Diario di Caterina
– Come sarebbe a dire che ci separiamo? Davide, stai scherzando?
Restavo seduta, fissando mio marito senza riuscire a capire. La separazione? Dopo quasi venticinque anni insieme! Tra due settimane dovremmo festeggiare… oppure non festeggeremo più? I pensieri si accavallano. E il ricevimento? Gli inviti sono già stati spediti Arriveranno tutti, tutta la famiglia si riunirà. Gli amici mi tormentano al telefono, chiedono cosa regalare Alcuni, come Lucia, la mia migliore amica, hanno già mandato il loro regalo. Peccato che non potrà esserci, abita lontano e al sesto mese di gravidanza non può certo prendere laereo. Meglio che resti a casa. Ci rivedremo e festeggeremo ancora. In fondo, Lucia ha giocato un ruolo fondamentale nella mia vita: fu proprio lei a presentarmi Davide, suo compagno di università. E ricordo ancora le sue urla alluscita del Comune: Viva gli sposi!, mentre si nascondeva dietro il mio bouquet, che invece di lanciare le lasciai tra le mani senza esitazione.
– Non capisco perché Marco aspetti ancora. Rischia di perdere una come te!
– Dove vuoi che vada? Lucia mi sistemava i capelli. Cè un tempo per tutto, Cate. E poi, meglio aspettare che maturi. Non mi interessa un marito acerbo che fra due anni mi lascia da sola, dopo separazioni e liti per figli e suoceri che, nellattesa, finiranno per adorarmi? No, grazie! Meglio luva ben matura.
– Due anni però mi paiono un po troppi di pazienza! ridevo, osservando Lucia che, con dei movimenti rapidi del pennello, si rifaceva il trucco senza perdere il broncio.
– Io, le mezze misure, non le sopporto. Voglio tutto, subito!
– E i figli, Lucia? Tutti subito pure quelli? Una nidiata?
– Esatto. Voglio due gemelli! Così si soffre una volta sola e la famiglia è fatta. Tra i miei e i suoi, diciamo che le probabilità ci sono.
– Però poi bisogna pur crescerli, questi pacchetti
– Due insieme sono più facili che uno.
– Come?
Lucia aveva sempre delle teorie tutte sue. Da piccola, quando combinavamo qualche marachella, lei era quella che sfuggiva sempre ai rimproveri, perché pensava a tutto nei minimi dettagli, e in genere cercava di proteggerci. Ma se qualcuno faceva di testa sua, Lucia si metteva da parte, pronta a vedere come avrebbero reagito i genitori.
– Basta organizzarsi, Cate! Un po di sana competizione, un compagno di giochi fisso… e io sarò eletta madre dellanno per averne gestiti due insieme! Vuoi che continui?
– No, no, mi basta! le rispondevo ridendo, già certa che Lucia avrebbe avuto tutto quello che voleva.
Alla fine, però, il destino decise di fare le cose in grande: niente gemelli, bensì tre gemelli in una volta. Forse lassù trovano Lucia più spiritosa di quello che pensiamo
Eppure lei, come sempre, se la cavò alla grande. Pure i parenti di Marco finirono per amarla. Lucia non si preoccupava di piacere a tutti i costi, ma non negava mai aiuto. Di solito si trattava di far lavorare Marco, che non amava darsi troppo da fare Le sue teorie però erano lungimiranti:
– Presto o tardi avremo bisogno di aiuto anche noi, no? Allora meglio costruire rapporti e non trovarsi a mani vuote. Se vuoi le patate fritte con i porcini a cena, caro, vai da tua madre e monta il nuovo armadio. Ci metti due ore, lei sarà contenta. E dì anche che andrò io a pulirle i vetri sabato prossimo.
Così, quando servì una mano con i bambini, due nonne e un nonno il suo non cera più da anni si fecero in quattro. Lucia superò anche la prima fase difficile: i bimbi, nati esili, richiesero tante cure, e successivamente, presa da unenergia incredibile, si iscrisse pure alluniversità.
– Lucia, sei matta! Ma dove trovi il tempo?
– Ma chi se la sente di dare uninsufficienza a una madre con tre figli? E così tengo il cervello allenato. Così, dopo la maternità, sarò unesperta: economista e giurista tutto in uno! Che male cè?
Diploma preso, lavoro trovato. Lucia convinse il datore di lavoro che avrebbe usato lo stipendio solo per la baby-sitter.
– Ma dai, Lucia, ti rimarrà pochissimo a fine mese!
– Non mi serve la tata, per ora ci pensano le nonne, ma il capo non deve saperlo. Limportante è avere esperienza, non solo titoli. Tra qualche anno potrò scegliere il lavoro che voglio.
Guardavo Lucía e non capivo come riuscisse a fare tutto, senza fermarsi mai, mentre io facevo fatica anche per le decisioni più piccole: quali collant indossare, rossi o blu, già mi mandava in crisi.
– Ma quando decidi, Cate, non sbagli mai. Io sono sempre inquieta e incerta. Tu sei una conservatrice e i conservatori, si sa, sono affidabili.
Affidabili già, al punto che Davide ora mi lascia. Come può? È vero, la mancanza di figli ha pesato, ma avevamo accettato la cosa. Io avevo anche fatto volontariato negli istituti per linfanzia, convinta che non avrei mai trovato il coraggio di prendere con me un bambino non mio: non per una questione materiale, ma di sentimento. Non ero certa di saper amare come serviva. Non sapevo nemmeno in cosa consistesse quellamore, ma capivo che il semplice desiderio non era sufficiente.
– Deve ancora arrivare il TUO bambino mi diceva la direttrice di un istituto, la Signora Anna. Mi osservava, seduta vicino a lei, mentre guardavo i bambini ballare attorno allalbero di Natale, con una tristezza che perfino lei faticava a sopportare. Quando lo vedrai, non avrai dubbi. Non ti fermerà nulla.
– E se non lo incontro mai? Se non è il mio destino essere madre?
– Allora pazienza. Meglio così, piuttosto che assumersi una responsabilità che non si è capaci di portare. Ho visto troppi bimbi restituire qui. Guarda Matteo lhanno riportato indietro due volte.
– Mio Dio! Ma ha solo cinque o sei anni!
– Sei. La prima volta due anni in famiglia, la seconda uno. Troppi figli, troppa fatica, troppo amore da dare tutto insieme. Alla fine, Matteo si è messo in un angolo e ha smesso persino di mangiare. Chiedeva solo di tornare in istituto perché non lo amavano.
– Come fa un bambino a sentire questo?
– È così. Meglio non provarci nemmeno se manca lamore vero. Qui serve una quantità sterminata di amore, che pochi, pochissimi possono avere.
Dopo quella conversazione, mi venne una voglia folle di fare subito domanda per Matteo, ma Lucia mi fermò:
– Sei sicura di essere capace di dare quellamore? Lo sei? Pensaci ancora, Cate. Non avere fretta. È un bambino, non un gesto di carità. Oppure rischi di fargli del male. Se vuoi solo fare del bene, lascia perdere. Vuoi provare, ti presto uno dei miei per una settimana.
Rinunciai. Smettei di andare in istituto, aiutando a distanza, ma Matteo, in qualche modo, non se ne andava mai dal mio pensiero. Era il mio faro: mi ricordava che il senso della vita era non far soffrire nessuno. Da allora non ho più tradito quella regola.
Rimasi lì, tra la cucina e il soggiorno, abbracciandomi mentre un freddo senza senso mi assaliva, nonostante il termosifone acceso. Cosa avrei dovuto fare? Aiutare Davide a preparare le sue cose? Anche i maglioni? Faceva ancora tiepido, ma il freddo sarebbe arrivato a breve Perché il caldo da noi dura sempre troppo poco. Come da mia madre, giù a Napoli, non avevo mai sofferto il freddo: la giacca di pelle bastava tutto linverno.
Capì allimprovviso cosè che desideravo davvero: tornare da mamma, perdermi per giorni con lei nei sentieri per la Costiera, lontane da tutti Solo che mamma non cera più. E adesso non ci sarebbe stato più neanche Davide.
Eppure, non avevo bisogno di libertà. Avevo bisogno di lui, del mio uomo. Delle nostre colazioni, dei dialoghi a notte fonda, delle fughe a teatro o al mare allimprovviso. Lorganizzazione non era mai stata il nostro forte, e i momenti più belli erano sempre nati allimprovviso. Tipo:
– Cate, che fai?
– Hmmm, giornata impossibile! Due colloqui, poi bank, poi casa!
– E se mollassimo tutto? Andiamo a farci una passeggiata nei boschi?
E io mollavo tutto. E dopo unora camminavamo nel parco, senza parlare, sereni
Ora quel bene era nel passato. Solo mio. Il suo futuro sarebbe stato altrove, con la sua nuova compagna, che aspettava un figlio Un figlio! È solo per questo tutto ciò? Oppure il nostro non era mai stato un vero matrimonio? Il primo punto posso anche accettarlo, ma il secondo No! Non può essere che io, dopo tutti questi anni, non sia stata in grado di rendere felice neppure una persona al punto da non lasciarmi
Rimasi appoggiata alla finestra, le ginocchia schiacciate sulla caldaia, incapace di voltarmi o muovermi. Sentivo i passi di Davide nella casa, i cassetti che si aprivano, le porte che sbattevano. Mi tremavano le mani così tanto che anche il vaso di fiori (quello di Lucia!) rischiava di cadere dal davanzale. Quando la porta si richiuse, tolsi le mani e le affondai nella superficie liscia del marmo, poi raccolsi il vaso, lo lasciai cadere a terra e urlai.
No, non stavo meglio. La terra nera sparsa ovunque, la ceramica rotta, mi restituirono un briciolo di lucidità. Era tutto così in quel momento: nero senza luce. Il sole era uscito con lui, che aveva chiuso la porta dietro di sé. Adesso avrei dovuto procedere a tentoni
Ma non ero davvero sola.
Mi staccai dal termosifone, non curandomi dei cocci che mi tagliarono il piede, e andai in camera a prendere il telefono.
– Luciaaaaaa…
Non era pianto, era un urlo animalesco, come lo spirito di chi soffre troppo. E a Lucia non serviva altro. Capiva tutto.
– Davide è andato via?
– Sì…
– Va bene. Domani vengo da te.
– Sei pazza! mi ripresi subito, sentendo il tono deciso di Lucia. No! Ti prego! Non posso perdonarmi se ti capitasse qualcosa tu o la bimba! Ma Aspetta… Lo sapevi?
– Lo sospettavo. Lultima volta che siete venuti qui, Davide non mi guardava negli occhi. Solo ora ho capito tutto. Guarda, Cate, tutto accade per un motivo!
– Lucia, mi sembra di non avere più nulla. Niente! Ho buttato via tutta la mia vita… Che cosa devo fare?
– Comprati un vestito!
– Cosa?! stavo per far cadere il telefono. Che?!
– Quello che hai sentito. Il vestito che non volevi prendere perché costava troppo. Vai, compralo ora. Poi fammi vedere. Ora esci, basta urlare: non cambia nulla! E poi prendi il treno o un aereo, vieni qui. Ti porto sulle montagne!
– Sei pazza? Manchi poco al parto!
– E allora? Non sono mica invalida! Basterà una passeggiata vicino allhotel, tanto aria buona e basta. Se non acconsenti, ti vengo a prendere io. Dai! Manda il biglietto fra mezzora o mi fai venire i nervi!
Chiuse la chiamata. Rimasi lì, con il telefono tra le mani. E adesso?
Alla fine mi alzai, mi guardai allo specchio. Ecco qui. Tutti gli anni, ogni euro, ogni ruga. Non ero più una ragazzina, ma neppure una vecchia. Perché mai avrei dovuto farmi da parte? Ah no! Se Davide pensa di lasciarmi disfatta e senza forza, si sbaglia di grosso. Lucia ha ragione. Basta piangersi addosso!
Mi passai le dita tra i capelli, asciugai le lacrime. Bisognava muoversi. Se mi fossi seduta, non mi sarei più rialzata.
Mando i messaggi per annullare tutto, poi telefono a ristorante e fioraio. Faccio ordine. E il vestito? Lo prendo senza esitazione: rosso, acceso, diverso da come mi vestivo da anni. Di solito lasciavo i colori stravaganti a Lucia. Lei poteva permettersi tutto, io preferivo passare inosservata.
Stavolta, però, voglio sentirmi diversa. Perché no? Lo specchio riflette unaltra Caterina: è stanca e colpita, sì, ma non rotta. Cè ancora vita dentro Devo solo lasciarla fluire.
Il viaggio ebbe un intoppo, una coincidenza lunga in aeroporto, ma non mi seccò neppure questo: almeno avevo qualcosa su cui restare distratta.
Fu una vacanza importante. Camminammo tra boschi e sentieri, parlammo, ridemmo e alla fine capii quel che dovevo fare.
– Torna qui, Cate, cosa ci stai a fare là da sola? Anche qui cè bisogno di qualcuno che apra centri per bambini: hanno appena costruito un nuovo quartiere, cè spazio per tutti. E poi tuo padre non sta bene, avevi detto che volevi che si trasferisse qui, vicino a te. Ora non serve più cambiare nulla. Pensaci.
E ci pensai davvero. Quando tornai, era chiaro: sarebbe stato meglio così.
Divorzio, vendita della casa, documenti di lavoro: liquidai tutto, lasciando alle spalle anni che non saprei quantificare. Vidi Davide ancora un paio di volte, tenni duro e cancellai il suo numero dal cellulare. Basta, avanti.
Mi trasferii a Napoli proprio quando arrivò la primavera, tra gli alberi di limone in fiore e il sole acceso. Decisi di vivere vicina a papà, ma non con lui: un po per indipendenza, un po perché, trovando davanti alla porta una donna gentile e sorridente (la nuova compagna di papà) capii che era giunta lora di lasciare spazio. Anna la presi bene: nulla da dividere, e per papà provavo solo gioia. Sapevo quanto avesse amato mamma, ma, vedendolo sistemare lorto in compagnia, capii che aveva diritto a rifarsi una vita. Anna lo guardava con un amore semplice, che mi restituì un po di speranza. Se lui aveva trovato la sua felicità così tardi, forse anche io avrei incontrato, da qualche parte, la mia.
Passò un anno, e i due centri per bambini che aprii andavano a gonfie vele. Tra impegni e mille cose da fare, riuscivo a non pensare a Davide. Ma la sera, a volte, la malinconia mi prendeva. E pensavo che avrei barattato tutto per sentire ancora la sua voce, vedere la luce accendersi, sentirsi domandare: Cate, tutto a posto? Vuoi una tazza di tè caldo?
Sapevo che era sbagliato, che alle separazioni bisognava sapersi staccare davvero. Ma una parte di Davide restava sempre con me.
Poi, una questione fiscale mi costrinse a tornare al Nord. Era semplice da risolvere, e mi rimase una giornata libera. Decisi di ritorno di passare davanti ai luoghi della mia vecchia vita, per vedere comerano cambiati.
Uno dei centri che avevo fondato aveva chiuso, laltro era vivo come non mai. Rimasi qualche minuto a vedere i bambini disegnare, una giovane insegnante che faceva il verso dellorso, grida e risate. Non potevo che essere felice: ciò che conta è che ci sia fantasia e calore.
Poi vidi la vecchia casa, il parco Quasi senza accorgermene, mi addentrai tra i vialetti, sprofondando in ricordi. Su una panchina vicino alla fontana, vidi Davide. Un Davide invecchiato, capelli ormai quasi completamente bianchi nel suo caso, era di famiglia e una voce stanca.
Si dondolava avanti e indietro sospingendo la carrozzina. Allinizio non lo riconobbi. Poi, sentendo che, nonostante tutto, non potevo lasciarlo solo, mi avvicinai.
– Davide…
Sussultò, abbassò la testa vergognoso. Non voleva forse neppure guardarmi.
– Ciao, Cate.
Mi sedetti accanto a lui.
– Come stai?
– Male, Cate. Male davvero.
– Perché?
– Sono solo. Ho perso tutto. Per stupidità, insicurezza, per caso. Adesso cè solo vuoto.
– Non è vero. Tu hai molto più di quello che pensi.
Feci cenno con la testa alla carrozzina.
– Maschio o femmina?
– Femmina. Eva.
– Una figlia. Sei fortunato.
– Non cè più la madre, Cate. Mila è morta di parto.
Mi mancò laria. Ma non provavo rancore. Solo pena per quella ragazza giovane, travolta dagli errori degli adulti. Neppure Davide aveva mai voluto davvero tutta quellinsistenza da parte sua. Ma le cose erano andate così. Il frutto di quellerrore adesso dormiva tranquilla di fronte a noi, nel suo mondo sereno.
Restammo in silenzio a lungo. Poi, con voce quasi sussurrata, Davide parlò e io risposi. Avremmo avuto pagine di discorsi da colmare, e quando Eva si svegliò, ormai scendeva la sera, la città si illuminava di luce nuova.
Mi avvicinai a vedere il visetto della bimba. E in quel momento mi tornarono in mente le parole della Signora Anna: Quando vedrai quel bambino, capirai.
Sei mesi dopo, Anna mi presentò Matteo, occhi neri e viso serio, nel suo ufficio. Uscì lasciandoci soli.
– Matteo, sai perché sono qui?
– Sei qui per me.
– Vuoi venire a vivere con me?
– Non lo so. Tanto poi mi mandi via.
Guardava senza interesse. Un piccolo guizzo rischiarò i suoi occhi quando tirai fuori delle foto.
– Questo è tuo marito?
– Sì.
– Lei è tua figlia?
– No, Matteo. Non è mia.
Quella luce non si spense stavolta.
– Eva non è mia, ma diventerò la sua mamma. E la tua, se lo vorrai.
– Mi manderai via.
– Perché?
– Perché lo fanno tutti.
– Io non sono tutti. Sai perché?
– No.
– Perché so cosa significa perdere tutto. So quanto fa male non essere amati.
– Lo so anchio
– Sai chi è una mamma? È quella persona che non permette a nessuno di farti stare male.
– Mi compatisci?
– No. Vorrei solo volerti bene, capisci? Voglio che tu stia bene. Voglio che Eva abbia un fratello maggiore, forte e coraggioso. Ci proviamo insieme?
Allungò la mano e accarezzò la manica rossa del mio vestito, incuriosito dal tessuto.
– Ti piace?
– Molto.
– Lho comprato quando stavo malissimo. Mi ha aiutato. Ora il rosso mi fa sentire viva.
– Vorrei provare anche io.
– Matteo, non si prova più. Da oggi si fa. Perché è giusto. Non ti lascerò andare. Ma aiutami anche tu, va bene? Perché non so ancora come si fa la mamma. Ma voglio imparare. Per te. E per Eva. Mi aiuti?
Anna intervenne, sorrise. Matteo finalmente annuì e io sentii che iniziavo a respirare davvero.
Qualche anno dopo, lungo un sentiero sulle Dolomiti, eccoci: una famigliola in fila indiana. Il ragazzino biondo attento alla sorellina che saltellava nel prato urlando.
– Eva, attenta che nel bosco ci sono i lupi!
– Non è vero!
– Oh sì! E anche gli orsi, grandi e affamati!
– Perché, la loro mamma non sa cucinare la pappa?
– No, non è brava come la nostra.
– Allora falla tu la pappa per loro.
– Mamma! Eva dice che gli orsi vogliono la pappa!
– La vuoi di semolino? riesco a starle dietro, quasi ansimando.
– Mamma! Tu non sai fare il semolino buono, vengono i grumi!
– Eh furbetta! Tu non lo ami, ma agli orsi piacerebbe!
– Allora dagli pure la mia ciotola domani! E il miele che hai comprato!
– No, quello lo tengo io. Ma tu vuoi stare ancora in braccio? Vai da papà, dai! E la passo a Davide, accarezzando la testa di Matteo.
– E tu, come la vedi coi pranzi degli orsi?
– Mamma, oggi preferisco restare qui. Eva se inizia a nutrire tutti non riusciremo più a uscire dallalbergo. Meglio che restino un po affamati!
Rido, mi giro.
– Eva, la pappa agli orsi poi! Prima impariamo a cucinare come si deve!
– Va bene! risponde con tutta la sua vivacità.
– Mamma Matteo strizza locchio.
– Eh, sì, figliolo. Occhio a tua sorella che ora dobbiamo trovare anche il re degli abeti, magari qualche drago E poi portarli a casa!
Le nostre risate risuonano tra i boschi. Mattina limpida. Cè luce, finalmente. E cè speranza.



