Stavo in piedi con la borsa in mano, davanti al tavolo degli sposi.
Cercavo il mio nome tra i cartoncini accanto alle candele.
Fu allora che Carolina mi venne incontro con la lista dei posti.
“Ornella, mi scusi tanto. Abbiamo cambiato qualcosa all’ultimo momento.”
“Ho pensato fosse meglio per lei sedersi al tavolo nove, con i parenti di Civitavecchia.”
Non dissi niente.
Presi la borsa e mi allontanai.
Mi chiamo Ornella Ferretti, ho sessant’anni, e vivo in una piccola casa a schiera alla periferia di Civitavecchia.
Quella casa io e mio marito Giorgio l’avevamo comprata un mattone dopo l’altro, negli anni Ottanta.
Giorgio è morto sette anni fa, per un infarto, proprio in mezzo all’orto, tra i pomodori.
Da allora vivo sola in quella casa, dove ogni finestra porta un ricordo di lui.
Nostro figlio Marco l’ho cresciuto praticamente da sola.
Giorgio lavorava metà settimana a Civitavecchia, e per anni ha fatto il turnista al porto, tornava solo nei weekend, con l’odore di ferro e olio sulle mani.
Marco è crescito nel nostro giardino, mi aiutava a togliere le erbacce, raccoglieva le uova delle galline che allora tenevamo ancora.
Aveva dodici anni quando mi passava i chiodi per il recinto, quattordici quando riparò da solo il tosaerba.
Poi è andato a Roma, ha studiato economia, e quattordici mesi fa ha sposato Carolina.
Carolina è romana, cresciuta in un appartamento ai Parioli, con vista sui pini.
Non ha mai visto una gallina da vicino in vita sua.
È gentile, questo va detto, ma quando parla dei suoi ritiri di yoga o del nuovo rooftop bar a Trastevere, mi sento come se raccontasse storie di un altro pianeta.
Il matrimonio si è svolto a settembre, in una tenuta vicino a Bracciano, con candele vere su ogni tavolo e un’orchestra che suonava jazz.
Indossavo un vestito che la mia vicina Pina mi aveva cucito da un vecchio cartamodello: comprarne uno nuovo mi pareva uno spreco.
Ero arrivata presto, nervosa, e avevo lasciato la borsa sulla sedia al tavolo degli sposi, proprio vicino al posto riservato alla madre dello sposo.
Esattamente lì mi ritrovavo adesso, ma senza posto.
Il tavolo nove era proprio accanto alle casse dell’orchestra.
La musica era così forte che si faceva fatica a parlare.
Vicino a me sedevano cugini lontani, visti l’ultima volta al funerale di Giorgio.
Mangiai la tagliata senza appetito, applaudii a ogni brindisi, lisciai più volte il tovagliolo sulle ginocchia, anche se era già perfettamente stirato.
Dentro di me mi sentivo un’ospite qualunque alla festa di mio figlio.
Quando il wedding planner annunciò il ballo madre-figlio, le teste si girarono verso il tavolo degli sposi, cercandomi lì dove avrei dovuto sedere.
Tutto si contrasse dentro di me, una pietra che sprofondava nello stomaco.
Novanta invitati, e nessuno sapeva dove fossi davvero.
Poi Marco si alzò.
Non andò verso la pista da ballo.
Attraversò tutta la sala, passando tra i tavoli illuminati dalle candele, dritto verso il tavolo nove, senza fretta ma senza esitare.
L’orchestra suonava ancora, ma le conversazioni si spensero, una dopo l’altra.
“Mamma. Vieni.”
Le gambe mi tremavano quando mi alzai.
Carolina era seduta al tavolo degli sposi, la mano davanti alla bocca, e non riuscivo a capire se fosse vergogna o sorpresa.
Camminammo insieme verso la pista da ballo, davanti a novanta invitati, tutti improvvisamente in silenzio.
L’orchestra ripartì, un pezzo lento, e girammo piano, al centro della sala.
“Scusa per il tavolo, mamma. L’ho saputo solo venti minuti fa.”
“Va bene così, Marco.”
“No, non va bene. Ma adesso sei qui.”
Appoggiai la testa sulla sua spalla e pensai all’estate in cui gli insegnai ad andare in bicicletta sul sentiero dietro la nostra casa, la mano salda sul manubrio, finché non pedalò da solo.
Le lacrime arrivarono senza che lo volessi.
Quando la canzone finì, mi stringe un momento più del necessario.
“In qualunque città vivrò, mamma, tu resti quella che mi ha cresciuto in giardino.”
Carolina venne da me più tardi, rossa in viso, e disse che non aveva capito quanto fosse importante per me quella serata.
Le presi la mano, la strinsi un istante e poi la lasciai andare.
Passarono le settimane.
Ho sessant’anni, una casa a mio nome, e un piano di risparmio di trentatremila euro che io e Giorgio avevamo aperto per Marco, come aiuto per la sua prima casa.
Non ne avevo mai parlato: era semplicemente scontato che un giorno sarebbe andato a lui, forse persino alla giovane coppia insieme, per un anticipo.
Un sabato di novembre andai alla mia banca a Civitavecchia, con la cartellina sotto il braccio, dove conservo i contratti.
Chiesi all’impiegata di modificare il piano, perché i soldi venissero versati solo a nome di Marco, appena finiva il vincolo in primavera, non su un conto cointestato con Carolina, come era stato pensato all’inizio.
Era un mio diritto, come titolare del conto, e l’impiegata mi fece firmare.
Quando raccontai la cosa a Marco la domenica successiva, davanti al caffè, posai la copia della conferma sul tavolo della cucina, tra le tazze.
Lui la lesse due volte.
“Mamma, non dovevi fare così.”
“Lo so. Ma sono i miei soldi, e decido io come arrivano a te. Direttamente a te. Quello che poi condividi con Carolina, è una tua scelta.”
Mi guardò a lungo, poi piegò il foglio e lo mise in tasca, senza chiedere altro.
Il mese scorso, al mio compleanno, Carolina apparecchiò di nuovo il tavolo in giardino, proprio vicino a Marco, con un cartoncino con il mio nome.
Quando tutti si sedettero, mi passò per prima il piatto con la torta, prima di servire se stessa.
Marco avvicinò la mia sedia al tavolo e mi posò una mano sulla spalla.
“Qui è il tuo posto, mamma.”