«Il gatto non è più tra i vivi da sei mesi,» disse l’anziana signora all’uomo che aveva accolto Boris.

Alla vigilia di Capodanno si desidera più che mai credere nei miracoli. È una storia dal finale davvero misterioso quella che voglio condividere con voi oggi.

Nel monolocale dove abitava Antonio De Luca puzzava di pasta istantanea economica e di una solitudine antica.

Lui sedeva alla finestra sull’unica poltrona ancora intera e guardava la via deserta.

«E adesso?» borbottò tra sé. «Di cosa vivrai?»

Era senza lavoro da sei mesi. La moglie Giulia se n’era andata dal vicino un mese prima. Aveva portato via tutto, perfino la gatta Puccia, che avevano raccolto la primavera scorsa.

«Non voglio vederti» gli aveva detto come ultima frase. «Puzzi di grappa già dal mattino.»

E che altro poteva dirgli? Era la verità.

Quel giorno Antonio non aveva nemmeno toccato la bottiglia – semplicemente non aveva soldi. Gli ultimi venti euro li aveva spesi per quella maledetta pasta.

All’improvviso nel palazzo si sentì un miagolio pietoso.

«Di nuovo il gatto del vicino» fece un cenno con la mano Antonio.

Ma il miagolio non si fermava. Anzi, diventava sempre più insistente.

Antonio si alzò, si avvicinò alla porta, tese l’orecchio.

«E cosa vuoi?» brontolò aprendo.

Sul pianerottolo sedeva un gatto grigio. Bagnato, arruffato, col pelo sporco. Al collo penzolava un collare consunto.

Il gatto alzò la testa e guardò Antonio dritto negli occhi.

«Vattene» disse Antonio stanco, con un gesto. «Non ho niente da mangiare neanche per me.»

Ma il gatto non se ne andò. Si avvicinò, si strofinò sulle gambe.

Antonio si chinò, esaminò il collare. Sulla piccola targhetta logora era inciso: «FILIPPO».

«Filippo?» si meravigliò Antonio. «Strano nome per un gatto.»

E il gatto in risposta miagolò forte, come a confermare.

I primi due giorni Antonio cercò di scacciare l’ospite indesiderato. Ma Filippo non mollava. Stava sotto la porta, miagolava, graffiava. E quando Antonio usciva al negozio, il gatto lo seguiva come un’ombra.

«Ma ti sei affezionato a me?» chiese Antonio il terzo giorno, guardando gli occhi grigi.

Filippo fece le fusa in risposta.

«Va bene, entra. Ma solo temporaneamente. Finché non troviamo il padrone.»

In casa il gatto si comportava in modo strano. Non esplorava il territorio come fanno di solito gli animali. Andò subito alla finestra, saltò sul davanzale e restò immobile, guardando la strada.

«Cosa scruti?» chiese Antonio.

Filippo non rispose. Se ne stava lì e guardava lontano.

Dopo una settimana la vita di Antonio cominciò a cambiare.

Prima accadde l’incredibile – chiamarono dal suo vecchio lavoro.

«Antonio?» sentì la voce familiare del capo. «Sono Enrico. Ho da parlarti.»

Antonio si sentì gelare. Probabilmente volevano fargli pagare i danni di quel giorno sfortunato in cui era arrivato ubriaco al lavoro.

«Ti ascolto» rispose con voce rauca.

«Insomma. Ho licenziato il tecnico Pietro. Si è rivelato un irresponsabile. E domani arriva la commissione, devo consegnare il cantiere. Mi dài una mano?»

«Enrico, pensavo che fossi arrabbiato con me.»

«Ma quale rabbia! Sei un bravo uomo, solo che la vita ti aveva messo alle strette. Domani vieni?»

Antonio guardò Filippo. Il gatto era sul davanzale e faceva le fusa senza voltarsi.

«Vengo» disse Antonio deciso.

Il lavoro filò liscio. Le mani ricordavano ogni movimento, l’occhio coglieva il minimo difetto. A sera il cantiere era pronto.

«Ma guarda!» si meravigliò Enrico. «In un giorno hai fatto quello che Pietro tormentava per una settimana.»

«Esperienza» rispose modesto Antonio.

«L’esperienza è buona. Torna a lavorare. Solo una condizione: neanche una goccia sul posto di lavoro.»

«Inteso.»

A casa Antonio andò subito da Filippo.

«Allora, amico, come va? Ho trovato lavoro. Ora ti darò da mangiare.»

Il gatto si voltò e guardò Antonio. Negli occhi gialli balenò qualcosa di simile a un’approvazione.

E una settimana dopo arrivò un altro miracolo.

Antonio tornava dal lavoro quando vide una figura familiare all’ingresso del palazzo. Giulia. Stava con una valigia e piangeva.

«Cosa è successo?» le si avvicinò.

«Antonio» singhiozzò. «Posso venire da te? Sergio mi ha cacciato. Ha detto che si è già stancato di me.»

Antonio guardò la moglie in lacrime. Un mese prima l’avrebbe supplicata in ginocchio di tornare. Ora sentiva solo pietà.

«Vieni» disse piano. «Vuoi un tè?»

«Sì. E questo gatto di chi è?» si stupì Giulia vedendo Filippo sul davanzale.

«Mio, ora. Si chiama Filippo.»

«Ti ricordi Puccia? L’ho portata da mia mamma. Sergio non ama i gatti.»

«Capisco.»

Sedettero in cucina a bere tè. Giulia raccontava della vita con Sergio, si scusava, chiedeva perdono. Antonio ascoltava e pensava che strano – non provava rabbia. Solo stanchezza.

«Antonio, ricominciamo?» disse lei. «So di essere stata stupida. Ma un tempo ci amavamo.»

Antonio guardò Filippo. Il gatto era nella stessa posa, immobile verso la finestra.

«Sai, Giulia» disse lentamente. «Ti perdono. E anche ti capisco. Io mi ero davvero dato all’alcol. Ma non posso tornare indietro.»

«Perché?» Giulia lo guardò stupita.

«Perché sono diventato un altro. E tu un’altra. Siamo già estranei.»

Giulia pianse più forte.

«Ma ti lascio dormire qui» aggiunse Antonio. «E domani ti aiuterò a trovare un appartamento. Ora ho un lavoro, ti aiuterò con i soldi per un po’.»

Quella notte dormirono in stanze diverse. Filippo non si staccò da Antonio, stette accanto e fece le fusa.

Al mattino, mentre Giulia si preparava ad andare, si fermò sulla porta.

«Antonio, sei davvero cambiato. Sei diventato più forte, in un certo senso.»

«Forse.»

Un altro mese dopo Enrico propose ad Antonio di diventare capocantiere.

«Vedi come i ragazzi ti rispettano. Lavorano meglio con te.»

«Ci penserò» rispose Antonio.

A casa si avvicinò a Filippo.

«Che dici, amico? Accetto?»

Il gatto si voltò e lo guardò. Negli occhi c’era una certa tristezza.

«Cosa hai?» si preoccupò Antonio. «Stai male?»

Filippo miagolò piano, in modo diverso dal solito.

Quella notte Antonio si svegliò per una sensazione strana. Il gatto era sdraiato accanto a lui sul cuscino e lo fissava dritto in faccia.

«Cosa hai, Filippo?»

Il gatto allungò una zampa e toccò delicatamente la guancia di Antonio.

«Filippo, mi spaventi.»

Al mattino Antonio si svegliò solo.

Filippo era sparito.

Antonio frugò tutta la casa, tutto il palazzo, il cortile. Attaccò annunci con la foto di Filippo, telefonò a tutti i canili. Il gatto non si trovava da nessuna parte.

«Non può essere!» urlava cercando per le strade. «Le finestre erano chiuse! La porta chiusa a chiave!»

Ma Filippo si era dissolto, come se non fosse mai esistito.

Per tre giorni Antonio non riuscì a mangiare. Stava seduto alla finestra ad aspettare. Forse sarebbe tornato?

Al quarto giorno squillò il telefono. Una donna disse che avrebbe parlato del gatto solo di persona.

Un’ora dopo era sulla porta: «Antonio? Mi chiamo Nina Berti. Sono qui per l’annuncio. Riguardo al gatto.»

«Ha visto Filippo?» sussultò Antonio.

«Posso entrare? Ho difficoltà a stare in piedi a lungo.»

Antonio fece entrare la donna in casa. Si sedette in poltrona, sospirò pesante.

«Giovane, mi racconti per favore com’era il suo gatto.»

Antonio descrisse Filippo – grigio, occhi gialli, collare con targhetta.

Nina annuì.

«E quando è arrivato da lei?»

«Due mesi fa. Sotto la pioggia. Bagnato, affamato.»

«Capisco» la donna tacque. «Mi dica, la sua vita dopo il suo arrivo è cambiata?»

«È cambiata» rispose sincero Antonio. «Moltissimo. Ho trovato lavoro, sistemato la storia con mia moglie. Come se tutto si fosse aggiustato.»

Nina sorrise tristemente.

«Sa, giovane. Filippo era il mio gatto. È morto sei mesi fa. Di vecchiaia. Ha vissuto quattordici anni.»

Antonio rimase di ghiaccio.

«Cosa dice?»

«È sempre stato speciale. Fin da piccolo. Sentiva le persone. Non sono matta, se lo pensa. Solo che a volte capitano cose che non si possono spiegare.»

«Ma come, perché…»

«In vita Filippo scappava spesso di casa. Lo trovavo nei posti più impensati. Sembrava sapere dove serviva aiuto. Andava da solitari, da malati. Li aiutava a superare le difficoltà. Poi tornava a casa.»

Antonio ascoltava incredulo.

«Dopo la sua morte pensavo spesso – perché non poteva restare? Così tanta gente ha ancora bisogno di aiuto.»

«E lei pensa che… che fosse davvero lui?»

«E lei crede di no?» Nina guardò Antonio attentamente. «I gatti normali non si comportano così. I gatti normali non scompaiono da case chiuse a chiave.»

Antonio si avvicinò alla finestra.

«Cosa devo fare ora?» chiese a bassa voce.

«Vivere» rispose semplicemente Nina. «Vivere bene. Filippo ti ha insegnato a credere di nuovo in te stesso. Quello è stato il suo dono.»

«E se dovessi ricadere? Ricominciare a bere?»

«Non ricadrai» disse la donna. «Ora sai che puoi essere diverso.»

Dopo che Nina se ne fu andata, Antonio rimase a lungo alla finestra. Il sole tramontava, tingendo il cielo di porpora.

«Grazie, amico» mormorò nel vuoto.

E all’improvviso gli parve – un leggero vento smosse la tenda. Come se qualcuno invisibile avesse miagolato in risposta.

Una settimana dopo Antonio accettò la proposta di diventare capocantiere. Un mese dopo conobbe una donna sull’autobus – portava a curare un gatto randagio.

«È bello» disse Antonio guardando la gatta tricolore.

«Sì, ma non ha padroni» rispose triste la donna. «Mi chiamo Anna, comunque.»

«Antonio. E se diventassi io il padrone?»

«Lei?»

«Be’, se lei non è d’accordo.»

Anna rise.

«Non lo sono. E come la chiamerà?»

Antonio guardò gli occhi gialli della gatta.

«Filippa. In onore di un buon gatto.»

Da qualche parte in alto nel cielo un gatto grigio di nome Filippo faceva le fusa soddisfatto. Il suo lavoro era finito.

Antonio aveva ricominciato a credere nella vita. E nel fatto che i miracoli accadono a chi è pronto ad accoglierli.

E questa, forse, è la magia più vera.

Direte – non può succedere? Può darsi. Ma io vi auguro comunque di incontrare nei momenti difficili il vostro «Filippo».

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