Il mio posto
Mamma, ma che fai?! Che stai facendo? mi si spezzava quasi la voce mentre guardavo mia madre gettare a terra alla rinfusa i miei poveri averi dallo scarno guardaroba. Il mio vestito rosso a pois, il mio preferito, finì subito per terra, attirando lattenzione di mio fratellino Simone che se ne stava seduto lì, sul pavimento. Lha subito afferrato per la cintura e se lè portato alla bocca. No, Simo! Ridammelo!
Prova pietà per uno straccetto! mia madre, Teresa, lanciò anche i miei jeans con il resto, e chiuse lo sportello con forza. Fuori da qui!
Ma dove, mamma? Dove vuoi che vada? E poi di notte? Ma che stai dicendo?
Quello che voglio, faccio! Questa è casa mia! E tu qui non ci devi stare!
E io? Non è anche casa mia questa?
No, cara mia! Qui di tuo non hai nulla! Teresa prese in braccio Simone e si pulì il naso del piccolo con il lembo del mio vestito. Proprio niente! E basta farmi saltare i nervi! Stavo appena iniziando a sistemare la mia vita, e tu vuoi rovinarmi tutto? Non lo permetterò!
Mamma, ma che ti rovino? Cosa?!
Di chi è la colpa se flirti con Giulio? Non sei tu?
Mamma! urlai così forte che Simone scattò per la paura, e iniziò a piangere. Ma che dici? Ma ti rendi conto di come parli?!
Eccome se mi rendo conto! Basta! Ho detto quello che dovevo dire! Voglio che tu non sia più qui tra cinque minuti!
Teresa sbatté la porta con un calcio ed uscì dalla stanza, lasciandomi senza fiato, incapace di capire cosa fosse appena successo. Pare proprio che mi avesse cacciato di casa Non riuscivo neanche a pensare lucidamente. Le idee mi scappavano via come brandelli di nebbia, non riuscivo ad aggrapparmi a nulla. Dallaltra stanza crescevano le grida di Simone, disperato, e quello mi riportò in vita. Era sempre stato compito mio consolarlo, calmarlo, distrarlo in qualche modo finché smettesse di piangere. Il nuovo marito di mia madre non sopportava le lacrime di suo figlio, e la verità era che lirritava qualunque cosa riguardasse il bambino. Io, che ero cresciuta in un altro clima, con tanto amore e attenzione da parte di tutti, non riuscivo a riconoscere in mia madre la donna che era diventata. Invece di abbracciare il bambino e calmarlo, me lo scaricava addosso e se ne andava dal marito.
Occupati tu! Sei grande ormai è ora che dai una mano anche te!
Grande Solo ieri ero la cocca di papà e mamma, e oggi mi sentivo tagliata fuori, come diceva lei ultimamente. Negli ultimi due anni era successo tutto così in fretta che non riuscivo a starci dietro. Un evento dopo laltro aveva cambiato la nostra famiglia completamente.
Prima se nera andato papà, di un infarto improvviso. Ingiusto, assurdo avrebbe potuto salvarsi se, vicino a quella fermata, ci fosse stato qualcuno pronto a intervenire. Era ancora giovane, non aveva neanche cinquantanni, sempre in ordine, distinto, impossibile scambiarlo per uno senza tetto. Eppure, rimase steso a terra per più di unora prima che qualcuno si accorgesse di lui. La gente passava veloce, con le proprie cose da fare nessuno si fermò, nessuno chiamò unambulanza. Forse avranno pensato che fosse ubriaco, o chissà. Quando una donna finalmente si accorse di lui, era troppo tardi.
Ricordo perfettamente come reagì mia madre allora. Sembrava essersi congelata, muta, estranea a tutto. Io piangevo, cercavo di scuoterla, ma niente. Senza versare una lacrima, accompagnò papà fino al cimitero, e poi si chiuse nella sua stanza, dimenticandosi completamente della figlia, lasciandomi da sola al mondo.
Non avevamo vicini di famiglia, e gli amici dei miei, ormai, erano solo conoscenze che comparivano raramente a Natale o a Pasqua, per poi sparire di nuovo nelloblio. I miei si vantavano di essere una famiglia forte e autosufficiente, dicevano che nessuno ci sarebbe mai servito, che bastavamo a noi stessi. Anche io ci credevo, da piccola, e davo fastidio quando in casa venivano ospiti. Che senso aveva? Noi stavamo bene così.
Ma le cose cambiarono quando entrai alle elementari. Casualità volle che nella mia classe ci fossero molte più femminucce che maschi e mi misero in banco con una bambina dai lunghissimi capelli castano scuro, spessi come una corda, portati con una grande fierezza. La invidiavo tantissimo, per i miei riccioli biondi sempre indomabili. Per quanto mia madre cercasse di domarli, alla fine ero per tutti Soffione già dal primo giorno.
Ci misi due giorni per avere il coraggio di toccare la sua treccia. Un giorno lei, sbuffando, la buttò dietro la schiena dicendo: Basta! Me li taglio, anche se mamma si arrabbia.
Io distinto le accarezzai i capelli lucidi e le dissi piano: Ma che dici? Sono bellissimi!
Da quel momento nacque la mia amicizia con Cecilia, sì, perché la chiamavano “Ceci”. Cecilia era la quarta di sei figli della famiglia Bellini. Quando andai per la prima volta nella loro gran casa, allincrocio tra via Modigliani e piazza Salerno a Firenze, rimasi stregato: gente dappertutto, adulti, anziani, bambini, neonati. Cercai a lungo di capire lalbero genealogico di Cecilia, invano. Conoscevo la madre, che ti accoglieva subito seduto a tavola, offrendoti da mangiare così tanto che rotolavi via. Conoscevo fratelli e sorelle, pronti sempre ad aiutarsi il maggiore che ci spiegava i compiti in pochi minuti, la maggiore che ci insegnava a cucinare. Mi stupiva vedere come anche la più piccola sapesse già fare la pasta e sfornare biscotti, mentre mia madre in cucina non mi ci faceva neanche mettere piede. Diceva che era troppo presto.
Entrando in casa Bellini mi resi conto di quanto potessero essere preziosi parenti e amici. Solo più tardi avrei scoperto che le cose potevano andare anche diversamente, che anche i nostri, un giorno, possono diventare estranei. Ma per allora, guardavo Cecilia ricevere pile di regali per ogni festività, mica solo a compleanno! Ogni occasione era buona, lì, e i figli erano viziati da tutti, sempre. Anche il giorno del compleanno della bisnonna riceveva dolci, una maglietta nuova, nastrini.
Ma come mai, Ceci? Non è la tua festa. le chiesi una volta.
E allora? Bisogna aspettare unoccasione per fare felici chi si ama? Aspetta che arriva Natale, vedrai!
Rideva felice e a me veniva voglia di ridere anchio.
Quella amicizia, mia madre non lha mai apprezzata davvero. Non le piaceva Cecilia; se solo avesse visto la sua casa, mi avrebbe proibito di andarci. Fortuna voleva che lavorasse tutto il giorno. Cosmando a casa solo per pranzo e poi via, così io mi infilavo di corsa là, dove sulla grande cucina mi accoglievano, mi offrivano crostate e confetture, e mi raccontavano i segreti della marmellata fatta bene. Quelli erano momenti che aspettavo come laria. Lì mi sentivo leggera. Lì ero desiderata.
Quando la mia famiglia precipitò nel dramma, furono proprio i parenti di Cecilia a intervenire subito, mandando due fratelli maggiori che portarono aiuto e organizzarono tutto. Mia madre neppure voleva uscire dalla stanza. Quando fu costretta a farlo, eseguiva tutto in silenzio. Io piangevo senza tregua, e Cecilia mi teneva la mano, impastando pane tra le lacrime. Ne fece talmente tanto che dovette chiedere aiuto ai vicini per conservarlo.
Nei giorni successivi, i fratelli di Cecilia non ci lasciavano mai sole, aiutando nelle mille difficoltà quotidiane, proteggendoci come potevano. Mia madre non sembrava nemmeno accorgersene, ma io mi ricordo bene.
Quando, dopo, chiesi a Cecilia perché fossero così presenti, mi rispose tranquillamente:
E che altro dovevamo fare? Non siete mica estranee per noi. E poi voi a casa non avete uomini ormai, qualcuno doveva darvi una mano.
Poi, dopo sei mesi, Cecilia si sposò. Rimasi senza parole. Poi la incalzai:
Ma sei impazzita? Sposarti adesso? E la scuola? Non volevi diventare medico?
Certo che voglio rispose lei, svolgendo il velo da sposa appena comprato Papà e il mio fidanzato hanno già messo tutto per iscritto.
Non capisco. Perché così presto? Lo ami alla follia?
Mi fermò con uno sguardo stupito:
Ma no, lavrò visto due volte! Ancora non cè amore, solo curiosità. Lamore, quello verrà dopo.
Ma come fai a fidarti di una cosa così?
Da noi funziona così. Sono i genitori che scelgono. E il loro compito è scegliere bene.
E se non lo ami? Come fai?
Non lo so sospirò Ma i miei vogliono solo il mio bene, no?
Sì
Allora.
Alla fine, al suo matrimonio non piansi, anche se avrei voluto urlare. Ma quando seppi che si sarebbe trasferita a Milano per studiare (i suoceri le avevano già preso una casa, pensa te), scoppiai in lacrime come una bambina.
E io? Come faccio senza di te?
E io? mi disse.
Tu ora sei sposata, hai chi si prende cura di te
Se va proprio male, vieni da me. Qualcosa ci inventiamo.
Ormai a casa nostra cera il famigerato Giulio, il nuovo marito di mamma, e Cecilia mi guardava preoccupata quando tardavo a rincasare.
Che cè? Perché non vuoi tornare a casa?
Non potevo raccontarle del modo in cui Giulio mi osservava in corridoio Del cambio di carattere di mia madre, diventata insopportabile dopo la nascita di Simone. Di come ormai chiudessi la porta a chiave per la paura, cosa che faceva arrabbiare ancora di più mia madre. Era pronto ogni momento a portarmi Simone, fregandosene che la mattina dovessi andare in ospedale. Certo, adoravo mio fratellino e mi sentivo responsabile. Ma le nottate passate a calmarlo mi stavano rovinando la salute: ero già svenuto due volte in corsia e ormai in ospedale giravano voci strane.
Non avevo ancora finito la scuola infermieri quando trovai posto in ospedale. Un po mi tranquillizzai: almeno, con i turni di notte, di casa ci passavo poco.
Dopo aver salutato Cecilia e suo marito, tornai a casa e mi beccai il peggior litigio di tutti. Il conflitto montava da mesi, e non trovavo modo di calmarlo. Mia madre non voleva sentire ragioni. Quando la vicina, carezzando Simone, disse: Teresa, hai fatto proprio bei figli! Peccato che tuo marito non ci sia più, sarebbe fiero di una figlia così bella! Non ha ancora un ragazzo? Dovresti pensare anche a lei, poverina, sempre di corsa
Non so cosa la turbò di più, ma dopo quelle parole mi cacciò di casa. Ora mettevo in borsa quattro cose, ragionando febbrilmente su dove andare. Se qui non ho posto, allora dove ce lho? Era questa la domanda, e la risposta non ce lavevo. Avrei potuto chiamare Cecilia, ma che avrebbe potuto fare? Eppure anche lei era alle prese con un bambino in arrivo e gli studi. Lei sì che era forte. E io, nemmeno far capire a mia madre le mie ragioni
Guardai ancora una volta la mia cameretta, presi dal comodino la foto di mio padre e la nascosi in borsa, asciugandomi le lacrime. Tanto, forse, era meglio così. Già da tempo mi sentivo unestranea qui. Meglio che mamma si rifaccia la vita comè giusto.
Dalla cucina il televisore urlava e mia madre sbatteva pentole e piatti. Avrei voluto dirle qualcosa, ma che senso aveva? Era già stato detto tutto. E perdonare proprio non ce la facevo. Basta. Un tempo ci volevamo bene, ora non più. E qui, ormai, ero fuori posto.
Scese la notte e per strada mi chiusi bene nella sciarpa. Lautunno era iniziato sul serio, stringeva Firenze senza pietà. Da giorni vedevo gente con la giacca accanto ad altri ancora in maniche corte Io, freddolosa, avevo già messo la sciarpa che mi aveva regalato Cecilia a Natale, e il giubbotto pesante. Non avrei avuto bisogno di rientrare a casa per le cose calde, e meglio così. La ferita che avevo dentro iniziava a tormentarmi, ma non era il momento per pensarci. Dovevo solo decidere il da farsi.
Alla fermata dellautobus cera quasi nessuno, solo una coppia che passava di fretta e un cane randagio. Appoggiai la borsa alla panchina e infilai le mani in tasca.
Una macchina si fermò accanto e mi spaventai, facendo un passo indietro.
Elena?
Marco?!
Per poco non mi misi a piangere di sollievo. Era il fratello maggiore di Cecilia, quello che mi aveva aiutato con matematica e, più avanti, ai funerali di papà.
Che ci fai qui a questora? Vai in ospedale?
No Cioè sì, mi conviene
Ma dai, cosa è successo, perché sei con la valigia?
Marco mi guardò con tanta gentilezza che, senza neanche capire come, gli raccontai tutto. Della lite, di Giulio, della mamma, di come non avessi dove andare.
Vieni. disse soltanto, e io salii con lui.
Viaggiavamo nel silenzio della città. Cera caldo in macchina e io mi lasciai andare, sentendomi stranamente in pace. Probabilmente solo un respiro, ma mi bastava. Guardavo fuori, ma nella testa avevo solo le parole della mamma: non cè posto per te.
Mi destai solo quando mi resi conto che stavamo andando da tuttaltra parte.
Marco, dove andiamo? Dovrei essere in ospedale.
Ma tu vuoi dormirci davvero in ospedale?
Beh, sì.
E dopo? Stanotte passi, ma poi?
Non lo so ancora
Ma io sì. Ora vieni con me.
Dove?
Vedrai.
Entrammo in un palazzo signorile, cinta in ferro battuto. Marco salutò il custode e parcheggiò. Andammo insieme sul pianerottolo, terzo piano, e suonò a una porta.
Aspettammo parecchio, poi si aprì e apparve una donna grande, alta, che mi ricordò unarmatura.
Marco! Senza nemmeno chiamare prima?
Nonna!
E lei? Aspetta, chi sei Tu sei lamica di Cecilia, vero? Ti ho vista al matrimonio! Vieni, entra, cara, che non sei mica una sconosciuta da noi!
Appena varcata la soglia, mi trasmise un calore che mi mancava da tempo. Il corridoio con piastrelle di marmo e una lampada enorme a cristalli mi fecero girare la testa. Marco bisbigliò qualcosa alla donna, ebbe indietro un cenno e uscì, lasciandomi con quella che era, di fatto, la nonna adottiva di Cecilia.
Che fai lì impalata? Togliti il cappotto, vieni! Un caffè, due chiacchiere, e mi racconti perché una ragazza così carina finisce per strada a queste ore. Non hai una casa? Una mamma?
Ormai, credo di no mi crollarono le forze e mi sedetti, scoppiando in un pianto che non riuscivo a fermare. Lei si fece vicina e mi abbracciò forte, accarezzandomi la testa.
Povera piccola che destino triste. Non devi piangere più. Fidati di me: tutto si sistema. A me la vita ha mostrato più dolore di quanto ne abbia mai voluto vedere, e bastava. Non lo auguro a nessuno, e nemmeno a te lo permetterò.
Mi prese per mano in cucina, e mi fece un caffè forte come solo le nonne sanno fare. Dovevo berlo fino alla fine per dimenticare il male, almeno per un po. A volte basta una pausa per poter respirare ancora. Fidati di me, mi diceva tra sé e sé.
Chiamami Nonna Rosa. Era il mio nome quandero giovane, spensierata. Abitavamo lontano, tra le colline vicino a Palermo, dove cerano le tombe dei nostri antenati. Non ci sono tornata più, e ormai credo che non ci tornerò mai più. È un dolore grande, ma non il peggiore.
E qual è, Nonna Rosa?
Che ai miei genitori non ho mai potuto fare una tomba. Allamata mia sorella neanche. Non sono riuscita a seppellirli.
Come mai?
Tu hai mai sentito parlare di rastrellamenti? Di quando entrano in casa e ti dicono che non puoi più stare qui? Non puoi più vivere Così è stato da noi. Io, con i fratelli piccoli, nascosta in uno sgabuzzino. Mio padre ci nascose lì, aveva preparato la via di fuga, e quando arrivarono, fu il coraggio dellamore a salvarci. Porta chiusa da un vecchio mobile, quelli che non spostava nessuno, tranne lui. Sai cosa può fare lamore di un genitore?
Si fermò, e io capii che dietro quella forza non cera nulla di naturale, ma il peso di chi resta per gli altri. Quando perdi così tanto e mi guardò negli occhi capisci che la forza ce la danno gli altri: sorelle, fratelli, parenti, amici, anche sconosciuti. Anchio sono forte perché loro lhanno voluto. Ora tocca a me darti la mano. Questa è casa tua finché non troverai dove stare, finché non sarai pronta a trasmettere altrove questa forza.
Nonna, ma così chi lha aiutata a lei?
I miei fratelli, le sorelle, chi mi ha raccolto quando non avevo più nulla.
E figli suoi?
No. Ho cresciuto quelli degli altri. Serviva forza a tirarli su.
Rosa sorrise ed era un sorriso pieno di malinconia.
Da quel giorno la mia vita cambiò. In due anni imparai tutto quello che cè da sapere: cucinare tortellini, sistemare la casa, gestire anche due bambini insieme, e addirittura facevo meglio persino di Cecilia, che tornava a trovarci quando poteva.
Ma come fai, il tuo è più buono, cosa ci hai messo? mi chiedeva stupita.
Tutto merito di Nonna Rosa! rispondevo.
E non esagerare mica troppo a lodarmi, sorrideva lei Se mi vanto troppo poi in paradiso non mi fanno entrare!
Ma Rosa capiva che mi portavo dentro qualcosa di non risolto. Infatti, quando Cecilia tornò con la pancia già grossa, le raccontai a bassa voce: Mia madre sta male
Come male?
Gravemente. Non le resta molto. Era ricoverata proprio nella nostra infermeria; me ne occupavo io, so tutto.
Ma lhai almeno vista?
Non ho il coraggio ogni volta che ci penso, rivivo il giorno in cui mi ha buttata in mezzo a una strada e penso che, se Marco non fosse passato di lì, se Nonna Rosa non mi avesse accolta, che fine avrei fatto? Mia madre ci pensava a tutto questo, quando ha scelto Giulio? Che ora, guarda caso, lha piantata quando ha saputo della malattia, lasciando anche Simone!
Cecilia sbarrò gli occhi.
E dove sta Simone?
In casa famiglia. Non mi hanno affidato lui perché non ho una casa mia, neanche se lavoro ormai giorno e notte.
Non puoi tornare nellappartamento di tua madre?
Mi ha cancellata dai documenti; senza carta didentità non posso ottenere laffido.
Abbassai la testa, sentivo che stavo per crollare.
Se ti importasse davvero, non staresti qui a discutere con me, mi rispose Cecilia secca. Andiamo!
Dove?
In ospedale!
Ma ormai non cè più lì.
Allora andiamo a casa.
Io non faccio pace con lei!
Non si tratta di perdonare: si tratta di pensare a Simone, non sempre a te! A te non piaceva che nessuno pensasse a te, vero? Ecco, ora tocca a lui.
E così fu che feci pace con mia madre. Accadde a due giorni dalla sua morte, logorata dal dolore, diversa da comera, più fragile. Chiese scusa e io le rimasi accanto, spingendo via il rancore, concentrandomi solo su come riportare a casa Simone.
Quando finalmente, qualche settimana dopo, presi per mano mio fratellino al portone di casa e gli dissi: Adesso siamo finalmente a casa nostra, Simo. Questo è il nostro posto, capisci?
Lui mi guardò con occhi seri e annuì, e io finalmente sentii di aver trovato il mio vero posto, il mio vero senso.
E imparai che bisogna lasciar andare il rancore: è come un cane rabbioso, logora lanima fino a toglierti il respiro. Bisogna lasciarlo andare, per poter di nuovo vedere il bello che la vita ancora può offrirti. Aiuta più a noi stessi che agli altri.
Oggi, io e Simone abitiamo qui, tra queste pareti che hanno visto tanto dolore ma oggi profumano di una nuova speranza. Ormai so che il mio posto nel mondo, la mia casa, non è fatta solo di mura, ma anche di persone che scelgono di restare, di accogliere, di amare. Questa è la lezione della mia vita.



