Il tassista che non parlava mai

Il tassista che non parlava

Non mi ascolti mai!

Ho lanciato il piatto nel lavello con tanta forza che lacqua è arrivata fino al soffitto. Undici anni. Sempre le stesse parole, fra le stesse mura. E ogni volta era lui a iniziare con quella frase come se fosse sempre colpa mia, come se dipendesse tutto solo da me.

Alessandro se ne stava nel vano della porta della cucina, le braccia incrociate sul petto. Quasi quarantanni e discuteva ancora come un ragazzino testardo, arrabbiato, fino allultimo. Avevo imparato a memoria quellespressione: la mascella contratta, lo sguardo altrove. Si voltava verso la finestra per dirmi che la discussione, per lui, era finita.

Ma per me era appena iniziata.

Hai dimenticato di chiamare la mia mamma dissi, già con la voce che tremava. Sessantatré anni. Ti aspettava tutto il giorno. Non un regalo, solo una chiamata. Tre minuti. Non ci sei riuscito.

Ho dimenticato. Può capitare. Perché fai di ogni cosa una tragedia?

Capitare? Dimentichi sempre. Lonomastico, lanniversario, anche il mio compleanno lo scorso anno dimenticato pure quello?

Ne abbiamo già parlato mille volte. Ti ho chiesto scusa.

Hai chiesto scusa, e poi hai continuato a dimenticare! Quindi io devo ricordarti tutto? Sono forse una sveglia?

Si girò verso di me. Occhi stanchi, arrabbiati.

Non ascolti mai ripeté a bassa voce. Io dico una cosa, tu ne senti unaltra. Sono stufo di spiegarlo.

Afferrai il giubbotto dallappendiabiti e cercai il telefono nella tasca.

Dove vai?

Da mamma.

Sempre da tua madre. Sempre.

Ormai non ascoltavo più. Ho richiuso la porta con uno schianto, accolta dal freddo acuto della sera di marzo. Le dita correvano sullo schermo sottili, ossute, abituate a stringersi nei pugni quando mi agito. Chiamai un taxi. Da Sesto San Giovanni a Monza. Pagamento con carta. Tre minuti di attesa.

Tre minuti con il bavero alzato, guardando su alle finestre del secondo piano. Avevo freddo. Avevo rancore. E rabbia, soprattutto verso me stesso ancora una volta ero arrivato a urlare. La luce in cucina era ancora accesa. Significa che lui era ancora lì. Braccia incrociate. Sicuro che sarei tornato.

Ma non sarei tornato. Non stasera.

Lauto nera arrivò al marciapiede silenziosamente. Aprii la portiera posteriore e mi buttai sul sedile senza nemmeno guardare il conducente. Nellabitacolo cera un odore di aghi di pino non il classico profumatore sullospecchietto, ma davvero come se avessero nascosto un ramo sotto il tappetino. Silenzio. Profondo. Niente radio, nessuna voce del navigatore, nessuna musica. Solo lo schermo sul cruscotto, percorso da una scia blu pallida.

Il tassista annuì, guardando il navigatore, e partimmo.

Mi accostai al finestrino e chiusi gli occhi. Avevo bisogno di un minuto di pace. Ma la pace non arrivava. Ogni cosa ribolliva dentro; le parole spingevano per uscire. Avevo appena sbattuto la porta. Avevo appena lasciato mio marito nel mezzo di una lite ed ero corso da mamma la decima volta negli ultimi tre anni. Ogni volta mi dicevo: basta, è lultima. Ogni volta, ricominciavo.

Davvero vogliamo andare avanti così? Fino alla fine?

Scusi dissi nel silenzio del taxi. Adesso mi metto a parlare. È che devo proprio sfogarmi. A qualcuno, chiunque.

Silenzio. Nessuna risposta. Ma nemmeno un diniego. Lho preso come un sì.

Siamo sposati da undici anni iniziai, e la voce tremò quasi subito. Lho sposato a venticinque, convinto di aver trovato chi mi capisce sul serio. Chi ascolta quando apro bocca. Chi non si volta dallaltra parte quando sto male.

Fuori, i lampioni di Cinisello lampeggiavano familiari. Li conoscevo tutti. E quella sera mi sembravano altrettanto indifferenti quanto tutto il resto. Lauto virò dolcemente in curva e io con lei.

Poi tutto si è fatto uguale. Capisce? Ogni litigio è una fotocopia dellaltro. Lui dice che non ascolto. Io che lui non sente. Abbiamo entrambi ragione. E torto. E non sappiamo più cosa fare: parlarne con calma labbiamo fatto; stare zitti, pure. Psicologo, Alessandro ha mollato dopo la terza seduta: Non pago qualcuno per insegnarmi come vivere. Fine.

Colsi lo sguardo del tassista nello specchietto. Occhi grandi, scuri con riflessi dorati, percorsi da rughe di lunga pazienza. Seguiva la strada, ma per un attimo il suo sguardo si posò nel riflesso. Non un giudizio. Solo una constatazione: ci sei.

E io continuai. Avevo bisogno di parlare.

***

Sa, cosè che fa più male? ormai parlavo nellombra fuori dal finestrino, verso il traffico notturno di Monza. Fa male che in fondo lui è una brava persona. Alessandro. Onesto. Non beve, non tradisce, porta lo stipendio a casa. Tre anni fa, quando mi venne la bronchite e poi la polmonite, non si staccò dal mio letto per due settimane. Il brodo che mi faceva era salato, cattivo, ma lo faceva.

La macchina cambiò corsia senza uno scossone. Il navigatore aggiornò il percorso forse cera traffico più avanti. Nessun messaggio parlato però, nemmeno ora che di solito il navigatore borbotta: Tra trecento metri girare a destra. Silenzio. Forse il tassista preferisce guidare così. Lo capivo.

Ma lui non mi sente dissi piano Non lo fa apposta. Non ci riesce. Gli dico che sono stanco, triste, che ho bisogno solo che mi faccia un cenno. E lui risponde: che vuoi ancora, abbiamo una casa, la macchina, io lavoro.

Quel silenzio aveva qualcosa di particolare. Non era teso, né freddo. Era lo spazio vuoto di una stanza dove si può urlare senza paura che le pareti giudichino. Una sensazione strana, paragonare un taxi a una stanza vuota. Ma forse ero solo troppo stanco.

Eppure già mi sentivo meglio. Sul serio: meglio.

Litighiamo per niente. Oggi per il compleanno di mia madre. La settimana scorsa, per un asciugamano bagnato lasciato sul letto. Un asciugamano! Ho urlato come se avesse venduto casa. E lui, a urlarmi dietro che trovo sempre il pelo nelluovo. Avevamo ragione entrambi. E torto.

Mi sono strofinato gli occhi con il dorso della mano. Sicuro di avere il mascara sciolto ma che importava. Stavo andando da mamma. Mi aveva visto in ogni modo. Non le serviva una bella faccia, solo sapere che ero arrivato.

Non posso sentire le amiche. Caterina è in campagna, non prende. Giulia ha il marito in ospedale, ha altro a cui pensare. E chiamare mamma piangendo la fa solo stare male. Passa la notte a controllare il telefono. Preferisco andare da lei, così vede che sono vivo e intero. Quando apro la porta, le basta unocchiata. E non dice niente mette su il tè.

Guardai ancora lo specchietto. Il tassista era fisso sulla strada. Mani larghe e forti, ogni dito come un pennarello stretto sul volante. Un uomo pieno, solido, avrà passato i cinquanta. Fece un piccolo cenno, forse per la strada, forse per me.

Lo presi come un continua. E continuai. Ormai parlavo come se fossi solo.

Anche io ho le mie colpe, lo so. Urlo anchio. Dico parole che non si possono riprendere. Ieri le ho detto: magari è stato un errore sposarci. Gli ho visto la faccia cambiare, ma non riuscivo a fermarmi. Capisce quando ti prende la rabbia, ti ascolti da fuori eppure non riesci a zittirti?

Passammo accanto a una stazione di servizio. Le luci al neon scivolarono dentro labitacolo e poi via. Ho pensato: qui, una volta, venivamo insieme io e Alessandro, di notte, solo per prendere il caffè alle macchinette. Così, tanto per stare insieme.

Ieri mi ha detto: Non mi ascolti mai. E sa che ha ragione? Davvero. Lo sento parlare ma aspetto il mio turno. Non è ascoltare, è aspettare la replica. E la differenza è enorme.

Non piangevo più. Le lacrime si erano fermate da qualche parte tra Monza e Cinisello. Ora parlavo tranquillo, quasi calmo. Ogni parola portava via un po della pesantezza.

E forse tutti e due temiamo solo una cosa: che laltro vada via. E allora urliamo per non far andare via per primi. È una paura che ci tiene agganciati: gridare finché non si regge più, poi silenzio che fa male, poi ancora urla. Un circolo vizioso. E non so come si esce.

Il tassista passò a destra. Colsi di nuovo il suo sguardo: caldo, color miele. Una frazione di secondo, poi di nuovo sulla strada. Nessun giudizio, né compassione. Solo presenza. Come a dire: ci sono.

Ed era quello che mi mancava: la presenza silenziosa, senza pressione.

***

Sai cosa sognavo a venticinque anni? sorrido, ma la bocca ha una linea storta. Tornare a casa e sentire: Come è andata la giornata? E sentire che davvero gliene importa. Non perché bisogna, non per abitudine. Proprio perché ci tiene. A cosa penso, cosa provo, cosho paura. Possibile che sia troppo chiedere?

Lasciammo il viale principale per una stradina tra gli alberi. Labitacolo si fece ancora più scuro. Distinsi solo la sagoma del tassista: spalle larghe, capelli corti. Il navigatore, sempre muto, seguiva il percorso senza voce. Solo la linea azzurra che avanzava.

Ma lui tornava a casa e chiedeva: Cosa si mangia? E pensavo: vabbè, gli uomini sono tutti così. Aspetta e vedrai, andrà meglio. Invece è peggiorato. Non subito. Piano piano. Come lacqua tiepida che diventa fredda e allimprovviso non ricordi nemmeno comera calda.

Tacqui. Dieci, forse quindici secondi. E in quel silenzio sentii quanto batteva forte il cuore. Non per paura per sollievo. Avevo appena detto a uno sconosciuto quello che non avevo raccontato a nessuno. Nemmeno a mamma. Nemmeno a Caterina. E non mi vergognavo. Mi sentivo più leggero.

Forse perché lui taceva davvero. Senza lo capisco, ma, senza consigli, senza giudizi o occhi al cielo. Semplicemente stava lì.

Ho pensato persino alla separazione quasi un sussurro. Tre volte in due anni. Le ho contate. La prima quando Alessandro dimenticò lanniversario. Avevo preparato la tavola, un vestito carino, una bottiglia. Lui tornò dal lavoro e chiese: Che si festeggia? Sono rimasto mezzora in bagno, in silenzio.

Il tassista annuì di nuovo. Forse solo un riflesso della strada.

La seconda volta fu quando mi curò per due settimane, e poi per un anno me lo ha rinfacciato ogni volta che chiedevo qualcosa: Ti ricordi come ti ho curato? Il brodo che ti ho fatto? Glielavevo detto grazie, tante volte. Ma non bastava.

La terza è oggi. Quando ha detto per lennesima volta: Non mi ascolti mai. E io ho capito che ormai quelle parole non mi toccano più. Come sbattere la testa contro un muro fa male, ma è diventato abitudine.

Eppure, so che non lo lascerei mai. Non per la casa, né per la sicurezza. Ma perché mi ricordo ancora comè, quando non è arrabbiato, stressato, stanco: è luomo che ho sposato. Sorride solo con gli occhi. La domenica mattina mi porta il caffè a letto. Quando pensa che non lo vedo, mi sistema il bavero del cappotto.

Ci fermammo al semaforo. Luce rossa nellabitacolo, videi in profilo il suo volto: fermo, sereno, senza unombra di fretta. Sembrava uno che ha imparato da tempo a non correre.

Forse non abbiamo mai imparato a parlare. O abbiamo disimparato. Magari urliamo solo perché nessuno ci ha mai insegnato a parlare piano. Anche i miei genitori urlavano. Mio padre se ne andò quando avevo quattordici anni. Mamma mi ha tirato su da sola. Io allora giurai: con me sarà diverso, la famiglia la tengo unita io, sarò più paziente. Più saggio.

Il verde scattò, la macchina ripartì. E io pensai: eccomi, ancora qui a lamentarmi.

Ma la pazienza non è silenzio. Pazienza è ascoltare senza esplodere. Ma io taccio, taccio, poi scoppio e va tutto in frantumi. Non ho tenuto, ho solo accumulato.

Mancavano sette minuti a Monza. Ormai quasi arrivati.

Improvvisamente non avevo più voglia di scendere dallauto. Non perché non volessi vedere mamma, ma perché lì dentro, in quel silenzio, mi sentivo davvero a mio agio. Nessuno che discuteva, nessuno che mi interrompeva, nessuno che mi diceva: è colpa tua.

Solo quiete. Quella che cura. Me ne accorgevo il corpo si rilassava come dopo una lunga tensione.

Credo di averle raccontato più a lei che a chiunque in questi anni mi sorpresi a pensarlo ad alta voce. E non mi ha mai interrotto. Nessun consiglio non richiesto. Nessun hai provato a parlarne con calma? Tutti dicono così. Come se non ci avessi mai pensato.

Ancora silenzio. E mi sentii grato. Le spalle si abbassarono quelle che tutto il giorno erano state tese come in attesa di un colpo.

Grazie dissi. Sarà stanco di clienti che si sfogano così. Ma comunque, grazie.

***

La macchina svoltò nella via di mamma. Riconobbi la staccionata legno verde, verniciata lautunno scorso. Il lampione davanti al cancello. La luce della cucina. Mamma non andava più a letto presto diceva che la sera le piaceva leggere, ma io sapevo che mi aspettava. Ogni venerdì per sicurezza.

Qui va bene, grazie dissi.

Il tassista si fermò dolcemente. Spegne il motore.

Controllai il telefono il pagamento era andato a buon fine. Gli lanciai uno sguardo.

Grazie dissi ancora. Cercai di metterci dentro tutto quello che sentivo. Grazie davvero per avermi ascoltato. So che non è dovuto. Non ci guadagna niente. Ma per me ha fatto più lei in questora che mio marito negli ultimi tre anni. Lo penso sul serio.

Lui si voltò verso di me. La prima volta da quando ero salito: rivolto davvero. Vidi il suo viso: largo, bonario, occhi miele scuro. Mi sorrise piano, con calore. Poi sollevò la mano e fece un gesto che non compresi subito. Portò il palmo alle labbra e lo abbassò in avanti.

Grazie. Nel linguaggio dei segni.

Rimasi fermo. Lui mi porse un biglietto da visita. Bianco, ben leggibile. Presi automaticamente e lessi.

“Autista Tommaso. Sordo-muto. Se vuoi ancora parlare, chiama. Non racconterò a nessuno. Letteralmente.”

Alzai lo sguardo. Lui non aveva sentito nulla in quellora. Tutto quello che avevo faticosamente affidato a lui la storia con Alessandro, gli undici anni, il brodo salato, i pensieri sul divorzio niente. Guidava. Taceva, perché non poteva parlare. Annuiva, perché vedeva i miei occhi. E capiva che, in quel momento, serviva solo qualcuno lì vicino.

Ecco perché il navigatore senza suoni. Lui leggeva colpo docchio lo schermo.

Mi scappò una risata. Una vera, dopo una giornata intera. Non isterica, né disperata. Una risata libera, come quando la vita ti sorprende con qualcosa di tanto assurdo e magico che non puoi che riderci sopra.

Tommaso sorrise a sua volta. Fece il pollice in su. Poi portò la mano al petto non sapevo cosa significasse, ma mi venne voglia di crederci: qualcosa di buono.

Scesi dallauto. Rimasi un secondo davanti al cancello, il biglietto fra le dita. Mi voltai: lui era ancora lì, aspettava che entrassi. Gli feci cenno. Lui mi salutò con i fari. Avvertii una gratitudine calda, come uno struggimento buono che quasi fa male al naso.

Mamma aprì prima che potessi bussare. Lucia, sessantatré anni, ex bibliotecaria, donna che ha sempre saputo quando mettere il tè e quando stare zitta.

Su, togliti il giubbotto, disse. Il tè è pronto.

Mi sfilai le scarpe. Appesi il giubbotto. E mi sedetti in cucina, al tavolo con la cerata a fiori su cui avevo fatto i compiti in terza e pianto il primo amore a diciotto.

Di nuovo? chiese. Non stava giudicando. Solo chiedeva.

Di nuovo, risposi.

Mise davanti a me una tazza. Spostò la ciotolina di marmellata quella di more, fatta lo scorso anno. Stringevo la tazza con entrambe le mani. Il calore mi serviva da morire.

Mamma, dissi, adesso ti racconto una cosa che non ci crederai.

Prova, rispose, sedendosi di fronte.

Raccontai. Del taxi. Del silenzio. Di come avevo parlato unora di fila con uno che non poteva sentire. Del biglietto.

Mamma ascoltava. Senza interrompere, annuire, o commentare. Solo ascoltava. Alla fine si versò del tè.

Lo sai, disse, dopo che tuo padre se ne è andato, i primi sei mesi ho parlato solo al frigorifero. Giuro. Tornavo dal lavoro, aprivo la portiera e gli raccontavo tutto. La busta paga, il capo, il tetto che perdeva e i soldi che non bastavano. Lui ronzava, io parlavo. Stavo meglio.

Mamma, era solo il frigorifero.

E il tuo tassista è sordo-muto. Che importa chi cè dallaltra parte? Non conta chi ascolta. Conta che, finalmente, hai detto le cose ad alta voce. Quando sono nella testa, i pensieri sono api chiuse in un barattolo. Ronzano, sbattono, non ti fanno vivere. Basta lasciarle uscire, e volano via.

Bevvi un sorso di tè. Mi scottai, soffiavo.

Gli ho detto che ho pensato al divorzio.

Ad Alessandro?

No. Al tassista.

Beh, lui di sicuro non lo ripete, disse mamma, accennando un sorriso. In senso letterale.

Scoppiammo a ridere tutti e due. In quella cucina, nella casa dove ero cresciuto, ridevamo di come la vita prende pieghe strane. Che il miglior ascoltatore non aveva sentito niente. E che proprio così stavo meglio. Che ogni tanto la vita ti dà quello che ti serve, ma mai nel modo che immagini.

Ma dimmi, diventò seria, pensi davvero al divorzio?

Silenzio. Ruotavo la tazza tra le mani.

Non so, mamma. A volte sì. Poi ricordo come mi sistema il cappuccio del giubbotto, di nascosto, e capisco che no. Non voglio stare senza di lui.

Allora smetti di urlare e comincia ad ascoltare sussurrò. Nemmeno io lo sapevo fare. E ho perso tuo padre. Non perché fosse cattivo, ma perché eravamo sordi. Non come il tassista per scelta. E quello è peggio.

La guardai. Distolse lo sguardo fuori, comavevo imparato anchio.

Ci ho pensato ventanni continuò. Ancora oggi mi dispiace di non avergli mai detto: Parliamone, senza urlare. Raccontami cosa ti fa male. Forse sarebbe rimasto, forse no. Ma almeno ci avrei provato.

Stetti zitto. Mi sarebbe piaciuto dire qualcosa di intelligente, ma non trovavo le parole.

Vai a letto in camera tua disse, cambiando tono. Ho già preparato tutto. Lo sapevo che saresti venuto.

Da cosa?

È venerdì, cè luna piena. Tu e Alessandro litigate sempre col plenilunio.

Volevo protestare, poi pensai alle ultime liti e lasciai perdere. Forse aveva ragione.

Mi sdraiai nella mia vecchia stanza, sul letto a molle stretto, e fissai il soffitto a lungo. Il biglietto di Tommaso era sul comodino. Lo vedevo bianco, in mezzo al buio.

Il miglior ascoltatore della mia vita non aveva sentito una sola parola. È a lui che avevo affidato ciò che nessuno sapeva. Perché lui taceva. E in quel silenzio non cerano giudizi, consigli, colpe. Solo spazio. Vuoto, silenzioso, dove potevi parlare quanto volevi. E io lho riempito.

Forse, non avevo bisogno di risposta. Forse, neanche di essere ascoltato davvero. Forse, solo di sentir parlare me stesso.

Mi piaceva quella sensazione. Mi girai di lato e mi addormentai.

***

La mattina dopo mi svegliò il cellulare. Sullo schermo: Alessandro.

Rimasi a guardare il nome per tre secondi. Di solito rispondevo al primo squillo per parlare per primo io, prendere il comando, anticipare lui. Questa volta risposi e rimasi in silenzio.

Renato disse lui, con quella voce roca, profonda. Non ho chiuso occhio. Mi dispiace, davvero.

Restai zitto. Ad aspettare.

Avrei dovuto chiamare Lucia. Me lo ricordavo tutto il giorno. Poi al lavoro una cosa tira laltra, e ho dimenticato. Non perché non mi importi. Ho sbagliato perché sono un cretino. E quando ti ho detto che non ascolti in realtà parlavo di me. Sono io che non ascolto. Tu parli, io aspetto solo di rispondere. Non è la stessa cosa.

Tacque. Sapevo che aspettava che reagissi. Che rinfacciassi tutto, che lo perdonassi, che facessi una battuta. Si aspettava il copione solito.

Ma io rimasi seduto, con le gambe raccolte sul letto, e ascoltai. Niente risposte pronte, né frasi taglienti. Solo ascoltare.

E, forse per la prima volta da tantissimo, lo ascoltai davvero.

Sei ancora lì? chiese.

Sì, risposi. Ti ascolto.

Un attimo di pausa.

È strano, disse poi. Di solito interrompi subito. Adesso invece ascolti. Mi fa strano, ma mi piace.

Sorrisi. Lui non poteva vedermi, ma sorrisi.

Torna a casa chiese. Ti prego.

Vengo. Ma non subito. Devo finire il tè con mamma.

Rise piano.

Va bene. Ti aspetto. Nel frattempo chiamo Lucia e la faccio gli auguri. Tardi, ma meglio di niente.

Chiusi la chiamata. Rimasi un minuto a guardare fuori: il giardino di mamma, ancora spoglio. Ma le gemme già gonfie. È marzo. Tutto può ancora succedere.

Presi il giubbotto e tirai fuori il biglietto. Lo rilessi.

“Autista Tommaso. Sordo-muto. Se vuoi ancora parlare, chiama. Non racconterò a nessuno. Letteralmente.”

Aprii Whatsapp e scrissi al numero: Tommaso, sono la passeggera di ieri. Quella che ha parlato senza fermarsi per unora. Volevo solo dirle che è il miglior ascoltatore che abbia mai trovato. Non importa che non abbia sentito una parola. Grazie.

La risposta arrivò dopo un minuto. Tre emoji: una faccina che sorride, una macchina, una mano alzata. E un messaggio: Sono contento di aiutare. Torna pure. La tariffa del silenzio è gratis.

Scoppiai di nuovo a ridere. La terza volta in ventiquattrore. E pensai: la vita è davvero bizzarra. Usi anni e anni a gridare per essere ascoltato. Poi sali su un taxi, parli per unora, e nessuno ti sente. Ed è proprio quello che ti salva.

Perché a volte non importa essere ascoltati. Importa solo avere il coraggio di dire le cose.

Mamma uscì in veranda.

Facciamo colazione?

Certo, risposi.

La seguii in cucina, infilando il biglietto nel giubbotto. Non come numero da chiamare. Come promemoria.

Il miglior dialogo della mia vita lho avuto con uno che non sentiva una parola. La voce che conta di più è la tua. E a volte basta restare in silenzio e lasciare parlare laltro. Come ha fatto Tommaso. Come ho fatto io stamattina, quando Alessandro mi ha chiamato.

Ieri mi hai detto che non ascolto mai, diceva lui.

Oggi, finalmente, lho ascoltato.

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