La notizia che avesse avuto una figlia colse Alfredo Mancini mentre si trovava in segheria, proprio il giorno di paga. Gli uomini avevano già preso i loro stipendi in lire e si avviavano verso casa, le taniche dolio vuote che battevano, mentre lui restava immobile davanti alluscita, stringendo le banconote stropicciate.
Che disgrazia, mormorò Alfredo tra i denti e sputò con forza tra i trucioli. Avevo detto a mia moglie: voglio un maschio. E invece guarda qua, mi rifilano una femmina.
Dentro ribolliva di rabbia e amarezza verso sua moglie, Caterina. Gli dava talmente fastidio che non aveva nemmeno voglia di tornare a casa, così vuota e silenziosa. Mentre Caterina, col neonato, passava giorni nellospedale di Chianciano, Alfredo raccolse quattro robe in un sacco di tela, infilò una pagnotta e dei vestiti puliti e se ne andò dalla madre, nel paese accanto, al di là del fiume Serchio, a venti chilometri da casa.
Caterina, dopo il parto e due settimane di ospedale, tornò allappartamento silenzioso. Entrò, osservò la cucina insolitamente in ordine (evidentemente Alfredo aveva sistemato prima di andarsene), posò sulla credenza linvolto con la neonata avvolta nella coperta e si sedette, affondando la testa tra le mani. Le spalle le tremavano per i singhiozzi senza voce. La piccola, poco più di un mucchietto con una piega buffa sulla nuca, dormiva tranquilla, muovendo ogni tanto la boccuccia assorta in un sogno. Caterina la guardò con amarezza: E chi lavrebbe mai detto che proprio tu, figlia mia, saresti diventata il motivo della nostra separazione.
Alfredo era un uomo robusto, coi lineamenti duri e un carattere noto in paese per essere duro. Le contraddizioni non le soffriva: ogni parola fuori posto era una ferita personale. Gli era entrato in testa che ci voleva un figlio maschio. Da piccolo era lultimo della sua famiglia dopo due sorelle e si era convinto che il cognome Mancini si reggeva ormai solo su di lui. E adesso: una femmina. Uninutile zavorra.
La madre di Alfredo tentò varie volte di convincerlo, di parlargli, di fargli cambiare idea, ma lui era irremovibile: “Finché quella bambina resta lì, io non ritorno”. E quei venti chilometri tra i due paesi diventarono per Caterina una distanza insormontabile.
Ripresasi dal parto, Caterina si buttò nel lavoro. In quegli anni nessuno pensava al congedo di maternità: cera il podere da curare, gli animali, e quando serviva si lavorava anche in fattoria. Quasi per compiacere Alfredo, con la segreta speranza di addolcirlo un po, chiamò la bambina Alessandra un nome forte, deciso. La piccola crebbe sana e tranquilla, senza capricci. A sei mesi si aggrappava già al letto, a un anno camminava spedita e si arrampicava sul cavallino di legno che il vicino le aveva fabbricato. Prese a parlare presto e a sgambettare esuberante per casa, tanto che la nonna la chiamava trottola.
Allasilo, Ale (così la chiamavano tutti), diventò subito il capo. Sveglia, rapida, energica. Nessun maschietto del suo gruppo riusciva a tenerle testa. Una volta abbatté il piccolo del vicino, che voleva strapparle la paletta. Era un carattere ferroso: non andava in braccio a chiunque, non ascoltava tutti. Si aggirava col vestitino rattoppato, con una canna di salice a scacciare le vacche randagie dallorto. Nessuno capiva da dove le venisse un simile coraggio.
Nel frattempo Alfredo si era consolato. Si era attaccato a Iole, una donna divorziata con due bambini. Allinizio ci andava solo per passare il tempo, poi lei, astuta e provocante, riuscì ad attirarlo tra le sue braccia. Gli prometteva figli: Alfredo ti darò un figlio maschio, il migliore. Ma il bambino non arrivava. Forse ci provavano, forse no. Alfredo si rabbuiava: Non mi conviene tirare su figli degli altri, voglio il mio.
E intanto, da paese a paese, arrivavano voci: Lo sai che la figlia tua, Ale, è più maschiaccio dei maschi? Forte, coraggiosa altro che bambina!. La madre di Alfredo riprese: Vai a vedere la bimba, il sangue è sangue. Alfredo forse non ci sarebbe mai tornato, non fosse stato che un giorno trovò delle strane erbe secche nel ripostiglio di Iole, e gli venne il sospetto che quella si facesse aiutare da qualche maga locale. Il giorno stesso raccolse la sua roba, sbatté la porta lasciando tremare i vetri, e se ne andò. Iole gridava dietro che quelle erbe erano per cercare di rimanere incinta, ma lui non volle sentire ragioni.
Quasi dopo quattro anni, Alfredo rientrò in casa. Il suo primo incontro con la figlia fu freddo. Magra, in una gonna scolorita, Ale lo fissava dritto, senza paura. Di fronte al dolcetto che lui le porse, non si mosse.
Guarda come mi squadra, borbottò Alfredo, a disagio sotto quello sguardo da bambina. Certo che la madre lha messa contro di me.
Caterina, felicissima per il ritorno del marito, agitò le mani:
Alfredo, ti penso sempre, solo parole buone per te. Speravo tanto tornassi. Siamo una famiglia, no?
Amava il marito, Caterina, nonostante tutto. Alfredo dicevano fosse duro, ma si capiva che era addirittura crudele. Poche parole, sempre insoddisfatto, faceva tremare la casa con un pugno sul tavolo e a volte, purtroppo, anche con qualche schiaffo.
Ale aveva cinque anni ma capiva già molto. Bastava che il padre guardasse la madre con il cipiglio duro, e lei si ripiegava, stringendo i pugni:
Uff, cattivo tu! Vedrai se non ti faccio vedere io!
Pugnetto infantile, ma latteggiamento segreto di protesta lo faceva irritare.
Alfredo si calmò solo per poco, quando Caterina gli diede finalmente un maschio: Paolo. Da subito Ale si prese cura di lui, lo portava in spalla, lo imboccava, ci giocava e gli cambiava i pannolini mentre la madre era al lavoro.
Alfredo era parzialmente contento, ma la gioia era muta. Continuava come prima a sgridare chiunque in casa non rispettasse i suoi voleri. Caterina sopportava in silenzio ogni maledizione, purché non alzasse le mani.
Ma Ale, ormai sette anni, batteva i piedi e minacciava:
Te lo dico allo zio carabiniere!
Alfredo restava di sasso:
Che dici, ragazzina? Alzi la voce a tuo padre?
Si lanciò su Ale, ma lei sgusciò via, minacciando da lontano. Provò anche una volta a picchiarla con una canna, ma Ale non pianse: serrò i denti, sopportò in silenzio e sputò rabbia negli occhi. Lindomani portò davvero in casa il maresciallo.
Caterina si stupì dellostinazione della figlia, e cercò di difendere il marito davanti al carabiniere:
Maresciallo, è per il suo bene, Alfredo lavora, non beve, porta rispetto
Il maresciallo, un certo Giovanni Gattuso, tolse il cappello e si asciugò la fronte:
Caterina, attenzione. Queste segnalazioni possono arrivare anche più in alto, e non finirebbe bene per suo marito. Questa volta è solo un avvertimento.
Alfredo, fingendo imbarazzo, fissava le scarpe:
A cosa siamo arrivati! E se i figli mi montano sulla testa?
Fu molto più cauto da quel momento con Ale. Occhiata feroce ogni tanto, ma nientaltro:
Selvaggia che sei…
Caterina, illusa che la tempesta fosse passata, rimase di nuovo incinta. Nacque la seconda figlia, Anna. Alfredo le rivolse appena uno sguardo e uscì senza parlare.
Con la piccola Anna quasi non aveva rapporti. Era come se non esistesse; anche il poco che cera da fare, Caterina lo scaricò su Ale: “Ormai sai fare, badaci tu”.
Ale, rientrando da scuola, faceva i compiti in fretta, sgranocchiava qualcosa e passava il resto della giornata con la sorellina. Intanto lavava pure i panni se la madre era fuori. Alfredo vedeva che la figlia maggiore era ormai indispensabile in casa e lasciò correre, consapevole anche della minaccia del carabiniere.
Ale proseguì così fino alla terza media. Quando la concluse, comunicò che sarebbe andata a studiare a Firenze. Alfredo sinfuriò. I capelli ramati gli si arruffarono e il viso diventò paonazzo.
E con che soldi campi? sbottò. Vuoi vivere sulle mie spalle? Non ti è bastato finora?
Alessandra aveva quindici anni ed era una ragazza solida, robusta, i pugni grossi e capaci di spaventare qualsiasi coetaneo. Anche i più grandi preferivano non mettersi contro di lei. Il professore di educazione fisica una volta disse:
Osyanin, con la tua forza dovresti fare lotta libera. Metti sotto tutti.
Non minteressa, borbottò Ale.
Guardò il padre dritto negli occhi:
Io vado a studiare. Punto.
Non farmi arrabbiare! ringhiò Alfredo. Guarda che tanto non ti do un soldo!
Non ne chiedo. Almeno i piccoli sfamali tu, papà…
Cosa? Vieni qui!
Prese la cinghia, ma Ale si rifugiò dietro la stufa, lasta del camino tra le mani:
Provaci! Tanto ti faccio vedere io!
Caterina si mise di mezzo urlando. Alfredo, davanti al volto deciso della figlia e allasta impugnata senza paura, capì che non era aria.
Vai, disse piano Caterina, asciugandosi le lacrime. Per lo studio, vai.
E tu lascialo! spronò Ale.
Taci! Cosa dici mai a tua madre?
Quanto ancora sopporterai un tiranno così? incalzò Ale.
Da dove le impari queste parole?
Ce lo insegnano a storia.
Perché a scuola non insegnano qualcosa di meglio? Tipo a vivere in pace in famiglia…
Fai come credi. Io basta, non faccio più da scudo.
Partì quel pomeriggio stesso. In una sporta, un paio di cambi e un po di pane che Caterina aveva nascosto dal marito. E una manciata di lire, risparmiate di nascosto.
Per cominciare, sussurrò Caterina, passandole i soldi. Sono miei, li ho messi da parte per te.
Ale osservò la madre: non ancora vecchia, ma già rugosa, stanca.
Mamma, quando basta è basta. Lascia questuomo.
Non lo capisco io questo modo nuovo… Da noi si resta insieme, basta. Si litiga, ma poi si fa pace. Alfredo lavora, porta i soldi, è padre dei bambini. E poi qui in paese si direbbe: chi lascia la strada vecchia per la nuova…
Se ti fa del male scrivimi: ti difendo io.
Ma che dici, figlia! Non si denuncia un padre… Non si fa così.
E lui, invece? Si comporta come un padrone e tu come una cameriera, ti pare vita questa?
Si vive anche così.
Bah, io dico solo: non mi farò mai mettere sotto. Se non entro in istituto, non torno nemmeno. Grazie dei soldi. Ti voglio bene.
Torna a trovarci. Alfredo dimentica tutto in fretta… Ti prenderai dellinsalata dallorto…
Se serve ti aiuto io.
Firenze accolse Ale con un confuso caos di macchine e luci. Scelse lIstituto Tecnico per Meccanici quasi senza rifletterci, attratta dai motori, dagli ingranaggi. Superò facilmente gli esami, forte della pratica e delle conoscenze acquisite tra scuola e casa.
In convitto, condivise la stanza con Franca, una ragazza riccia e chiacchierona di Pistoia, lopposto della seria e concreta Alessandra. Franca sognava solo di sposarsi bene.
Ale, hai visto che ragazzi ci sono nel nostro corso? Quello lì, Marco… Suo padre è dottore!
Non minteressa, tagliava corto Ale affondata tra i quaderni. Io sono qui per studiare.
Sei proprio strana! rideva Franca. Eppure la vita è anche altro. Guarda Silvia: già esce con uno del terzo anno!
Io devo badare a me stessa, mica ai fidanzati.
Ale trovò lavoro serale come addetta alle pulizie in una filatura. Pochi soldi ma sufficienti per vivere senza chiedere nulla a casa.
Franca sospirava, vedendola sempre indaffarata:
Come fai? Studio, lavoro e pure mi aiuti con fisica. Ale, sei di ferro!
È questione dabitudine, sorrideva lei.
Il nuovo professore di idraulica, Enrico Lisi, era giovane, distinto, vestito semplice ma elegante, con occhiali sottili. Sembrava fragile: due teste più basso dei ragazzi più corpulenti di lui. Quando si presentò, alcuni lo presero in giro dal fondo risero al suo Buongiorno.
Franca diede una gomitata:
Ale, guarda quantè carino. Come farà coi matti della classe?
Lei osservava, silenziosa, colpita da quel professore che tracciava formule con impegno mentre gli altri ridevano.
Basta, ora! si alzò Ale, e la classe tacque. Se volete far casino uscite. A me serve il diploma, non chiacchiere. Sono qui con sacrificio, zitto chi disturba!
Nessuno osò contraddirla. Lautorità di Ale era leggendaria.
Enrico davanti a lei sembrava diverso: le sorrideva riconoscente e, dopo la lezione, la salutò accennando col capo.
Franca la punzecchiava:
Hai visto? Secondo me gli piaci!
Sciocca, è sposato. Lo vedi lanello?
Lanello non conta… magari non è felice in casa…
Lascia stare, Franca.
Eppure, ogni tanto Ale pensava a lui. Lo vedeva serio, stanco, ma gentile, con quegli occhi calmi.
Per Enrico, lei rappresentava una ragazza diversa: intelligente, determinata, matura. Nel suo volto serio lui scorgeva una forza rara.
Ale tornava a casa solo per le feste: a raccogliere le patate, a piantare i pomodori. Intanto Paolo finiva le superiori e puntava a diventare autista; Anna era ormai unadolescente timida.
I rapporti col padre erano freddi. Ale lo aiutava se cera bisogno, senza mai chiedere nulla, ogni tanto lasciava qualche soldo.
Guarda come ti sei fatta cittadina, diceva Alfredo sarcastico. Ormai non riconosci neppure i tuoi.
Li riconosco, papà, replicava Ale serena. Non ti preoccupare.
Al quarto anno Franca ebbe quello che voleva: sposò Marco con una grande festa orchestrata dalla madre di lui, allegra, rumorosa. Ale era la testimone, osservava distaccata: E io? Lavoro e figlia forse, o resterò sola come un cane? pensava fra sé.
Desiderava, nel profondo, una famiglia. Ventanni: tra le sue coetanee era già tardi per sposarsi. Gli uomini? Pochi affidabili, molti bevevano, molti erano già impegnati o poco attraenti. Pensava al padre: Meglio sola che vivere come mamma.
Ma il destino aveva altro in serbo per lei.
Giulio Greco era nel corso parallelo, un ragazzo lungo e silenzioso. La osservava da lontano, finché, una sera in una balera dove Franca laveva trascinata, le si avvicinò timido:
Balliamo?
Lei era sorpresa; non laveva mai notato davvero. Eppure lui le porse la mano, esitante ma determinato.
Perché no? accettò.
Da quel giorno si frequentarono. Giulio non assomigliava ad Alfredo: era pacato, quasi troppo. Non beveva, non fumava, lavorava come manutentore in un mulino. Ma soprattutto, aveva per lei una dedizione che commuoveva.
Mi vuoi sposare? le propose dopo qualche mese.
Ale aspettò. Poi, dritta negli occhi:
Tu non mi lascerai, come ha fatto papà con mamma?
Mai, ti giuro.
E gli credette.
Si sposarono in silenzio, senza troppi ospiti. Franca era la testimone. Vissero insieme nel piccolo appartamento assegnato ad Ale dalla filatura dove lavorava come tecnica, e dopo un anno nacque Chiara.
Ma la felicità durò poco. Giulio, dopo la nascita della figlia, cambiò. La sua calma divenne pigrizia, la solerzia si trasformò in indifferenza. Sempre fra gli amici, sempre fuori casa. Il denaro diminuiva. Se Ale glielo faceva notare, lui sbottava:
Non sono mica schiavo! Ho diritto a godermi la vita!
Le tornarono in mente le parole di Caterina: Così si vive. Temette che anche la propria vita si riducesse alla solitudine, alla sopportazione.
Giulio, o cambi, o finisce qui.
Lui rise ubriaco:
Dove vai, con una neonata?
Lo vedrai, ribatté Ale, e il mattino dopo chiese il divorzio.
Franca si strofinava gli occhi incredula:
Ale, sei matta! E tutti i problemi che avrai?
E allora? Me la caverò.
E ce la fece davvero. Lavorava sempre in filatura, la bambina la portò agli asili comunali. Giulio pagava ogni tanto gli alimenti: poco, ma qualcosa. Dopo due anni Paolo, il fratello più giovane, la raggiunse a Firenze per lautoscuola, e restò a vivere da lei. Ammirava la sorella: appartamento, gas, acqua potabile, tutto con le sue forze e con la piccola.
Ale, sei un trattore, non ti fermi mai.
Non posso, rispondeva lei. Se non ci penso io, non lo farà nessuno.
Paolo la osservava: magari avesse una moglie così, forte e buona.
Franca, nel frattempo, divorziò dal suo Marco: mammone e donnaiolo. Piangeva in cucina da Ale:
Avevi ragione. La sicurezza non sono i soldi, ma la persona. Vorrei proprio uno come il nostro professore Enrico Lisi…
Ma che dici Franca, quale Enrico?
Lidraulico, ricordi? Quello che hai difeso? Ora è divorziato, vive da solo. E pure belloccio…
Ale tacque. Non lo vedeva da anni, ma il nome le accese il cuore di un calore dimenticato.
Si rividero per caso, in una sera dautunno. Ale usciva tardi dal lavoro, pioveva e il bar allangolo (La Vetrata) era semivuoto. Seduto a leggere, cera un uomo. Lei ordinò un caffè.
Alessandra? sentì allimprovviso.
Era lui. Capelli un po grigi, le rughe agli occhi, ma lo sguardo lo stesso, acuto e gentile.
Buonasera…
Siediti, posso? e le sorrise.
Parlarono a lungo, come se si fossero appena lasciati il giorno prima. Lei raccontò tutto: il divorzio, la bimba, il lavoro. Lui confidò del figlio grande, della casa che costruiva tra le colline fuori città.
Perché da sola? le chiese.
Così è andata, sospirò.
Anchio adesso sono solo. Ma oggi, sai, sono proprio felice di averti incontrata.
Lei arrossì. E lui la osservava come se fosse la persona più importante del mondo.
Laccompagnò a casa. Alla porta le prese la mano:
Ti posso chiamare?
Sì, rispose lei piano.
Il sabato successivo la invitò alla casa nuova in costruzione. Ale lasciò Chiara da Franca e uscì in campagna.
Il posto era fuori mano, tra le colline ornate di olivi e vigne. La casa era ancora a metà, ma già accogliente, ordinata, piena di sogni. Presero un tè nel casottino con la stufa.
Di botto, rumore di motore fuori: un camioncino si fermò, due uomini saltarono giù e scavalcarono il recinto. Enrico sbirciò fuori:
Problemi… Da queste parti ultimamente rubano attrezzi.
Mi nascondo con te, disse Ale, decisa.
Gli uomini avanzarono. Uno, massiccio, gridò:
Ohé, capo, ci compri due tubi dacciaio? Siamo gente affidabile…
No, non vendo niente. Andatevene, rispose Enrico calmo.
Non vuoi fare affari? il secco sventolò una lama. Ti conviene lasciarci qualcosa.
Ale spalancò la porta e uscì col piccolo accetta da camino in pugno:
Indietro! Via dalla proprietà subito!
I due, sorpresi dalla grinta della donna, si bloccarono. Videro la determinazione negli occhi di Ale e se la batterono senza insistere.
Enrico, pallido, la guardava non con paura, ma con ammirazione.
Ale, sei matta? Potevano farti del male!
Meglio rischiare che vederti picchiato.
La abbracciò stretto:
Non permetterò a nessuno di farti soffrire mai più.
Da quel momento tra loro non ci furono più barriere. Enrico sapeva di voler passare la vita con lei: forte, leale.
Ale, per la prima volta, si sentì davvero donna: amata, rispettata.
Un mese dopo le chiese di sposarlo:
Non sono ricco, la casa è ancora da finire. Ma amo te e Chiara, e voglio farvi felici.
Ale pianse per la prima volta dopo anni.
Sì, Enrico, sì.
Fecero una festa semplice. Vennero Franca col bambino, Anna col marito, Paolo con la moglie, Caterina e con riluttanza pure Alfredo. Fu Caterina a insistere:
Andiamo, Alfredo. Si sposa nostra figlia.
Lo sposalizio fu nella sala comunale di Firenze, piena di fiori e sorrisi. Ale, in abito crema, sembrava tuttaltra persona, felice. Enrico era emozionato come un ragazzino. Chiara portava le fedi, felice di chiamare papà il nuovo marito della madre.
Dopo la cerimonia, tutti a casa di Ale. Alfredo sedeva in disparte, osservava Enrico. Lui allora gli si avvicinò:
Alfredo Mancini, grazie. Grazie per Alessandra.
Alfredo annuì, burbero poi si sciolse in uno sguardo di affetto mai visto verso la figlia:
Prenditene cura. È tosta, ma buona. Come sua madre.
Ale sollevò le sopracciglia, colpita dalla dolcezza paterna.
Promesso, dichiarò Enrico.
Alla partenza, Caterina piangeva di gioia. Alfredo accarezzò goffamente Chiara:
Forza, nipotina, studia bene.
Sì, nonno, rispose seria.
Quando il pullman ripartì, Ale con Enrico restarono a guardare le luci accendersi su Firenze.
Allora, moglie? sussurrò Enrico. Si va?
Si va.
Mano nella mano camminarono tra i viali. Ale sentiva una pace nuova, mai avuta prima. Una vita laspettava. E sapeva che, finalmente, tutto sarebbe andato bene: aveva al suo fianco una spalla vera, un amore sincero, un tetto da costruire insieme.
Passarono gli anni.
La casa di Enrico quella che i ladri non erano riusciti a rubare era ora unabitazione luminosa con veranda e viti, un orto pieno di pomodori e un piccolo meleto piantato da Ale.
Chiara finì il liceo, decisa a studiare medicina. Paolo lavorava come autista in AT, Anna aveva sposato un trattorista e aveva due gemelli. Caterina veniva spesso, aiutava in giardino. Alfredo aveva ricominciato a farsi vedere, dapprima poco, poi sempre più spesso. Conversava con Enrico in veranda, portava a spasso Chiara lungo lArno. Ale li osservava e pensava: Alla fine resta solo il bene.
Una sera dautunno, seduti in veranda con Enrico e Chiara, nel cielo tinto di rosa, Chiara chiese:
Mamma, sei felice?
Ale guardò Enrico, la figlia, la casa, il giardino. Ripensò a tutto: linfanzia difficile, la solitudine, la fatica. E capì che nulla era stato vano.
Sì, sono felice, rispose semplicemente.
Enrico la strinse a sé:
Anchio.
Chiara sorrise, uscì nel prato. Loro restarono, ascoltando il vento tra i meli.
Il tramonto arrossava le colline. Era solo uno dei tanti, eppure il più dolce. La vita davanti era ancora lunga e prometteva ogni giorno una gioia nuova.




