, “perché chi ti vuole, fuori?”

Cosa ti salta in testa, vuoi andare via da sola? Non sai fare niente. Da sola sei perduta. Ti ho cresciuta e vuoi abbandonarmi? Non hai cuore.

Senza cuore. O forse con un cuore troppo sensibile. Rimasi.

***

Conobbi Vittorio Cesare al compleanno di una collega. Lui aveva quarantasette anni, io ventiquattro. Alto, elegante, sempre con un orologio costoso al polso, attirava lattenzione tra gli invitati. Era lo zio della festeggiata e passava solo per un saluto.

Sei veramente dolce, mi disse lontano dagli altri, vicino ai fornelli. Discreta, educata. Rarità, al giorno doggi.

Arrossii, senza sapere che dire. Lui sorrise, mi chiese il numero. Glielo diedi, meravigliandomi del mio stesso coraggio.

Da lì, iniziò a corteggiarmi. Chiamava ogni giorno, mi portava nei ristoranti (mai visti certi posti), mi regalava fiori. Diceva che ero speciale, che era stanco di donne “in carriera, sempre a comandare”, che cercava una donna vera, che sapesse “creare casa”.

Sei come una rosa da proteggere, mi sussurrò una sera, e io sentii sciogliersi dentro qualcosa. Finalmente qualcuno che voleva prendersi cura di me, non solo chiedermi in cambio gratitudine.

La zia Nunzia approvò subito la scelta.

Hai fatto finalmente qualcosa di giusto, constatò, studiando Vittorio quando venne a conoscerla. Uomo serio, con la testa sulle spalle. Sposalo e vivrai bene. Con lo stipendio da educatrice, campi poco.

Ci sposammo dopo sei mesi. Lui voleva fare in fretta. Traslocai nel suo appartamento, grande e moderno, tre camere a Mirafiori. Subito fu chiaro:

Non serve tu lavori. Penserò io alla famiglia. Tu pensa alla casa e, poi, al bambino.

Accettai. Mi sembrava giusto, addirittura premuroso. E, in effetti, Vittorio si prendeva cura di me: mi comprava vestiti (a sua scelta, perché “tu non capisci di moda”), lasciava i soldi contati per la spesa (sempre da giustificare con gli scontrini), mi portava in giro in auto (“ove occorre”, decisione sempre sua).

I primi mesi vissi come in sogno, provando a farmi andare bene tutto. Lappartamento era lussuoso, ma freddo. Una cucina zeppa di elettrodomestici high-tech, un salotto con maxi-schermo e divani di pelle. Ma niente che avesse il sapore di “casa” mia. Provai a portare un tocco di colore: comprati cuscini vivaci, piantine di basilico sul davanzale. Vittorio storceva il naso.

Che roba è? Via, che qui si fa tutto minimal.

Misi via.

Iniziarono allora le piccole lamentele, sottovoce.

Metti troppa sale nellarrosto.

Quellabito ti ingrassa. Cambialo.

Ti scordi sempre il tappo del dentifricio? Quante volte lo dovrò ripetere?

Ogni giorno ce nera una. Mi sforzavo di migliorare, ma qualcosa mancava sempre.

Lo fai apposta a farmi arrabbiare? a volte scuoteva la testa. Tutto ti ho spiegato, e sbagli uguale. Testarda, ingenua. Ti salva solo il fatto che sei bella.

Ingollavo le lacrime, sentendomi in colpa. Quella sensazione era ormai così familiare, così radicata. Prima con la zia Nunzia, ora con mio marito.

Dopo un anno, Vittorio Cesare iniziò a esigere una risposta sulla faccenda dei figli.

Hai fatto la visita? Forse sei tu il problema.

Andai dal medico. Non riscontrarono nulla, dissero che dovevo aspettare. Vittorio però si faceva sospettoso, quasi certo che stessi evitando di restare incinta.

Egoista. Pensi solo a te stessa.

Io invece a me stessa non ci pensavo mai. Le giornate scorrevano come sempre, una dietro laltra: cucinare, pulire, lavare, tentare di accontentarlo. Lui tornava tardi dal lavoro, spesso mangiava in silenzio davanti al telegiornale, poi filava a dormire. Nei weekend cerano “riunioni daffari” o pescava al lago con gli amici. Io restavo a casa.

Tu non centri. Rilassati qui.

Così passavo le giornate alla finestra, guardando i bambini che giocavano nel condominio. Per ammazzare il tempo mi sintonizzavo sui serial, facendo attenzione a spegnere tutto prima dellarrivo di Vittorio. Odia “chi spreca tempo in scemenze”.

***

Una volta, destate, mentre sistemavo la spesa in un supermercato, sentii qualcuno chiamare:

Lucia? Lucia Bianchi? Sei proprio tu?

Mi voltai. Una donna alta, con una frangetta sbarazzina e maglietta coloratissima. Dopo un attimo la riconobbi: Serena Gallo, compagna delle medie. Dopo la terza aveva seguito i genitori in Liguria.

Serena! Che sorpresa, sorrisi, imbarazzato. Che ci fai qui?

Vivo di nuovo a Torino da un mese! Lavoro online, i miei sono tornati. E tu? Sposata? Figli?

Sposata. Figli per ora niente.

Dai, vediamoci un giorno, magari pranziamo insieme! Ti passo il numero.

Prese il cellulare e mi diede il contatto. Ero stranamente agitato. Una piccola ribellione: rivederla senza dire nulla a Vittorio, che non tollerava “impegni miei”. Ma era una vecchia amica. Forse bastava un caffè.

La sera, mentre lui dormiva, guardavo il numero di Serena memorizzato. Avevo paura a chiamare. E se se ne accorgeva Vittorio? Ma poi, mi ripetevo, era solo una chiacchierata fra donne.

Il giorno dopo le mandai un messaggio. Rispose subito, invitandomi in un bar in centro. Accettai, fissando lappuntamento quando Vittorio era in ufficio.

Oggi ho una visita, dissi a lui la mattina, che nemmeno ascoltò.

***

Ci trovammo in una piccola caffetteria allangolo di piazza San Carlo. Serena era già lì, china sul laptop. Appena entrai si alzò e mi abbracciò.

Che bello vederti! Siediti, il caffè lho già ordinato.

Parlò quasi sempre lei. Della sua laurea in informatica, dei primi lavori da freelance, di come era riuscita a farsi strada nel settore web. Si vedeva che era appassionata, era libera. Uninvidia sottile, dolce, saliva dal fondo: invidia per la sua libertà.

E tu? Di che ti occupi?

Sto a casa. Mio marito preferisce così.

Ma tu lo vuoi davvero?

Non mi ero mai posta il problema. Mi scappò un “non lo so”, sincero.

Serena mi osservò seria.

Se vuoi, ti insegno io qualcosa. Si tratta di fotoritocco per siti: lavori qualche ora da casa, qualche euro ti entra. Comincio ad avere troppe commissioni, me ne liberi alcune? Che dici?

Non sono capace, balbettai spaventato.

Si impara. Serve solo voglia di fare.

E la voglia, allimprovviso, la provai. Qualcosa dentro si accese. Volevo provarci.

Ma non ho il computer.

Tuo marito ce lha?

Sì, ha il portatile.

Perfetto. Usalo quando non cè. Ti mando i programmi. Fai un tentativo. Se non fa per te, smetti.

Ero terrorizzato, ma accettai. Provare almeno. Una piccola emozione segreta, quasi dolce.

***

Due giorni dopo mi misi al lavoro sul portatile di Vittorio Cesare, mentre lui era fuori in banca. Le mani tremavano, il cuore mi batteva forte come se stessi trasgredendo una legge. Avevo quattro ore scarse prima del suo arrivo. Installai i programmi che Serena aveva indicato, seguii le prime video-lezioni.

Faticai. Mai usato un programma di grafica. Mi sembrava cinese. Ma anche affascinante. Guardavo i tutorial, provavo, sbagliavo, cancellavo e ricominciavo da capo. Il tempo volava.

Ogni sera chiudevo tutto scrupolosamente, cancellavo la cronologia Serena mi aveva spiegato come. Presto la cena, come sempre, volto neutro. Ma dentro di me cresceva un piccolo segreto che mi rendeva più leggera.

Dopo un mese ormai riuscivo a portare a termine semplici lavori. Serena effettivamente mi girò alcuni incarichi: togliere lo sfondo a fotografie di prodotti, aggiustare luci, ridimensionare immagini. Robetta, ma venivo pagata. Pochi euro, ma per me erano i primi soldi guadagnati da sola.

Serena mi versava i compensi in contanti, usando una Postepay che aveva intestato a sé.

Tienili tu, in segreto. Mettili da parte, non si sa mai.

Da parte per che cosa?

Per emergenza. Fidati.

Allinizio non capivo che emergenza dovessi aspettarmi. Ma conservai con cura quelle banconote, nascondendole in una vecchia edizione dei “Canti di Leopardi”, ereditata dai miei. Proprio lì insieme allunica foto di mamma e papà che mi era rimasta.

Col tempo il lavoro aumentò. Mica solo sfondi: anche collage, qualche piccolo fotoritocco. Serena mi faceva i complimenti, diceva che ero portata. Quelle parole mi scaldavano dentro, non ricordavo lultima volta che qualcuno mi aveva lodato gratuitamente.

Vittorio era ignaro. Tornava, mangiava, borbottava. Hai fatto le pulizie? E io: Sì. Lui: Così deve essere una vera moglie.

Abbassavo la testa. Ma nella mente correvano i pensieri sui nuovi incarichi.

***

Passò un anno. Feci ventisette anni. Vittorio diventava sempre più nervoso per la questione figli.

Prova a sentire un altro medico. O ammettilo: non vuoi un bambino!

Lo vorrei, rispondevo. Non era una bugia, almeno non del tutto. Solo che metterlo al mondo in quella casa, dentro quella vita, mi atterriva.

E allora? Ti mantengo, ti do tutto, e tu nemmeno una gravidanza? Sei inutile.

“Inutile”: quella parola mi feriva più di tutte. Mi stringevo i pugni sotto il tavolo. Non piangevo più, solo dolore e stanchezza.

Dopo quei discorsi, correvo di nascosto al computer. Almeno lavorando avevo il controllo su qualcosa. Potevo sistemare, rifare, vedere il risultato. Mi calmava.

E poi, i soldi crescevano. Serena mi iscrisse anche a siti di freelance. Tre-quattro ore al giorno, mentre lui era via. Diventai più brava, lavoravo con più sicurezza. I clienti lodavano, mettevano le “cinque stelle”. Era inebriante.

Un giorno, fatto il conto dei risparmi: più di millecinquecento euro in una busta. Potevo affittare una stanza, vivere per mesi senza aiuti.

Lidea di lasciare Vittorio mi colpì allimprovviso. Mi terrorizzava. Dove sarei andata? Di chi ero davvero? Lui mi manteneva, è vero. Ma allora così sono tutti i mariti, no? Non sarò io che sbaglio sempre tutto?

Ma il pensiero era lì, insistente. Ogni giorno più forte.

***

A gennaio avvenne la svolta peggiore. Vittorio tornò a casa prima del previsto. Non feci in tempo a chiudere il portatile. Entrò e mi trovò davanti allo schermo.

Che stai facendo? Il tono era di ghiaccio.

Solo… stavo…

Usi il mio computer senza chiedere? Ti ho dato forse il permesso?

No, ma…

E allora che ti credi? O sei convinta di poter disporre di tutto qui dentro?

Scusami, non succederà più.

Cosera aperto lì? Aprì il laptop e trovò le finestre della piattaforma di freelance.

Mi guardò fisso negli occhi.

Lavori di nascosto? Alle mie spalle?

Volevo solo aiutare, le gambe molli. Guadagnare qualcosina.

Aiutarmi? Ti servono i miei soldi? Io mantengo la casa, a che servono i due spiccioli tuoi?

Non volevo dire…

Basta. Hai rovinato tutto. Ho dato fiducia, ti ho lasciato la libertà, e tu così ricambi? Da domani mi dici tutto: dove vai, chi vedi, cosa fai. Hai avuto troppa libertà.

Sparì in camera, il computer portato via per sempre. Rimasi ferma, senza fiato, le lacrime che finalmente mi piombarono addosso. Mi accasciai per terra, stretta alle ginocchia, un groppo al petto.

Quella notte non dormii. Mi giravo nel letto ascoltando il suo respiro pesante e pensavo. Non potevo più andare avanti così. Soffocavo. Quella, compresi, non era vita, era sopravvivenza allumiliazione. Le parole di certi talk show sulle “relazioni tossiche” finalmente prendevano senso: riguardavano me.

Allalba, aspettato che uscisse, chiamai Serena.

Ho bisogno di aiuto, dissi con voce flebile.

***

Nel solito bar, le raccontai tutto. Serena mi strinse forte la mano.

Devi andartene, subito. Lui ti distrugge.

Dove vado? Non ho niente.

Hai i soldi risparmiati. Hai capacità, puoi lavorare. Io ti sostengo. Ma devi muoverti. Adesso.

E se avesse ragione lui? Forse sono io il problema.

Ti rendi conto? Stai ripetendo quello che lui ti ha insegnato. Non è vero nulla: tu vali, ce la fai. Hai imparato una professione in meno di un anno. Sei in gamba.

Respirai a fondo. Le parole di Serena erano ossigeno.

Ho paura.

Lo so. Ma restare è peggio, credimi.

Studiammo un piano. Serena mi propose di stare da lei finché non avessi trovato un affitto. Mi aiutò a cercare camere e mi spiegò come prendere i soldi nascosti senza che lui lo sapesse.

E poi, appena possibile, una brava psicologa. Ti aiuta a ricostruire tutto.

Annuii. Poteva servirmi sul serio.

***

Partii dopo una settimana. Vittorio aveva una trasferta di tre giorni. Presi il minimo indispensabile: abiti, documenti, una foto dei miei, il libro con i miei primi soldi. Lasciai tutto il resto. Non volevo nulla di quella casa.

Gli lasciai un biglietto: “Vado via. Non cercarmi. Addio”.

Chiudendo la porta, la mano mi tremava così tanto che riuscii a malapena a girare la chiave. Presi lascensore e, uscendo nel cortile gelido, inspirai laria frizzante. Un peso si sollevò. Mi sentii vivo.

Serena mi accolse davanti al portone e portò su le mie borse. Abitava in un monolocale a Collegno, piccolo ma a me parve enorme. Un tè caldo, un letto provvisorio. “Come stai?” “Non so, ho paura. Ma è la cosa giusta”.

I primi giorni furono duri. Vittorio mi chiamava, tempestandoci di messaggi. Minacciosi, poi supplichevoli: “Ingrata”, “Ho fatto tutto per te”, “Torna, cambio tutto”. Ogni sms era una fitta. Ma Serena mi aiutò a bloccare il numero. Cambiai SIM. Dopo qualche settimana, silenzio.

Con Serena trovai una stanza in affitto da unanziana signora in via Cibrario. Un buco, ma solo mio. Nessuno comandava, nessuno criticava.

Serena mi regalò un vecchio portatile.

Lavora, ce la fai.

Mi rimisi sotto. Ora non più in segreto, ma a pieno ritmo. Bastava per vivere, pagare una stanza, fare la spesa, mettere da parte qualcosa. Ricominciavo da zero: facevo la spesa per conto mio, sceglievo la colazione, guardavo film senza paure.

Ma dentro restava il vuoto. E il senso di colpa.

***

La zia Nunzia venne a saperlo da Vittorio. Mi chiamò urlando:

Ma che fai, idiota? Ti lasci uno che ti mantiene! Sei una svergognata! Ti ho cresciuta, e mi sputi in faccia!

Ascoltavo col cuore pesante. La sua voce era una catena che mi tirava sempre indietro.

Non torno. Né da Vittorio, né da te.

Come osi? Ti ho dato tutto!

No, risposi, e mi sorpresi da solo. Tu hai preso tutto da me e mi hai solo fatto sentire in debito. Ma io non ti devo niente.

Attaccai. Tremavo, ma sentivo nel petto nascere qualcosa di nuovo: un leggero sollievo.

Nunzia non si fece più sentire.

***

Serena mi convinse a rivolgermi a una psicologa.

Devi liberarti di questa zavorra.

Venni indirizzato dalla dottoressa Marina, una donna sulla cinquantina. La prima seduta fu strana. Mi offrì una tisana e aspettò che parlassi.

Non so perché sono qui. Sono solo andato via da mio marito. E dalla zia. E ora vivo da solo. Tutto bene, forse.

Come ti senti?

Boh. In colpa, quasi per tutto.

E in cosa, precisamente?

In ogni cosa, e sentii una stretta in gola. Da sempre.

Ed ecco che le storie uscirono da sé: linfanzia con Nunzia, i continui ricatti, il matrimonio sotto controllo, le accuse. Raccontai tutto.

Marina ascoltava. Poi mi parlò:

Quello che hai vissuto si chiama violenza emotiva. Prima nella famiglia, poi nel matrimonio. Ti hanno insegnato a sentirti sempre sbagliato e incapace. Non è la verità, è una bugia.

Mi fermai, turbato.

Ma io sbagliavo tanto…

Non esiste un unico modo di fare le cose in casa. Ma ti hanno fatto credere che solo il loro andava bene, per tenerti in scacco.

Quelle parole furono una svolta. Uscendo, mi sentii come se un raggio di sole avesse bucato il buio.

Tornai da Marina ogni settimana. Piano, un nodo dopo laltro, cominciai a liberarmi dal senso di colpa, dalla paura, dalla dipendenza. Doloroso, ma necessario. Affrontai la verità: avevo vissuto per compiacere, mai per me stesso.

La psicologa mi insegnava a dire “no”. Semplice, in teoria. In pratica era durissimo. Cero abituato ad assecondare tutti.

Prova a dire di no a una piccola richiesta, suggerì.

Pochi giorni dopo la padrona di casa mi chiese di badare al nipote mentre lei era via.

Un tempo avrei accettato subito. Quel giorno trovai il coraggio.

Mi spiace, ho lavoro da finire. Non posso.

Lei sbuffò ma si arrangiò. Io rimasi in camera: orgoglioso e, per una volta, più fierezza che senso di colpa.

***

Un altro anno passò. Festeggiai i ventotto in una nuova casa: uno studio tutto mio, finalmente scelto e arredato a piacere. Cuscini colorati, basilico alla finestra, quadri alle pareti. Libertà.

Serena è stata il mio angelo, unamica vera. A volte la invito per un caffè, ripensando a quanto sia stato decisivo quellincontro al supermercato.

Non ho più notizie di Vittorio. Quando capita che ci ripensi, spingo via il pensiero: il passato, ormai, va lasciato andare.

Con Nunzia neanche un contatto. La casa dei miei a Mirafiori è rimasta a lei, legalmente mia ma in pratica lasciata. Una volta la psicologa mi domandò:

Vuoi riprenderla?

Ci riflettei.

No, la lascio a Nunzia. È la mia maniera per chiudere il debito che, in fondo, non ho mai veramente avuto.

È un segno importante di indipendenza.

Sì, ora lo sento.

***

Ho iniziato a vivere davvero. Esco la sera, vado al cinema, cammino nei parchi. Compro il pane che voglio, cucino per me. Guardo film senza ansia di essere giudicato. Mi godo piccole cose: un cappuccino buono, un temporale fuori, un libro simpatico. Può sembrare poco, ma per me è tutto.

Continuo la psicoterapia. Ogni settimana scopro qualcosa in più di me, imparo a dare ascolto alle sensazioni, a perdonarmi. È un percorso lungo, spesso duro. Qualche volta tornerei a crogiolarmi nel vecchio ruolo da vittima. Ma ci sono giorni in cui mi sento forte, vivo.

Lindipendenza economica ora lo so non è solo pagarsi la spesa. Significa poter scegliere. Dire “no”. Seguire la propria strada.

***

Una mattina di aprile camminavo per Corso Vittorio e vidi una vetrina di articoli da belle arti. Cera lì una scatola di acquerelli, legno chiaro, lucido. Rimasi incantato. Da ragazzino mi piaceva disegnare. Ma Nunzia diceva sempre che era tempo perso.

Senza pensarci entrai. Comprai acquerelli, pennelli, un blocco di carta. Costavano, ma ora potevo permettermelo. Tornai a casa, preparai tutto sul tavolo e presi un pennello. A lungo guardai quei colori, poi mi decisi a immergerlo nel giallo. E disegnai un cerchio. Un semplice sole.

Lo guardai e sentii che non contava se fosse bello. Era solo mio. Avevo fatto un piccolo, grande passo verso me stesso.

***

Un giorno, in terapia, condivisi con Marina questo episodio.

Ieri ho fatto una cosa inusuale: mi sono regalato un set di acquerelli. Così, solo perché avevo voglia.

E come ti sei sentito?

Paura di sprecare soldi. Poi lho fatto e ho disegnato un sole. Senza pensare se fosse bello o meno.

È un grande passo, ammise lei. Un passo verso la libertà.

Le sorrisi. In quel sorriso cera ancora lombra della vecchia sofferenza, ma anche, finalmente, qualcosa di mio, qualcosa di leggero.

E la casa lasciata a Nunzia è davvero la mia libertà, non è vero? Un modo per chiudere davvero il passato.

E ora come ti fa sentire tutto questo? mi chiese. Continuammo a parlare, oltre il tempo della seduta, ma finalmente, davanti a me, vedevo il sole entrare dalla finestra.

Oggi so che non esistono debiti che qualcuno può impormi a vita. Appartengo solo a me stesso e solo io posso decidere la direzione della mia felicità.

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