E così ci siamo conosciuti…

E così si sono conosciuti

Carlo, cosa cè che non va? domandò Giulia dopo alcuni interminabili minuti di silenzio. Sembri davvero un altro. Sei pallido va tutto bene?

Sì, tutto a posto, rispose Carlo, riuscendo a controllarsi. Appoggiò la forchetta di lato e girò il bicchiere di succo di mela fra le dita, rimandando il momento in cui avrebbe dovuto rispondere a Giulia.

*****

Carlo era arrivato davanti al portone in ferro del palazzo, aveva già afferrato la maniglia, ma allultimo momento aveva esitato.

Entrare gli pesava.

Sapeva che lo aspettavano, ricordava la promessa fatta a Giulia che sarebbe andato a trovarla, ma la tensione che provava era tale che proprio non riusciva a gestirla.

Quasi si vergognava: uomo di trentacinque anni, eppure le gambe gli tremavano come a uno studente al primo interrogatorio davanti alla lavagna.

E non mancava poi tanto: bastava aprire quella porta, salire fino al terzo piano, trovare il numero 36

Ma qualcosa dentro lo bloccava.

Una paura indefinibile gli serrava le braccia, le gambe, il petto. Un nodo che non lo lasciava finire ciò che aveva iniziato.

Cera solo una cosa che desiderava adesso: voltarsi e sparire. A casa o dallaltro lato di Roma, poco importava. Lontano da lì.

Ma chi me lha fatto fare? bofonchiò sottovoce, facendo un passo indietro. Tanto si capisce che non gli andrò bene.

Fece altri due passi, poi alzò lo sguardo verso la finestra illuminata del terzo piano.

Spiccava tra tutte, così luminosa che a Carlo sembrava un faro, acceso apposta per lui. Per non lasciarlo perdere la rotta.

Infatti la rotta non laveva persa. Era arrivato dove doveva. Solo che salire in quellappartamento gli pesava.

Forse lunica cosa che lo tratteneva era il pensiero di come avrebbe reagito Giulia se lo avesse lasciato lì, visto che lei ci teneva tanto che andasse.

E lui aveva promesso che sarebbe arrivato.

*****

«Carlo, senti Non ti spaventare, gli aveva detto la sera precedente Giulia, ma i miei genitori vogliono conoscerti»

Giulia era la sua ragazza.

Erano insieme in una trattoria a Trastevere, stavano cenando e fantasticando sul weekend, quando improvvisamente lei gli aveva comunicato che i genitori desideravano incontrarlo. Era rimasto di pietra, la forchetta sospesa a mezzaria, cercando di intuire se scherzasse o no.

Eppure, nella situazione non cera nulla di strano. Era normale che la famiglia di Giulia volesse conoscere il futuro genero sarebbe stato strano il contrario.

Solo che

Carlo aveva paura che non sarebbe piaciuto ai suoi. Meglio: che semplicemente non sarebbe stato abbastanza.

E lo pensava a ragion veduta.

La madre di Giulia, la signora Augusta Valentini, era stata per tutta la vita stimata professoressa universitaria, da semplice docente era poi diventata rettrice, oggi aveva un incarico importante al Ministero dellIstruzione.

Suo padre, Stefano Valentini, anche lui aveva fatto carriera, da ingegnere nelledilizia fino ad aprire una sua impresa di costruzioni; era amico personale persino dellassessore. Un uomo di peso, insomma.

Giulia stessa, passati i trent’anni, era già a capo dellufficio legale di una nota holding finanziaria a Milano.

E lui? Che aveva combinato Carlo in trentacinque anni?

Niente di che. Era un semplice sistemista informatico. Neanche la laurea. Uno stipendio dignitoso ma nessuna prospettiva.

Ecco perché immaginarsi seduto davanti alla famiglia Valentini lo gettava nellangoscia. Che avrebbe potuto dire? Come avrebbe retto quello sguardo?

Vi chiedete magari come abbia fatto a conoscere una come Giulia? Fortuna.

Quel giorno Carlo aveva deciso di fare due passi a Villa Borghese. E lì aveva incrociato Giulia, che stava passeggiando con due amiche. Le ragazze andarono a comprare un gelato alla vaniglia, lei restò a custodire la panchina e chiamare la madre.

Preso dalla chiamata, non fece caso a uno che sfrecciava sul monopattino elettrico, totalmente ubriaco.

Carlo le afferrò il braccio in tempo, la tirò via.

Ehi, ma che le salta in mente?! aveva protestato lei.

Poi però il ragazzo sfrecciò e si spiaccicò su un cestino dei rifiuti. Giulia rimase colpita e guardò Carlo con occhi diversi. Se non fosse stato per lui

Così si erano conosciuti.

Le amiche di Giulia erano ancora in fila da Giolitti, loro avevano già chattato, si erano scambiati i numeri, accordandosi per vedersi di nuovo. Da allora erano passati sei mesi.

Tutto questo tornava a Carlo in mente, mentre rimuginava sulle parole sentite a cena.

Era sempre stato terrorizzato dal momento in cui avrebbe dovuto conoscere i suoi. Temeva che avrebbero pensato subito a un approfittatore, interessato solo ai soldi. Era già successo anni prima. Aveva perso, così, una persona speciale.

E ora rischiava di perdere anche Giulia

Carlo, che cè? aveva domandato lei, vedendolo così pensieroso. Perché sei sbiancato? Va tutto bene?

Sì, tutto a posto, aveva risposto lui, fingendo sicurezza. Aveva deposto la forchetta, portato il bicchiere alle labbra, guadagnando qualche secondo.

Allora che dici, vieni?

Eh? Dove?

Da me a casa, sorrise lei. Mamma farà qualcosa di buono, papà invece porta una bottiglia di barolo dannata. Gli piace così tanto il vino che si fa passare anche dal suo amico enologo. A me basta il tuo sì. Vieni, Carlo?

Non saprei aveva balbettato lui. Non credo che i tuoi genitori approveranno.

Perché no?

Sono un ragazzo semplice, senza laurea. So giusto installare programmi e recuperare dati da hard disk… Sicuro che non sognano un altro genero? Un imprenditore, magari, oppure un figlio di deputato O almeno un funzionario in carriera. Io sono solo un tecnico senza futuro. Come posso piacergli?

Ma smettila Giulia gli aveva preso la mano. I miei sono persone normali, credimi. Devi solo conoscerli. Ti aspetto, quindi, domani alle sette. Non fare tardi.

Ok, aveva annuito Carlo. Anche se, dentro, non era ancora sicuro di avere il coraggio di presentarsi davvero.

*****

Ed eccoci al domani.

Carlo, sotto casa di Giulia, alle 18:55, con il freddo tagliente che graffiava laria romana.

E lui non sapeva che fare.

Sapeva che prima o poi avrebbe dovuto presentarsi (con Giulia aveva progetti serissimi: voleva sposarla), ma oggi oggi proprio no. Nei mesi successivi lavrebbero trasferito nellIT di una nuova succursale; lì sarebbe sembrato più solido agli occhi dei Valentini.

Forse, solo allora, Augusta e Stefano non lo avrebbero cacciato via dal portone.

Stava per filarsela, quando il cellulare vibrò in tasca.

Era Giulia.

Pronto, Carlo! voce allegra. Qui è quasi tutto pronto, mamma ha cucinato, papà sta solo tardando qualche minuto, ma arriva. Tu dove sei? Sei già sotto?

Pronto, Giù mormorò lui. Sì, sono ecco

Non ti sento! Sei vicino, vero?

Sì, sono quasi arrivato, sospirò Carlo. Solo che

Amore, se è per quello che dicevi ieri, non voglio sentirlo. Fidati: andrà tutto bene. Non ti agitare. Vuoi che scenda a prenderti?

No, no, lascia, farfugliò Carlo, spaventato. Arrivo subito.

Okay. Ti aspettiamo. Anzi ti aspettiamo tutti.

Carlo rinfoderò il cellulare, si passò una mano sulla tempia, sperando gli venisse in mente una scusa credibile per non salire.

Non ne trovò nessuna.

«E ora mancherebbe solo di incontrare il signor Stefano qui sotto» pensò terrorizzato, e si incamminò fino in fondo al caseggiato.

Per calmarsi, chiese una sigaretta a un ragazzo incontrato per caso. Era mesi che non fumava, ma stavolta aveva un bisogno matto di rilassarsi. Si mise a fumare vicino allangolo del palazzo, buttando sbuffi nella notte, e osservando intorno.

Cera poco da vedere: da un lato i bidoni, dallaltro un terreno vuoto. Giulia gli aveva detto che lì, fino a poco tempo prima, cerano dei vecchi garage abbattuti per lasciar posto a un condominio nuovo.

Nulla di interessante.

O forse sì qualcosa attirò la sua attenzione: un cane randagio, bianco e nero, che giaceva nel vuoto campo. In un primo momento si irrigidì in Italia i cani randagi non sono rari, possono essere imprevedibili, specie agli sconosciuti.

Prese coraggio e osservò: il cane era del tutto inerte.

Era steso sul selciato gelido.

Strano, certo, sdraiarsi lì. Ma aveva alternativa quella bestiola? Lì dove nessuno lavrebbe accolta allingresso di un portone ad aspettare che qualcuno la scaldasse, non aveva altra tana.

*****

Jack (così lo chiamavano, il cane che Carlo aveva scorto nel terreno), non mangiava ormai da giorni.

Prima abitava in un altro cortile, gente gentile che gli lasciava qualche avanzo.Ma una donna, una certa signora Spadoni, aveva deciso che lì non poteva starci.

Aveva scritto lettere al Comune, coinvolto altri residenti, creando così due fazioni: Lasciamolo vivere e Cacciamolo via!.

Quel cane gira sempre vicino allarea giochi dei bambini! Se morde qualcuno? Quegli occhi affamati mi fanno paura!

In verità, gli occhi di Jack erano solo tristi. Il suo primo padrone era stato un bambino, Nico.

Nico e famiglia erano in villeggiatura vicino Orbetello: Jack, allora cucciolo, inseguiva la macchina felice.

Mamma, papà! Guardate quanto è bello! Portiamolo con noi, su!

I genitori acconsentirono per la gioia del figlio.

Ma, al ritorno, Jack non venne più preso: «Non si può portare in condominio un randagio e poi chi lo porta fuori tu?».Nico scosse il capo: no che non ci sarebbe andato.

Così Jack fu abbandonato. Ci rimase malissimo. Tutto era andato così bene

Per fortuna, dopo un mese, una signora lo raccolse e portò in città. Ma anziché adottarlo, provò a venderlo al mercato come cane di razza. Alla fine una coppia accettò di acquistarlo.

Non si preoccupi, è di razza Mi mancano solo i documenti, assicurò la donna.

Jack però crescendo si era rivelato solo un meticcio, e quando la coppia se ne rese conto, lo mollò alla periferia di Roma. Era primavera, almeno.

Da allora, Jack era rimasto solo.

Vagava per le strade finché non arrivò in questo quartiere popolare. Lo trovò tranquillo, senza cani grossi e aggressivi. Decise di restare.

Andava spesso ai giardinetti per osservare i bimbi giocare. Gli ricordavano il piccolo Nico.

Sperava, chissà, di incontrarlo di nuovo. E magari, un giorno, avere davvero una casa.

Di Nico non ci fu più traccia. Qualche giorno fa, anche lì, dovette andarsene. Lo aveva capito, nessuno lo voleva.

Una donna in particolare gli tirava bastoni e pietre, gridando contro di lui. Anche gli altri, ormai, lo fissavano con diffidenza. Pure se non aveva mai fatto nulla di male.

Silenzioso, guardava i bambini con nostalgia, sognando che qualcuno lo portasse via. Ma avevano deciso che la sua presenza era sgradita, così, Jack aveva lasciato il cortile spontaneamente.

Non voleva dare disturbo, e così si era ritrovato in quel terreno, steso sul freddo. Troppo debole per muoversi, tra la fame e il gelo.

Sentiva passare vicino a sé quelluomo dalla sigaretta, ma sapeva che non lo avrebbe aiutato. «Smette di fumare e se ne va, di sicuro» pensava Jack, e chiudeva gli occhi.

*****

Quando ebbe finito la sigaretta, Carlo gettò il mozzicone nel cestino. Avrebbe potuto buttarlo per terra, ma a sua madre non sarebbe piaciuto: «Vuoi migliorare il mondo? Comincia da te stesso».

Mentre lauto scura si avvicinava lentamente al palazzo, Carlo lasciò il portone e si diressi sul prato, per evitare di incrociare il padre di Giulia. Dimenticò anche del cane, finché non si ritrovò quasi a calpestarlo.

«Non mancava che questa, adesso questo mi abbaia contro!» pensò, preoccupato.

Ma il cane non abbaiò.

Non si voltò nemmeno. Rimase dovera. Sembrava dormire, o forse stava

Ehi, tutto okay? chiese Carlo, senza troppo sperarci.

Il cane non reagì. Nemmeno un muscolo.

Carlo si fece coraggio, si inginocchiò, lo toccò, piano. Niente. Ma respirava, per fortuna. Soltanto era talmente infreddolito che non aveva forza per muoversi.

Se non lo aiuto adesso, non arriva a domani pensò Carlo. E distinto lo sollevò e corse verso il portone. Avrebbe chiesto di entrare nellandrone, metterlo accanto al termosifone e dal cellulare avrebbe chiamato un taxi per portarlo in una clinica veterinaria.Dove, non lo sapeva, ma a Roma una notturna ci sarebbe stata

Purtroppo, trovò tutti i portoni chiusi. Allora si diresse deciso verso il numero civico seguente.

Il cellulare vibrava in tasca, ma Carlo non poteva rispondere, occupato comera. Passando sotto la scala dove abitava Giulia, rallentò, guardò la finestra illuminata. Magari Giulia lavrebbe aiutato, ma i suoi genitori sicuramente non sarebbero stati entusiasti di trovarsi un cane randagio in casa.

Arrivato quasi in fondo, vide arrivare una berlina nera, elegante.

Ci fu un fascio di fari negli occhi, dovette fermarsi. Poi la macchina si arrestò e dalla portiera parzialmente aperta spuntò un uomo.

Ragazzo, serve una mano? Tutto bene?

Cè questo cane era nel prato qui dietro, sta morendo di freddo, balbettò Carlo. Sapete se cè una veterinaria aperta nei dintorni?

Nelle vicinanze no. Ma so dove portarti. Un mio caro amico lavora lì. Dai, sali dietro, vi accompagno.

Davvero ci porta? chiese Carlo sorpreso. Non pensava che il proprietario di una macchina così, permettesse a un estraneo con un cane sporco di entrare in auto.

Entra, su! Hai detto che va fatto in fretta. O porti subito il cane, oppure non cè scampo.

Non dovette essere pregato due volte. In meno di un minuto erano già in corsa verso la clinica.

Durante il tragitto, luomo fece una telefonata.

Scusa, Giulia. Ho avuto un imprevisto, ritardo di poco. Ti spiego dopo Carlo? No, non lho visto, perché, non cè nemmeno lui? Hai provato a chiamarlo? Che aspetto ha? Sì? si girò di scatto verso il ragazzo dietro. Se lo vedo, ti chiamo.

Le sto creando problemi, mi scusi? chiese Carlo, quando lui posò il telefono.

Ma va, figurati. Piuttosto, come sta il cane? Respira? Ha aperto gli occhi?

No, respira a fatica gli occhi chiusi.

Bisogna sbrigarsi, concluse luomo.

Dieci minuti dopo, Carlo e Jack erano in una clinica veterinaria privata dove, grazie alla chiamata, li fecero passare subito.

Presero Jack e lo portarono subito dentro.

Carlo rimase in sala dattesa, tirò fuori il cellulare e trovò molte chiamate perse da Giulia. Lesse il messaggio: “Carlo, dove sei? Tutto bene?”

Avrebbe dovuto richiamarla e spiegare. Ma pensava solo a Jack.

Non ebbe neppure la prontezza di ringraziare luomo della berlina. Una volta uscito a cercarlo, la macchina non cera più. Tornò allora nella clinica, determinato a portare Jack a casa se si fosse ripreso. Almeno, se con Giulia non fosse andata, avrebbe avuto comunque un amico fedele.

*****

Saranno passati quaranta minuti, ma dalla porta della sala visite non usciva nessuno.

Finché sentì voci concitate arrivare dallingresso. E una di quelle voci la conosceva bene.

Si voltò, e vide Giulia. Dietro di lei una signora distinta, e poi… proprio lui, Stefano: il guidatore della berlina.

Quando vide Carlo, Stefano sorrise.

Che ti avevo detto, Giulia? Che lavremmo trovato qui, in pensiero per il cane.

Carlo, subito, capì tutto. Quella era la famiglia di Giulia. Ebbe un tuffo.

Ma perché non mi hai chiamato? protestò lei, correndogli incontro. Mi hai fatto preoccupare!

Hai ragione, Giulia mormorò. Pensavo che i tuoi genitori non avrebbero gradito un cane randagio in casa.

Ma sei matto? rise lei. Ti ho detto che i miei vengono da una famiglia normale, anzi, amano gli animali. In casa abbiamo tre gatte che mamma ha raccolto in strada.

Davvero?

Giuro.

A quel punto si avvicinarono Augusta e Stefano.

Ed ecco, era arrivato il momento tanto temuto.

Si presentarono.

Stefano posò una mano sulla spalla di Carlo: Eccoci qua, finalmente ci conosciamo

Signor Carlo, intervenne Augusta, lasci che la ringrazi. Perché quello che ha fatto è da vero uomo. E Giulia aveva ragione: doveva venire subito da noi. Speriamo che il cane, il suo Jack, possa farcela.

Ce la farà, ne sono sicuro, intervenne il veterinario che usciva dalla stanza. Il cane si riprenderà, ora tocca a voi coccolarlo.

Quella sera stessa poterono portare Jack a casa. Era salvo. Restava solo da prendersene cura. E volergli bene.

«Lamore fa miracoli, commentò sorridendo il veterinario. Lamore è così forte da tirare fuori anche dal buio.»

Carlo sarebbe voluto andare subito a casa.

Ma Giulia e i suoi genitori lo convinsero a portare Jack da loro le gatte lo avrebbero vegliato come un medico, dovevano festeggiare la salvezza del cane e il loro incontro.

E mentre Jack, avvolto da tre gatte, stupito di non dover più rabbrividire per il freddo né patire la fame, sonnecchiava sul divano, Carlo era in cucina con Giulia e i suoi, finalmente sereno.

Aveva avuto paura per nulla. Erano splendide persone. Sincere, accoglienti, vere.

Nei giorni seguenti Jack si riprese e fu pronto per tornare con Carlo.

Prendi anche me, per caso? sorrise Giulia, comparendo sulla porta con una valigia.

Ma tu? Sul serio?

Sì. Il fatto è i miei mi hanno vietato di dormire qui.

In che senso?! chiese Carlo.

Vogliono dei nipoti, dicono che bisogna fare la propria parte per la salvezza dellumanità!

Carlo scoppiò a ridere. Giulia pure. Jack scodinzolava felice, senza sapere bene cosa stava succedendo, ma certo che era successo qualcosa di bellissimo.

Ecco la storia.

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