Ma che hai lì, Bianca? esclamò Vittorio, soddisfatto dopo il terzo bicchiere di limoncello fatto in casa. Allungò una mano e mi afferrò il fianco con una sicurezza che solo le suocere e i settantenni ubriachi sanno mostrare.
Proprio sopra la cintura della mia gonna, dove la stoffa si tirava un po mentre ero seduta e pensavo a quanto avrei voluto invece essere già sul divano coi piedi sul tavolino.
Fece questa scenetta davanti agli ospiti, senza nemmeno sforzarsi di essere discreto.
Vittorio, ma sei matto? Misi avanti una mano come a scacciare una zanzara molesta di settembre, ma lui non si lasciava minimamente disturbare.
Le dita di mio marito, tozze e abbrustolite come le salamelle troppo cotte nelle sagre di paese, si strinsero di nuovo sul fianco. Faceva più male nellorgoglio che nella carne, a dire il vero.
Guarda qua! chiamò in causa il nostro vicino Gennaro, seduto di fronte a noi e già in procinto di infilzare una fetta di melanzane alla parmigiana. Lho detto a Bianca: basta con la schiacciata a mezzanotte! E lei: “Eh ma è letà, sono gli ormoni”.
Scoppiò a ridere, il pancione sobbalzava sotto la camicia elegante, i bottoni ormai prossimi a dichiarare sciopero.
Che ormoni e ormoni! È solo pigrizia, altro che! decretò con aria fiera osservando il tavolo come fosse suo.
Vittorio, basta sussurrai tra i denti, il viso sempre più rosso, le guance già in fiamme.
Gennaro abbozzò una risatina nervosa, incollando lo sguardo al piatto, come se la disposizione del parmigiano fosse la cosa più affascinante del creato.
Sua moglie, Mariella, si girò verso di me e si mise a sistemare con meticolosa attenzione il tovagliolo, fingendo che nulla fosse accaduto.
E che dovrei fare? Non si può dire la verità? Hai la pelle che ti pende! perseverò Vittorio, sentendosi ormai il Re Leone del pranzo domenicale.
Tirò una pacca col dito dove la gonna faceva più piega, come a testare se la pizza lievitava bene.
Qui, guarda! proseguì nelle sue dotte spiegazioni Come un mastino napoletano, ti si fanno le pieghe. Non è roba bella, Biancà.
Seguì un silenzio compatto, appiccicoso come una domenica dagosto senza aria condizionata, rotto solo dal ronzio del frigorifero vecchio di trentanni.
Lo faccio per te, eh! aggiunse lui con tono da direttore dorchestra, mani incrociate sul petto. La donna devessere piacente, se no al marito poi gli passa la voglia, è la natura.
Lo guardai.
Per bene, come se fosse la prima volta dopo trentanni di matrimonio.
Sessantadue anni.
Pancia che penzola sui pantaloni come un temporale su Firenze.
Doppio mento che si tuffa direttamente nelle spalle, il tutto saltando allegramente ogni traccia di muscoli.
Cuoio capelluto lucido sotto la luce del lampadario, splendente come una schiacciata ben oliata appena uscita dal forno.
Dunque, bello a vedersi? chiesi, la voce calma da far quasi paura.
Dentro qualcosa aveva scattato: era un interruttore in un vecchio portone che faceva klonk e ti lasciava passare solo se eri davvero deciso.
Niente più vergogna, né la solita voglia di smussare gli angoli.
Solo chiarezza, nitida come il cielo di maggio.
Certo! Vittorio si diede una manata sul petto, orgoglioso. Guarda me, io sto in forma!
Quale forma? domandai senza distogliere lo sguardo.
Da uomo! stiracchiò la schiena, per quanto il suo povero disco lombare gli permettesse. Un po di ginnastica ogni mattina, cinque minuti con i pesi. Sto in forma io.
Cercò di rientrare la pancia. Non successe niente di degno di nota. Il pancione fece una titubante oscillata e poi tornò subito a riposare sullallacciatura della cintura, che stava per implodere.
Luomo devesser fiero come unaquila, non sacco di patate, eh! concluse.
Ah, unaquila? mi alzai con movimenti rallentati, per non far fatica.
Dove vai adesso? Mica ti sei offesa! gridò lui mentre si versava ancora limoncello. Eh Bianca, sulla verità non ci si offende! Dovresti metterti a dieta, invece di agitarti tanto!
Entrai nel corridoio, profumava di vecchi cappotti e lucido per scarpe.
Sul muro, appeso allultimo chiodo serio di casa, stava ancora lo specchio dei miei genitori: pesante, ovale, cornice di noce, ci aveva visto giovani, magri e pieni di troppe speranze.
Lo tolsi dal muro. Sarà stato cinque chili, la cornice mi scavava nei palmi, ma per una volta mi sentivo forte come una cammella toscana.
Rientrai in sala tenendo lo specchio davanti a me, tipo crociato in armatura. O, meglio, come il giudizio universale davanti al quale nemmeno tuo marito può far finta di niente.
Gli ospiti si immobilizzarono. Mariella si fermò con la bocca aperta, la fetta di zucchina in attesa di essere deglutita.
Vittorio, alzati dissi piano ma con una sicurezza che mi stupì.
Ma perché? Che vuoi fare? Balliamo? ebbe la faccia di chiedere. Poi vide la mia espressione e si tolse la voglia di scherzare. Si alzò, mugugnando.
No. Mi avvicinai abbastanza da sentire odore di cipolla cruda e di limoncello. Adesso ci gustiamo la nostra aquila.
Piazzai lo specchio proprio sotto il naso, lui indietreggiò, sorpreso dal peso.
Prendilo.
Lo afferrò, barcollando un attimo.
Bianca, ma che ti sei inventata il suo tono, prima alto e sicuro, prese una piega più incerta.
Guarda, ordinai come quando sgrido il gatto perché mi riga il divano. Guarda bene.
Restò lì impalato, guardando il riflesso che tremolava tra le sue mani pesanti.
Va bene, sono io, che cè?
Abbassa lo sguardo puntai il dito proprio sul vetro, dove la camicia era già zuppa di sudore. E questo, lo vedi?
Che dovrei vedere? tentava lultima carta, la difesa dufficio.
Hai la pelle che ti pende! scandii forte, con stessa enfasi che lui aveva usato poco fa. Anzi, caro mio, manco più pende: ormai ti si appoggia!
Bianca! fece per mollare lo specchio, la faccia color pomodoro San Marzano.
No, tieni lì! spinse la cornice verso di lui. E questo sopra la cintura, che cosè secondo te? Addominali da Apollone?
Gennaro emise un grugnito contenuto per non scoppiare a ridere, tossendo per farsi passare la crisi.
Macché, è la ciambella di salvataggio, proseguii glaciale, in caso affoghiamo nella sugna!
Vittorio somigliava adesso a un pomodoro maturo, pronto a scoppiare.
E questi fianchi che scappano fuori dai pantaloni? indicai senza pietà. Sono le ali dellaquila o sono quelle che le mamme chiamano “le maniglie dellamore” dinverno, al maiale?
Basta! sibilò lui, guardandosi intorno. Ma la smetti di farmi fare figuracce davanti a tutti?!
Che guardino pure! alzai la voce più della sua. Sei tu che predichi verità e bellezza in casa!
Feci un passo indietro per incorniciare tutta lopera.
Allora analizziamo la tua estetica continuai. Girati verso la finestra.
Non mi giro, dai… provò, ma subito tacque.
Girati! ringhiai, che pure le forchette tintinnarono.
Mosse goffamente i piedi e, quasi in trance, si voltò. Dallo specchio la sua sagoma faceva a gara con la Venere di Botero.
E il collo.
O meglio, lassenza di esso.
Vedi la tripla piega sulla nuca? continuai come un dottore in visita. Sembri proprio un mastino napoletano di razza.
Mariella ormai si era arresa alle risate, il viso infilato nel tovagliolo.
E sotto il mento, caro? fui spietata. Quello è il gozzo dello storione o tieni le penne di riserva lì sotto?
Ma io sono un uomo! squittì, ben poco virile.
Ah, a te è tutto concesso? ironizzai, fredda. Se dopo due figli e trentanni davanti ai fornelli ho una piega, sono pigra e “mi pende la pelle”, ma tu che per dieci anni non hai sollevato manco il telecomando ti puoi permettere la pancia tipo budino che trema, perché sei nel fiore degli anni?
Strappai lo specchio dalle sue mani stanche.
Lo lasciò andare, sofferente e senza più la buffa arroganza di prima.
Era solo un uomo anziano, con una camicia ormai sconfitta, lultimo bottone della dignità schizzato via sotto al tavolo.
Svanito il mito dellaquila di casa.
Solo un normale signore pancione improvvisamente consapevole che il re è nudo. E anche un po troppo morbidoso, diciamolo.
Siediti, gli ordinai tranquilla, appoggiando lo specchio contro la credenza.
Si lasciò andare sulla sedia che protestò tremando.
E che io non senta più fiatare, perché la prossima volta appendo lo specchio davanti a te, così mentre mangi ti guardi “il pellicano” far colazione.
Gennaro a questo punto rideva a crepapelle asciugandosi gli occhi.
Vittorio attaccò pianissimo un funghetto sottolio, fissando il piatto come se potesse sparirci dentro.
La tensione densa da lite familiare era scomparsa dalla stanza.
Anzi.
Sembrava che finalmente qualcuno avesse aperto la finestra in una cucina piena dodore di soffritto.
Tornai a sedermi da vera padrona di casa.
Presi la paletta e mi tagliai una fetta enorme, esagerata, di millefoglie con la crema chantilly: quello che avevo preparato ieri pomeriggio per resistere alla tentazione.
La crema sbordava, gli strati croccanti cedevano sotto la forchetta.
Bianca, me ne dai anche a me, ma bello grosso, sussurrò Mariella, allungando il piatto. Chi se ne importa della dieta, si vive una volta sola.
Anche a me, ammiccò Gennaro riempiendosi il bicchiere di aranciata. Mi sa che anche a me stanno spuntando le ali”, urge rinforzo!
Vittorio alzò un attimo lo sguardo.
Mi fissò con un rispetto improvvisamente nuovo.
Poi la torta.
Poi lo specchio, ancora lì a sorvegliare come testimone muto.
Nella parte bassa del vetro spuntavano i suoi piedi in calzini spaiati: uno nero, uno blu petrolio.
Aquila, si fa per dire. Da salotto.
Scusa, Biancà bofonchiò mettendo lo sguardo nella tovaglia. Ho detto una stupidaggine, porca miseria.
Mangia, Vittorio, mangia addentai con soddisfazione un boccone di crema. Ti serve energia
Alzò un sopracciglio.
Per allenarti coi pesi ammiccai. Del resto sei lo sportivo di casa.
La serata riprese il suo ritmo di sempre, tra chiacchiere sulle bollette, i parenti e il tempo.
Solo che in quellistante qualcosa era cambiato per sempre nelle gerarchie di casa nostra.
Il mio “critico domestico” si era sgonfiato, e sotto la corazza era apparso un ometto simpatico, con debolezze, paure e un mucchio di pieghe in più rispetto allanno scorso.
E sapete una cosa?
Quel millefoglie era una meraviglia.
Il più buono degli ultimi ventanni.
Da quel giorno, lo specchio è rimasto in sala, appoggiato lì.
E ogni volta che Vittorio ci passa davanti, rientra la pancia allimprovviso e tira su le spalle.
E della mia pelle che pende, non ha mai più fiatato.
Teme, forse, di risvegliare di nuovo il pellicano.


