– Signora, se ne va, porti via il suo telo dalla sdraio, qui non si tengono i posti dal mattino, – una signora corpulenta in un pareo floreale bloccò l’uscita dalla spiaggia a Fiorella.
– La gente arriva, non trova dove sedersi, e voi avete solo un paio di ciabatte da tre ore.
Fiorella, senza dire una parola, tirò fuori da sotto il materassino il telo sbiadito e lo arrotolò stretto. Dalle dita colava sabbia fine, lasciando sulla pelle striature grigie di polvere. Il lungomare del piccolo paese di villeggiatura, stretto tra scogli e acqua, ribolliva di frenesia pomeridiana.
L’altoparlante sulla torretta del bagnino gracchiava, invitando a una gita serale in barca, e alla fontanella dell’acqua si era formata una fila di bambini urlanti e mamme stanche.
Fiorella camminava verso la pensione lungo una stradina asfaltata, oltre infinite bancarelle di salvagenti gonfiabili e conchiglie. In tasca dei pantaloncini squillò il telefono: la padrona di casa, signora Lucrezia, ricordava di ritirare la biancheria pulita dalla lavanderia.
Quella vacanza, comprata con i soldi risparmiati per un anno e mezzo, doveva essere un momento di silenzio, ma finora portava solo trambusto e stanchezza per colpa degli estranei.
Aveva preso un pacchetto al mare, e invece aveva incontrato la vecchia vergogna. Al cancello della pensione, sotto un’acacia spessa e vecchia, c’era un uomo in pantaloni di lino chiari e camicia leggera. Fumava, buttando la cenere tra i cespugli di ortensie, e osservava i passanti. I capelli sulle tempie erano brizzolati, sulla fronte solchi profondi, ma quei tratti regolari, il modo di tenere il mento e l’abitudine di girare un anello d’argento…
Fiorella lo riconobbe subito. Diciotto anni prima, quell’uomo aveva lasciato un biglietto sul tavolo della cucina, scritto sul retro di una bolletta della luce, ed era sparito dalla città due giorni prima del loro matrimonio.
Nella cameretta al secondo piano che Fiorella aveva preso per due settimane, odorava di erbe secche e mobili di plastica economici. Un vecchio ventilatore sulla bassa cassettiera ronzava, spostando l’aria calda per la stanza. Gli oggetti erano al loro posto: un prendisole piegato sullo schienale della sedia, una fila di creme allo specchio, un giallo aperto sul letto. Quella prevedibilità del quotidiano le dava sempre un senso di controllo sulla vita che una volta aveva dovuto ricostruire come una zuppiera rotta.
La sera, quando il caldo aveva ceduto il posto alla brezza marina fresca, sulla porta di legno della veranda comune bussarono piano. Fiorella, che stava versando acqua in un bicchiere, si immobilizzò. Appoggiò la mano sul tavolo.
– Fiorella, sono io, apri, – giunse da dietro la porta un baritono familiare, diventato un po’ più rauco e grave. – Ho chiesto alla padrona di casa in che camera stai. Le ho fatto un piccolo regalo, e me l’ha detto.
Lei si avvicinò, tolse il fragile paletto. Marcello era sulla soglia, con un cesto di vimini pieno di fragole mature e una bottiglia di vino. La vicina della stanza accanto, una giovane bionda tinta, usciva a fumare sulla terrazza comune e rallentò, osservando l’ospite.
– Beh, ciao, – Marcello varcò la soglia, posò il cesto sul bordo del tavolo e si sedette su una sedia di plastica. – Sono passati tanti anni. Tu sei quasi uguale, solo lo sguardo è severo, non ti si avvicina più nessuno.
– Perché sei venuto? – lei indietreggiò verso la finestra, appoggiando la schiena al davanzale. Lo sguardo gli scorse sul viso, notando i piccoli segni dell’età: una certa pesantezza sulle spalle, l’inizio della calvizie sulla nuca, le borse sotto gli occhi.
– Dobbiamo parlare, Fiorella. Quanto tempo perso, eravamo stupidi, orgogliosi, – lui si sporse in avanti, mettendo le mani sulle ginocchia. – Tutti questi anni ti ho ricordata. Ti ho cercata, parola d’onore. Solo che i conoscenti dicevano che eri andata in Puglia, e invece sei qui al mare. Io sono in un albergo a tre case da qui, ti ho vista per caso in spiaggia tra la folla.
– Cercata? – lei rise, il viso rimase calmo. – Diciotto anni cercata, Marcello? Nella regione vicina? O a tre ore di pullman?
– Allora c’erano problemi, capisci? – sospirò, allargando le braccia. – L’attività era appena iniziata, debiti, faccende con gente pericolosa. Mi hanno messo alle strette, Fiorella. Volevano prendersi la ditta, minacciavano. Dove ti trascinavo? Me ne sono andato per te, per non metterti in pericolo. Ero giovane, stupido, pensavo fosse meglio così. Volevo salvarti da quell’incubo.
Dalla finestra aperta arrivò un forte pianto di bambino: nel cortile qualcuno era caduto dal monopattino. Al piano di sotto, in cucina, sbatacchiavano pentole, un coltello batteva sul tagliere: la padrona preparava la cena. La solita vita frenetica di una casa per vacanze scorreva, trasformando le parole dell’uomo in rumore vuoto.
Il sole del mattino filtrava attraverso le tendine sottili, disegnando sul linoleum lunghe strisce gialle. Fiorella era seduta nella cucina comune, aspettando che bollisse il bollitore smaltato. Le vicine di stanza, due anziane signore di Roma, bisbigliavano vicino al lavandino, lavando un contenitore di plastica.
– Senti, Fiorella, quel tuo corteggiatore ieri chiedeva a Lucrezia per quanto tempo sei qui, e se sei sola, – quella più giovane, con una pedicure vistosa, si girò verso di lei. – Un uomo serio, si vede subito. La macchina al cancello è cara, nera. Tutto gentile, ha portato a Lucrezia una scatola di cioccolatini. Bada, non perdere l’occasione, alla nostra età certi uomini non si trovano per strada.
– Non si trovano, – ripeté piano Fiorella, guardando l’acqua bollire.
Marcello la intercettò verso mezzogiorno al molo, quando cominciò a piovigginare, e subito la gente si disperse sotto tettoie e nei bar. Lui le fu accanto, tenendole sopra un grande ombrello nero, e la prese per il braccio. Odorava di tabacco e dopobarba.
– Andiamo a cena stasera in un posto decente, Fiorella? Qui a cinque chilometri c’è un ristorante bellissimo, su una scogliera. Sediamoci, ricordiamo la gioventù. Adesso sono libero, con mia moglie ho chiuso tre anni fa, niente figli. Ho tutto: un’azienda a Firenze, una casa fuori città, un grande appartamento. Ma manca l’anima. Mi manchi tu, quella nostra sincerità.
Fiorella si fermò, liberando il braccio. Si girò verso di lui. Lo guardò negli occhi, cercando almeno un’ombra del ragazzo di diciannove anni che aveva amato, per cui era pronta a lasciare gli studi e partire. Ma davanti a lei c’era un estraneo, un uomo sulla quarantina troppo sicuro di sé, che cercava di comprare il suo favore con una cena al ristorante.
– Ho altri programmi per stasera, Marcello.
– Ma dai, che programmi vuoi avere in questo buco? – lui fece una smorfia, agitando la mano verso i grigi palazzoni del paese. – Quanto hai pagato per questo pacchetto? Due soldi. Ti do io in un giorno di più, basta che ti trasferisci nel mio albergo, c’è una suite libera. Non è il tuo livello, stare in una pensione, sbatacchiare pentole nella cucina comune. Con me vivrai come una regina. Perché non parli? Non è rimasto proprio niente di quella di prima?
Accanto a loro passò una pescivendola locale, portando una borsa frigo pesante. Lanciò a Fiorella uno sguardo rapido, dove si leggeva la curiosità del volgo: guarda un po’, questa qui alza il naso davanti a un uomo così.
Dalla strada arrivò un forte stridio di freni: il conducente di un autobus aveva quasi preso un cane. Per un attimo ci fu silenzio, rotto solo dalle gocce di pioggia che picchiavano sul tessuto teso dell’ombrello.
– Sai, Marcello, – Fiorella fece un passo indietro, uscendo sotto la pioggerella. – Mia madre dopo la tua fuga è stata due mesi in ospedale. Pressione alta. E io avevo l’abito da sposa nell’armadio per tre anni, non riuscivo nemmeno a buttarlo, mi faceva schifo guardarlo. Pensavo ti fosse successa una disgrazia, cercavo attraverso conoscenti. E tu mi salvavi. Dai debiti. Nella tranquilla Lucca, dove ogni cane ti conosceva.
– Ma perché rimestare il passato? – Marcello distolse lo sguardo, girando l’anello al dito. – Chi di noi a diciannove anni non ha fatto sciocchezze? C’erano affari, mi destreggiavo come potevo, volevo sopravvivere. Adesso posso rimediare a tutto. Qualsiasi desiderio, capisci? Vuoi che domani andiamo in città, in gioielleria?
La pioggia verso sera si intensificò, diventando un acquazzone con temporale. L’acqua batteva contro i vetri della pensione, allagando il cortile stretto e trasformando i sentieri di terra in fiumi di fango. I villeggianti stavano in camera, dalle finestre arrivavano suoni di televisori accesi e colpi di domino.
Fiorella era seduta sul letto, con le gambe raccolte. Dentro di sé era calma, come se la vecchia ferita si fosse finalmente rimarginata. Non c’era rabbia, né voglia di sfogare i rancori, né il vecchio dolore che le impediva di iniziare nuove relazioni. Restava solo un leggero stupore per quanto quell’uomo fosse arrivato tardi con le sue promesse di bella vita.
Verso le dieci di sera il telefono squillò di nuovo. Sul display apparve un numero sconosciuto, ma Fiorella sapeva chi era.
– Pensaci bene, Fiorella, – Marcello parlava forte, gridando sopra il rumore della pioggia. – Resto qui fino a fine settimana. Camera trecentodue, edificio principale. Vieni, sediamoci senza tutta questa sporcizia da strada. Basta fare la sostenuta, siamo persone che si conoscono. Quanti anni persi per stupidaggini, perché sprecare tempo con gli offesi?
– Buonanotte, Marcello, – disse con voce calma e premette il tasto rosso.
Si alzò, andò alla finestra e chiuse bene le tende, isolando la stanza dal temporale infuriato fuori. La vita da tempo scorreva su un altro binario, e in quel nuovo binario non c’era posto per Marcello.
Venerdì il tempo tornò a migliorare. Il cielo si schiarì, diventò azzurro, il sole scottava dal mattino, facendo emanare all’asfalto un odore pesante. Il lungomare si riempì di nuovo di gente con pantaloncini colorati e materassini gonfiabili.
Marcello non si fece più vedere al cancello della pensione. La signora Lucrezia, al mattino, aveva notato di sfuggita che la macchina nera era partita verso la strada principale – a quanto pare l’ospite aveva lasciato prima del previsto.
– Se n’è andato il tuo commerciante, Fiorella, – la padrona di casa scuoteva un tappetino dalla veranda. – E tu sei stata sciocca, ragazza, scusa una vecchia. Un uomo così in vista, con soldi. Potevi stare a Firenze adesso, e invece al tuo ufficio per due lire. Cosa ti mancava? È scappato da giovane, spaventato dalle responsabilità. Adesso voleva farsi perdonare.
Fiorella non rispose, sorrise soltanto. Prese l’asciugamano, la borsa con un libro e si avviò verso il mare, cercando di stare sul lato ombreggiato della strada.
La sera, quando il sole cominciò a tramontare all’orizzonte, tingendo l’acqua di rosa, era seduta sul bordo del molo, lontano dai bar rumorosi e dai parchi giochi per bambini. Odorava di acqua salata, iodio e alghe gettate a riva dopo la tempesta. Fiorella tirò fuori dalla borsa dei fichi comprati al mercato, spaccò delicatamente il frutto a metà.
In basso, vicino all’acqua, un uomo anziano con un cappello di paglia slavato infilava pazientemente un verme sull’amo, e suo nipote di sette anni fissava il galleggiante. La solita vita semplice scorreva.
Fiorella bevve un sorso di minerale ormai tiepida e guardò il tramonto che si spegneva. Davanti a lei restava ancora un’intera settimana di vacanza.






