Il Custode della Casa: La Magica Presenza del Domovoi nella Tradizione Italiana

Lo Spirito della Casa

Matteo, sei stato tu a sistemare il cortile? Domitilla sfiorò la spalla del figlio.

Il ragazzo sussultò e si tolse le cuffie. I mostri sullo schermo continuavano a colpirsi, ma Matteo già non li guardava più.

Cosa cè, mamma?

Chiedevo, sei tornato da scuola da molto?

Appena arrivato.

E chi ha messo in ordine fuori?

Che ne so io? Forse Bianca?

Domitilla sorrise. Sua figlia di tre anni era intraprendente, certo, ma imprese simili la superavano, per ora.

Ma va, divertente!

Allora sarà stato lo spirito della casa!

Eh già! Proprio lui! Sei un chiacchierone… Ora vai da nonna a prendere Bianca, è ora di tornare a casa. Io intanto preparo la cena. Hai fame?

Eh sì! Con i ragazzi abbiamo mangiato le focacce dopo la seconda ora, ma sono passate secoli! Mamma, ma quando ci faranno fare il turno di mattina?

Non lo so, tesoro. Nessuno dice niente, scuola è troppo piena.

Va bene, almeno possiamo dormire di più. Matteo, come al solito, cercava il lato buono in ogni questione.

Domitilla baciò il figlio sulla sommità del capo e gli sfiorò lorecchio, mentre lui tentava di scappare alle sue carezze. Poi andò in cucina.

Adolescenti…

Tredici anni. Si sente già adulto e invece… Si blocca ogni volta che le labbra di sua madre si appoggiano ai suoi capelli scuri, duri come quelli di suo padre.

I suoi figli erano due mondi opposti. Matteo così alto, capelli neri, occhi azzurri, identico a Giorgio, il babbo, allesterno e allinterno: ostinato, responsabile, buono. Non aveva sistemato il cortile, forse, ma i piatti, quelli senzaltro li aveva lavati lui. Il pavimento della cucina brillava ancora dacqua fresca. Dove si trova un aiutante così? Forse solo quando anche Bianca crescerà.

Bianca, la sua meraviglia. Dopo quasi dieci anni di tentativi e una speranza sottile come aria rarefatta, Domitilla aveva dato alla luce quella figlia tanto attesa, avuta con Giorgio. Chiara come una margherita al sole, riccioli biondi come lino, occhi blu. Proprio in lei, in Domitilla, era venuta. Dolce come un gattino. Si avvicinava, si stringeva a sua madre o al fratello, silenziosa.

Che cè, Bianca?

E la stanza si riempiva di luce, col suo sorriso. Nessuno al mondo sapeva sorridere così, Domitilla lo sapeva. Nessuno, ormai…

Quel sorriso la confortava e allo stesso tempo le perforava il cuore. Era il sorriso del suo babbo. Di Giorgio. E Giorgio non cera più …

Domitilla avrebbe voluto urlare di dolore, ma non poteva. I figli avevano bisogno di lei.

Il marito era un vigile del fuoco. Salvava persone, spegneva incendi… Aveva salvato una famiglia intera dalla villetta fuori città: padre, madre e tre bambini. Era tornato per la nonna, ma lei non voleva lasciare gli animali, e quando poi tentò di uscire era tardi. La trappola di fuoco si era chiusa.

Domitilla sentì che Giorgio non c’era più prima che qualcuno glielo dicesse. Il cuore che stringeva, un brutto presagio: aveva staccato da sé la piccola piangente e aveva gridato alla suocera, venuta a darle una mano dopo il parto:

Mamma, prendila tu! Devo fare una telefonata!

Poi era corsa in auto verso la stazione dei vigili del fuoco, la maglietta bagnata dal latte, le mani tremanti.

Come aveva fatto a resistere a quel baratro? Come non si era lasciata andare?

I figli lavevano salvata. Matteo non la lasciava sola neppure per un minuto.

Matteo, vieni che ti metto a letto! la suocera di Domitilla, Augusta, era stremata ma non labbandonava mai. La costringeva a mangiare, a bere, le portava Bianca per lallattamento.

Io sto con la mamma! Matteo scuoteva la testa, stringendole la mano gelida sulla guancia. Nonna, perché ha le mani tanto fredde?

Domitilla ricordava quei giorni confusamente, a pezzi. Come quando riempiva le borse in fretta, sprofondando tra giochi e vestitini.

Non posso più stare qui… Mi sembra sempre che Giorgio spalanchi la porta e gridi come ogni sera: «Sono a casa!»…

Hai ragione, Domitilla! Basta, vieni da me. Stai da noi, poi vediamo che si può fare.

No, neanche lì… Scusa. Anche là tutto parla di lui. Fa troppo male… Andrò nella casa della nonna.

Ma insomma! Non ci ha vissuto nessuno da anni! Là coi bambini?!

Serve solo fare ordine. E tu sei vicino, senza di te non ce la faccio.

Dove vuoi che vada? Siete tutto quello che mi resta…

Non dirlo, mamma. Non reggo… Adesso ci mettiamo a piangere di nuovo, e dobbiamo fare un sacco di cose. Guarda Bianca, io finisco con le valigie. E Matteo deve mangiare, non tocca cibo se non a tavola con me, e io non ne ho appetito.

Non si può andare avanti così! la voce di Augusta si fece dura. Sei madre! Se stai bene tu, staranno bene anche loro. Altrimenti cosa ne sarà dei bambini? Sono anziana, non ce la farei. Devi proteggerti.

Domitilla afferrò le mani della suocera, le baciò in fretta, e ricominciò a prepararsi. Doveva fuggire! Il piccolo appartamento che aveva respirato la loro felicità ora era soffocante.

La casa della nonna la accolse con freddezza. Lei se ne era andata, aveva dimenticato. Non aveva mai più fatto visita.

Passò da una stanza allaltra, accarezzando i muri, sollevò la polvere dal vecchio mobile coperto dallasciughino ricamato, spalancò le finestre sullaria fredda dellautunno.

Mamma, prendi un po i bambini. Poi vengo a dare da mangiare a Bianca.

Va bene. Sicura di farcela da sola?

Sì…

Ma da sola non restò. Dopo mezzora la porta dingresso batté forte e apparve Chiara, lamica di sempre e compagna di classe.

Potevi almeno avvisare che venivi! Sei proprio fiera, eh? Dove sono stracci e secchio?

Chiara era sempre iperattiva. Una che chiacchierava senza mai stancarsi, ma quando si trattava degli amici era pronta a spaccarsi la schiena.

Domitilla si asciugò le mani insaponate e abbracciò lamica con goffaggine.

Ciao…

Ciao! E i pargoli?

Dalla mamma.

Capito! Allora dacci sotto! Non dirmi che stanotte resti da tua madre?

No. Voglio stare qui.

E allora che aspettiamo?

Chiara si scostò e cercò il catino.

Chiara! Domitilla rimase a bocca aperta.

Che cè? Oh, questo? Sì! Così va la vita.

Da quando?

Da febbraio. Ma perché ti agiti? Sono incinta, mica malata!

Di chi?

Lo sai bene! Chiara prese una spugna e pulì il davanzale. Bleah, che schifezza!

Marco? Ma lui…

Sì, è partito. Sarò una madre single. Te la spiego dopo, va bene? Ti racconterò tutto ma non ora.

Torna?

Marco? No. Ha deciso che preferisce la libertà. Pace. Sua scelta. Ma io avrò un figlio, Domitilla… O una figlia…

Non si vede ancora?

No, si nasconde! Ma che importa? È il mio bambino, Domitilla, credi? Il MIO bambino!

Domitilla sapeva bene quanto quelle parole pesassero per Chiara. Aveva divorziato dal primo marito proprio perché pareva non potesse avere figli. Tutti con lui, nessuno con lei. Piangeva nel cuscino, poi smise di giustificarsi, divorziò.

Meglio niente marito che uno che non sa difenderti.

Lex marito trovò subito unaltra e allora si scoprì che il problema era suo, non di Chiara. La nuova moglie non pianse, lo obbligò a curarsi e nel giro di due anni partorì due bambini.

Chiara si era solo rallegrata. Aveva perdonato e persino provato gratitudine: senza il divorzio non ci sarebbero stati nuovi incontri, e nemmeno mano sul ventre a cullare questo fragile, sospirato miracolo. Marco laveva lasciata appena saputa la notizia, ma poco contava ormai. Non era più la ragazzina smarrita.

Rimasero a pulire fino a sera. Ma ne era valsa la pena. La casa sembrò respirare, sbattere le imposte, borbottare nel sonno, e, finalmente, svegliarsi.

Chiara si accomodò al tavolo, soddisfatta, mentre Domitilla preparava il tè.

Come passa tutto veloce…

Sembrava ieri che correvano qui a rubare le ciambelline appena sfornate dal vassoio e scappavano verso il fiume, la voce della nonna che urlava dietro:

Sciagurate! Mangiarsi come si deve, no?

Mai si fermavano, gridavano:

Torniamo tra unora!

Quellora durava fino a sera. Poi, trovando la nonna nellorto, le ragazze prendevano la zappa e lavoravano in silenzio. Come faceva una donna sola a gestire la fattoria e lavorare? Nonna era mungitrice in cascina.

Aveva tanto da fare. Doveva crescere la nipotina, e aiutare il figlio che si era rifatto una vita in città. Domitilla era la sua primogenita. Sua madre era morta di parto, e nessuno le aveva volute. Il padre, soffocato dal dolore, scappato in città, e allora la nonna prese la bambina con sé. Quando il figlio ebbe un altro figlio, portò Domitilla in città, ma poco dopo tornò indietro. Domitilla aveva tre anni, non capiva nulla. La nonna pianse in silenzio tutto il viaggio.

La nonna se ne andò quando Domitilla aveva diciotto anni. Aveva appena incontrato Giorgio, sommersa damore, non capì che la nonna si spegneva. Se ne accorse una notte, sentendo un gemito.

Nonna, che cè?

Tre mesi. Solo tre mesi per dire tutto ciò che occorreva troppo pochi.

Ma la nonna fece una cosa preziosa: chiamò la madre di Giorgio, già inferma, le parlò in privato, e Domitilla da allora ebbe una madre. La chiamò mamma anche prima delle nozze.

Posso? aveva chiesto con voce incerta, e aveva sorriso, rasserenata dal cenno di assenso.

Difficilmente si confidava, lei Solo la nonna. Ora finalmente era arrivata Augusta.

Domitilla non si era mai scontrata con la suocera. Mai avuto motivi. Sempre gentile, sempre pronta ad aiutare. Perché litigare? Quanti ne esistono, di veri parenti danima? Pochi, Domitilla lo sapeva per certo.

Aveva imparato sulla propria pelle che non sempre i parenti lo sono davvero. Dopo il funerale della nonna, dal nulla arrivò una delegazione dalla città: padre, matrigna e la suocera della matrigna.

Bella casa. Robusta. Si potrebbe vendere bene.

Lanziana urlava per il cortile scuotendo la testa.

Ma che trascuratezza! Bisogna mettere in ordine! I compratori guardano la pulizia.

Quali compratori? Domitilla riprese coscienza e tremò.

Quella settimana laveva vissuta come in sogno. Mangiare solo quando Augusta quasi la imboccava, fare cose a metà, e fermarsi, aspettando che la nonna spuntasse dalla cucina con un fazzoletto, scacciando le vespe, e grugnendo:

Sei tornata? Vieni a lavare i barattoli. Dobbiamo preparare per linverno!

Ma chi li compra? chiese la suocera della matrigna, spostando una spallina e mostrando la pelle candida, il che fece venire a Domitilla un nodo allo stomaco. Quelli che comprano la casa!

Domitilla era scappata dietro il capanno a vomitare, e tornata trovò Augusta.

Ora fuori di qui! Subito!

E lei chi sarebbe? E con quale diritto?

La casa è di Domitilla. Esiste un atto di donazione.

Quale donazione?

Normale. E anche il deposito in banca; abbiamo tutti i documenti. Ho aiutato io a farli. Qui non avete più nulla da fare. Vergogna! Andate a spennare unorfana!

La tempesta sfiorò appena Domitilla. Augusta la trascinò in camera, la denudò dalla maglietta lurida.

Non piangere! Non ti farò del male. Lho promesso a tua nonna. Tieni, mettiti il mio accappatoio. È pulito. Stenditi. Porto il tè. Dormi un po, poi ne parliamo.

Suo padre Domitilla lo rivide solo al matrimonio.

Non lo aveva invitato. Si presentò lui.

Gli amici prendevano in giro Giorgio, Domitilla rideva nel vederlo avvolgere una bambola gigante come un bambino vero. Qualcuno le toccò la spalla. Si voltò, ancora ridente.

Ciao, figlia mia

Domitilla rimase senza fiato. Suo padre le mise due chiavi in mano.

Scusa. I documenti sono da Augusta. Lei ti spiega tutto. Sii felice.

E se ne andò, senza più una parola.

La casetta che le lasciò era piccola ma accogliente. Due stanze, una cucina grande. Domitilla ci andava e veniva, chiedendosi perché doveva lasciare la casa della nonna.

Qui starete meglio, è città, anche se piccola, ci sono più opportunità, devi studiare.

Augusta, ispezionato il tutto, si sedette raggiante in cucina. Era lei che aveva trovato il modo di parlare con suo padre, fargli capire cosa significasse crescere una figlia. Se non laveva cresciuta, almeno che aiutasse. Un po di coscienza, insomma.

Devi farlo. Ma quando? Domitilla sorrise appena.

Dài, vedrai che ce la fai. Non lhai ancora detto a Giorgio?

È troppo presto… Nemmeno Giorgio lo sa.

Ti aiuto io. Studia. Sei intelligente. Che spreco lasciar andare la testa!

Domitilla si laureò a fatica, grazie allaiuto di Augusta che le badava i bambini e portava cibo.

Tirarono un sospiro sollevato quando Domitilla trovò lavoro e Matteo iniziò lasilo.

Andiamo al mare! Giorgio si tappava le orecchie, rideva mentre le sue donne urlavano di gioia.

La loro unica vacanza. Domitilla e Giorgio nuotavano fino a stancarsi, osservando Matteo che costruiva castelli di sabbia sotto lo sguardo severo di Augusta. La sera passeggiavano sul lungomare e sul molo, finché la notte non stendeva le stelle sopra di loro.

Una sera, Giorgio rimase per portare Matteo sulla giostra, e Domitilla e Augusta camminavano lente sul molo, scambiando chiacchiere inutili.

In fondo una coppia strepitava, si insultava, si spintonava, poi tornò indietro litigando ancora.

Augusta li seguì con lo sguardo e sospirò.

Che spreco! Gente che si toglie la felicità da sola… Tanto poi fanno pace, e intanto perdono ore insieme. Rabbia, rancore… Perché?

Se davvero fanno pace disse Domitilla, osservando la coppia.

È così quando ce lhai a cuore. Lhai vista piangere? Zitta, sì, ma perdonerà. E lui pure, si è girato sei volte. Però quella sera non tornerà mai più. E magari neanche domani. Speriamo che la notte li aiuti. Tu e Giorgio state insieme da poco, ma quando passerà un po, ricordati della coppia: vuoi sprecare il tuo tempo a litigare? Ce nè così poco, Domitilla… così poco…

Domitilla fu grata ad Augusta per quella conversazione. Ora sapeva di non aver buttato via nemmeno un minuto con Giorgio.

Tolse il bollitore dal fuoco e quasi lo lasciò cadere. Alla finestra della cucina si era mossa unombra, Domitilla emise un grido. Non era Matteo. Un uomo si aggirava nel cortile tra le ombre.

La prima reazione fu chiudere la porta e chiamare aiuto, poi Domitilla ricordò. Stava per arrivare Augusta con i bambini. Lì fuori cera un estraneo!

Limpugnatura del vecchio bollitore della nonna la scottava, e Domitilla guardò prima il beccuccio, poi la finestra, poi si fece coraggio e andò alla porta.

Fuori era buio. Aveva dimenticato la luce.

Chi è là?!

La porta del capanno cigolò, Domitilla si sentì raggelare.

Che vuole?! Chiamo aiuto!

Lombra avanzò verso il portico, Domitilla fece un passo indietro.

Non urlare, Domitilla. Sono io, Leonardo.

Domitilla trasse un respiro di sollievo, posò il bollitore e si scottò la gamba, mormorando una piccola imprecazione.

Cosa ci fai a spasso in cortile, Leo? Perché non sei entrato?

Luomo robusto e basso chinò la testa come un ragazzino colto in fallo.

Scusami… La porta del capanno era storta. Volevo aggiustartela. Domani vado allapiario, non so quando torno. Pensavo di fare in tempo.

Domitilla si bloccò.

La porta? Del capanno?

Solo allora tutto tornò: il cortile in ordine, la recinzione riparata, le assi nuove vicino al bagno.

Quindi sei tu, il mio spirito della casa! Domitilla rise.

Eh?

Lo spirito! Ne ho uno qui. Mi aiuta con il lavoro, custodisce la casa. Solo che non beve il latte dalla ciotola. Matteo dice che serve un gatto, per fargli compagnia. Si annoia da solo, lo capisci?

Alla luce fioca della cucina, Domitilla vide che Leonardo si era acceso di rossore.

Scusa. Dovevo dirlo prima.

Grazie, davvero… Ma perché, Leo?

Alla domanda, Leonardo non rispose. Fece un cenno e scomparve oltre il recinto, ignorando Augusta e i bambini che lo guardavano dalla cancellata.

Tornato, eh! Augusta sorrise e porse a Domitilla una bottiglia di latte. Metti in frigo.

Tornato? Mamma, tu sapevi?!

E tu che credevi? Lo sa tutto il paese. Leonardo è cotto di te da quando uscivi ancora con Giorgio! O non te ne accorgevi, di come ti guardava?

No…

Suvvia! Sul serio? Non mentire!

Non mento. Davvero non lo sapevo…

Vieni, parliamone! Augusta spinse avanti Bianca. Ma prima mettiamo a letto i bambini. Cè tempo, la notte è lunga.

Rimasero a chiacchierare fino allalba. Domitilla rabboccava acqua calda nella tazza della suocera, ascoltando a bocca aperta.

Venne da me un annetto fa. A chiedere la tua mano. Ha detto che tu non hai nessuno più vicino di me, allora occorreva chiedere a me. Furbo! Sapeva come blandirmi!

E tu hai detto di sì?!

E perché no? Sei giovane! Hai ancora tutta la vita davanti! I bambini crescono, se ne andranno, resterai sola con me, vecchia bacucca. Non va bene! Devi vivere! So quanto hai amato Giorgio! Ma ora ascolta me, non parlare! Un amore così accade forse una volta, hai ragione. Ma ci sono fortunati che amano ancora, anche dopo il dolore. Bisogna accettare con gratitudine, è dono del destino. Se sarà solo serenità, andrà bene uguale. Matteo cresce, gli serve un uomo accanto. Noi si fa quello che possiamo, ma è poco. Leonardo è già suo amico. Lo sapevi che gli insegna a guidare?

No…

Non lha detto. Teme di ferirti.

Perché?

Non so. Forse pensa che tu possa credere che manca di rispetto al padre.

Ma che sciocchezze!

Parla tu con Matteo. Rasserenalo. Gli piace Leonardo ma ha paura di essere frainteso. Bianca è piccola, di Giorgio non ricorda nulla. Con Matteo sarà più difficile. Ma tu…

Che cè, mamma? Domitilla si fece rossa, abbassando lo sguardo.

Niente! Augusta sorrise e si versò lennesimo tè. Versa ancora. Ho una sete pazzesca!

Un anno dopo Domitilla e Leonardo si sposarono. E dopo un altro anno venne al mondo un altro maschietto.

Guarda, mamma, che capelli scompigliati! appena a casa, Domitilla tolse il cappellino al neonato e gli lisciò i buffi ricci biondi come quelli di Bianca.

Proprio uno spiritello domestico! Augusta fasciò il piccoletto e lo prese in braccio. Ciao, nuovo nipote! Chiamami pure nonna Augusta.

Mamma…

Per il futuro! Vai, dagli da mangiare, io preparo la cucina. Cosa vuoi per pranzo?

Il grande gatto rosso, regalo di Leonardo per Matteo, fece capolino in salotto, avanzò silenzioso fino al davanzale e balzò alla finestra. Restò a fissare la addormentata Domitilla e il fagottino stretto accanto a lei. Il silenzio sedette accanto al gatto, lo abbracciò, e si mise ad ammirare la scena anche lui. Ecco, questa è la felicità… Così delicata, così fragile… Bisogna custodirla con cura.

Da qualche parte una cucchiaino ticchettò, risuonò la risata viva di Bianca, e il silenzio scivolò via dal davanzale, lasciando al gatto unultima carezza sullorecchio. Lui si scosse seccato, si leccò per bene e si preparò ad accogliere il nuovo membro della famiglia.

Vai pure! Qui di custodi, ormai, ce ne sono a sufficienza!

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

8 + 8 =

Il Custode della Casa: La Magica Presenza del Domovoi nella Tradizione Italiana