«Hai la pelle che pende!» disse Giuseppe, sessant’anni appena compiuti, pizzicandomi il fianco davanti agli ospiti. Io presi lo specchio e gli mostrai chi davvero aveva la pelle che cadeva.
Ma che cosè qui, Anna? Giuseppe, già alla terza grappa fatta in casa, mi pizzicò deciso il fianco sopra la gonna, proprio dove il tessuto si tendeva un po mentre ero seduta.
Lo fece davanti agli amici, senza ritegno e con voce forte.
Giuseppe, ma dai? provai a scostargli la mano gentile, come si scaccia una mosca autunnale troppo insistente, ma lui niente, incassato nel suo ruolo.
Le sue dita, tozze e paffute come salsicce cotte troppo, si strinsero di nuovo in vita. Più che dolore, sentii una puntura di umiliazione.
Guarda qui! chiamò il nostro vicino Rinaldo, seduto di fronte, intento con la forchetta nel piatto di insalata russa. Glielo dico sempre: “Anna, basta pane a cena”. E lei: “Sono gli anni, gli ormoni”.
Giuseppe rise, e la sua pancia vibrò in sintonia, facendo scricchiolare i bottoni della camicia della festa.
Quali ormoni! È la pigrizia, cara mia! concluse con tono sentenzioso, guardando orgoglioso il tavolo imbandito.
Giuseppe, basta, sussurrai tra i denti, mentre il rossore traditore mi saliva su collo e guance.
Rinaldo fece una risatina imbarazzata, rifugiandosi nel piatto, come se la maionese disegnata fosse diventata improvvisamente una tela dautore.
Sua moglie, Claudia, distolse con grazia lo sguardo e aggiustò il tovagliolo, fingendo di essere totalmente altrove.
E cosa dovrei fare? Giuseppe, ormai lanciato, non accennava a fermarsi. Non si può dire la verità? Hai la pelle che ti pende!
Indicò unaltra volta il fianco, come a controllare la cottura di una focaccia.
Guarda qui, Anna, viene giù a rotolo. Proprio come un mastino napoletano! Non è bello, dai.
Cala una pausa densa, rotta solo dal ronzio del frigorifero proveniente dalla cucina.
Io lo faccio per te, aggiunse con aria da maestro, raggomitolandosi sulla sedia e incrociando le braccia. Una donna deve curarsi, per piacere al marito. È legge di natura.
Lo guardai attentamente.
Come se dopo trent’anni di matrimonio lo vedessi per la prima volta.
Sessantadue anni. La pancia che sporgeva sopra i pantaloni, minacciosa come una nuvola scura sul Vesuvio. Il doppio mento che scivolava nella collottola, le spalle curve. La testa lucida, splendente tra sudore e cibo sotto la luce del lampadario, come una focaccia ben unta.
Piacere per gli occhi? ripetei calma, stupita dalla mia stessa freddezza.
Dentro di me qualcosa si era invertito, come una leva di ferro che scatta di colpo. Non cera più né vergogna, né voglia di appianare, né la solita pazienza. Solo una chiarezza libera.
Certo! Giuseppe si batté il petto, compiaciuto. Io sto in forma, guarda!
Che forma? chiesi, fissandolo.
Maschile! si drizzò tutto, per quanto la schiena glielo consentiva. Tutte le mattine stretching, pesetti, sono tonico.
Provò a trattenere la pancia per dimostrarlo. Non andò bene. La pancia si agitò un attimo, tremolò e tornò al suo posto, stendendosi sulla cintura.
Luomo deve essere un aquila, non un sacco di patate! proclamò infine.
Unaquila, dici? mi alzai lentamente dal tavolo, evitando movimenti bruschi.
Dove vai? Offesa? gridò, versando ancora grappa. La verità non offende! Devi solo perdere peso, Anna!
In corridoio cera odore di naftalina e cera da scarpe. Sulla parete, il vecchio specchio dei miei genitori, pesante, ovale, in legno scuro. Ne conosceva le nostre versioni giovani e snelle.
Lo staccai decisa dal chiodo. Sarà pesato almeno cinque chili, il bordo scavava nelle mani. Ma a me pareva una piuma.
Tornai in salotto, reggendo lo specchio davanti a me come uno scudo medievale. O come una sentenza irrevocabile.
Gli ospiti rimasero impietriti, Claudia dimenticò di richiudere la bocca in cui brillava una fetta di cetriolino sottaceto.
Giuseppe, alzati, dissi piano ma in modo che nessuno osasse contraddirmi.
Perché? provò a fare il brillante, ma vista la mia espressione si alzò senza protestare. Che dobbiamo fare ora, ballare?
No, mi avvicinai, sentendo odore di cipolla e alcool. Guardiamo laquila.
Gli ficcai lo specchio sotto il naso, costringendolo ad arretrare.
Tieni.
Lui afferrò la cornice distinto; la sorpresa del peso gli fece tremare le mani.
Anna, ma che stai facendo? nella voce comparve una nota dinsicurezza.
Guarda, comandai come si fa con il gatto quando graffia il divano. Guarda bene.
Lui scrutò il suo riflesso un po tremolante.
Sì, vedo me stesso. E allora?
Ora abbassa lo sguardo, puntai decisa il dito sul vetro, proprio dove il suo torso si rifletteva sudato nella camicia. Vedi questo?
Cosa? cercava ancora di resistere.
Hai la pelle che ti pende! scandii, imitandone laccento di poco prima. Non solo pende, Peppe, si appoggia proprio!
Anna! tentò di calare lo specchio, ma ormai era in trappola.
No, tienilo! spinsi la base, costringendogli lo sguardo. Questo sopra la cintura cosè, addominali di ferro?
Rinaldo emise un grugnito soffocato, poi cominciò a tossire dal ridere, il pugno davanti alla bocca.
No caro, è il salvagente, proseguii. Se mai dovessimo annegare nel grasso, tu sei salvo.
Giuseppe diventò rosso come un pomodoro San Marzano maturo pronto a scoppiare.
E questi fianchi che strabordano dai pantaloni? Sono le ali dellaquila? O meglio, le orecchie di un porcellino da prosciutto?
Basta! sibilò cercando di voltarsi. Tutti ti stanno guardando… Perché mi umili così?
Che guardino! alzai la voce, coprendo la sua. Sei tu il paladino dellestetica in questa casa, no?
Feci un passo indietro per inquadrarlo bene.
Sai che facciamo? Esaminiamo la tua estetica, continuai. Mettiti di profilo, verso la luce.
Non ci penso proprio cominciò, poi si zittì.
Girati! ordinai, così secco che le forchette tintinnarono sui piatti.
Ipnotizzato, fece mezzo passo di lato.
Nello specchio si rifletteva il suo profilo: tutto tranne che antico romano.
E il collo… o meglio, la quasi sua totale assenza.
Vedi questa tripla piega dietro la nuca? domandai calma come un medico allambulatorio. Sei proprio un mastino napoletano, Giuseppe. Razza pura.
Claudia ormai rideva senza trattenersi, nascosta dietro il tovagliolo, le spalle scosse dalle risate.
E qui sotto al mento? andai avanti. È una sacca, ci tieni il formaggio di riserva per linverno?
Io sono un uomo! pigolò con voce fioca, argomentazione subito affondata.
Ah, se per te si può! scoppiai in una risata fredda. Allora se dopo due figli e trentanni di fornelli ho una piega sono una pigrona, ma quando tu, che non tiri su nulla da dieci anni, sei tutto tremolante, sei un uomo fatto?
Gli strappai di colpo lo specchio, le sue braccia cedevano dallo sforzo.
Stava lì in mezzo alla stanza, disfatto, con la camicia ormai sconfitta e il bottone schizzato chissà dove. Tutto il suo fascino da aquila sparito come una cipolla pelata.
Soltanto un uomo anziano, un po paffuto che ha appena scoperto di non essere affatto un sovrano. E pure in eccedenza.
Siediti, mormorai riposando lo specchio pesante contro la credenza. Mangia.
Si lasciò cadere sulla sedia che scricchiolò sotto il peso.
E che non senta più una parola sul mio fisico, dissi sistemandomi i capelli davanti al vetro.
Altrimenti questo specchio lo metto fisso davanti al tuo posto, così mentre mangi guardi cosa combina il tuo pellicano.
Rinaldo ormai rideva apertamente, asciugandosi le lacrime agli occhi.
Giuseppe infilzò con la forchetta un piccolo fungo sottaceto. Masticava lento, in silenzio, fissando il piatto, cercando quasi di rimpicciolirsi.
Laria in sala si fece improvvisamente leggera, come dopo che finalmente hai spalancato il balcone in una stanza afosa.
Rimisi il grembiule della padrona e feci la porzione, enorme e indegna, di torta millefoglie. Quella su cui avevo faticato tutto il pomeriggio prima, promettendomi di non assaggiarla per la linea.
La crema sgorgò dai bordi, la sfoglia scricchiolò sotto la forchetta.
Anna, anchio vorrei una bella fetta, grande, sussurrò Claudia passandomi il piattino. Al diavolo la dieta, una sola vita abbiamo.
E anche a me, fece locchiolino Rinaldo, versandosi un po di succo duva. Credo che anche a me stiano crescendo le ali
Giuseppe alzò lo sguardo, con un nuovo tipo di rispetto, o forse di timore.
Poi guardò la torta. Poi gettò un occhio allo specchio contro la parete, sentinella silenziosa della sua sconfitta.
Nella parte bassa dello specchio si riflettevano i piedi con le calze: una nera e una blu scurissimo, quasi viola.
Altro che aquila, pensai, un aquilotto da salotto.
Scusa, Anna, riuscì appena a brontolare senza staccare lo sguardo dalla tovaglia. Ho parlato a vanvera, perdonami.
Mangia, Giuseppe, mangia pure, gustai soddisfatta il primo morso della torta, la crema delicata si scioglieva in bocca. Ti servirà energia.
Sollevò un sopracciglio interrogativo.
Per i pesi, risposi fra il serio e il faceto. Lo sportivo di casa sei tu!
La serata continuò con le solite chiacchiere di prezzi, orti, e tempo. Ma qualcosa era cambiato davvero nel sottile equilibrio familiare su quella tavola.
Il mio perfetto critico di casa si era improvvisamente sgonfiato. Ora era semplicemente un uomo, con le sue fragilità, paure e pieghe.
Sapete una cosa? Quella torta fu la più buona degli ultimi ventanni.
Da quel giorno, lo specchio è rimasto dove lho messo. Giuseppe passa e ogni volta tira dentro la pancia e sta dritto.
E della mia pelle che pende, non ha più parlato. Forse teme di risvegliare il pellicano.
La verità? Guardarsi con sincerità, senza dimenticare che rispetto e gentilezza valgono più di ogni apparenza. Perché alla fine, un po di dolcezza rende più belli tutti, dentro e fuori.



