Fata
E quando sarò grande, diventerò una fata!
Giulietta, e perché proprio una fata?
Perché è quello che voglio!
Giulietta scese dalle braccia della mamma, dove aveva ricevuto gli auguri per i suoi cinque anni, e sistemò la sua gonna gonfia.
Mamma, le fate sono tutte belle e intelligenti! Inoltre possono tutto! E anchio potrò!
Certo che potrai! Antonella cercò di abbracciare la figlia, ma lei scivolò via facendo un passo indietro.
E la torta?
Arriva tra poco! Vai, intanto, gioca con gli altri bambini. Ti chiamo io, va bene?
Va bene!
Osservando i riccioli della figlia saltare sulle spalle ogni volta che correva e pensando a quanto era stato difficile sistemarli quella mattina, Antonella sorrise:
Che carattere deciso che ha sta crescendo! E anche sveglia! Quale bimbo, a questa età, sa già esprimere i propri desideri in modo così chiaro? Incredibile! Posso tutto!
Limportante è non spezzarle questa fiducia! Sara, la sua migliore amica, annuì. Alcuni appena sentono queste cose dai bambini, iniziano a dire Devi essere realista, ci vuole strada, eccetera. Secondo me invece basta credere in loro, e faranno tutto. Lo so per certo. Quando la mia Caterina è entrata per la prima volta in una scuola di moda
Sì, sì, la tua Caterina è una meraviglia! Ragazze, mi aiutate? È ora di tagliare la torta. Antonella filò velocemente verso la cucina.
La grande casa era risuonante di voci di bambini. Il pavimento era coperto da coriandoli colorati e pezzi di palloncini. Un mazzo di tulipani, ormai scompigliato, era stato buttato in un angolo, e Antonella, passando accanto, si rabbuiò. Quei fiori li aveva fatti arrivare sua madre, Lucrezia, per la nipotina. Adesso viveva lì, ma un tempo raramente andava a trovare la figlia, preferendo stare con Giulietta a casa sua.
Non mi sento a mio agio in casa tua, figlia mia. Ho paura di rompere qualcosa o di fare danni. Troppo lussuosa per me.
Ma dai, mamma! si arrabbiava Antonella. Lussuosa! Solo quel che ci possiamo permettere! Giuseppe lavora sempre, anchio. Quindi ci meritiamo qualche piacere.
Però a casa mia sto più tranquilla.
Come vuoi. Limportante è che Giulietta stia bene.
Lucrezia aveva badato a Giulietta sin dalla nascita.
Mamma, non ho tempo. Antonella si truccava in fretta prima di andare al lavoro. Se mi fermo ora, butto allaria tutti i risultati degli ultimi cinque anni. È una corsa continua. E poi non sono solo i miei soldi: ci sono tutte le persone che lavorano per me. Devo pensare al futuro di Giulietta prima di tutto.
Ma non è più importante per lei avere la mamma vicina, ora che è ancora piccola?
Mamma, per favore, non ricominciamo! Chi, se non me, può occuparsene? Chi glielo dà il necessario?
E Giuseppe?
Mamma! Ma certo, ci sarà anche lui, come padre. Ma è uomo. Oggi cè, domani magari se ne va. E che si fa?
Da dove vengono questi pensieri strani, figlia mia? si preoccupava Lucrezia. Ha qualcuna?
E io che ne so? Non ho il tempo di pensarci! Magari sì, magari no. Tra gravidanza e parto sono uscita dal mondo. Devo recuperare, mamma. E tu mi aiuterai, vero?
Ovviamente, che domande. Lucrezia guardava la nipotina nella culla. Così piccola Tu eri più robusta.
Meglio piccola che troppo grande. Crescerà.
Giulietta cresceva debole e spesso malata. I raffreddori si susseguivano, e ormai Lucrezia non entrava più in ansia; chiamava subito la sua pediatra di fiducia. Antonella non aveva tempo per queste cose.
Dai mamma, non ha nemmeno la febbre a quaranta! Curatevi! Ho una riunione, non posso parlare.
Giulietta si stringeva attorno al collo caldo della nonna e sbuffava.
Niente paura, tesorina mia. Ti preparo una spremuta, dormi un po e poi passa tutto. Vuoi che ti legga una fiaba?
Sulla fata?
Anche sulla fata, se vuoi.
Sì!
Un bel libro colorato glielo portò il papà da Londra.
Giuseppe, ma è in inglese! sfogliava Lucrezia perplessa.
Dove sta il problema? Così impara una lingua in più. Hai insegnato alluniversità tanti anni, no? Con un libro per bambini ce la farai di sicuro!
Sì, certo, ce la farò. Ma toccherà iniziare con linglese prima del previsto.
Le giornate di Lucrezia erano ormai tutte dedicate alla nipote: le sue gioie e i piccoli dolori. E le piaceva così. Finalmente un motivo di vivere.
Negli ultimi dieci anni, da quando Antonella aveva finito luniversità e si era sposata, la vita di Lucrezia era stata come immersa in una nebbia. Le visite con la figlia erano rare: lei sempre impegnata. Così si era rassegnata. Le mancavano i tempi in cui Antonella si metteva sul divano della cucina, con una tazza di tè alla menta solo per lei, raccontando tutto della giornata. Antonella era tutta la sua vita.
Laveva avuta presto, a diciannove anni. Un matrimonio improvvisato, finito dopo un anno, e la piccola Antonella restò lunica scintilla di una tempesta di emozioni ormai sepolta. Quando Antonella aveva due anni, la mamma di Lucrezia si ammalò e per dodici anni Lucrezia si occupò della madre allettata, mentre cresceva da sola la figlia. Guardarsi allo specchio le dava fastidio. Non era mai stata bella, la natura le aveva dato solo tratti marcati; ma in quella linea decisa del viso cera qualcosa di memorabile.
Quella bellezza appena accennata nella madre, in Antonella era esplosa. Ogni volta che la guardava, Lucrezia si mordeva le labbra per non sorridere. Una meraviglia, la sua ragazza! Bisognava solo non sprecare quella bellezza e darle tutto il possibile: ballo, musica, inglese e francese. Antonella era uscita dal liceo un esempio perfetto di educazione. Lunica pecca: era molto decisa, anteponeva sempre i propri desideri a tutto, anche a costo di sacrifici per la famiglia.
Mamma, mi servono queste scarpe. Capisci? Non posso andare al mio primo colloquio con quelle che ho. Devo essere impeccabile. È importante!
Lucrezia prendeva i soldi messi da parte per le vacanze e li passava alla figlia. Che importa il mare! Limportante è che Antonella ce la faccia.
Il matrimonio con Giuseppe fu la coronazione di tutti quegli sforzi. Piangendo lacrime dolci, Lucrezia guardava la figlia bellissima mano nella mano con lo sposo nella sala più elegante di Firenze. Non era proprio entusiasta di Giuseppe sin dal principio, ma si convinse ricordando le parole della figlia:
Mamma, questo matrimonio non è solo sentimento. Cè anche un accordo. Importantissimo. Un matrimonio dintesa regge meglio delle solite storie romantiche.
Ne sei sicura?
Certo!
E cosa prevede questaccordo, figlia mia?
Che siamo partner alla pari. Dal matrimonio in poi, sia chiaro. Quello che aveva prima non mi interessa. Io devo solo
Cosa?
Dargli un figlio maschio. Allora laccordo si rivede a mio vantaggio.
Mi sembra strano
Ma è giusto, mamma. Sono i tempi che cambiano.
Per me basta che tu sia felice.
E lo sarò!
Non parlarono più di questo. Antonella si tuffò nel lavoro, nel business messole in piedi dal marito, e nei problemi di salute che le impedivano di realizzare la clausola più importante dellaccordo.
Quando nacque Giulietta, fu una sorpresa.
E ora chi ci crede a tutte queste nuove teorie? Antonella sistemava la copertina azzurra comprata convinta che sarebbe nato un maschio. Tre volte, mamma! Tre volte mi dicevano: maschio! Lo vedi tu, un maschio qui?
Ma una femmina non va bene?
Ma sì, certo solo che non me laspettavo. E poi il tempo
Arriverà anche un maschio, Antonella. Un po più in là.
Speriamo
Ma qualcosa si era inceppato. Antonella continuava a passare da uno specialista allaltro, sperando di recuperare il tempo. Nessun risultato. Dopo molte cliniche, alzò le mani:
Non so più che fare, mamma. Le ho provate tutte.
Allora perché non ti dedichi a quella che hai già?
Mamma!
Cosa ho detto? Giulietta ha quattro, quasi cinque anni. È splendida. E chi dice che un padre ami solo i figli maschi? Sei intelligente! Cambia laccordo.
Antonella ci pensò. Forse la madre aveva ragione.
In questo caso Giulietta deve essere a casa.
Antonella
Non si discute. Sta troppo con te.
Ma con me si trova bene!
E chi ha detto che dovrebbe smettere? Antonella sfogliava lalbum di disegni della figlia. Disegna anche bene. Bisogna mandarla a una scuola darte.
Ci va già. È un anno che ci va Lucrezia tratteneva le lacrime.
Non fare tragedie per nulla. Continuerai a vederla comunque. Non prendo una babysitter sconosciuta se cè la nonna. Avrà anche lautista. E magari ti trasferisci da noi? La casa è grande.
No! Lucrezia scosse la testa. Meglio di no. Ma voglio passarci lo stesso tempo che ho sempre passato con Giulietta.
Tuttavia, la vita aveva i suoi piani. Alla prima febbre, appena i genitori annunciarono a Giulietta che avrebbe vissuto solo a casa loro, Lucrezia fu costretta a trasferirsi da Antonella.
Mamma, qui cè ogni comfort. E soprattutto la bambina è vicino, tu non devi preoccuparti!
Lucrezia osservò la stanza in cui ormai viveva da una settimana, e annuì svogliata:
Sì Giulietta è qui vicino
Cercava di non badare troppo a quello che succedeva in casa. Vedeva che tra figlia e genero le cose non andavano, ma taceva, lasciando la questione agli adulti, che prestavano poca attenzione alla bimba spettinata che correva per le stanze luminose.
Nonna, qui è più grande che da te! Giulietta danzava in salotto. Ora posso avere un cane?
Non saprei, amore. Questo lo devi chiedere ai tuoi.
E perché? fissò la nonna. Non è un po anche casa tua?
No, è casa della mamma e del papà. Io ho la mia, e lì posso dire di sì o di no. Ma qui, no.
Quindi non puoi proprio vietare niente?
Dipende. Se versi il latte sulla tavola, come stamattina, posso dirti di no. Ma per il cane, no.
Chiaro.
Giulietta si sedette a gambe incrociate, e Lucrezia si irrigidì: aveva la stessa espressione di Antonella quando voleva ottenere qualcosa di difficile. E di solito, le sue volontà avevano la meglio.
Ne parlerò con papà! Giulietta, risoluta, si alzò da terra.
Di quella sera, andò dal padre in studio.
Papà, mi vuoi bene?
Giuseppe si confuse. Quella bimba in piedi davanti a lui era una presenza insolita. Si vedevano di rado, e le interazioni consistevano in un Ciao, piccola!. Alle richieste di Lucrezia di passare tempo con la figlia, acconsentiva svogliato, poi se ne dimenticava. La domanda di Giulietta lo colse di sorpresa.
Certo. Tutti i genitori vogliono bene ai propri figli.
Ma io voglio che tu voglia bene a me, non a tutti.
Vuoi un nuovo giocattolo?
No! Giulietta si accigliò. Voglio un cane!
Un robot?
Sgranò gli occhi, i riccioli si agitarono:
Perché un robot? No, ne voglio uno vero!
Giuseppe sospirò, si tolse gli occhiali, si massaggiò la fronte.
Grande?
Non importa, purché sia buono.
Scegline uno e mi dici. Avrai il tuo cane.
Antonella non era daccordo. Litigarono a lungo a porte chiuse, senza sapere che Giulietta era lì fuori a origliare. Lucrezia, in ansia, mise a letto la bambina e lasciò la stanza, ma Giulietta non aveva alcuna intenzione di dormire.
Non è un giocattolo! Non si può accontentare sempre una bambina. Il cane è una vita, va accudito.
Cè tua madre, la domestica, puoi pagarle di più. Dovè la bimba, ci sarà posto anche per il cane. Che giocassero insieme, le farà bene.
E veterinario? Gare? Cure varie?
Le cliniche non mancano: se necessario, aprine una. Per le gare, prendi un bastardino, non ci pensi più. Antonella, cosa vuoi da me? Non vedo quasi mai mia figlia, ma almeno una volta posso esaudirla.
Non è una sciocchezza. È una responsabilità. E lidea di ricevere sempre tutto subito.
E se lo fa solo mia figlia, perché mai no?
Antonella non rispose. Giulietta si allontanò piano dalla porta, ormai sicura che il cane sarebbe arrivato.
Arrivò uno spitz piccolo, due giorni dopo. Due mesi più tardi, una settimana dopo il compleanno di Giulietta, tornarono con Lucrezia nel suo appartamento. Antonella era irriconoscibile, la mattina si scolava un caffè e spariva tutto il giorno, senza parlare con madre e figlia.
Nonna, cosa cè che non va?
Non posso dirti niente ora. Più tardi la mamma ti spiegherà. Lucrezia accarezzava la nipotina e il cucciolo.
Perché torniamo da te? Per pochi giorni?
No, Giulietta, credo per molto
Lucrezia non capiva bene neppure lei. Qualche giorno dopo la grande festa di compleanno, Antonella apparve nella sua stanza con la valigia di Lucrezia.
Preparati, mamma. Ce ne andiamo. E fai la valigia anche a Giulietta. Non ho tempo.
Lucrezia ebbe un impulso di chiedere spiegazioni, ma vide lo sguardo della figlia e si zittì.
Va bene, figlia. Dammi mezzora.
Quella sera, preparando una tazza di tè per Antonella, la osservò come da bambina, rannicchiata sul divano.
Non chiedere nulla, mamma. Ci separiamo.
Lucrezia rimase di sasso, gettando unocchiata verso la porta. Giulietta era in camera, assorta nei cartoni.
Lui ha unaltra. E un figlio
Antonella nascose la faccia tra le ginocchia, Lucrezia tentò di consolarla. Ma quando vide la figlia ridere, si bloccò.
Pensavo stessi piangendo
Magari! Così è andata, mamma. Non ci sono riuscita
Perché Giuseppe avesse scelto unaltra famiglia, restò un mistero. Almeno il divorzio fu rapido e senza troppi traumi. Sei mesi dopo Antonella si trasferì in una nuova casa poco distante con Giulietta, che ricominciò a vivere seguendo nuove abitudini: stavolta più strette, meno comode, ma almeno familiari.
Giulietta cresceva brillante, testarda. I suoi interessi diventavano la priorità assoluta nella piccola famiglia, e questo non si discuteva. Antonella accontentava quasi ogni sua richiesta, senza quasi mai fermarla.
Antonella, così non va bene.
Cosa vuoi da me, mamma? Sta crescendo sveglia, determinata, prende ciò che vuole. Nella vita questa capacità è quella che ti serve. Prima pensare a se stessa.
Io non sono daccordo. Ho paura per lei.
Io no. Se avessi pensato prima a me, starei ancora con Giuseppe. E invece ho pensato a lui
Non serve se non vedi tua figlia! esplodeva Lucrezia. Ha bisogno di una mamma!
Ha te.
Per fortuna! Ma sarebbe meglio entrambe.
Tanto ascolta solo te.
Perché io so dire no! Tu invece mai.
Voglio che sappia che può avere tutto quello che vuole. E non voglio essere quella che pone limiti. Meglio amica che Cerbero, no?
Lucrezia abbassava le braccia, stanca.
E se un giorno non potrà avere quello che vuole?
Non accadrà. Lei sa cosa le serve. È sveglia, lo sai anche tu.
Sì Ma so anche che nella vita non tutto dipende da noi. Ci sono altri fattori Tu dovresti saperlo
Grazie, mamma! la voce di Antonella diventava tagliente, Lucrezia si zittiva. Lo so benissimo. Non voglio che lo scopra anche lei.
Lucrezia si arrendeva. Tanto Antonella non cambiava idea. E poi, per Giulietta, quello che contava era sapere che la madre era dalla sua parte. La nonna lamore nonna, lo dava comunque.
Antonella si dedicava solo al lavoro, vedeva raramente la figlia: ogni tanto la portava a fare shopping.
Non devi mai essere da meno delle altre. La natura non ti ha dato un gran viso, ma con gli abiti giusti e un po di trucco puoi essere bellissima. Tieni a te stessa. Serve.
Su questo Giulietta ascoltava la madre: aveva un grande gusto. Il viso magari non era raffinato, ma la figura era tutta di Antonella, e presto larmadio della madre divenne per Giulietta terreno di scelta per i vestiti.
Questo sì, questo pure, forse anche quello. Il resto lascia. Non adatto per la tua età. Antonella valutava gli abiti per la figlia. Tutto con moderazione.
Le compagne di scuola invidiavano i suoi trucchi costosi: nessuna capiva come la madre glieli comprasse.
La pelle è importante, come tutto il resto. Tratta bene la tua pelle, capito? Se usi roba scadente, ti maledirà. Se ti regalano schifezze falle fuori. Te stessa prima di tutto, Giulietta.
Lucrezia vedeva tutto, ma sapeva bene che era inutile opporsi alla figlia. Provava solo un po a smussare il carattere di Giulietta, con scarsi risultati. Dopo il liceo, Giulietta si iscrisse alluniversità, stessa facoltà di madre e nonna, e si perse presto tra le libertà della vita universitaria. Lucrezia le vedeva sempre meno, e così scoprì per ultima le novità della nipote.
Ti sposi? Con chi? e le mani tremavano, la tazza preferita cadde rompendosi.
Alessandro Ricci Giulietta lo disse sdraiandosi sul divano, osservando la nonna raccogliere i cocci. Anzi, Ale. Il mio Ale!
Ma chi è?
Un professore Ma non insegna a me! Non farmi quella faccia! Lavora solo in università!
E quanti anni ha?
Non è vecchio, non preoccuparti, nonna.
Che Alessandro fosse sposato, Lucrezia lo scoprì da Antonella.
Ma come si prese la testa tra le mani. E tu la prendi così?
Devo preoccuparmi per la moglie? Per il figlio? Io penso solo a Giulietta! Lei vuole Ale.
Antonella Dio mio, dove ho sbagliato?
Che sbagli! Se lui va via, la colpa è sua! Non della mia Giulietta!
Ma sarà mai felice così? Lucrezia lanciò il bicchiere contro il muro.
Il matrimonio fu triste. I genitori di Alessandro non vennero, nemmeno conoscerli volevano. Giuseppe, ormai in unaltra città, regalò solo una casa. Antonella la arredò senza chiedere nulla a Giulietta. Ma per lei, contava altro.
Mamma guarda! Labito è un sogno! Lo voglio! girando davanti allo specchio canticchiava Giulietta.
Si chiama Fata.
Un segno, Giulietta! Ti ricordi quando da piccola volevi essere una fata?
Sì! E ora lo sarò! Avrò una vita da favola! Tutto sarà perfetto!
Tutto rispose Antonella, sgranando le dita sul velo delicato.
Lucrezia, dopo la cerimonia, prese un taxi e se ne tornò a casa.
Non mi sento tanto bene. Non voglio rovinare la festa.
Baciò la nipote e salì in macchina. Voltandosi, vide Giulietta con il marito, pronta a liberare la colomba al segnale del fotografo. Le sembrò uguale a quella bestiola spaventata, che vuole solo fuggire da quelle mani strette.
Cosa posso fare, Signore Lucrezia sospirò, riprendendo a camminare. Dammi forza. Ce ne vorrà ancora
Con Alessandro, Giulietta si lasciò in meno di un anno. Subito dopo la nascita della bambina. La nuova donna di Alessandro era una collega universitaria di Giulietta. Un giorno, incinta, tornò a prendere dei documenti, e trovò il marito e la nuova fiamma in aula vuota. Senza dire una parola, richiuse piano la porta ma poi la sbatté talmente forte che i vetri tremarono.
Che è successo?
Disinfestazione. e indicò laula Cè uno scarafaggio lì.
Presa la documentazione, chiamò suo padre.
Quindi ora te ne vai? Antonella la rimproverava. Nemmeno provi a fargli cambiare idea?
Che senso ha, mamma? Giulietta fissava la madre mentre metteva via le cose della piccola.
Perché è giusto. È tuo.
Giusto? E cosè giusto, mamma? Forse giusto è quando finalmente qualcuno fa a me quello che io ho fatto ad altre? Chissà cosa voleva quella di prima e sono arrivata io, fata incantata, a portarle via tutto. E ora lo fanno a me Questo è giusto, mamma
Stai dicendo sciocchezze! Non ti riconosco, così immatura.
No, mamma, ti sbagli. Non sono più una bambina. E questa è la vera tristezza. La fata è cresciuta Le ali non reggono più. Ora sono troppo adulta
Antonella parlava ancora, ma Giulietta non ascoltava. Doveva capire come ricominciare.
Lucrezia preparava le valigie asciugandosi le lacrime, badando alla pronipote.
Coraggio, tesorina! La mamma è forte. Ce la faremo
Antonella non si fece vedere. Lucrezia le affidò le chiavi di casa per le piante, ma poi disse:
Non importa. Abbi cura di te.
Qualche anno dopo, nel viale di un vecchio parco, camminava una donna giovane. Una bimba che correva avanti e poi tornava a prenderla per mano: identica a lei.
Guarda cosa abbiamo fatto oggi allasilo! la piccola cercava nello zainetto e ne estrasse una bacchetta con una stellina di stagnola in cima. Oh! Si è schiacciata
Cosè, Bianca?
Bacchetta magica! Come la fata delle fiabe. Solo, un po schiacciata.
E allora? Guarda qui! e Giulietta la raddrizzò e la fece volteggiare. Funziona! Niente paura.
Come fai a sapere che funziona? Bianca spalancò gli occhi. Che desiderio hai espresso?
Che andasse tutto bene per noi! E tutti in salute!
Non funziona Bianca abbassò la testa. Nonna è in ospedale.
Eh no. Ormai è tornata a casa.
Davvero? Bianca saltò con gioia.
Certo. Quando arriviamo la troviamo lì.
Allora, ora la provo io! strappò la bacchetta dalle mani della madre, la agitò e mormorò qualcosa.
Che hai chiesto?
Non lo dico!
Non vale! Giulietta rise sistemando i riccioli della bambina. Io lho detto a te.
Va bene, solo uno, gli altri sono miei. Ho chiesto tanto.
Dimmi solo uno allora.
Che stiamo sempre insieme Bianca sussurrò, e Giulietta si mise in ginocchio davanti a lei.
Bianca Parli della nonna?
La bambina annuì.
Non posso promettertelo. Non sono una vera fata. Poco poco. Non sempre dipende da noi. Ma possiamo stare insieme finché possiamo. E volerci bene anche se saremo lontane. Quando vai allasilo o io al lavoro, ci vogliamo sempre bene, vero? Anche se non ci vediamo, ci pensiamo, giusto?
Bianca annuì e riprese la bacchetta.
Allora posso cambiare desiderio?
Tutti quelli che vuoi!
Voglio che la nonna guarisca prestissimo e che stiamo con lei tanto tanto tempo. Si può, mamma?
Giulietta si risollevò, lisciò la gonna e annuì seria.
Si deve! È il desiderio migliore! E ora andiamo e facciamo vedere la tua bacchetta magica alla nonna. Anche lei avrà un desiderio. Lei sì, che è una vera fata.
Veramente?
Altroché! La migliore del mondo!





