Incredibile scoperta: in una casa abbandonata, il cane nutriva dei cuccioli molto particolari, e non erano affatto cagnolini

Le persone rimasero sbalordite: dentro una casa abbandonata, una cagna sfamata non i suoi cuccioli, ma qualcun altro

Giovanna Lombardi tornava dal mercato, con le borse pesanti che le tagliavano le mani. Si perdeva nei suoi pensieri: ancora le facevano male le ginocchia, la nipote aveva promesso una telefonata che non si era mai fatta sentire, e pure questinverno era davvero strano, né freddo né pioggia, solo nebbia densa e fango dappertutto. I pensieri giravano in tondo sotto la cuffia di lana, quando dimprovviso inciampò, rischiando quasi di cadere sul selciato lucido.

Si voltò: tra le gambe le era passata furtiva una cagna randagia, color miele. Magrissima fino allosso, le costole in rilievo, il pelo a ciuffi sparsi.

Dove corri, brutta sventurata! le sfuggì.

Ma la cagna non badò alla voce stizzita. Correvano le sue zampe, come se da qualche parte la stessero aspettando. In bocca stringeva qualcosa: sembrava una fetta di pane raffermo.

Sicuro si è trovata una tana per i cuccioli, mormorò tra sé Giovanna. Sta arrivando la primavera, di questi tempi fanno tutti figli.

Aggiustò la borsa sulla spalla e riprese la strada, ma quel pensiero non la lasciava. Qualcosa in quella scena sembrava fuori posto, come in certi sogni che non sai dire se sono sogni o realtà.

Anche il giorno dopo tutto si ripeté: la stessa macchia miele sbucava nel cortile, lo stesso pezzo di pane nei denti, lo stesso sentiero verso la fine del giardino, là dove la vecchia Teresa viveva un tempo. Teresa non cera più da mesi, e la casa, con le imposte penzolanti, stava sola e grigia.

Senti Giovanna, guarda che la tua amica è tornata! gridò la vicina Luisa dal balcone, scuotendo lo strofinaccio. Sempre la stessa scena! E dove la trova quella roba da mangiare?

Che roba? si fermò Giovanna.

Ma non la vedi? Trasporta qualcosa, va bene che fruga nei cassonetti, però quella ha il senso materno, secondo me.

Mah, sei sicura che abbia i cuccioli?

E che altro? La primavera è alle porte, listinto animale non vede calendario.

Giovanna fece un cenno con la testa, ma la domanda continuava a girarle distrattamente tra i capelli. I cuccioli, certo, logico. Eppure qualcosa, come una sfumatura storta in un sogno, non tornava.

Ancora una volta la cagna miele sgusciò attraverso una fessura dello steccato storto e sparì nel cortile della casa abbandonata. Giovanna rimase lì.

Ma cosa faccio? si rimproverò. Una occhiata posso darla. Tanto, qui, ormai, ne parlano tutti.

Si chinò, infilò anche lei la fessura, attenta a non graffiarsi. Lo steccato scricchiolò, ma resistette sotto il suo peso. Dentro, la natura aveva ripreso il comando: erbacce alte alla vita, schegge di vetro, scodelle arrugginite.

Un gemito fioco, come un soffio portato dal vento, arrivò dal fondo.

Giovanna seguì il suono. Girò intorno al pollaio diroccato e rimase senza fiato.

La cagna miele era seduta davanti a una vecchia cuccia mangiata dal tempo. Davanti a lei, una cagnona nera, col muso segnato dal grigio, era legata a un palo da una catena rugginosa e troppo corta.

Cieca.

Gli occhi velati da una patina lattiginosa, il corpo magro, il pelo arruffato in nodi. Sdraiata su un fianco, respirava appena.

La cagna miele posò piano il pane davanti a lei, glielo spinse col naso e rimase ferma.

La nera si mosse, annusò il pane, e pian piano cominciò a rosicchiarlo. La cagna miele, impassibile, non scodinzolava. Solo la guardava.

Quando il pane sparì, lei le leccò piano il muso e si sdraiò vicino.

Giovanna era paralizzata. Il nodo alla gola saliva con le lacrime.

Madonna la sta sfamando. E lei è denutrita pure. Ogni giorno.

Non sapeva per quanto rimase ferma così, rapita come in una visione. Si riscosse solo quando la randagia fissò i suoi occhi dritti nei suoi. Quello sguardo diceva: E allora? O ci aiuti o vattene.

Aspetta mormorò Giovanna.

Si voltò e cominciò a correre verso casa correva come non faceva più da ventanni. I ginocchi gridavano, lanca pungeva, ma stringeva i denti.

Arrivata, raccolse tutto ciò che trovò: pollo lessato, riso avanzato, una fetta di salame, la scodella dacqua. Tornò trafelata al piccolo giardino.

La scena era identica: miele e nera, insieme.

Ecco, ansimò, inginocchiandosi. Tenete.

Mise il pollo davanti alla randagia, ma lei neppure guardò il cibo. Fissava la nera.

Ma sei scema? Guardati, sei pelle e ossa sussurrò piano Giovanna.

Allora capì. Spostò il pollo vicino alla nera cieca. Lei sentì subito lodore, trovò il boccone e divorò con fame disperata.

La cagna miele deglutì, ma restò immobile. Attendeva.

Solo quando la nera fu sazia, la randagia si permise un piccolo avanzo.

Così, così sussurrò Giovanna.

Le due cagne bevvero acqua a lungo, affiancate. Lei le osservava asciugandosi gli occhi.

Che hai da piangere? tuonò la voce di Luisa alle sue spalle.

Spuntava attraverso la fessura della staccionata, sgranando gli occhi.

Ecco chi sfama, disse piano Giovanna. Non i cuccioli.

Luisa rimase in silenzio. Poi annusò rumorosamente.

Ma chi ha lasciato così quellanimale?

Teresa, probabilmente. Sempre a catena. E dopo morta, la cagnona dimenticata.

Da sei mesi

Sola da sei mesi. Solo ‘sta randagia lha trovata. Ogni giorno la nutre.

Luisa si accucciò strofinando la cagna miele dietro le orecchie.

Sei proprio brava sei brava.

Per la sera quasi tutto il condominio era giù in cortile. Qualcuno portò pezzi di pane, altri vecchie coperte. I più robusti provarono a spezzare la catena, ma era spessa, troppo.

Serve il flessibile fece Mario il portinaio. Domani ci penso io.

La mattina dopo tornò armato di attrezzo. Tutti a fare cerchio nel cortile.

Piano eh, Mario! guidava Luisa. Niente spaventi!

Il flessibile fischiò, sfrigolarono scintille. La nera scattò, tremando.

La catena cadde.

È fatta, libera sospirò Mario, asciugandosi la fronte.

Giovanna si inginocchiò accanto alla cagnona e la carezzò con commozione.

Su, vieni con me? domandò piano. Da me cè caldo. E porto anche lei, la tua amica randagia. Tutte e due.

La nera mosse piano la coda, come se capisse ogni parola.

Giovanna provò a sollevarla, ma non ce la fece.

Faccio io, disse Mario, cauto, prendendo la bestia tra le braccia. Dove porto?

Scala B. Porta ventitré.

Nel tragitto, i vicini si fecero da parte in silenzio, seguendo la piccola processione con lo sguardo. La randagia non si staccava, silenziosa e bassa sulle zampe.

Non temere, sussurrò Giovanna. Voi due venite con me.

Sotto il portone le solite vecchie della panchina già scrutavano la scena.

Oh Gio’, che combini? sbottò una.

Porto le cagne a casa, le troncò lei.

Ma sono piene di pulci! Faranno solo casino!

Le lavo, rispose, secca.

E che diranno i vicini?

Cosa diranno? sbottò Giovanna, così forte che si zittì da sola. Sei mesi quella là è rimasta legata qui, cieca, affamata! E nessuno ha visto niente! Solo questa qui, la randagia, lha vista. E noi? Sempre a voltare la testa!

La sua voce si spezzò. Si asciugò le lacrime con rabbia.

Non lo sapevo, sussurrò una voce. Teresa è morta e nessuno ne ha parlato.

Appunto, insistette Giovanna. A nessuno importava.

Girò le spalle e salì di corsa. Mario la seguiva, la cagnetta color miele dietro.

A casa, Giovanna stese una coperta vecchia sul pavimento e Mario depose la nera con delicatezza.

Serve altro? chiese.

No, grazie. Posso farcela.

Dopo averlo salutato, Giovanna rimase appoggiata alla porta. La cagna miele sedeva accanto allamica, guardandola come chi ringrazia la vita.

Ora basta, sospirò. Facciamo amicizia. Io sono Giovanna. Voi?

La randagia guaì leggermente.

Allora: tu sarai Miele. E tu, rivolse lo sguardo alla nera, sarai Ombra. Va bene?

Mise la scodella col riso e la carne davanti a Ombra. Lei la annusò, ma non osò subito mangiare.

Dai, Giovanna allungò un bocconcino. Ombra lo prese dal palmo, piano.

Brava, sussurrò Giovanna. Mangia, che ti serve.

Le diede da mangiare a piccoli pezzi, piano piano, dolce. Miele osservava, poi, allimprovviso, posò il muso sulle ginocchia di Giovanna. Un gesto di fiducia che le sciolse il cuore.

La sera telefonò Luisa.

Allora? Tutte vive lì dentro?

Sì, rispose stanca Giovanna. Dormono accanto a me.

E tu non dormi?

Non ci riesco. Penso.

A che?

Ci pensò un po.

Che a volte noi umani siamo peggio degli animali. Una cagna non dimentica unaltra cagna. E noi? Passiamo e non vediamo. Non vogliamo vedere.

Dai Gio’, calmati.

Non posso calmarmi! gridò. Davvero! Perché mi vergogno! Davanti a quella bestia, mi vergogno!

Chiuse la chiamata, si accoccolò accanto ai due animali addormentati, abbracciò le ginocchia e pianse piano.

Passò una settimana. Ombra ogni giorno era un po più in forze. Prima solo sdraiata, poi sulle zampe traballanti. Miele sempre accanto, come una guida silenziosa.

Un vero cane guida, questa tua, Ombra, sorrideva Giovanna.

La storia corse di bocca in bocca. Luisa aveva raccontato a tutti.

Lhai sentita la Giovanna? bisbigliavano sotto i portici. Ha preso due cani in casa!

Eh, una poveretta cieca, sei mesi legata

Laltra lha nutrita! Ti immagini?

Non ci credo!

Lha visto Luisa coi suoi occhi!

Quando Giovanna usciva per la passeggiata, la gente si fermava. Alcuni sorridevano, altri scuotevano la testa.

Gio’, hai fatto bene, le disse Mario. Sei proprio una gran persona.

Ma quale persona, tagliò corto lei. La vera persona è Miele. Io solo non sono passata oltre.

Una sera bussarono.

Sulla porta cera una ragazza.

Salve, è lei la signora Giovanna?

Sono io, chi è lei?

Mi chiamo Nunzia. Ho sentito dei suoi cani e di quello che ha fatto. Mi chiedevo magari posso dare una mano? Sono veterinaria. Posso vedere Ombra. Gratuitamente.

Giovanna fu colpita.

Gratis?

Sì, davvero. Voglio solo aiutare. Posso?

Entrare, certo.

Nunzia esaminò con attenzione Ombra, poi si sollevò.

È anziana e malata. Gli occhi purtroppo non si guariscono. Ma ce la può fare, se ben curata.

Cosa devo fare?

La ragazza estrasse una bustina.

Questi sono vitamine, questo è per le articolazioni, questa è una pomata per le zampe. Le scrivo tutte le istruzioni.

Quanto le devo?

Nulla, sorrise Nunzia. È un regalo. Da parte mia e di tutti quelli che hanno sentito la storia.

Gli occhi di Giovanna si riempirono di nuovo.

Grazie.

Grazie a voi, disse Nunzia, accarezzando Miele.

Dopo che la porta si richiuse, Giovanna si sedette. Ombra ai suoi piedi, Miele accanto. E per la prima volta dopo tanto, capì di essere diventata importante per qualcuno.

Ed era una felicità che sembrava un sogno dolce, in cui nulla era mai davvero perduto.

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