Il parente notturno e il prezzo della tranquillità

Parente Notturno e il Prezzo della Pace

Non di nuovo, sussurrò Maria, fissando il lavandino pieno di acqua insaponata.

Le lancette dellorologio sulla parete della cucina segnavano impietosamente 1:15. Tutta la casa era avvolta dal silenzio. Dietro il muro, nella sua cameretta, la piccola Giulia stava già russando dolcemente. In camera da letto, probabilmente, Carlo dormiva già da un po. La lampada con vetro satinato gettava un vago cerchio di luce gialla, sotto cui si raffreddava solitaria una tazza di camomilla.

Il campanello ruppe il silenzio come un taglio netto. Lungo, insistente, con piccole pause in cui riuscivi a pensare solo Dai, ti prego, magari unaltra volta.

Dalla camera arrivò il bisbiglio assonnato ma rassegnato di Carlo:

Sempre lui?

Maria si asciugò le mani sul grembiule, reprimendo uno sbadiglio proprio quello che avrebbe voluto trasformare in Sto dormendo, lasciatemi stare! e si avviò verso la porta. Lungo il tragitto, un misto di fastidio, lieve senso di colpa per il fastidio e soprattutto quella stanchezza pesante come un piumone zuppo.

Dallo spioncino, la solita sagoma. Ben piazzato, con una vecchia giacca di pelle e la coppola tirata dietro, lo zio Gennaro sempre lui mezzo girato verso la porta. Con una mano si appoggiava al muro, con laltra stringeva una vistosa scatola di cartone.

Ai suoi piedi, la busta del supermercato con il logo verde Maria ormai lo sapeva: lì dentro cerano sempre i soliti biscotti. Sempre gli stessi.

Aprì.

Mariuccia! Gennaro si illuminò come fosse mezzogiorno. Ancora svegli? Meno male! Sto qui solo dieci minuti, eh.

Buonasera, Gennaro, provò a sorridere. Ecco, qui sarebbe notte, per dire.

Notte? Ma dai, la notte è appena iniziata, tesoro! E io sono ancora un ragazzino! Non mi fai entrare? Ho portato una cosa preziosissima.

Sollevò la scatola. Sulla parte superiore cera unetichetta sbiadita: Pellicola 8 mm. In un angolo, una scritta a penna: 1978. Capodanno. Casa. Profumava di polvere, vecchi armadi e qualcosa di unepoca di cui Maria aveva sentito parlare solo attraverso vecchie foto.

Indovina che ho trovato? Gennaro era già sulla soglia, senza nemmeno aspettare inviti di cortesia. Era sopra larmadio di mio vicino, te lo immagini? Prima non voleva crederci, poi… eh, ma questa calligrafia è di Nunziatina! ha detto.

Il nome di Nunziatina, la moglie scomparsa dieci anni prima, suonò come uneco in quel corridoio stretto.

Carlo spuntò dalla camera, accecato dalla luce. T-shirt stinta, pantaloni della tuta.

Papà tossicchiò. Ma lo sai che ore sono?

E che sarà mai! Gennaro sembrava appena uscito per un aperitivo. Le migliori chiacchiere si fanno a questora. Ai miei tempi iniziavamo a ballare proprio adesso, non a dormire!

Maria sentiva ogni parola rimbombare nella testa come pioggia sul tetto. Però, sotto sotto, si scopriva a pensare: È solo. Lì a casa sua cè il buio. Chissà, magari gli fa paura.

Vieni in cucina, propose, buttando giù un sospiro pesante. Ma piano, eh, che Giulia dorme.

Ma certo, zitta zitta come un topolino, assicurò Gennaro sfilandosi la giacca con rumorosa delicatezza.

Topolino che però suona come i Vigili del Fuoco, pensò Maria.

***

In cucina, Gennaro si sedeva sempre sulla sedia accanto al termosifone. Diceva che la schiena mal sopportava le correnti. Maria posò davanti a lui una tazza e versò il tè, in modalità bar notturno automatico.

Carlo, sbadigliando ancora, si accomodò di fronte e guardò la scatola.

Che roba è quella?

Il nostro film di famiglia! proclamò Gennaro. Pellicola otto millimetri. Un po polverosa, ma ancora viva! Qui c’è tua madre, tu da bambino, lalbero di Natale, le insalate E la zia Caterina, che aveva un naso che… scoppiò a ridere. Poesia, ragazzi.

Maria si mise di lato, reggendo la testa col braccio. Il tempo segnava impietoso: 1:27, poi 1:28 Gennaro invece sembrava appena partito.

Mi ricordo quella notte: aprivamo la porta che era già mezzanotte passata, venivano Mario e sua moglie con la voglia di fare festa. Nevica, fa freddo, ma noi: Venite! Casa nostra è sempre aperta! Nunziatina disse una frase che ancora mi rimbomba nella testa Di notte si aprono le porte a chi ne ha davvero bisogno.

Maria annuì. Quella frase restò appiccicata come una chewing gum sulle scarpe.

Papà, Carlo si stropicciò gli occhi. Ma sta pellicola la guardiamo o era solo per farci vedere la scatola?

Eh, il problema Gennaro dimprovviso cercò con lo sguardo. Non ho più il proiettore, pensavo magari voi

Certo, borbottò Maria. Sta nella dispensa, fra il pianoforte a coda e la macchina da scrivere

Gennaro, solito, non colse lironia.

Non si sa mai, dai, qualcosa si trova. O la portiamo in un negozio per digitalizzarla! Voi siete giovani, queste cose le capite! Intanto vi racconto io.

E allora partì. Raccontava di come avevano comprato la prima macchina fotografica, dei picnic fuori Roma, Nunziatina che rideva quando le cadeva la neve dentro la sciarpa, e storie così, a getto continuo come la moka quando sbuffa. La notte per lui non esisteva, viveva di ricordi.

Maria ascoltava vagamente, mezza addormentata. In testa le martellava un pensiero: Sveglia alle sette, Giulia da portare a scuola, rapporto da consegnare, mi si chiudono gli occhi

***

Uno scricchiolio interruppe i pensieri.

Sulla soglia comparve una figurina in pigiamino rosa a stelline: Giulia, occhi semichiusi, capelli da uragano.

Mamma biascicò, inciampando.

Tesoro, che ci fai in piedi? Maria scattò a prenderla, per non farle battere la testa.

Ho sete, mugugnò la bambina. E ho sognato di nuovo il nonno.

Appena sentì nonno, Gennaro si illuminò:

Ecco! raddrizzò le spalle. I bambini sentono la famiglia, hanno la connessione diretta!

Giulia lo fissò, assonnata.

Mi vieni a trovare tutte le notti, disse seria. Fai sempre toc-toc, ma non riesco mai a chiudere la porta perché la maniglia scotta.

Maria ebbe i brividi lungo la schiena. Carlo si rabbuiò.

Ma che sono questi incubi? sussurrò.

Non sono incubi! ribatté Gennaro. La bambina richiama il nonno nel sogno.

O magari la pace, pensò Maria. Ma ad alta voce disse solo:

Giulia, torniamo a letto, va, che il nonno ti viene a trovare anche ehm quando è giorno.

Anche di giorno? chiese dubbiosa la piccola.

Maria incrociò lo sguardo di Gennaro, che visibilmente non capiva il retroscena.

Di giorno è meglio, amore, disse piano. Proprio meglio.

La bimba sospirò e si strinse alla mamma.

Maria la riportò sotto le coperte, accarezzò la testolina e pensò: Ma sempre così va a finire. I suoi dieci minuti diventano ore, con biscotti, tè, occhiaie e la sveglia che va a rotoli.

Dal corridoio le lancette ticchettavano verso le due. Maria inspirò a fondo. Anche la sua pazienza sembrava un orologio: tic, tac, poco manca allesplosione

***

E di nuovo alluna di notte! si lamentava Maria al telefono con la sua amica Lucia, storica compagna duniversità. Nemmeno un po di ritegno. Pare che qui si tenga un bar ventiquattro ore chiamato Dal Figlio!

Lucia, sempre pronta alla battuta, fece la voce grave:

Signora Maria, le porgo le mie condoglianze. La sua casa è infestata dallo spettro della generazione precedente!

Molto spiritosa, sospirò Maria. Ma ti giuro, non dormo più: ho sempre il panico che bussi ancora. E bussa! Sempre con dieci minuti

Considera che è come un gioco a premi. Modalità notturna: sveglia, metti lacqua, ascolta il monologo. E premio finale, biscotto allavena, chiosò Lucia.

Maria rise, suo malgrado.

Porta sempre gli stessi! Ormai non li sopporto più!

È un feticcio, sentenziò Lucia. Sai che cè? Facciamo cambio. Tu chiamalo alle tre di notte!

Sei crudele! sbuffò Maria.

Dai, scherzavo. Però confini, amica mia, mettili. O lui penserà che va tutto benissimo visto che aprite sempre!

È mio suocero, Lucia abbassò la voce Maria. È rimasto solo. È perso senza Nunziatina, Carlo è figlio unico Come glielo spiego che non può venire di notte? Ha il cuore, la pressione, i ricordi

Cuore e pressione ce li hai pure tu, la bacchettò Lucia. E una bimba, un lavoro. Non cè nulla di male a difendersi un pochino. Serve a te e pure alla famiglia.

Maria tacque. La parola confini le sembrava un po dura, ma la sentiva pruriginosa e vera. Aveva imparato che la brava nuora doveva sopportare, sempre.

***

La prima visita notturna di Gennaro capitò sei mesi dopo la scomparsa di Nunziatina.

Maria pensava fosse unico, uno sfogo da lutto, da diluire nella notte per non darlo in pasto al chiacchiericcio del giorno.

Lei e Carlo erano a letto, immersi nel buio, la città dormiva. Dimprovviso, il campanello ruppe laria.

Chi sarà mai a questora? Maria saltò su.

Il tono della suonata era di quelli disperati. Carlo si precipitò, infilando i pantaloni al volo.

Oddio, sarà successo qualcosa.

Alla porta cera Gennaro, incastrato in un vecchio maglione, senza giacca, senza cappello. Occhi rossi.

Scusate mormorò, entrando senza chiedere davvero permesso. Non ce la facevo. Casa così vuota

Sapeva di tabacco freddo e vento. Tra le mani, immancabile, il sacchetto con i biscotti davena.

Papà, ti senti male? Pressione?

No, no fece Gennaro, ma lo sguardo era da naufrago. Volevo solo vedervi.

Maria si sciolse. Ricordò i funerali di Nunziatina, Gennaro con la coppola in mano, lo sguardo di chi ha perso la mappa della vita.

Qualche parola spezzata. Le piaceva bere il tè, di notte. Le mani tremanti a spezzare un biscotto.

In negozio ho rivisto questi biscotti sussurrò. Ci siamo conosciuti così, davanti a quella fila. Ho allungato la mano e anche lei lo ha fatto. Li prenda lei, io la linea la devo mantenere, mi disse. Quella volta ho deciso che lavrei sposata.

Maria ascoltava, e non cera spazio né voglia di arrabbiarsi solo compassione.

Può venire quando vuole, Gennaro, disse con delicatezza, accompagnandolo alla porta, ormai quasi mattina. Noi ci siamo.

Mai parole furono più letterali: Gennaro veniva davvero sempre quando ne aveva bisogno. Di solito, intorno alluna.

Dopo la prima volta, venne la seconda una settimana dopo. Poi la terza. Poi Maria perse il conto dei giorni senza una visita notturna.

***

Quando Maria provò a parlarne con Carlo, lui allargò le spalle.

Papà è sempre stato un nottambulo! diceva. Lavorava di notte, leggeva… Anche da piccolo, lo trovavo alle due in cucina con un libro aperto.

Però allora era a casa sua, protestava Maria. Ora dorme qui, o quasi.

La nostra casa è il suo prolungamento, diceva Carlo. Lì da solo si sente perso. E fa paura, la notte.

Ho paura anchio, ammetteva Maria. Perché non dormo mai, Giulia si sveglia, e a ogni suonata mi precipito come fosse unemergenza.

Carlo taceva, laria tra lui e il padre si riempiva di sospesi. Sempre in mezzo quelle parole: Ma è mio padre!

Una notte, Maria si rifiutò di alzarsi.

Rimase nel letto, finta addormentata, mentre Carlo andava ad aprire. Dalla porta, voci, passi… Dopo mezzora, un mormorio strano. Maria si avvicinò, la curiosità più forte della stanchezza.

Gennaro solo, le foto sul tavolo, la luce della lampada come un piccolo teatro.

Nunziatina, guarda qui… bisbigliava voltando le fotografie. Avevi paura che ti lasciassi se ingrassavi. Ma… eri tu la mia fortuna.

Girò una foto.

Carlo, qui, con il naso che cola Quel vecchio televisore, ci vedevamo i film Ricordi Mario che si presentò alluna di notte, poi restò fino alle tre? Dicemmo: Finché possiamo, lasciamo le porte aperte. Solo alla nostra dipartita chiuderemo.

Parlava da solo e nelleco cera una preghiera: Che almeno una casa resti aperta anche di notte per me.

Maria rimase sulla soglia. Gennaro non era un mostro. Era solo diventato un ragazzino sperduto nella notte che aveva perduto.

Non che la stanchezza svanisse, anzi. Ma ora la compagnia invisibile della pietà la complicava ancora di più.

***

Un giorno la prese con ironia.

Era estate, notte tiepida, finestra aperta. Stesso campanello, sempre alluna. Maria, stavolta, si mise il kimono sgargiante sopra il pigiama, mascherina da sonno regalata da Lucia appena spostata sulla fronte, per vedere.

Ma chi sei, una diva del cinema? rise Carlo.

Sì, stasera facciamo la première A casa di Gennaro, ribatté.

Aprì la porta, teatralissima.

Buonanotte e benvenuto al nostro spettacolo privato. In scaletta: tè, biscotti e sonno rovinato.

Gennaro esplose in una risata.

Questi giovani mi piacciono! Sempre spasso! Ormai siete vecchietti: a letto alle dieci!

In cucina, tirò fuori il caffè nuovo, tamburellò sul timer del forno.

Fondiamo la tradizione: Mezzanotte allitaliana! Tè, biscotti, mandolini Peccato che la sveglia suoni alle sei!

Forse, ma vuoi mettere i ricordi? Da ragazzi si viaggiava di notte, treni, carrozze, tutti amici! La notte è fatta per la confidenza vera.

Poi concluse:

Ci sono porte che vanno lasciate aperte, non si sa mai chi ha bisogno, sentenziò.

Maria sentì quella frase appiccicarsi addosso come neve bagnata. Tenerissima, ma… pericolosa.

A volte quelli che arrivano non pensano che dentro, dietro alla porta, ci sono persone vere, pensò. Ma ad alta voce solo:

E ci sono pure finestre da chiudere, sennò diventiamo tutti malati!

Gennaro, nemmeno a dirlo, non colse il messaggio. Continuò a raccontare aneddoti, ignaro che le occhiaie di Maria stavano per diventare patrimonio UNESCO.

***

Un giorno decise di non aprire.

Giulia aveva la febbre, nottata già persa, Maria crollata sul letto dopo aver rimboccato le coperte dieci volte. E alle una in punto: campanello.

Non ora, ti prego, sussurrò.

Carlo era di turno, erano sole. Maria rimase immobile. Il campanello si fece insistente, poi… più nulla.

Contò fino a cento, poi duecento. Ecco, vedi? Non hai aperto. E il mondo non è finito, si congratulò (amara) con se stessa.

La mattina dopo, sullo zerbino, trovò la solita busta del super biscotti, impacchettati, un po umidi di rugiada. Sopra, un bigliettino infantile: Dormivate. Non ho voluto svegliarvi. G.

E basta. Nessun rimprovero, nessun lamento. Solo il sacchetto.

Maria provò insieme vergogna e rabbia: Ma perché devo sentirmi in colpa se voglio solo dormire?

***

Dopo lennesima visita notturna, la casa sembrava una coperta bagnata fredda e pesante.

Giulia si prese un raffreddore, quei giri scalza in cucina durante gli aneddoti del nonno non aiutavano, la febbre alta, Maria con le occhiaie modello panda, al lavoro sopravviveva a suon di caffè.

La sera, tornando, mise la pentola sul gas, guardò Carlo e sentì qualcosa spezzarsi dentro.

Basta, disse secca.

Come, basta?

Basta vivere a orari suoi. Non siamo un bar notturno gratis. Abbiamo una bambina, io lavoro. Non sono più la padrona di casa mia.

Carlo spalancò la bocca, pronto al classico Ma è mio padre. Ma Maria lo interruppe con una mano.

No, ora basta davvero. Passo la vita a sentire: poverino, è solo, non vuole disturbare, stai calma Sì, ma io cosa sono? Sono sua nuora, moglie, mamma, lavoro e ho pure una schiena e dei nervi! Nessuno domanda mai a me come me la passo?

Carlo restò impietrito.

Facciamo così, continuò Maria, mordendosi il labbro. Stasera, quando arriva, parliamo insieme. Tutti e tre. Chiaro e tondo. Io voglio la notte libera. Senza colpi di scena.

Vuoi vietargli di venire? chiese sgonfio Carlo.

Voglio che venga di giorno, o almeno non dopo le nove! Non lo sto cacciando, sto cacciando la sua abitudine notturna.

Carlo, sconfitto, annuì.

Potrebbe prendérsela…

Anche io mi sono offesa, sussurrò Maria. Un anno in cui fingo che vada tutto bene. E ogni volta che dico ok, cedo alla sua routine e non difendo la mia vita.

Quelle parole gli suonarono fortissime. Abbassò la testa.

Va bene, proviamoci. Ci sono io, stasera.

***

Quando Gennaro si presentò con la scatola di pellicole, il quadro fu chiaro.

Feste di famiglia 1979. Lasciò la giacca sulla sedia come fosse la sua casa, sfornando la scatola come un trofeo.

Guardate che meraviglia! Una vita intera!

Prima ci parliamo, però, Maria prese la parola mentre Carlo preparava il tè.

Parliamo di cose serie proprio ora? Gennaro provò a scherzare.

Proprio delle nottate, disse seria Maria. Delle sue e delle nostre.

Gennaro perse subito la voglia di ridere.

Dica, mormorò, attenta cautela.

Lei passa spesso la notte da noi. Per lei le notti sono fatte per ricordare. Per noi, però, sarebbe bellissimo dormire. Carlo lavora, io pure, Giulia deve andare allasilo. Siamo distrutti ogni volta che ci si sveglia nel cuore della notte

Gennaro si fece cupo.

Allora vi do fastidio?

Carlo intervenne subito:

Papà, ci fa piacere, per carità! Ma la notte è pesante per tutti. Soprattutto per Maria. E per Giulia.

Maria annuì.

Io ormai ho paura pure dei suoni dopo le dieci, confessò. Ho il cuore in gola. E Giulia ogni notte sogna qualcuno che bussa. E la maniglia è rovente

Gennaro guardò Maria, poi Carlo, poi la scatola.

Pensavo era come ai vecchi tempi. Di notte si chiacchierava, si aprivano le porte a chi aveva bisogno

E noi, stanotte, abbiamo bisogno di dormire, disse con dolce fermezza Maria. Le porte, una volta chiuse, non sono segno di mancato affetto. Ma di affetto per noi stesse. E nostra figlia.

Silenzio.

Le mani di Gennaro tremavano lievemente.

Quindi non volete più che venga?

Vogliamo che venga. Ma non alluna di notte. Venga a pranzo, a cena, alle cinque, alle otto, ma non troppo tardi. Ci avvisi prima. Così le prepariamo il suo tè preferito.

Carlo aggiunse:

Papà, se ti invitiamo con piacere anche noi lo viviamo meglio. Ma la notte è dura da sostenere.

Gennaro rimase zitto a lungo. Poi, a sorpresa, in un sussurro:

Non mi rendevo conto. Pensavo tanto non dormo io, vuoi che gli altri. Stupido vecchio, proprio.

Maria sentì una morsa allentarsi. Non era un cattivo. Era solo uno che aveva perso i confini del tempo. Da quella notte in cui aveva perso anche Nunziatina.

Facciamo così, suggerì piano Maria. Voglio davvero vedere la pellicola, ma non a questora. Sabato pomeriggio, tutti insieme. Lei, noi, Giulia. Tè, biscotti come a Capodanno 1979.

Gennaro guardò la scatola, poi Maria.

E se una notte mi viene la voglia

Se sta male, chiami, rispose Maria. Ma non ogni santa notte, la prego. Se è per una vera emergenza siamo qui. Ma per il tè meglio di giorno.

Carlo annuì.

Papà, voglio sentire i tuoi racconti, ma con gli occhi aperti. E ora sbadigliò, neanche ricordo cosa hai detto!

Gennaro si lasciò sfuggire una risata, un po triste.

Quei dieci minuti, ormai, sono diventati ore… sospirò Maria.

Già, ammise lui.

Si alzò. Sabato, allora. E ora mi avvio. Grazie per la pazienza.

La accompagno, disse Maria.

Sul pianerottolo, Gennaro si impappinò con la giacca, quasi per trattenersi ancora.

Mariuccia, se mi scappa ancora una chiamata

Se la fa, temo. Ma non potrò sempre aprire rispose dolce. Perché anche io sono una persona, non una portiera.

Si scambiarono uno sguardo diverso, quasi di reciproca stima.

***

Arrivò il sabato. In salotto, miracolosamente, il proiettore di un amico di Carlo. Pareva una sala cinematografica artigianale: tenda chiusa, lenzuolo appeso al muro, sedia in prima fila per Gennaro che stringeva la scatola come un tesoro. Giulia si rannicchiò sulle ginocchia di Maria, con il solito coniglietto; Carlo, sudato, trafficava coi cavi elettrici.

Alla fine, la pellicola partì. Sul muro, immagini sbiadite: una giovane donna in vestito a fiori un sorriso che riempiva la stanza. Vicino, un Gennaro senza capelli bianchi, capellone, che le cinge le spalle. In mezzo, un Carlo bambino tondo e fiducioso.

Tavola vestita a festa, mandarini, insalata di riso, lucine. La telecamera inquadra la scritta: Casa nostra è sempre aperta. Anche di notte. Per chi è di famiglia.

Maria sentì quella scritta centrare il petto.

Gennaro si commosse.

Lha scritto lei, sussurrò. Voleva che tutti lo sapessero.

La pellicola mostrava Nunziatina che rideva, aprendo la porta a qualcuno invisible. Entrate! La luce, i sorrisi. Le lancette che segnavano 1:05. Una scritta sulla pellicola: A casa si è sempre i benvenuti, anche di notte.

Gennaro pianse piano una commozione vera.

Giulia, accoccolata tra le braccia della mamma, si addormentò.

Il proiettore sussurrava, le immagini alternavano ricordi: Nunziatina che asciuga i piatti, Gennaro che le dà un bacio sulla guancia, Carlo che ballonzola intorno allalbero di Natale.

Maria capì. Gli ingressi notturni erano il suo disperato tentativo di tenere vive quelle porte, non una semplice abitudine

***

Quando il nastro finì, la stanza restò nella penombra. Giulia dormiva profondamente, abbracciata alla mamma.

Gennaro si asciugò gli occhi.

Scusatemi, balbettò. Pensavo di fare il bene. Che così sarei stato meno solo.

Maria gli rispose piano:

Non è costretto a passare a trovarci di notte per non sentirsi solo. Le porte, di giorno, si aprono meglio.

Qualche giorno dopo Maria andò al supermercato. Prese i soliti biscotti, sì, ma anche un elegante thermos argentato, decorato con montagne Tiene caldo fino a otto ore! vantava letichetta.

Mise il thermos nella scatola, affiancò i biscotti, aggiunse una piccola chiave con portachiavi.

Sul bigliettino scrisse: Caro Gennaro, da noi sarà sempre benvenuto. Soprattutto alla luce del sole. Il thermos per tenere compagnia al caldo. La chiave, così può passare quando vuole ma ci avvisi! Con affetto. Maria, Carlo, Giulia.

Chiamò Gennaro di giorno, questa volta.

Gennaro, domani si fa colazione insieme. Un appuntamento ufficiale! Ma solo fino a mezzogiorno, mi raccomando.

Lui rise, sollevato.

Invito formale, insomma?

Tentiamo una nuova tradizione. Niente turni di notte!

Il giorno dopo, Gennaro si presentò puntuale alle dieci. Chiamò in anticipo: Sto per arrivare!. In mano, un mazzo di margherite.

Per te, Mariuccia, borbottò impacciato. Per la pazienza.

Sotto il braccio, un orsacchiotto con il berretto da notte.

Questo, invece, per la nostra Giulia, spiegò. Lo metti sotto il cuscino, così i nonni ti fanno compagnia nei sogni senza bussare!

Maria sorrise, davvero.

Venga, la colazione è pronta.

Il sole faceva i rettangoli sul tavolo. Il tè fumava, i biscotti scricchiolavano, Giulia finalmente ben riposata stringeva lorso, Carlo raccontava progetti al padre, e Gennaro, stavolta, rispondeva con una barzelletta sui treni sbagliati.

Era sempre lui, stesso copione. Solo che questa volta erano le dieci, non luna di notte.

La sera, quando mise Giulia a letto, Maria si sentì domandare:

Mamma, stanotte il nonno non mi è venuto in sogno.

E ti è mancato?

Mah ci pensò su la bambina. No. Dormivo bene. Tanto era qui stamattina. E sul serio!

Maria sorrise.

E allora che sia sempre così.

Quella notte, lorologio segnò 1:15. Nessun campanello. Maria si svegliò, per la prima volta dopo mesi, non per abitudine, ma perché aveva dormito abbastanza.

Aveva imparato a dire di no senza urlare, senza sentirsi cattiva. Con gentilezza. E il mondo non era crollato. Il suocero non era scomparso dalla sua vita. Aveva solo smesso di farsi trovare sulluscio ogni notte.

E già questa era una rivoluzione. In stile italiano, ovviamente.

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