— Di chi sei, piccolina? ..— Vieni, ti porto a casa, ti scalderai un po’. L’ho presa in braccio e l’…

29 marzo

La casa oggi era immersa nella quiete, interrotta solo dal cigolio del pavimento vecchio: ogni volta mi ripropongo di chiamare il falegname di Montalcino, ma poi rimando sempre. Mi sono seduta al tavolo, ho preso il mio diario consunto, le pagine giallastre come foglie dautunno eppure linchiostro tiene ancora memoria dei miei pensieri. Fuori, il vento porta neve e il glicine batte i rami contro il vetro, come se volesse entrare.

Calmati, amico mio, gli ho detto, senza pensarci. Aspettiamo insieme la primavera.

Lo so che è strano parlare agli alberi, ma dopo la guerra sono rimasta sola e tutto mi sembra vivo. Da quando Piero se nè andato la lettera che mi aveva scritto prima di partire ce lho ancora, sbiadita, piegata mille volte ogni parola mi risuona nel cuore. Torno presto, Anna, ti amo, vivremo felici… E poi, una settimana dopo, la notizia.

Non abbiamo mai avuto figli, forse è stato meglio: tra la fame e le difficoltà di quegli anni, chissà come avremmo fatto. Il direttore della cooperativa, il signor Nicola Bianchi, cercava di consolarmi:

Non piangere, Anna. Sei giovane, troverai qualcun altro.

No, rispondevo decisa. Ho amato una volta, basta così.

Lavoravo nei campi della cooperativa dallalba al tramonto. Il caposquadra, Pietro, richiamava:

Anna, vai a casa! È tardi!

Finché le mani lavorano, il cuore non si invecchia, gli dicevo sorridendo.

La mia fattoria era piccola: una capretta, Teresa, più testarda di me; cinque galline che mi svegliavano ogni mattina meglio di qualsiasi orologio. La vicina, Claudia, scherzava sempre:

Ti sei messa in testa di diventare una tacchina? Le tue galline fanno più chiasso di tutte le altre!

Lavoravo lorto patate, carote, bietole raccolte dalla mia terra. In autunno preparavo conserve: cetriolini in salamoia, pomodori sottolio, funghi marinati. A volte, aprire un vaso in inverno era come far tornare lestate in cucina.

Quel giorno di marzo me lo ricordo come fosse ora. Era umido e piovoso, verso sera la pioggia si era trasformata in ghiaccio. Sono andata nel bosco a raccogliere legna per la stufa. Dopo le tempeste invernali ce nera un bel mucchio. Stavo tornando a casa, passando vicino al vecchio ponte, quando ho sentito piangere. Ho pensato al vento, che spesso fa scherzi, ma quello era pianto di bambino.

Mi sono avvicinata sotto il ponte: una bambina piccola, tutta infangata, il vestitino strappato, gli occhi grandi pieni di paura. Quando mi ha visto, si è zittita: tremava come foglia al vento.

Mi sono chinata, parlando piano per non spaventarla:

Di chi sei, piccola?

Non rispondeva, solo gli occhioni che cercavano i miei. Le mani rosse e gonfie, le labbra blu dal freddo.

Sei gelata, mi sono detta. Vieni, ti porto a casa, ti scaldo.

Lho presa in braccio era leggerissima avvolta nella mia sciarpa di lana. Stringendola al petto, pensavo a che madre potesse lasciarla sotto un ponte. Impossibile capire.

Ho lasciato lì la legna e sono corsa a casa. La bambina non ha detto parola, teneva stretta la mia spalla con le sue dita gelate.

Appena arrivata, già i vicini erano lì: in paese le notizie volano. Claudia la prima a entrare:

Madonna santa, Anna, dove hai trovato quella creaturina?

Sotto il ponte. Abbandonata.

Claudia si è messa le mani nei capelli:

Ma che disastro… E che ci farai adesso?

Me la tengo con me, risposi.

Sei matta, Anna? E come la sfami, una bocca in più?

La Provvidenza penserà, le ho risposto, determinata.

Ho acceso la stufa, messo a scaldare lacqua. La piccola era piena di lividi, magrissima, le costole sporgenti. Lho lavata con delicatezza, avvolta in uno dei miei maglioni, non avevo vestiti da bambina in casa.

Hai fame? le ho chiesto.

Si è limitata a un cenno.

Le ho servito la minestra rimasta dal giorno prima, un pezzo di pane. Mangia piano, ma si vede che non è abituata a star fuori era una bambina di casa.

Come ti chiami?

Ancora silenzio. Forse paura, forse non sapeva parlare.

Lho messa a dormire nel mio letto, io mi sono accomodata sulla panca. Quella notte mi sono svegliata mille volte per controllarla: dormiva rannicchiata, piangeva nel sonno.

La mattina sono andata subito dal Comune: dovevo denuncia la scoperta. Il sindaco, Giovanni Rossi, allargava le braccia:

Nessuno ha segnalato scomparse. Forse viene dalla città…

E ora cosa faccio?

Dovresti portarla allorfanotrofio. Chiamo subito in provincia.

Mi si strinse il cuore:

Aspetta, Giovanni, dammi tempo. Forse i genitori la cercheranno. Intanto resta qui con me.

Pensaci bene, Anna…

Ho già deciso.

Lho chiamata Maria, come mia madre. Ma nessuno è venuto a cercarla. Meglio così mi ero già affezionata a lei.

Allinizio è stata dura: non parlava mai, solo gli occhi correvano per la stanza, cercando qualcosa. Di notte si svegliava gridando, tremava tutta. Me la stringevo addosso, accarezzando i capelli:

Tranquilla, amore mio. Ora sei al sicuro.

Ho cucito per lei abiti con le stoffe rimaste dai miei vestiti, li ho colorati con i colori che avevo: blu, verde, rosso. Semplici, ma allegri. Claudia, vedendola, si è stupita:

Anna, hai mani doro! Pensavo sapessi usare solo la zappa!

La vita insegna a essere sarta e maestra, le ho risposto, contenta del complimento.

Ma non tutti erano così. Soprattutto la signora Matilde, sempre pronta a giudicare:

Non porterà fortuna, Anna. Prendere una trovatella in casa… E poi, chissà di che madre è figlia! Il sangue cattivo…

Basta, Matilde! lho interrotta. Non sei tu che devi giudicare la vita degli altri. Ora è mia figlia, punto e basta.

Il direttore della cooperativa era diffidente:

Pensaci, Anna, forse lorfanotrofio è meglio. Lì mangia, ha vestiti.

E chi la vuole bene? gli ho chiesto. Di orfani ce ne sono già troppi lì.

Alla fine, però, ha iniziato ad aiutarmi anche lui, inviava latte, riso.

Maria si è sciolta pian piano. Prima poche parole, poi frasi intere. Mi ricordo ancora la prima risata: ero caduta dalla sedia mentre appendevo le tende, lei ha riso cristallina, infantile, e mi è passato ogni dolore.

Mi seguiva nellorto: le davo una piccola zappa, imitava i miei movimenti, anche se schiacciava più erbacce che altro. Non la rimproveravo mai: ero felice che avesse voglia di vivere.

Poi la tragedia: la piccolina ha preso la febbre alta. Era rossa, delirava. Sono corsa dal medico del paese, Pietro:

Ti prego, aiutaci!

Anna, cosa posso fare? Ho solo tre compresse daspirina per tutto il paese. Aspetta, forse la prossima settimana arriva qualcosa.

La settimana prossima? gridai. Non arriverà a domani!

Allora sono corsa in ospedale, nove chilometri tra pozzanghere e strade fangose. Le scarpe distrutte, i piedi pieni di vesciche, ma sono arrivata. Un giovane medico, Giovanni Marchetti, mi ha vista tutta bagnata e sporca:

Aspetti qui.

Mi ha portato farmaci, spiegato come usarli:

Non serve pagare, mi disse, devi solo accudire la tua bambina.

Tre giorni senza mai lasciarla, cambiando impacchi, recitando le preghiere che ricordavo. Al quarto giorno la febbre è sparita, ha aperto gli occhi e piano mi ha detto:

Mamma, ho sete.

Mamma… Era la prima volta. Ho pianto, di gioia e di paura. Lei mi asciugava le lacrime:

Mamma, perché piangi? Hai male?

No, le ho sorriso, è solo felicità, tesoro mio.

Da quella malattia è cambiata: dolce, chiacchierona. Presto è andata a scuola, la maestra non finiva di lusingarla:

Una bambina sveglia, Anna, impara tutto in un attimo!

Anche i paesani si sono abituati, nessuno parlava più alle spalle. Persino Matilde si è ammorbidita, ha iniziato a portare dolci. Si è affezionata a Maria, soprattutto da quando lei lha aiutata a far partire la stufa durante il gran freddo; la vecchietta non poteva muoversi, Maria si è offerta volontaria:

Mamma, andiamo da nonna Matilde? È sola e ha freddo.

Da allora sono diventate amiche la burbera e la mia bambina. Matilde le raccontava fiabe e le insegnava a lavorare a maglia, e non ha più parlato di cattivo sangue.

Passavano i mesi. Maria aveva nove anni quando ha chiesto del ponte. Eravamo sedute la sera: io rammendavo calzini, lei faceva addormentare la bambola di stoffa cucita da me.

Mamma, ti ricordi quando mi hai trovata?

Mi si è stretto il cuore, ma ho risposto:

Certo che mi ricordo.

Anche io ricordo un po. Faceva freddo, avevo paura. Cera una donna che piangeva, poi è andata via.

Le mie mani si sono fermate. Maria continuava:

Non ricordo il suo viso, solo una sciarpa blu. Ripeteva: Perdonami, perdonami…

Maria…

Non ti preoccupare, mamma, non sono triste. Solo a volte penso. Sai che sono felice che tu mi abbia trovata?

Lho stretta forte, con la voce che si spezzava. Quante volte ho pensato a chi fosse quella donna. Che cosa poteva averla spinta a lasciarla sotto il ponte? Forse la fame, forse un marito violento… Non sono io a poter giudicare.

Quella notte ho dormito poco, riflettendo su come la vita ti sorprenda. Pensavo di essere destinata alla solitudine, e invece era solo il destino che mi preparava per qualcuno da accogliere.

Da allora Maria ha iniziato a chiedere del suo passato. Non nascondevo nulla, spiegavo solo con parole che non facessero male:

Sai, a volte le persone vivono situazioni senza scelta possibile. Forse tua madre soffriva molto per lasciarti così.

Tu non lavresti mai fatto? mi chiedeva.

Mai, rispondevo sicura. Tu sei la mia felicità.

Gli anni sono volati. Maria era la prima della classe. Tornava a casa entusiasta:

Mamma! Oggi ho letto una poesia e la maestra Maria Rosa ha detto che ho talento!

La maestra, Maria Rosa, mi parlava spesso:

Anna, questa ragazza ha un dono. Bisogna che continui a studiare. Ha una mente brillante per le lingue e la letteratura. Ha scritto dei temi eccezionali!

Ma studiare dove, con che soldi? sospiravo.

Ci penso io, gratis. Non si può ignorare un talento così.

Così Maria Rosa faceva studiare Maria a casa mia il pomeriggio. Io portavo il tè con marmellata di lamponi, ascoltavo i loro discorsi su Dante, Manzoni, Pirandello. Il cuore mi si scaldava a vedere la mia Maria interessata a tutto.

In terza superiore Maria si è innamorata per la prima volta: di un ragazzo appena arrivato da Firenze. Soffriva molto, scriveva versi nel quaderno nascosto sotto il cuscino. Facevo finta di niente, ma le madri sentono tutto.

Dopo la maturità ha presentato i documenti per la facoltà di lettere a Siena. Ho dato a lei tutti i miei risparmi, ho venduto anche la mucca mi dispiaceva per Rosetta, ma era necessario.

Non devi, mamma, protestava Maria. Come farai senza la mucca?

Sopravvivo, tesoro. Le patate ci sono, le galline fanno le uova. Tu devi studiare.

Quando è arrivata la lettera dammissione, il paese era in festa. Anche il direttore della cooperativa è venuto a congratularsi:

Brava, Anna! Hai cresciuto una figlia meravigliosa. Adesso abbiamo una studentessa in paese!

Mi ricordo il giorno della partenza. Alla fermata, abbracci, lacrime.

Ti scriverò ogni settimana, mamma. E tornerò appena posso.

Lo so, le ho detto, anche se dentro ero a pezzi.

Lautobus è sparito dietro la curva, io rimasta lì a guardare. Claudia mi si è avvicinata:

Vieni, Anna, che di lavoro ce nè tanto.

Sai, Claudia, le ho detto, sono felice. Gli altri hanno figli di sangue, io uno mandato dal cielo.

Maria ha mantenuto la promessa: lettere ogni settimana, ognuna una festa. Raccontava degli studi, delle amiche, della città: tra le righe si sentiva la nostalgia di casa.

Al secondo anno ha incontrato Giuseppe, studente di storia. Iniziava a nominarlo, io lo capivo subito: era innamorata. Alle vacanze lha portato a conoscere la famiglia.

Un ragazzo serio, lavoratore. Mi ha aiutato a riparare il tetto, il recinto. Subito benvoluto da tutti. La sera sul portico raccontava storie, incantava gli ascoltatori. Amava Maria sinceramente, si vedeva.

Quando Maria tornava per lestate, tutto il paese si raccoglieva per vederla, ormai una ragazza bellissima. Anche Matilde, ormai vecchissima, si segnava:

Santa madre, e pensare che la sconsigliavo! Perdona la mia ignoranza. Guarda che felicità!

Ora Maria è maestra in una scuola della città. Insegna ai suoi bambini come fece lei la sua maestra Rosa. È sposata con Giuseppe, vivono felici e mi hanno regalato una nipotina Annina, chiamata con il mio nome.

Annina è identica a Maria da piccola, ma già più coraggiosa. Quando vengono a trovarmi, non cè pace vuole toccare tutto, va dappertutto. E io sono felice: la casa senza risate di bambini è come una chiesa senza campane.

Scrivo qui, al mio tavolo, fuori nevica ancora. Il pavimento scricchiola, il glicine bussa contro il vetro, sempre lo stesso. Ma ora il silenzio non pesa: è serenità e gratitudine per ogni giorno vissuto, per ogni sorriso di Maria, per il destino che mi ha portata sotto il vecchio ponte.

Sul tavolo cè una foto: Maria con Giuseppe e Annina. Vicino, la sciarpa di lana, quella in cui avvolsi Maria quella notte. La tengo come un ricordo. A volte la accarezzo sembra che il calore di quei giorni torni ancora.

Ieri è arrivata una lettera Maria scrive che aspetta un altro bambino. Un maschio. Giuseppe ha già scelto il nome: Piero, per ricordare mio marito. Così il nostro ramo non finirà, la memoria continuerà.

Il vecchio ponte ormai non cè più, al suo posto uno nuovo, robusto. Ora ci passo di rado, ma ogni volta mi fermo un attimo. E penso quante cose può cambiare un solo giorno, un incontro, il pianto di una bambina in una sera gelida di marzo…

Dicono che il destino ci mette alla prova con la solitudine per insegnarci a tenerci strette le persone care. Forse, però, il destino ci prepara a incontrare chi ha più bisogno di noi. Il sangue non conta, conta quello che dice il cuore. Il mio quella notte, sotto il ponte non si sbagliava.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

13 − 11 =

— Di chi sei, piccolina? ..— Vieni, ti porto a casa, ti scalderai un po’. L’ho presa in braccio e l’…