Sempre da lei – Vai ancora da lei? Marina pose la domanda, conoscendo già la risposta. Dmitrij ann…

Ancora da lei

Vai ancora da lei?

Caterina domandava già conoscendo la risposta. Giovanni annuì, senza nemmeno sollevare lo sguardo. Si infilò la giacca, controllò le tasche chiavi, telefono, portafoglio. Tutto a posto. Ora poteva uscire.

Caterina attendeva. Una parola, anche solo scusami o torno presto. Ma Giovanni aprì semplicemente la porta e uscì. La serratura scattò piano, quasi timida. Sembrava chiedesse scusa al posto suo.

Caterina si avvicinò alla finestra. Il cortile giù era rischiarato appena dai lampioni, e lei individuò facilmente la sagoma familiare. Giovanni camminava deciso, passo svelto. Come chi sa bene dove deve andare. Da lei. Da Alessia. Dalla loro Sofia, sette anni.

Caterina appoggiò la fronte al vetro gelido.

…Lo sapeva. Aveva sempre saputo a cosa andava incontro. Quando si erano conosciuti, Giovanni era ancora formalmente sposato. Timbro sullanagrafe, appartamento in comune, una figlia. Ma già non abitava più con Alessia affittava una stanza, si faceva vedere solo per la bambina.

Mi ha tradito aveva spiegato Giovanni. Non sono riuscito a perdonarla. Ho chiesto il divorzio.

E Caterina gli credette. Dio mio, quanto era facile credergli. Perché voleva credergli. Perché si era innamorata follemente, stupidamente, come a diciassette anni. Gli incontri al bar, le telefonate infinite, il primo bacio sotto la pioggia, davanti al portone. Giovanni la guardava come se fosse lunica donna esistente.

Il divorzio. Il loro matrimonio. La casa nuova, i progetti insieme, le chiacchierate sul futuro.
Poi era iniziato.

Prima le chiamate. Giò, porta la medicina a Sofia, è malata. Giò, il rubinetto perde, non so cosa fare. Giò, la piccola piange, vuole te, vieni subito.

Giovanni mollava tutto e partiva. Sempre.

Caterina cercava di capire. Una figlia è sacra. Non è colpa di Sofia se i genitori si sono separati. Certo che doveva essere presente, aiutarla, partecipare.
A volte Giovanni provava a dare dei limiti allex moglie.
Ma Alessia cambiava tattica.

Non venire nel weekend. Sofia non vuole vederti.
Non chiamare, la stai turbando.
Mi ha domandato perché il papà lha lasciata. Non sapevo cosa rispondere.
E Giovanni crollava. Sempre. Se provava a dire di no allennesima urgenza, Alessia lo colpiva sul vivo. Dopo una settimana Sofia ripeteva le parole della mamma: Non ci vuoi bene. Hai scelto unaltra signora. Non voglio vederti.

Una bambina di sette anni non inventa certe cose da sola.

Giovanni tornava da questi colloqui svuotato, pieno di sensi di colpa, con occhi spenti. E ancora correva dallex al minimo pretesto per convincersi che la figlia continuasse ad amarlo, per evitare quegli sguardi freddi e estranei.
Caterina capiva. Sul serio.

Ma era stanca.

La figura di Giovanni sparì dietro langolo. Caterina si staccò dal vetro, si massaggiò la fronte rimanendo impressa una macchia rossastra lì dove si era appoggiata.
La casa vuota sembrava soffocarla.

Era quasi mezzanotte quando la chiave girò nella serratura.
Caterina se ne stava in cucina, con davanti una tazza di tè ormai gelata. Non laveva nemmeno toccata osservava soltanto la pellicola scura che si era formata sulla superficie. Tre ore. Tre ore che aspettava, ascoltando ogni rumore dalla scala.

Giovanni entrò piano, si tolse la giacca, lappese al gancio. Si muoveva cauto, come uno che spera di passare inosservato.

Cosa è successo stavolta?

Caterina stessa si stupì di quanto fosse calma. Tre ore che ripeteva quella frase, e ormai le emozioni consumate non lasciavano traccia.
Giovanni tacque un attimo.

Si è rotta la caldaia. Dovevo sistemarla.

Caterina sollevò lo sguardo lentamente. Lui restava sulla soglia della cucina, indeciso. Guardava altrove, nelloscurità fuori dalla finestra.

Non sai riparare le caldaie.
Ho chiamato un tecnico.
E dovevi aspettare? Caterina spostò la tazza. Non potevi chiamarlo da qui? Al telefono?

Giovanni si rabbuiò, incrociò le braccia. Un silenzio pesante si stendeva: denso, fastidioso.

Forse ami ancora lei?

Questa volta la guardò in modo brusco, ferito, duro.

Ma che dici? Lo faccio per Sofia! Solo per lei! Cosa centra Alessia?

Passò in cucina, e Caterina istintivamente si ritrasse col suo sgabello.

Quando hai deciso di stare con me, lo sapevi che sarei dovuto andare da loro. Lo sapevi che avevo una figlia. E ora? Ogni volta che la vedo, sarà sempre una scenata?

Un groppo le bloccò la gola. Caterina avrebbe voluto rispondere con dignità, con forza, ma le si inumidirono gli occhi e la prima lacrima scese giù.

Pensavo… si interruppe, deglutendo. Pensavo che almeno avresti fatto finta di amarmi. Almeno un po.
Caterina, basta così…
Sono ESAUSTA! la voce le esplose, e quasi si spaventò lei stessa. Stanca di non essere nemmeno seconda! Sempre terza! Dopo la tua ex, dopo le sue lamentele, dopo le caldaie rotte a mezzanotte!

Giovanni diede un colpo al battente della porta.

Ma cosa vuoi da me?! Che abbandoni mia figlia? Che smetta di vederla?!
Voglio che una volta nella vita tu scelga me! Caterina si alzò di scatto, la tazza traballò, il tè si rovesciò sul tavolo. Che almeno una volta tu dica NO! Non a me a lei! Ad Alessia!
Sono stanco della tua gelosia!

Giovanni si voltò, acchiappò la giacca.

Dove vai?

La porta sbatté in risposta.

Caterina rimase lì, nel centro della cucina, il tè che gocciolava per terra, il rumore ancora nelle orecchie. Afferrò il telefono, compose il suo numero. Uno squillo, poi un altro, il terzo. Il numero non è raggiungibile.

Ancora. E ancora.

Silenzio.

Caterina si accasciò sullo sgabello, si strinse il telefono al petto. Dove era andato? Da lei? Di nuovo? O vagava per le strade buie, arrabbiato e ferito?
Non lo sapeva. E lincertezza le faceva ancora più male.

La notte sembrava infinita.

Caterina seduta sul letto, telefono in mano il display si spegneva e si riaccendeva. Chiamare, ascoltare gli squilli, riagganciare. Scrivere: Dove sei?. Poi ancora: Rispondimi, ti prego. E ancora: Ho paura. Inviare, e vedere sotto ogni messaggio la solita solitaria spunta grigia. Non recapitato. O recapitato, ma mai letto. Che importa, in fondo.

Alle quattro del mattino Caterina smise di piangere. Le lacrime ormai erano finite, evaporate dentro, lasciando solo un senso di vuoto impalpabile. Si alzò, accese la luce in camera, aprì larmadio.

Basta.

Aveva deciso.

La valigia era lì in alto, coperta di polvere, con letichetta strappata di un viaggio lontano. Caterina la buttò sul letto e iniziò a riempirla. Maglioni, jeans, intimo. Senza curarsi troppo, senza piegare buttava dentro tutto ciò che capitava. Se a lui non importa, non importa nemmeno a lei. Che torni in un appartamento vuoto. Che la cerchi, che telefoni, che le scriva messaggi che non leggerà.

Che capisca cosa si prova.

Alle sei Caterina era nellingresso. Due valigie, la borsa a tracolla, la giacca chiusa male un lembo più lungo dellaltro. Guardò il mazzo di chiavi. Doveva togliere la sua, lasciarla sul mobile.

Le mani non obbedivano.

Caterina tirava lanello, cercava di sganciarlo con lunghia, ma il ferro non cedeva e le mani tremavano, e negli occhi diventava tutto liquido, non si capisce da dove arrivino ancora le lacrime…

Maledizione!

Le chiavi caddero a terra, tintinnando sulle piastrelle. Caterina restò a fissarle un attimo, poi si sedette sulla valigia, si abbracciò da sola e iniziò a piangere. Forte, senza ritegno, come una bambina che rompe la brocca della mamma, convinta che il mondo sia finito.
Non si accorse che la porta si apriva.

Caterina…

Giovanni si inginocchiò davanti a lei, proprio sul marmo freddo dellingresso. Odorava di fumo e di città notturna.

Caterina, scusami. Ti prego, perdonami.

Lei alzò la testa. Il viso bagnato, gonfio, la matita sbavata come unincrespatura nera. Giovanni le prese piano le mani tra le sue.

Sono stato da mia madre. Tutta la notte. Mi ha fatto una bella ramanzina… fece una smorfia Mi ha rimesso a posto le idee.

Caterina taceva. Lo guardava e non sapeva se credergli o meno.

Chiederò al giudice un calendario preciso per vedere Sofia. Ufficiale, attraverso il tribunale, come si fa. E Alessia non potrà più… manipolare, mettere la bambina contro di me.

Le sue dita strinsero più forte le mani di Caterina.

Scelgo te, Caterina. Hai capito? Te. Tu sei la mia famiglia.

In fondo al petto qualcosa palpitò. Un timido germoglio di speranza, testardo, che lei aveva cercato di strappare tutta la notte.

Davvero?
Davvero.

Caterina chiuse gli occhi. Avrebbe creduto a Giovanni. Unultima volta. E dopo… si vedrà.

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