Ho frequentato un uomo di 54 anni per un anno e mezzo. Mi diceva “sei la mia famiglia”. Sono finita in ospedale per tre settimane e lui non è venuto a trovarmi nemmeno una volta

Milano, 15 maggio

Non riesco a smettere di pensare allultimo anno e mezzo con Riccardo. Ho quarantotto anni, lui ne ha cinquantaquattro. Ci siamo conosciuti su un sito dincontri. Linizio è stato dolce, quasi fiabesco: la prima uscita in una piccola trattoria in Brera, la terza volta già mi aveva portato una torta per il mio compleanno, fatta su ordinazione, con sopra la scritta: A Caterina, da chi è felice che tu sia nata. Allepoca ci conoscevamo da appena tre settimane.

Riccardo mi aveva dato limpressione di un uomo generoso, senza fronzoli o esibizioni. Capace di portarmi dei fiori senza un motivo. Proposte spontanee di gite fuori città per cambiare aria. Una volta mi ha aggiustato il rubinetto del bagno e poi ha pagato la tinteggiatura della casa di mia madre. Gestiva una piccola officina di riparazioni e abitava solo.

Tu sei la mia famiglia, Cate, mi disse allincirca allottavo mese. Mio figlio è già grande, la mia ex moglie vive lontano da anni. Tu sei tutto quello che ho ora.

E io gli ho creduto. Come potevo non fidarmi di chi non solo dice parole calde, ma le traduce anche in gesti concreti, come regalare torte con dediche speciali o aggiustare il miscelatore senza mai lamentarsi?

Ma quando sono finita in ospedale per un intervento, la realtà mi ha colpito come un pugno. Le prime giornate in reparto non provavo risentimento. Capivo: Riccardo è impegnato, la sua officina, gli appuntamenti, le consegne. Alla seconda settimana è spuntata lansia. Alla terza, invece, la consapevolezza: non sarebbe venuto.

Nella stanza con me cera la signora Francesca, una signora settuagenaria. Ogni sabato il marito si presentava con un mazzo di fiori freschi. Un giorno mi domandò:

Cate, il tuo uomo quando arriva? Non lho mai visto.

Ha tanto lavoro, risposi.

Lei mi osservò sopra le lenti e con la sua voce calma aggiunse:

Tutti hanno da fare, cara. Anche il mio Pino lavora ancora. Ma prende tre tram, con la schiena a pezzi perché per lui è impensabile non esserci. Non è una questione di voler, è che proprio non può fare a meno di venire. Se un uomo può non esserci può anche non restare.

Quella frase mi si è incisa dentro, più di mille consigli di psicologi.

Sono stata dimessa di mercoledì. Quella sera Riccardo mi chiamò: Cate, sei a casa? Che ne dici se sabato passo a trovarti, così ci mettiamo a chiacchierare?

Sabato. Tre giorni dopo la mia dimissione, dopo unoperazione importante: parlava come se mi invitasse al cinema.

No, Riccardo. Oggi.

Si è presentato dopo due ore, con dei fiori, un sacchetto di frutta e la faccia mortificata. Ci siamo seduti in cucina. Sono andata dritta al punto:

Riccardo, perché non sei venuto nemmeno una volta?

Cate, ti ho sentito ogni giorno al telefono.

Sì, ma non sei venuto. Tre settimane, ventuno giorni. Ho subito un intervento, lanestesia, i punti, la febbre altissima. Giacevo in una stanza dospedale e ti aspettavo. E tu chiamavi solo la sera per chiedere: Come stai?

Ti giuro che volevo venire. Ma in officina era un caos: due grossi clienti, un dipendente che si è licenziato, facevo il lavoro di tre persone. Non avevo davvero un attimo libero.

Nemmeno unora in 21 giorni? Lospedale chiude alle otto. Quaranta minuti dauto, Riccardo. Unora su ventuno giorni non lhai trovata?

Cate, non puoi capire la tensione che avevo addosso. Stavo in pena per te, davvero. Ma lofficina non potevo lasciarla sola.

Non potevi o non volevi?

Il silenzio che seguì mi aprì improvvisamente gli occhi: nella sua testa essere in pensiero e esserci erano due mondi separati; il primo, per lui, bastava a sostituire il secondo.

Cate, sussurrò infine, io non ce la faccio con gli ospedali. Non resisto a star vicino a un letto, vedere le flebo, le facce pallide. Dopo che mia madre se ne è andata in ospedale, per tre anni non sono più riuscito a varcarne la soglia. Quando hai chiamato dicendo che eri ricoverata avrei voluto venire, ma ogni volta che ci pensavo, mi bloccavo. Rimandavo a domani, poi ancora a domani e sono diventati settimane.

Non era non volevo, né non ti amavo, né non avevo tempo. Era non so esserci, quando le cose vanno male.

Riccardo, parlai piano, per un anno e mezzo sei stato vicino a me sempre quando cera il sole: i ristoranti, le torte, le gite, i lavoretti in casa, gli aiuti a mia mamma. Ero allegra, tutto filava liscio, cercavi solo compagnia. Ma quando davvero avevo bisogno di te, tu lì non ceri. Un conto è chiamare, un altro è esserci. Stare in ansia non è stare vicino.

Lo so, è colpa mia.

No, Riccardo. Non è colpa. Sei fatto così. E questa non è nemmeno una colpa: è il tuo modo di essere. La colpa si recupera, il carattere no.

Quella sera se nè andato. Rimasi in cucina a bere camomilla, con la mente fissa a Francesca e suo marito Pino: tre tram, mal di schiena, fiori ogni sabato. Non servivano grandi discorsi tipo sei la mia famiglia. Lui semplicemente veniva, perché non esisteva nemmeno lalternativa di NON venire.

Riccardo, invece, ventuno giorni di fila ci riusciva eccome. Tutto quello che cera da capire della nostra storia si racchiudeva in quella parola: possibile.

Una settimana dopo mi arrivò un messaggio lunghissimo: scuse, promesse di cambiare, dichiarazioni damore, la paura che lo aveva bloccato. Ho letto fino in fondo, ma per la prima volta non ho provato neanche un briciolo di calore.

Le parole senza fatti sono come carta da parati senza muri: possono anche piacere, ma non ci puoi vivere dentro.

Non ho risposto. Non per ripicca, non per orgoglio. Solo perché finalmente ho capito. Io voglio un uomo che venga da me. Non quello che mi chiama e basta. Voglio qualcuno che, con la borsa degli aranci, entri dalla porta dellospedale, non che componga il mio numero alle otto ogni sera. Che non solo si preoccupa, ma che si muove, perché altrimenti non potrebbe proprio farne a meno.

La ferita si è rimarginata. Mamma dice che ho persino un aspetto migliore di prima delloperazione. Forse perché, oltre a qualcosa dentro la pancia, mi sono tolta anche altro di peso.

Eppure, resta una domanda che mi ronza in testa.

Donne, vi è mai capitato che un uomo si preoccupasse solo da lontano tra messaggi e telefonate, ma assente davvero quando ne avevate bisogno? Lo avete mai perdonato, o avete trovato la forza di chiudere?

Uomini, siate sinceri siete di quelli per cui non esiste non esserci o vi basta un messaggio al posto di un abbraccio?

Non so essere presente quando le cose vanno male… è una spiegazione, o è la fine di una storia?

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