Il figlio denuncia sua madre

Mio figlio ha denunciato sua madre

Mi chiamo Giuseppe Spadaro, ho 69 anni. Questo diario raccoglie le mie riflessioni sullultimo anno, su ciò che è successo con mia madre e il mio bambino. Ho imparato molto, a un prezzo che mai avrei immaginato di pagare.

***

Mia madre, Leonarda Vinciguerra, 68 anni, era ferma accanto alla porta socchiusa della sua camera da letto, reggendo due tazze di tè al limone, ormai diventato freddo.

Dallaltra parte parlava piano mio figlio Luca, quarantadue anni. La sua voce era bassa, smorzata, come fanno quelli che sussurrano ciò che sanno farà male a qualcuno.

Mamma, cerca di capire. Non è per sempre. Mira, lì cè un bel posto: camera singola, pasti caldi tre volte al giorno, infermiera di notte e di giorno.

Leonarda rimase confusa; non capiva a cosa alludesse. Fece qualche passo, posò le tazze sul tavolino. Luca era seduto sul divano senza guardarla.

Di che stai parlando?

Del centro residenziale, mamma. Te lho già accennato, ma non ci hai mai prestato attenzione.

Ma quale centro? Non mi hai detto nulla.

Finalmente Luca alzò lo sguardo. Negli occhi riconobbi quello sguardo che aveva da bambino quando, dopo aver rotto il vetro del vicino a Firenze giocando a pallone, cercava il modo migliore per giustificarsi: sguardo colpevole e insieme ostinato.

Ti assicuro che ti avevo detto! Lultima volta che sono passato.

Luca, la scorsa volta sei stato venti minuti, mi hai portato due arance e ti sei scusato dicendo che avevi fretta. Quando avresti trovato il tempo di parlarmi del centro?

Si alzò, andò verso la finestra. Lì fuori cera il cortile che mia madre conosceva a memoria: tre cipressi affianco al vecchio pozzo, la panchina scrostata, la gatta Lilla che sostava sempre accanto alluscio. A Leonarda importava sapere che Lilla fosse al suo solito posto. Cercò con lo sguardo. Non cera.

Mamma, ti prego. Non trasformare questa cosa in tragedia. Il Centro Il Glicine non è affidare un anziano, come magari immagini. Si vive bene, cè attività, la gente è tranquilla. Anche Laura lha visto.

Laura. Il nome di quella donna pronunciato così, casuale, mi irritò.

Ho capito, sussurrò mia madre.

Cosa hai capito?

Che non è una tua idea.

Luca si girò di scatto.

Mamma, non essere ingiusta. Vogliamo solo il meglio per te. Qua sei sola. La pressione è ballerina, la signora Piera me lha detto. Lì invece hai medici, compagnia, si esce a passeggio.

Luca, questa è la mia casa.

Silenzio.

Mamma In verità ora è nostra ribatté, correggendosi di colpo come folgorato. Due anni fa avevamo firmato dei fogli per questioni fiscali, aveva detto. Solo una formalità, aveva giurato. Avevo firmato, mi fidavo: era mio figlio.

Non puntare il dito così, mamma

Come così?

Con quellaria…

Abbassai il capo. Avevo preparato il tè alla menta, il suo preferito. Lavevo ricordato, come sempre.

Quando volete che me ne vada?

Mamma, ti prego, non così.

Luca, ho fatto una domanda chiara.

Di nuovo a voltare lo sguardo verso la finestra.

Laura pensa che per il primo settembre sia meglio. In casa cè bisogno di spazio, ci serve la stanza per il suo studio, lavora da casa. E dobbiamo sistemare alcune cose, fare dei lavori

Il primo settembre. Tre mesi.

Presi la mia tazza e uscii lentamente dalla stanza. In cucina posai la tazza nel lavello. Restai per un po a fissare il muro di mattoni del palazzo accanto. Lo conoscevo da trentotto anni. Prima con mio marito, Salvatore, morto sette anni fa. Poi da sola. Lì avevo preparato marmellate, dato pappa al piccolo Luca, pianto in silenzio quando nessuno poteva vedermi.

Dal corridoio arrivò mio figlio.

Mamma, ma dimmi qualcosa…

Cosa dovrei dire?

Che capisci, che non sei arrabbiata

Lo guardai. Così simile a suo padre, perfino nelle espressioni. E mi sembrava, ora, un peso in più.

Ti voglio bene, Luca, gli dissi. Questo non cambia.

E lui prese il mio silenzio per un consenso. Lo vidi distendersi, rilassarsi, venne ad abbracciarmi e cominciò a dire che sarebbe passato spesso. Io non ascoltavo. Tre mesi sono lunghi. Si può fare ancora tanto.

***

La verità la seppi da Bianca.

Bianca, tredici anni, figlia di Luca e del primo matrimonio con Serena, mi telefonò una settimana dopo. La voce sottile e rauca, di chi ha già pianto.

Nonna, ti ho sentito. Papà e Laura. Secondo Laura non andrai mai di tua volontà. Che bisognerà costringerti.

Bianca, dove sei?

A casa di mamma. Lo sentii il fine settimana da papà. Laura ha detto che se ti ostini cè la carta: la casa è intestata, ormai non puoi più far niente. Lui ha taciuto, nonna. Solo taciuto.

Tesoro.

Nonna, non voglio che tu vada via. Ma tu vuoi andarci?

No, non voglio.

Che farai, allora?

Guardai la credenza coi ritratti: Salvatore giovane, Luca bambino, Bianca piccina con il secchiello sulla spiaggia.

Ci penserò, amore. Non preoccuparti.

Posso venire a trovarti, ovunque tu sia?

Certo, sempre.

Rimase lì, seduta al buio molto tempo. Poi camminai per il mio appartamento, come si fa prima di partire. Sfiorai i segni dei centimetri di Luca incisi a matita sullo stipite nei vari anni, scivolai col polpastrello sul davanzale dipinto di bianco da Salvatore. Aprii larmadio e osservai le mie cose.

La mattina dopo chiamai il patronato comunale di Firenze. Mi spiegarono con voce burocratica che la donazione è atto definitivo; si può contestare solo in tribunale, per inganno o costrizione che però è quasi impossibile dimostrare.

Ringraziai, chiusi e andai a preparare il brodo.

***

La casa di campagna era al quarantatreesimo chilometro, fra le colline verso Siena. Sei are, una casetta in legno che Salvatore stesso aveva costruito. Il tetto perdeva, una stufa a legna fumosa, la recinzione piegata dalledera. Negli ultimi tre anni ero andata solo io destate, per sistemare lorto.

Partii a fine agosto, con tre borsoni e due scatoloni: portai lessenziale, piatti, documenti, foto, libri, coperte di lana, la piccola TV di Salvatore, la macchina da cucire.

Luca chiamò il giorno dopo.

Mamma, che stai facendo? Sei andata via, senza avvisare!

Perché avvisarti? Primo settembre non è ancora arrivato

Dai, la potevamo gestire parlandone!

Luca, tu mi hai comunicato la tua decisione. Io ho preso la mia. Tutto a posto.

Lì però non si può stare durante linverno! Niente riscaldamento vero, lacqua dal pozzo

Cè la stufa, so accenderla.

Ma, mamma, non è ragionevole…

È la cosa più seria che abbia fatto in questi mesi, e sentii dentro di me una forza nuova, impensabile. Stai bene, Luca?

Io? Mamma, penso a te!

Allora tutto ok. Devo sistemare il tetto. Buona giornata.

Attaccai, andai a vedere il disastro del tetto.

In basso, in veranda, le assi marcite: entra vento e pioggia. In capanno trovai la guaina bitume e i chiodi: riparai alla meglio la fessura. Poi girai per lorto, provai lacqua dal pozzo, era fredda e con un lontano sapore di ferro.

Da oltre la staccionata spuntò il vicino, Remo Bianchi. Era un uomo robusto, settantenne, da cinque anni in campagna fissa dopo la pensione. Lo conoscevo appena, ci si salutava negli incontri.

Buonasera, signora. È tornata per restare?

Resterò per linverno, Remo.

Scrutò il mio lavoro sgangherato.

Bisogna controllare la canna fumaria. Rischia di essere otturata, nessuno lha usata lanno scorso: cè il pericolo di gas

Se ne intende?

Ho sentito che armeggiavi sul tetto, e ogni tanto vigilavo su questa casa.

Lo guardai meglio.

Grazie. Non lo sapevo.

Se vuole do unocchiata io: ci vuole poco, basta saperlo fare.

In meno di unora la stufa scaldava silenziosa e netta. Remo bevve un infuso seduto alla mia veranda. Il suo silenzio era semplice, non dimbarazzo, come fra chi non deve dimostrare nulla.

Da quanto vivi qui stabilmente? domandai.

Cinque anni, dal lutto di mia moglie. Ho lasciato la casa ai figli. In città non avevo più nulla da fare.

Non ti pesa stare solo?

Uno ci si abitua. E lei?

Gli raccontai il necessario, niente più. Lui ascoltò senza interrompere, né sperticate parole di compassione.

Succede, concluse poi. I figli non si rendono conto. Ma impareranno.

È un bravo ragazzo, il mio Luca.

Non dubito.

È lei la più forte, la signora Laura, sussurrai io, stupendomi del mio coraggio.

Allora lo diventerai anche tu, sorrise. Semplice, senza retorica.

Mi scappò da ridere.

A sessantotto anni divento una roccia, sotto il vento in una casetta con il tetto che piove?

E perché no? In due aggiustiamo tutto.

Finì il tè, si alzò:

Domattina controllo la stufa e la veranda. Ho un po di legno avanzato.

Non voglio essere un peso.

Deciderai tu cosè un peso, rispose, andandosene.

***

Settembre volò nel lavoro. Era la salvezza. Ogni mattina mi alzavo allalba, accendevo il fuoco, preparavo una zuppa calda, masticavo il pane e andavo fra lorto, luva, la legna da impilare. A portar legna aiutò Remo, col suo camioncino dalla Val dElsa. Si lavorava insieme, senza troppe parole.

A metà settembre chiamò Luca.

Mamma, come sei messa?

Bene.

Sarà già freddino a quellora

Sto davanti al camino, si sta bene.

Mamma, cerca di seguire un consiglio Io intanto cerco una soluzione vicino Firenze, una casa tranquilla.

A me piace qui.

Ma, mamma

E Bianca, come sta?

Silenzio.

Tutto normale, sta spesso da Serena.

Serena era la sua prima moglie, la madre di Bianca. Si erano separati senza drammi nove anni prima. Serena mi aveva sempre voluto bene.

Vento rumoroso agitava le poche foglie del melo fuori.

Chiama se hai bisogno, mamma.

Lo farò.

Ma sapevo che non lavrei mai fatto. E lui pure.

Ottobre portò le piogge. La strada diventò melmosa, il paesino era sempre più deserto; la mattina bevevo il tè in veranda in compagnia solo degli uccelli e del rumore della pioggia sulle foglie.

A volte mi capitava di piangere la sera. In silenzio, per la stanchezza, per le cose che finalmente avevano trovato spazio nella mia testa. Pensavo allappartamento, dove probabilmente stavano già distruggendo tutto, ai tratti a matita sulla porta che qualcuno avrebbe cancellato, ai vecchi giorni. Pensavo a Salvatore, alla sua pennellata bianca sul davanzale. I miei trentotto anni di vita, ridotti in tre scatoloni tra queste mura.

Però ogni mattina mi alzavo, accendevo il camino, ricominciavo da capo. Dovevo farlo.

Remo era ormai una presenza costante: arrivava quasi ogni giorno con attrezzi o cibo dalle sue coltivazioni. Si sedeva per il tè, si finiva sempre col parlare di qualcosa. Raccontava dei suoi figli a Siena e Massa Carrara, che vedeva una volta allanno; di sua moglie Flora, che ricordava con serenità, senza rimpianti fragorosi. Mi insegnava a gestire meglio lorto, mi spronava a dosare le forze.

Non teme linverno qui, da solo? domandai una sera.

Alla solitudine mi sono abituato. Anche lei ci riuscirà.

Non so

Provare non costa nulla.

Questa era la sua maniera: non convincere, ma indicare la via, senza troppi discorsi.

***

A novembre linverno arrivò sul serio. La neve coprì subito tutto, senza tentennamenti. Il pullman si fermava solo quando poteva; ero quasi completamente isolata dalla città. Mi spaventò, più di quanto volessi ammettere.

Per la prima settimana chiamai Bianca ogni sera.

Nonna, hai caldo? Mangi?

Calda io, e con lo stomaco pieno. Tu invece?

Tutto bene. Papà è venuto domenica Laura lo aspettava in macchina.

Va bene, cara.

Era triste, la vedi?

Sono questioni sue, Bianca.

Ti sei arrabbiata con lui?

Ci pensai.

No. Mi sento solo triste, che è diverso. Offendersi e essere tristi non sono la stessa cosa.

Perché?

Se sei offesa vuoi che laltro si senta in colpa; se sei triste, accetti come sono andate.

Pausa.

Sei saggia, nonna.

No, cara. Solo vecchia.

Non è la stessa cosa.

Mi fece ridere. Un riso caldo, che mi sorprese.

Hai ragione, non è la stessa cosa.

Gennaio fu il più duro. Gelo, legna che finiva in fretta, a volte dovevo svegliarmi la notte per alimentare il fuoco. Una notte saltò la tubatura, dovetti portare la neve in casa e scioglierla sul fuoco. Remo mi aiutò, portò nastro da idraulico, una fiamma ossidrica. Congelammo, ma ce la facemmo.

Vi devo molto, Remo.

Ce lavresti fatta anche sola.

No davvero.

Forse no. Ma provarci è ciò che conta.

Non si stufa, dei miei guai?

Mi guardò divertito.

Quali guai? Siamo vicini. Si chiama essere umani.

I vicini a volte non aiutano

Ma a volte sì.

A febbraio arrivò Bianca. Di sorpresa, in autobus, con uno zaino e una torta al cioccolato.

La mamma ti ha lasciata venire?

Mi ha portato lei fino alla fermata! Ha detto di dirti che si preoccupa per te.

Ringraziala. Vieni, qui dentro cè caldo.

Osservò la casina, toccò la stufa:

Bella atmosfera, nonna.

Davvero?

Altroché. Qui si sente aria di famiglia, non di albergo. Di casa vera.

La osservai: cresciuta, più seria, occhi scuri di Luca.

Raccontami di nonno Salvatore. Quando eravate qui giovani.

Sedemmo al tavolo, tè caldo, e raccontai: di come Salvatore edificò la casa, delle prime notti a dormire vestiti per il freddo, delle patate piantate e raccolte come se avessimo dieci anni. Di Luca da piccolo che aveva paura a stare in giardino dopo il tramonto e mi chiamava ogni dieci minuti.

Era fifone?

No, aveva molta fantasia.

E poi cosa è successo?

È cresciuto; la fantasia è rimasta, le paure sono cambiate.

Bianca rifletté.

Pensi che sappia cosa ha fatto, ora?

Non lo so. Dipende da lui.

Non è giusto, però.

Non lo è. La giustizia non sempre arriva.

Ma a volte sì?

A volte arriva qualcosaltro. Di più prezioso.

E cosa?

Guardai fuori. Bianco sulla campagna, pinete sullo sfondo.

La pace. Questo tè, questa stanza, e tu qui accanto. È questa la cosa importante.

Bianca non disse nulla, ma annuì con convinzione.

***

Marzo venne con il profumo di terra bagnata e aghi di pino. Una mattina uscii fuori e mi sentii semplicemente bene. Non malgrado tutto, proprio bene. Forse essere forti è questo: non recuperare ciò che è stato, ma stare di nuovo in piedi, diventare qualcosaltro.

Remo mi salutò dal cancello.

Leonarda, ho piantine di pomodoro e cetrioli, le servono?

Volentieri, grazie.

Stasera gliele porto. Attenta a una tavola, con la neve si è spostata.

Controllo. Forse ormai posso sistemarla da sola.

Sorrise sotto i baffi.

Ci credo, io sono solo di supporto.

Aprile portò altro lavoro. Scavai, fecondai lorto, sistemai la serra, il pozzo. Mangiavo con gusto, dormivo senza pesi. Notai che pensavo di meno allappartamento. Non era scomparso il dolore, era diventato una cicatrice.

In aprile chiamò Luca, la voce diversa.

Mamma, come stai?

Bene, la primavera mi dà energia.

Lo sento. Mamma ti penso sempre.

Tacco una pausa.

Va bene, Luca.

Non torniamo almeno per una giornata?

No.

Perché?

Perché qui sto bene. Questa è casa mia, ormai.

Mamma…

Bianca? La senti?

Certo. È venuta, e Serena me la lascia spesso.

Bene.

***

Lestate lì fu unaltra cosa. Prima venivo da ospite, ora era terra mia. Ogni cetriolo, ogni barattolo di marmellata: sudore mio. Aveva senso profondo.

Bianca venne a stare da me tutta estate. Serena chiamò:

Può restare lei tra giugno ed agosto?

Più che volentieri, mi aiuta molto.

Parla spesso di te. Vorrei anchio avere una nonna così, lo sai?

Anchio ho una nipote magnifica.

Arrivò con libri, tablet, un quaderno per i suoi racconti. Non aveva paura della fatica, lavorava in silenzio, imparò a portare lacqua dal pozzo. Alla sera si sedevamo sulla veranda con il tè alle erbe che raccoglievo nel sottobosco.

Remo le insegnava a riconoscere gli uccelli, spiegava il pozzo, le nuvole. Bianca ascoltava tutto, occhi pieni di curiosità.

Remo è gentile, mi disse. Sembra un nonno

È vicino e amico. Ed è tanto, già così!

Ma tu per lui provi solo amicizia?

Bianca, non fantasticare

Era solo una domanda.

Lamicizia vera dura di più.

In luglio chiamò Luca: voleva venire a trovarci. La voce tesa.

Vieni, quando preferisci. Bianca è qui.

Sugli ultimi giorni della settimana.

Va bene.

Non mi feci illusioni. Ormai non chiedevo più nulla a Luca. Avevo imparato che la gente dà quel che può, quando può.

***

Arrivò di sabato, da solo, senza Laura. Lasciò la macchina, guardò il cortile pulito, i filari dorto, la veranda nuova, le tende ai vetri.

Bianca gli corse incontro. Erano simili, entrambi alti, un po rigidi nei movimenti, come chi si vede dopo tanto.

Ciao, mamma.

Ciao. Ho preparato il pranzo.

Si parlò del più e del meno. Bianca raccontava di tutto, Luca ascoltava e sorrideva poco. Era dimagrito, aveva le occhiaie.

Dopo pranzo, Bianca andò in camera a leggere. Restammo in silenzio.

Mamma, devo dirti una cosa.

Dimmi, figlio mio.

Laura vuole vuole che Bianca vada in collegio. Dice che non è sua figlia, che è un impiccio, che non deve prendersela. Ho tentato, ma lei mamma, mi tratta come fossi inutile. Quasi che tutto ciò che conta sono i suoi bisogni.

Non risposi. Lui proseguì.

Bianca lha saputo. Laura lo ha detto mentre lei era vicino, non se nè accorta. Mia figlia si è chiusa in camera, non voleva nemmeno uscire. Lho lasciata a Serena.

Lo so, Bianca me lha detto. Era notte, piangeva. Ho fatto del mio meglio.

Mamma, perdonami

La voce secca, nessun gesto teatrale. Era sincero.

Perché chiedi perdono?

Per tutto. Per la casa, per averti dato ascolto solo quando conveniva a lei. Per la residenza. Perché ti ho tradito.

Luca

Fammi parlare ancora. Credevo di fare il meglio per tutti. Dicevo a me stesso che lì saresti stata curata. Ma era una menzogna; volevo solo liberare una stanza, perché Laura lo voleva. Non ho avuto forza di negarmi.

Perché?

Non so. Lei è dura, decisa. Accanto a lei mi sento sempre in difetto. Sembra che tutto quello che è mio figli, madre sia solo un fastidio. Lei è lunica cosa che conta.

Guardai mio figlio. Aveva quarantadue anni, eppure era ancora, laggiù, quel bambino che mi chiamava ogni dieci minuti.

La ami?

Non lo so più. Credo di no. O è passato molto tempo da quando lo facevo.

E adesso?

Vado via. Lho detto. Lei non si è sorpresa, credo sia stanca anche lei.

Hai già una casa?

Ne ho presa una piccola, mi basta. Non vengo per dirti di tornare nel tuo appartamento, lo so che non si può. Volevo solo

Si fermò.

Solo dirlo, finii per lui.

Sì. E chiederti: mi accetterai ancora?

Andai alla finestra: Bianca leggeva vicino al pozzo, il pomeriggio inondava tutto di luce dorata.

Ti accetto già da mesi, Luca. Non vuol dire che torno a Firenze. Ma resti mio figlio, questo non cambia.

Sentii lo sforzo nel suo respiro.

Posso venire?

Questa casa è anche tua, la costruì tuo padre per tutti noi.

Mi guardò con quella dolcezza che non vedevo da bambino, quando si ammalava, mi stringeva la mano, cercava sicurezza.

***

Bianca non tornò in città con il padre. Restò con me, con la benedizione di Serena.

Passò un altro agosto, seguì settembre. Bianca entrò nella scuola media del paesino vicino. Andai con lei il primo giorno, e capii che la vita davvero si ricrea dove meno ci si aspetta.

Ora io e Luca parliamo ogni settimana. I nostri dialoghi sono più calmi, più veri. Racconta del suo lavoro, dello sforzo di imparare le piccole cose da solo. Ascolto, ogni tanto suggerisco qualcosa.

Non ti manca la città, mamma?

No, per niente. Non ci credevo neppure io.

Sono contento. Che tu sia finalmente serena.

Remo una volta domandò se avrei chiesto laffido per Bianca in tribunale.

Credo di sì, la piccola vuole restare qui.

È il meglio per lei, qui ha radici.

Le piace pure a te?

È intelligente, curiosa. Lambiente semplice le fa bene, se no rischia di diventare qualcosaltro, per piacere agli altri.

Lo osservai.

Vedi le persone con chiarezza.

Ora sì. Col tempo si capisce.

E me?

Rifletté.

La vedo veramente libera, signora Leonarda. Non libera da tutto: libera, qui dentro. E non è poco.

Lo credo anchio.

***

A ottobre arriva il freddo, e capisco che accendere la stufa ormai mi riesce naturale. Bianca torna, fa i compiti mentre io preparo il minestrone.

Compito di italiano: scrivi su chi ammiri di più dice.

Chi hai scelto?

Te, nonna. Posso?

Certo, ma non inventare troppo

Dico solo la verità: che sei arrivata qui senza niente, non ti sei abbattuta, non ti sei incattivita, né hai mai chiesto pietà.

Mescolo il minestrone.

Qualche volta mi sono dispiaciuta, ma in silenzio.

Essere tristi da soli non è debolezza. È gentilezza.

Dove lhai letta?

Da nessuna parte. Lho pensata io.

Allora mettila nel tema. È bella.

Sorride, si rimette al lavoro.

Viene Remo col barattolo di cavolo cappuccio in salamoia.

Ne vuole un po nel minestrone?

Molto volentieri.

Allora passo la ciotola.

Remo, resti per cena, cè minestra per tutti! grida Bianca dalla porta.

Se insisti Bianca, allora resto volentieri.

Mentre scaldo le scodelle sento voci allegre dalla veranda, Bianca che racconta del compito, Remo che risponde paziente.

Metto i piatti. Questa è la mia cucina, la mia casa meschina, tenuta su con fatica, ma mia. Tra poco Luca tornerà, ci sarà Serena, discuteremo di futuro tutti insieme.

Ma lunica cosa che conta, davvero, è quella che ho imparato in questanno duro: a volte devi perdere tutto, per scoprire chi sei. E accettare che la pace si trova nelle case piccole, nelle mani amiche, nella voce rumorosa di tua nipote, e in un piatto di minestra fumante condivisa in tre.

Perché, meglio tardi che mai, ho compreso che anche una grande ferita può diventare una nuova casa.

È meglio così, Bianca le dico quando finisce di versare il minestrone davvero meglio.

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