Diario, 21 febbraio
Oggi sono tornata al cimitero, quello piccolo ai margini di Firenze, avvolto in quel silenzio così spesso dinverno che sembra pesare persino sullanima.
Il sole, pallido e basso, si affacciava appena sopra le colline, più una promessa che una certezza di primavera, e il vento giocava con le foglie morte trascinando il profumo della terra bagnata e di fiori ormai appassiti.
Alla fine del viale, mi sono seduta sullerba gelata, stringendo Giuliano tra le braccia, lì davanti alla lapide dove sta scritto Mattia Bianchi.
Il mio vestito nero non bastava contro il freddo, tremavo, sfinita dai pensieri e dalle notti senza sonno. Le lacrime scivolavano lente sulle guance, sparendo tra la terra.
Giuliano si mosse appena, e io lho cullato piano, baciandolo sulla fronte, sussurrandogli promesse che capivo solo io, trovando un po di pace nel suo calore.
Allimprovviso ho sentito dei passi dietro di me.
Mi sono voltata. Una donna anziana in cappotto grigio, i capelli raccolti e lo sguardo segnato da anni di tristezza, mi stava guardando.
Scusami, chi sei? mi ha chiesto sottovoce. E perché piangi davanti alla tomba di mio figlio?
Il cuore mi si è fermato, ho stretto Giuliano ancora di più.
Io mi dispiace davvero. Non volevo disturbare stavo dicendo, ma lei già osservava Giuliano.
Lui lha fissata con i suoi grandi occhi nocciola esattamente come quelli di Mattia. La donna è rimasta immobile, senza fiato.
Aspetta ho sentito che sussurrava piano. Cosa hai detto?
Mi sono fatta coraggio. Lui è suo padre.
Poco dopo ci siamo sedute su una panchina, con Giuliano che dormiva nel mio vecchio plaid tra noi due. Finalmente mi sono presentata: mi chiamo Alessia.
Ho iniziato a raccontare. Di come ho incontrato Mattia, di quanto fosse gentile e silenzioso. Di come ho provato a cercarlo appena ho scoperto di aspettare un figlio: le telefonate senza risposta, i messaggi rimasti nel vuoto, e poi più niente.
La madre di Mattia ha chiuso gli occhi e ha iniziato a parlare con voce rotta. Suo figlio era malato, tanto, e aveva scelto di non dirlo a nessuno.
Quando la verità è venuta a galla, ormai il tempo era volato via.
Ho saputo della morte di Mattia solo tramite internet.
Non sono venuta a chiedere degli euro, né chiarimenti: volevo solo che mio figlio visitasse il luogo dove il suo papà riposa, perché potesse sapere che lui era esistito davvero.
Qualche giorno dopo abbiamo fatto il test del DNAuna formalità, perché ormai lo sentivamo entrambe: Giuliano era figlio di Mattia.
Col tempo la famiglia ha accettato la verità. La madre di Mattia non va più al cimitero da sola.
Porta giochi, coperte, margherite fresche. Racconta a Giuliano del padre che non potrà conoscere.
E quando lui ride, a volte chiude gli occhi, come se in quellistante le sembrasse di sentire ancora la risata di suo figlio.
Quella tomba ha smesso di essere un luogo solo di lutto.
È diventata linizio di una storia che troppo a lungo aveva aspettato di poter essere raccontata.




