Nel freddo nord Italia, in uno spoglio centro industriale non lontano da Ivrea, sorge una piccola comunità immersa in una nebbiosa routine. Gli anni sessanta scorrono tranquilli, mentre il resto del paese corre verso un avvenire moderno. Là, invece, il tempo sembra fermo come una mosca incastonata in una pietra. La vita ruota intorno alla fabbrica del “Filo di Prata”, dove giovani e anziani si alzano all’alba per il lavoro. Gli stipendi sono modesti, ma grazie alle aggiunte per il Nord, la gente si arrangia.
In uno di quegli edifici grigi, al piano terra, vive la famiglia Fabbri. Apparentemente normale, come tante altre, ma basta entrare in casa sua per capire che ogni euro è una guerra. Il capofamiglia, Giovanni di Pietro Fabbri, è un uomo alto, nervoso, con sopracciglia sempre aggrottate, simile a un lupo assetato di denaro. Lavora come maestro alla filatura e tutti lo rispettano per le sue mani esperte. A casa? Diventa un tiranno dell’economia.
Un giorno, ubriaco, il vicino Vittorio scherza:
«Ehi Giovanni, perché non sorridi un po’? Così finisci col dividere in due la faccia!».
Per settimane non gli rivolge la parola, convinto di risparmiare sulle felicità.
Povera Maria Angela, sua moglie. Un tempo era una ragazza leggera, con la testa piena di canzoni e l’abito da ballo, ma adesso si muove in punta di piedi, come una topolina spaventata. Fa la contabile in ufficio, un lavoro perfetto per sposare un uomo come lui, che nasconde le provviste in un baule sbarrato, con un lucchetto pesante come un cuore senza affetto. Lì dentro ci sono pallotte di riso e patate, dosate come l’oro in una bottega secolare.
Il loro figlio, Simone, ha appena dodici anni e già capisce che qualcosa non va. Un ragazzo sveglio, ma schiacciato da un padre che lo ammonisce col martello dei suoi detti:
«Un centesimo si guadagna, non si butta via!». E con le nocche picchia sul tavolo, come se smontasse un oggetto rotto. Ai vicini non piace parlare del Fabbri, ma quando si sussurra, si comincia sempre con: «Quel pazzo ha uno scaffale pieno di riso e non si dà pace!».
La mattina la famiglia Fabbri comincia sempre uguale. Alle sei Giovanni sbuca dal corridoio, con un mazzo di chiavi che tintinna come un’orologiaia. Maria scende di corsa con il kimono, lui le butta in mano una ciotola con due cucchiaini di riso per lei, tre per lui e uno per Simone.
«Se per caso ti va di moltiplicare, sappi che sei libero di provare».
Poi va al gancio, dove c’è l’unica cella frigorifera fatta a mano: un contenitore murato all’esterno, ben chiuso a chiave.
«Burro solo per cospargere la padella!», sbotta, tagliandone un’asticella minuscola.
Maria sospira e obbedisce.
Simone stringe i pugni, ma mantiene il silenzio. Ha imparato che la ribellione costa cara.
Negli anni perde l’abitudine di partecipare agli appuntamenti e ai compleanni. «Amici sono un lusso», gli ripete il padre. Solo i libri lo salvano. Un giorno, trova un gattino sul marciapiede.
«Ehilà, ti sei bevuto il cervello?».
«Mangerò meno», risponde piano Simone.
«Allora portalo via!», grida il padre, e lui esce con l’animale tra le braccia, mentre sua madre lo guarda con gli occhi pieni di lacrime.
La sera, Maria tenta a voce bassa:
«Giovanni, magari è ora di spendere un po’ per Simone?».
«Che cosa?», sbraita lui.
«I pantaloni gli stanno stretti, e i bambini lo prendono in giro!».
Giovanni si alza, brandendo una cigarra. «Se insisti, passerai la notte in cantina!».
Gli anni si susseguono. Simone cresce triste e solo, come suo padre. Anche quando va all’università vicina, rifiuta gli inviti al cinema. «Si risparmia per il futuro», gli ripete. Nonostante le ragazze lo notino, lui non si fa strada. «Il cuore costa soldi», mormora segretamente.
Un giorno, però, entra nella sua stanza Alessia. Braciarda, allegro, rompe il ghiaccio con un sorriso. Lui tentenna. Poi, per la prima volta, accetta l’invito a prendere un gelato. Quell’incontro fa breccia nel muro che si era costruito intorno.
Sposati, i primi tempi sono dolci. Ma presto Alessia si accorge che lui risparmia ovunque. Quando propone una tenda leggera per le finestre, lui rifiuta. «Li usiamo per le spese vere». Le spiega che il denaro è come la pasta: si lava e si sistema, non si butta via.
Un pomeriggio, dopo un litigio, Alessia lo fissa con gli occhi lucidi.
«Simone, perché vivi come tuo padre?».
«Il mio padre aveva ragione».
«Il tuo padre è vissuto in un’altra vita. Noi siamo vivi, non siamo davanti a un cimitero!».
Simone non risponde. Ascolta il ticchettio delle dieci in dieci della sveglia, un’offerta di lusso, vecchia di anni.
«Allora vai», gli dice lei, stringendo il manico del suo borsone. «Non puoi neppure cambiare».
La porta si chiude. Simone resta seduto, con gli occhi vuoti. Ora capisce: l’unica cosa veramente cara gli è scivolata tra le mani.






