Hanno mandato via Gino… Di nuovo… Per la terza volta nella sua giovane vita… La fortuna non era mai dalla sua parte… E questo ha cambiato la sua vita per sempre…

Micio venne cacciato. Di nuovo. Per la terza volta nella sua breve vita. Proprio non aveva fortuna, poveretto.

Aveva appena compiuto un anno, e già era stato traslocato da tre famiglie. Traslocato si fa per dire. Allinizio almeno lo affidavano da uno allaltro. Poi, però…

Poi semplicemente lo portarono fuori casa, camminarono fin davanti a un grosso cassonetto verde nella piazzetta e, senza troppi preamboli, ce lo infilarono dentro prima di scomparire. Così lui non ritrovasse mai la strada del ritorno. Ma, a essere sinceri, nemmeno ci provò.

Aveva capito tutto. Subito, dal viso delluomo. Sua moglie si era davvero arrabbiata quando Micio aveva graffiato il nuovo, costosissimo divano di pelle acquistato a peso doro, quasi quanto una Fiat 500 nuova!

Fu la moglie a pronunciare la condanna, lui invece Lui sì che era una vera bandiera al vento: daccordo in tutto.

Prese sotto il braccio il gatto arancione di un anno e lo accompagnò solennemente al cassonetto nel cortile accanto. Micio nemmeno ci pensò a rincorrerlo. Aveva già letto il verdetto nei suoi occhi, gli bastava quello.

Tutto inutile. Almeno si fosse congedato con un po di dignità, una carezza, o magari un Scusami, micione!. Invece niente: sembrava più che buttasse via lumido che un essere vivente.

Micio sospirò, iniziò a cercare tra i rifiuti qualcosa da mettere sotto i denti. Racimolò qualche fettina di pollo rinsecchito, poi si sedette vicino al cassonetto, a contemplare il sole.

Socchiudeva gli occhi per il riverbero, ma non si voltava: da quel grande disco giallo arrivava un tepore gentile e lui se lo godeva tutto.

Erano gli ultimi raggi di sole: i raggi dellestate, dellautunno, persino dellinverno, un raro colpo di coda caldo. La crosta di ghiaccio si sciolse ma nel cuore di Micio il gelo invece rimase.

La sera e la notte portarono freddo e vento, subito dopo il tramonto. Il gatto arancione non sapeva dove andare o in che modo ripararsi. Alla fine, trovò una grande montagna di foglie secche, color ruggine come lui, e vi si rintanò. Allinizio tremava dal freddo, poi…

Poi, quando il vento e la brina avevano già irrigidito il suo mantello, cominciò ad avvertire un certo calore, come se tutto ormai gli scivolasse addosso. Una vocina nel profondo lo cullava, dolce e carezzevole.

Dormi ancora, piccino, lascia perdere tutto, chiudi gli occhi, dimentica la fame e il freddo…

Si rannicchiò di più. Un calore nuovo allagava il suo corpo stanco.

Bastava lasciarsi andare e sarebbe finito tutto: pace, silenzio, nessun dolore, nessuna delusione.

Micio sospirò per lultima volta e acconsentì. Perché combattere? A che pro? Domani sarebbero tornati il ghiaccio, la fame, la stessa voglia di richiudere gli occhi per sempre e mai più, mai più riaprirli.

I lampioni si accesero in fondo alla strada, in un tremolio giallognolo. Micio li guardò: la loro luce dalla finestra gli era sempre sembrata magica. Ora ci si specchiava per lultima volta, e anche i suoi occhi, per un attimo, brillarono nelloscurità.

Proprio quel bagliore attirò la piccola Lucia, una bambina dai capelli arancioni come il tramonto. Stava tornando a casa tenendosi stretta al braccio del papà. Lo strattonò.

Papà, là! disse Tra le foglie, cè qualcuno.

Nessuno, dai, sarà solo vento rispose il padre infreddolito Sbrighiamoci, mi si stanno ghiacciando le orecchie!

Lui cercò di trascinarla via dalla montagna di foglie. Ma Lucia piantò i piedi.

No, io lho visto. Era una luce!

Una luce sotto le foglie? rise il papà Difficile da credere!

Ma Lucia già stava sollevando uno strato di foglie, trovando lui. Il gatto arancione.

Papà! gridò Eccolo! Te lo dicevo!

Chi? chiese papà, incuriosito, avvicinandosi.

Lui! esclamò la bambina, provando a sollevare il corpicino irrigidito.

Lascia stare, Lucia borbottò il papà È troppo tardi. Non porteremo certo un gatto morto in casa

Non è morto! replicò lei, decisa Lo so, io ho visto la luce nei suoi occhi!

La luce negli occhi di un gatto? Papà fece spallucce.

Si chinò, sollevò il piccolo corpo e provò a sentirne i battiti.

Eppure, Micio sognava soltanto di dormire ancora. I suoi occhi si chiudevano, il calore lo invadeva, la voce nella mente sussurrava: Dormi, dormi, dormi…

Ma la vocina sottile e caparbia di Lucia non smetteva mai: Ha la luce negli occhi!

Mamma mia, ma cosa vogliono da me? Che fastidio, lasciatemi dormire!

Con fatica, Micio riaprì gli occhi sì, cerano ancora quelle figure che non lo lasciavano in pace!

Ecco! esultò Lucia Hai visto, papà? Si è acceso di nuovo! Hai visto? La luce!

Ma quale luce sbuffò il papà, ma poi si tolse la giacca e, avvolgendo il micione, si avviò verso casa.

Lucia gli trotterellava accanto, preoccupata.

Papà, su, svelto! Gli serve caldo!

Sparirono nellandrone, poi al quinto piano si accese una luce.

Micio fu lavato con acqua tiepida, ricevette una tazza di latte caldo. E Lucia non smetteva di ripetere:

Mi raccomando, non morire. Non morire, per favore.

Il ghiaccio si sciolse dal pelo. E, chissà come, anche dallanima.

Il grosso gatto arancione scopriva con stupore che papà e figlia gli stavano intorno, lo curavano, sorridevano. Si era svegliato, sì, ma questa volta sentiva un calore vero.

Un calore profondo, che non veniva certo dal termosifone, ma dal cuoricino di una bambina.

E fuori cera lui, quello che talvolta porta aiuto. Guardava la finestra illuminata del quinto piano e sussurrava:

Faccio quel che posso, davvero quel che posso.

Rimase ancora un po, poi aggiunse, pensieroso:

La luce non tutti sanno vederla. E non tutti sanno tenerla accesa se la trovano.

Ma Micio, scrutando Lucia dalla chioma color arancia, non pensava allumanità. A quelle cose pensano solo gli umani, non i gatti. Lui pensava alla sua fortuna.

Perché nei suoi occhi brillava davvero la luce. Il riflesso degli occhi di Lucia.

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