Voglio vivere, Andrea!

Voglio vivere, Andrea!

Dottor Giorgio, Dottor Giorgio, tutto bene?

Linfermiera Tiziana mi afferrò per la manica, ma io mi liberai, appoggiandomi stanco a una parete e abbassando la testa. Restai in silenzio.

Tiziana, tra un misto di ansia e un certo orgoglio per tutta la squadra medica, pensò a quanto si dedicano i medici ai pazienti, lavorano fino allo sfinimento! Ma nessuno lo apprezza davvero. Il paziente appena operato da me non se ne renderà mai conto.

Dottor Giorgio, che succede? Vuole che chiami…

Non serve, mormorai rialzando il capo, barcollando verso la sala medici, Tutto a posto, non si preoccupi.

Caddi quasi di peso sul divano di pelle, distesi il corpo affaticato. Tutto a posto, mi ripetevo, ma non era la prima volta che venivo colto da questi capogiri. Sovraffaticamento? Probabilmente, sì.

Tempo fa avevo dei veri weekend. Quando si poteva staccare dal trambusto dellospedale, andare a trovare amici con mia moglie, portare i figli al parco.

Ora… Quando tutti i medici si dividono tra tre cliniche, quale riposo… E poi è il mio secondo matrimonio. Mia moglie è più giovane, i figli sono a scuola, le spese aumentano continuamente. E… mi piacerebbe cambiare macchina.

Ma alla fine non era questo il punto. Ho sempre avuto bisogno di essere richiesto, di sentirmi il migliore, bramavo rispetto, desideravo vittorie professionali… E spesso, per ventanni di carriera, ci sono riuscito. I pazienti facevano di tutto per venire da me, i colleghi mi stimavano, venivo invitato ovunque… garantendo un discreto stipendio.

Pasquale, chiamai lamico anestesista, Tua moglie Nadia è di turno oggi?

Sì, cè tutto il giorno.

E così, alla fine della giornata, ero già dentro la risonanza magnetica del reparto di Nadia, con le cuffie che tentavano invano di soffocare i fastidiosi suoni metallici.

Mi prese langoscia, un senso di claustrofobia, avrei schiacciato qualsiasi pulsante pur di uscire da quel tubo angusto. Dovevo distrarmi, pensare a qualcosa di piacevole. Ma cosa?

I ricordi mi portarono indietro. Secondo matrimonio… Ero già chirurgo affermato, padre di famiglia, e lei giovane maestra di mia figlia di terza elementare.

I rumori della risonanza soverchiavano ogni tentativo di ricordare cose felici in quella fase della vita. Casa e lavoro, lavoro e casa. Il primo matrimonio era anche peggio; la brutta separazione lo aveva lasciato come un periodo da dimenticare.

Università? Sì! Almeno i primi quattro anni…

Mi lasciai trasportare dai ricordi agli anni da studente. Squadre di lavoro estivo, amici, la mensa con Marina la più corteggiata del liceo.

Io, Vittorio e Andrea tre amici studenti di medicina. Ci conoscemmo alle selezioni dingresso, tutti e tre fuori sede a Bologna, vivendo in un piccolo alloggio.

Andrea, con quei suoi occhiali da secchione, veniva da un paesino dellAppennino. Modesto, ingenuo, ma una straordinaria calma e carisma. Bastava stargli vicino, ascoltare i suoi discorsi pacati e profondi, guardarlo negli occhi azzurri e silenziosi dietro le lenti spesse.

Andrea aveva una memoria formidabile, sapeva tutto a memoria, poteva rispondere a qualunque domanda.

Vittorio era lopposto: robusto, inarrestabile, proveniente da un piccolo borgo dellEmilia. Sempre chiassoso, schietto, si agitava per gli esami, si scambiava appunti e bigliettini con tutti. Un eterno indaffarato delle relazioni.

Anche io ero preoccupato per entrare. Mi sentivo meno preparato di loro due. Ma alla fine, lunico a non farcela fu il quarto in stanza, Michele. Noi tre, però, rimanemmo amici.

Il primo anno ancora niente posto in collegio. Allora la madre di Andrea, donna premurosa e piena di attenzioni, arrivò, prese in affitto un appartamento per noi tre.

Che Dio vi benedica, ragazzi! Vivete daccordo, ci disse quando ripartì, lasciandoci piatti pronti per settimane intere.

Incredibile, chiese Vittorio, che lavoro fa tua madre, Andrea?

Lavora in una piccola chiesetta, vende candele, rispose Andrea masticando.

Davvero?

Sì, crede molto. E anchio sono credente, replicò Andrea.

Fu lì che notammo le icone sul davanzale.

Sono tue?

Sì, mamma le ha lasciate apposta per me.

Vittorio non perdeva loccasione di stuzzicare:

Ma siete matti? A medicina? Ma dai, qui è scienza!

Il medico cura il corpo, Dio lanima, rispose Andrea con calma. Noi ci guardammo in modo perplesso.

Da quel momento evitammo i discorsi sulla fede. Andrea faceva il segno della croce di nascosto. Era uno studente esemplare e sapeva calmare in fretta le tensioni tra me e Vittorio.

Le cose materiali lo interessavano poco. Se Vittorio e io litigavamo per le pulizie, Andrea prendeva il secchio senza battere ciglio.

Vale la pena litigare per una cosa simile? Meglio pulire…

Alla fine ci mettevamo tutti daccordo.

Era chiaro che Andrea era portato per la medicina, eppure si innamorò prima di tutti, frequentando il comitato studentesco incontrò la sua futura moglie, la piccola, vivace e gentile Galiana. Già dal secondo anno stavano sempre insieme.

Vittorio, sebbene molto semplice, era già un abile praticante in pronto soccorso. Al secondo anno era noto tra i medici, affidabile e curioso. Non usciva mai per primo dagli ospedali.

Io studiavo molto, senza guizzi, ma determinato a diventare un buon medico.

***

Lapparecchio della risonanza mi liberò. Guardai fuori dalla finestra, respirai profondamente. Da dove veniva quella claustrofobia?

Nadia entrò per togliere gli apparecchi dalla testa.

Allora, Nadia? Si sa già qualcosa?

Aspetta che lo leggano. Ti chiamo dopo, o passa tu più tardi, mi disse senza incrociare lo sguardo.

Ripasso domani. Voglio solo andare a casa.

Non uscii che per ricevere la chiamata di Nadia: aveva dietro la descrizione e le immagini.

Giorgio, sai leggere da medico. Non aspettare. Parla con Aniceto. Lui è il migliore.

Guardai la relazione, inserii il dischetto nel computer e riguardai le mie immagini. Faticavo a credere che quella fosse la mia testa, il mio cervello, la mia lesione netta, evidente.

Sembrava fossi davanti alle immagini di un paziente, non alle mie. Non riuscivo a convincermene nemmeno guidando verso casa. Non potevo crederci, non permettevo a me stesso di crederlo. Non poteva succedere a me.

***

Il Prof. Aniceto Marciani era il neurochirurgo più bravo dellospedale.

Sei un professionista, Giorgio. Non ti mentirò. Lo vedi anche tu…

Lo vedo. È la fine?

Dai, Giorgio, cose da pazienti ansiosi, non da chirurghi come te. Nella vita, il destino è nelle mani del chirurgo, e aggiungici anche di Dio.

Non mi sembra vero… Dovevo andare a Roma per la Giornata del Medico… Mi avevano invitato con la famiglia. E ora… Tu che faresti al mio posto?

Io andrei dritto a Roma, ma non per la festa, bensì alla clinica Re. Fanno miracoli lì. La miglior statistica. Solo che…

Solo che?

Lui non opera più, ma ha degli allievi eccezionali. Però la lista dattesa è di un anno. Farcela è quasi impossibile… Ma nel nostro ambiente, per te un posto si trova. Proviamo…

Continuai a operare, prescrivere, consultare. Le vertigini si attenuavano grazie a qualche farmaco.

Iniziai a cercare un modo per arrivare alla clinica Re. Constatavo che era, come diceva Aniceto, quasi impossibile.

Era il momento di dirlo a mia moglie, che si gettò nei preparativi per Roma.

Ines, devo andarci da solo stavolta.

Cosa? Ma i ragazzi?

Non vado per una conferenza. Devo andare in ospedale. Ho… un tumore al cervello, la frase uscì a fatica, e mi stupii di averla detta.

La sua espressione si fece tesa, gli occhi umidi.

Oh Dio, Giorgio… Come si fa? Devo venire con te.

Non si tratta ancora di operarmi. Potrei dover aspettare a lungo, serve essere già là sul posto. Non so quanto.

Davvero è così grave? si sedette accanto, Raccontami tutto…

E io cominciai a parlare come un bambino: delle mie ipotesi, degli esami, dei sospetti, della stanchezza… anche dei pensieri, della vita passata, delle speranze.

Ines ascoltava stretta alla sua maglia, preoccupata, in silenzio. Era un sollievo sfogarmi con lei. Con la prima moglie, simili confidenze sarebbero state impossibili.

***

I Testimoni di Geova non accettano il sangue, dice la Bibbia. Solo la carne con la sua anima, il sangue, non la mangerete.

Siamo al quarto anno di università, durante una lezione.

I preti avversano la donazione di organi, contraria alle regole della Chiesa. Protestano contro ogni tecnica di riproduzione in laboratorio: condannano la surrogata, la donazione di ovociti e spermatozoi. Per loro è solo per mantenere il potere. La Chiesa e la fede nel soprannaturale sono incompatibili con la medicina!

Non è vero, si alzò la voce di Andrea.

Chi ha detto ciò?

Io, Andrea si alzò in piedi. Chiesa e medicina compiono entrambe unopera: aiutare la persona a vivere una vita vera.

Vuoi discutere, ragazzo?

No. Non serve discutere. È così, e basta.

No, vieni qui, davanti. Dimmi.

Andrea si avvicinò al professore, calmo.

Il docente incalzò. Andrea rispose saldo.

La Chiesa si preoccupa dellanima. Se i coniugi non possono avere figli, e la medicina non basta, devono accettarlo con umiltà. Può essere una chiamata. Forse cè un bambino da adottare. La Chiesa non rigetta la fecondazione assistita dal marito, ma rifiuta il seme di terzi, perché rompe il patto matrimoniale, crea paternità irresponsabili.

Ma allora perché è contro la maternità surrogata? Spiega.

Per rispetto della donna che partorisce il figlio per darlo via. E del bambino… È una rottura…

Sciocchezze! il prof. urlò. La fede è un oppio, il più diffuso, il più dannoso per il progresso scientifico. La Chiesa ha paura che luomo superi Dio! Così perderebbe tutto! Ma il vero creatore è il cervello umano!

Il professore si agitava. Andrea, invece, non si alterava, rispondeva citando il Vangelo, pacato, protetto da una serenità profonda.

Difendendo la sua fede, difendeva la madre, la sua piccola chiesa di paese, i credenti e il suo stesso cuore.

Laula era coinvolta, molti seguivano la discussione. Il docente si arrabbiava, ma alla fine fu evidente a tutti che aveva perso.

Da quel momento ebbero inizio i problemi. Andrea veniva chiamato in presidenza, tornava mogio, raccontava poco. Si confidava solo con Galiana. E da lei non ottenemmo mai spiegazioni.

Al quinto anno Andrea non si presentò. Ricevemmo solo una lettera. Spiegava che la sua strada era diversa, salutava, ringraziava, ci chiedeva di non dimenticarlo.

Io e Vittorio restammo sconvolti. Il migliore tra noi! Poteva diventare un grande medico! E se nè uscito quasi alla fine!

Andammo a trovare sua madre, Irina. Felice, ci accolse a braccia aperte. Il figlio aveva scelto il seminario, annunciò con orgoglio.

Ce ne tornammo pieni di cibarie e bontà, ma con ancor più domande.

Come ha potuto, allanima di Dio! si disperò Vittorio.

Siamo tutti diventati allanima di Dio! Da lui labbiamo imparato… Che sciocco! Andrea, che sciocco…

***

Altro che candela accesa! scherzava Aniceto. Vai da un amico, hai preso ferie.

Stavamo in sala medici, tra pochi giorni sarei dovuto partire per Roma. Avevo già i biglietti. Non me la sentivo di guidare, le vertigini erano frequenti, e la speranza di un intervento era reale.

Da chi vai?

Un amico duniversità. Ventanni che non ci vediamo. Ha lasciato medicina al quinto anno per il seminario, ora fa il parroco. Il paese è vicino, domani parto.

Io non rischierei.

Lo so, ma… vado…

San Miniato, famoso per il suo monastero e i pellegrinaggi, era un paese povero, caratterizzato da una miriade di chiesette.

Mi incamminai verso il Monastero della Santissima Trinità. Curioso, non avevo avuto un singolo capogiro nel tragitto. Il cammino verso Dio è anche guarigione, pensai.

Tra i pini si stagliavano mura bianche, torri, cupole dorate. Parcheggio ordinato, viali fioriti, il bagliore folgorante delle cupole mi abbagliava.

Mi dissero di aspettare la fine della liturgia. Andrea era impegnato. Non chiesi quanto sarebbe durata, feci un giro.

Dietro la chiesa, piccolo cimitero, poi un pendio verso il fiume. In fondo, una fonte, vecchiette che salivano e scendevano, ripetendo il percorso. Di là dal ponte altri edifici monastici.

“Perché sono qui?” mi chiesi. Dovevo pensare allintervento, ero venuto per caso?

Non scende a prendere lacqua benedetta?

Perché?

Solo chi sa cosa cerca, lo sa, disse ridendo una donna.

Presi una bottiglia, feci il percorso tre volte, come da tradizione. Lacqua era fresca e dolce. Mi sentii leggero, contento di essere venuto.

Quando tornai, la gente usciva dopo la funzione. Apparve il prete: barba imponente, portamento sicuro, voce calda. Non era Andrea: troppo massiccio, vecchio… ma poi vidi gli occhi: profondi, azzurri. Era lui!

Mi avvicinai di soppiatto.

Ciao, don Andrea.

Si dice benedica, padre, mi rimproverò una signora.

Ma lui già mi riconosceva e sorrideva.

Giorgio! Che piacere…

Ci abbracciammo. I fedeli si dispersero, noi due ci incamminammo.

Che gioia! Galiana sarà felice.

Galiana? Vive qui?

Certo, è la mia compagna. Pediatra in paese. Non ha lasciato la medicina. Cinque figli. Il più piccolo ha dieci anni.

Non ci posso credere! Io ho tre figli. Una figlia dal primo matrimonio, due dal secondo. E tu…

Siamo qui. Ci piace tanto, chiamate in altre parrocchie, ma restiamo. Troppo bella la zona, e il monastero ha bisogno.

Sei cresciuto, Andrea.

Oh sì, anche dopo i ventanni.

E gli occhiali?

Operazione fatta da tempo. Uso le lenti se serve.

Quindi il cattolicesimo non disprezza la medicina?

Risero.

Ricordi quando cercavamo di rubare il libro in biblioteca? Tu distrai la bibliotecaria, io e Vittorio…

E poi vi tradiste col frastuono!

Quanto hai finto di non conoscerci…

Ero imbarazzato! Mio Dio!

Anchio penso spesso a tua madre Irene…

Sta bene. Ora è suora in un convento qua vicino.

Bella carriera, vero?

Eccome, rise don Andrea.

Una ragazza gli sussurrò qualcosa.

Scusa Giorgio, mi chiamano, la gente viene da lontano. Ti faccio accompagnare a casa da Galiana.

Resto poco, ma va bene. Andrea mi fece il segno della croce.

Seguii lauto del parroco fino a casa sua: un casale con giardino curato, una cappella in cortile.

Galiana mi accolse con un abbraccio. La casa era piena di fiori, immagini sacre agli angoli e lanterne accese.

Per il resto, unaccogliente casa moderna, piena di vita. Galiana trafficava fra torte e caffè, parlava senza sosta delle loro peregrinazioni, della salute di Andrea, dei figli.

Io, quasi dimenticai perché ero lì. Raccontai un po di me, evitando la malattia, e mi addormentai sul dondolo in veranda.

Andarmene non mi dispiaceva. Avevo ancora del tempo prima della partenza.

***

Conosci la storia?

Certo. Per anni ho scritto con Vittorio. Poi ci sentivamo ogni tanto, ma adesso i contatti si sono persi. Mio figlio aveva provato a cercarlo online, ma nulla… Tutto nella volontà di Dio.

Mi giudichi?

Dio giudica, caro Giorgio. Ognuno ha la propria verità, la voce della propria coscienza. Dimmelo, amico, cosè che ti rode?

Un tumore maligno al cervello…

Andrea sospirò.

Male. Domani vieni a messa, se ti senti debole siediti, poi confessione e comunione. Il resto lo pensiamo…

Sembri tu quello che mi dà lestrema unzione!

Su, su… tutto è nelle tue mani. Nessuno può aiutarti, solo tu. Il prete indica la strada, il cuore la percorre.

Domani ti racconto tutto…

Domani, Giorgio.

Quella notte, il racconto di come avevo portato via la fidanzata al mio migliore amico cambiò forma. In confessione non fu una scusa, ma un pentimento.

I grandi amici a volte diventano nemici in un attimo.

***

La messa era finita, poca gente in chiesa.

Andrea recitò la preghiera, mi fece inginocchiare.

Cristo è qui invisibile e ascolta la tua confessione, io sono solo testimone. Parla, Giorgio.

Iniziai:

Ho sempre invidiato Vittorio. Tutti lo idolatravano: alluniversità, in ospedale, in casa. Aveva successo anche con le ragazze… Poi arrivò Alba.

Capitò che il padre di Alba, dirigente romano originario di Bologna, fu ricoverato in ospedale dove lavorava Vittorio. Alba passava le giornate in reparto, e tra lei e Vittorio nacque una storia.

Arrivarono le prospettive a Roma.

Tu capisci, padre Andrea, mi rodeva. Lui era il campagnolo, e a me non riusciva nulla. Così, per rabbia, dissi qualche bugia su di lui ad Alba. Mi inventavo storie: che usciva con altre…

Alla festa di matrimonio di un amico, eravamo tutti lì. Alba era annoiata, Vittorio intratteneva tutti, io e lei finimmo da soli sul balcone… Ci vide, rimase lì, ci spiava. Poi se ne andò. Io non mi accorsi di nulla. Ci siamo baciati.

Lui si trasferì, io e Alba ci mettemmo insieme. Non ci salutammo nemmeno più. Poi andai a lavorare a Roma: il suocero teneva tutto sotto controllo, mi sentivo in prigione. Morto il suocero, la suocera prese il comando e Alba pretese sempre di più. Torniamo a Bologna, ma lì uscì tutta la sua vera natura. Finì male.

E poi ne ho fatte di errori. Ho sbagliato in sala operatoria, ed è morto un uomo. Era anziano, ma fu un mio errore. Succede davvero…

Ho tradito anche la seconda moglie, non spesso, ma un paio di volte.

Mi fermai. Goffo il mio discorso…

Puoi assolvermi, Andrea?

I peccati li assolve Dio, non io. Limportante è che tu ti penta davvero, Giorgio.

Le lacrime iniziarono a uscire. Mi aggrappai al leggio.

Di a Dio che mi pento, Andrea, dillo tu, voglio vivere, voglio amare Ines, voglio crescere i miei figli, lavorare ancora. Non chiedo nulla di più. Basta essere un dottore, ovunque…

Il Signore nostro, Gesù Cristo, ti perdoni con la sua grazia ogni peccato…, pregava Andrea.

Mi calmai. Guardai don Andrea negli occhi, azzurri e profondi.

Dovresti cercare Vittorio, parlargli. Chiedigli perdono, mi consigliò.

E dove lo trovo? Tra due giorni devo essere a Roma.

Cerca. Sta ora a Genova, lavora in oncologia. Non devi andare a Roma, ma lì.

E operarmi lì? Suvvia, Andrea, non è certo una clinica davanguardia.

Non so di medicina, ma so che Vittorio è uno che si aggiorna, insegna anche a Roma. Ber parlarci.

Sarebbe bello… Ma prima Roma. Non posso perdere tempo.

E trova anche la ragazza che hai fatto licenziare. Porgile almeno le scuse…

Quello lo farò, annuii, ricordando con dolore quella storia, lo farò… Prega per me, Andrea. Ho bisogno che mi prendano subito in clinica. O finisce che devo davvero andare a Genova.

Prima di partire, salii quindici volte su per il pendio al fiume. Ogni tre, bevevo alla fonte e salivo ancora. Una specie di penitenza.

I fedeli mi osservavano, si segnavano e mi benedicevano. Che Dio mi aiuti.

Scrivo tutto questo perché non voglio dimenticare la lezione più amara: vale la pena pentirsi, trovare la forza di chiedere perdono a chi abbiamo ferito e, se abbiamo la possibilità, ricongiungere il passato con il presente. Bisogna vivere appieno, perché la vita è un dono che non si deve sprecare, nemmeno un giorno.

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