La felicità complicata

Diario di Giulia Ricci

Non riesco ancora a capacitarmi di quello che mi hai detto, Marco. Davvero stiamo per separarci? È uno scherzo di pessimo gusto? Dopo quasi venticinque anni insieme? Tra due settimane avremmo dovuto festeggiare lanniversario o forse non lo festeggeremo più. La testa è un groviglio di pensieri. E il pranzo già prenotato, le partecipazioni spedite, la famiglia che arriva da tutta Italia perfino gli amici continuano a chiedermi che regalo scegliere, che tipo di torta prendere. E poi, come dimenticare Laura, la mia migliore amica, che stavolta non potrà essere presente perché sta vivendo gli ultimi mesi di gravidanza? Ha già spedito il suo regalo per tempo, quella cara. Certo, abita lontano e col pancione a sei mesi, figurati salire in aereo! Meglio così, penseremo a unaltra occasione per rivederci e brindare. Lei, che è stata la vera artefice del mio incontro con Marco, mi ha sempre sostenuta. Ricordo il giorno del matrimonio: gridava Bacio!, nascondendosi dietro il bouquet che avevo deciso di passarle direttamente, invece di lanciarlo.

Non capisco cosa aspetta il tuo Davide! Perdere una ragazza come te

Aspetta il momento giusto, Giulia! sorrideva Laura sistemandomi la piega ai capelli. Non vorrei certo sposarmi troppo presto e ritrovarmi con un matrimonio che dura il tempo di un gelato. E poi, tutte quelle menate tra figli, mobili da dividere preferisco aspettare.

Stai programmando troppo in là per i miei gusti! la prendevo in giro, e ridevamo insieme come due ragazzine.

Io, se faccio una cosa, la faccio per bene diceva. Se figli devono essere, allora subito almeno due! Così si cresce tutti insieme e si risparmia energia!

Lo diceva davvero, e tutto sommato è stata di parola. Anche se il destino ha voluto metterle alla prova la tenacia, regalandole addirittura tre gemelli invece di due. Che forza della natura! Con la forza danimo che la contraddistingue, ha conquistato anche i parenti più scettici del marito sempre pronta ad aiutare, mai una parola fuori posto.

Un giorno avremo bisogno anche noi degli altri, e sarebbe un errore aver seminato solo indifferenza. Meglio aiutare, così, quando toccherà a noi, qualcuno ci sosterrà. Tutti dobbiamo dare una mano nella vita, almeno una volta diceva Laura al marito, convincendolo persino ad andare a montare mobili per la suocera in cambio di un piatto di patate e funghi a cena.

Quando le nacquero i tre gemelli, aveva nonni e suoceri pronti ad aiutarla 24 ore su 24. Laura finì pure per iscriversi alluniversità, mentre crescevano. Ricordo come ero rimasta stupita.

Ma sei matta? Come farai a gestire tutto?

Nessuno si sognerà mai di bocciare una madre di tre bambini! E poi, così la testa resta allenata. Uscirò con una laurea da esperta multitasking economista, giurista, chi più ne ha più ne metta! Limportante è imparare.

E Laura ce lha fatta. Laurea, lavoro sempre pronta, sempre avanti! Io la ammiravo e al tempo stesso mi domandavo come potesse non crollare mai. Io, Giulia, che ho sempre faticato perfino a scegliere cosa mettere la mattina.

Tu non sei come me mi diceva lei. Sei prudente, sei affidabile. E fidati che chi è affidabile è sempre più solido di chi si lascia prendere dalla fretta e dalla smania.

Eppure, anche laffidabilità, Marco, a quanto pare, non basta a tenere in piedi un matrimonio. Forse è stato lassenza di figli a farci perdere la strada, eppure avevamo imparato ad accettarlo. Ho provato a lavorare come volontaria nei centri per minori e ho capito che non sarei mai stata in grado di adottare. Non per una questione di soldi o energie, ma perché avevo paura di non sentirmi vera madre e di non riuscire a dare tutto lamore di cui un bambino ha bisogno. Forse il mio era solo un aspetto razionale, non so neppure spiegarlo del tutto.

Forse non hai incontrato il tuo bambino mi disse un giorno la direttrice, la signora Pacini, mentre guardavamo insieme i piccoli danzare attorno allalbero di Natale. Quando vedrai il tuo bambino, il destino li farà incrociare la tua strada e saprai cosa fare.

E se non succede? Se non sono destinata a essere madre? le avevo chiesto. Ma lei, calma, mi aveva risposto che forzare certi gesti fa più male che bene e che aveva visto troppi bambini restare feriti da adulti incapaci di dar loro una vera casa.

Ripensando a quel discorso, ricordo come, per un attimo, mi era passata per la testa lidea di fare domanda per adottare Mino, un bambino dagli occhi scuri che aveva già visto due famiglie rinunciare a lui. Ma Laura mi aveva fermata:

Sei sicura di avere dentro tutta quella forza? Meglio pensarci bene, non si può giocare con la vita di un bambino. Se è solo pietà meglio lasciare perdere.

E così ho continuato a collaborare col centro, ma a distanza. Però nei giorni bui pensavo spesso a Mino e mi chiedevo se sarei stata allaltezza di un compito così grande.

Adesso, immersa nel silenzio della nostra casa a Milano, i pensieri faticano a prendere una direzione. Mi stringo nelle braccia, fa freddo, ed è solo autunno, ma dentro è gelo pieno. Dovrei forse aiutare Marco a fare le valigie? Portarsi via anche i vestiti pesanti? Linverno arriva presto qui. Forse sarebbe meglio andarmene io, scappare qualche giorno dai miei in Liguria, come facevo da ragazza, a respirare il mare e scordare tutto.

Eppure, non è quello che voglio ora. Vorrei solo che Marco mi afferrasse la mano, che tutto tornasse alla normale complicità della nostra vita a due. Quella casa sempre accogliente, le conversazioni sino a tarda notte, le uscite allimprovviso, fossero anche solo due passi nella nebbia. Marco sapeva sempre sorprendermi: una chiamata, Dai, Giulia, andiamo a fare una passeggiata?, e io mollavo tutto e via, a perderci tra le strade di Brera o nei boschi fuori città.

Ma quella spensieratezza ora è solo un ricordo. Marco, lui, avrà una nuova vita, la compagna che aspetta un figlio È solo questo il problema? O il vero dolore è capire che forse non siamo mai stati davvero una coppia sincera fino in fondo?

A pensarci, avrei accettato anche la faccenda del bambino, ma sentirsi rimpiazzata, svanire così, no Si può davvero passare una vita accanto a qualcuno senza essere mai stata la persona giusta per lui?

Rimango nella cucina, a fissare il vuoto. Sento Marco che si muove, chiude cassetti, apre armadi. Mi tremano le mani e non riesco a fermare le lacrime. Quando la porta si chiude alle sue spalle, mi lascio cadere su una sedia, mi chino sulle ginocchia e urlo tutto il silenzio che ho dentro.

Non serve a nulla. La terra rovesciata dal vaso quello che Laura mi aveva regalato quando ci trasferimmo mi ricorda che tutto ora è nero. Nero e basta.

Cammino tra i cocci, non curante della ferita sul piede, e vado in camera a prendere il telefono.

Laurina

Non piango, non urlo. È un verso basso, profondo, doloroso, che Laura capisce subito.

Marco se nè andato?

Arrivo domani.

Sei matta! Sei ai ferri corti! Mi sentirò in colpa se ti succede qualcosa col bambino

Tranquilla. Me lo sentivo da tempo. E credimi, tutto andrà meglio così.

Ma che meglio, Laura? Mi sento finita! Non ho più niente a cui attaccarmi!

Fatti un regalo. Comprati quellabito rosso che ti piaceva tanto, quello che non hai mai voluto prendere per risparmiare. Ora corri a comprarlo e poi mi mandi la foto. E non restare chiusa in casa. Dopo, prendi un treno o un volo e vieni qui da me. Andremo a camminare in montagna, aria di casa, caldo e abbracci. Fidati, ne hai bisogno quanto me. E pure io dei nostri discorsi, o giuro che impazzisco.

Metto giù, ancora incredula. Che follia, eppure già mi sento meno persa. Mi guardo allo specchio. Sembro invecchiata improvvisamente, ma non sono una donna finita. Non ancora. Forse è davvero il momento di cambiare tutto.

Cancellando appuntamenti, disdicendo il ristorante e i fornitori, sento che la malinconia si fa meno pesante. Poi pulisco la cucina, sostituisco il vaso rotto e, decisa, esco e compro quellabito scarlatto. Mi sta a pennello. Quasi non mi riconosco, il rosso mi dona sicurezza, come se mi stesse dicendo: Coraggio, Giulia!

Il viaggio in treno non è semplice, necessaria una coincidenza, ma mi va bene: mi distrae. Lì in montagna, con Laura, trascorriamo giorni pieni di chiacchiere, passeggiate tra sentieri e respiri pieni. La sua logica spiazzante mi aiuta a raccogliere i cocci, a vedere la mia vita da una nuova prospettiva.

Perché non resti qui? Cè pieno di bambini anche in Italia. I centri educativi servono ovunque. Magari ti sistemi vicino a tuo padre che non sta proprio benissimo, così ti sei vicina e hai il tuo spazio.

Alla fine di quella vacanza forzata sento che sì, è forse la cosa giusta. Prendo tutto: separazione, vendo la casa, la macchina, mi occupo dei passaggi burocratici della mia vecchia azienda. A Milano nulla mi trattiene, posso iniziare davvero da capo. Incontro Marco per chiudere le ultime formalità e, alla fine, cancello il suo numero: ora basta, devo vivere la mia vita.

Quando arrivo a Genova mi sembra di rinascere. Sole, aria frizzante, i primi fiori sui mandorli. Prendo un appartamento vicino a papà. Nel frattempo, lui si è innamorato di Lucia, una signora dolce e sorridente che accoglie bene anche me. Li guardo insieme e provo persino una gioia nuova: possibile che si possa amare di nuovo, anche quando la vita sembrava finita?

Il tempo passa in fretta. Apro due centri ricreativi, cambio look, e sì, finalmente adotto anche un cane. Faccio nuove amicizie. Eppure, quando scende la sera, la nostalgia per Marco a volte si riaffaccia. Mi immagino ancora la sua voce Giulia, ti preparo un bel tè caldo, raccontami tutto. Chissà se imparerò mai a lasciarlo andare davvero.

Quando arriva una grana col fisco relativa alla vecchia azienda, quasi mi rallegro. Una scusa per tornare a Milano, muovermi, vedere gente e magari mettere finalmente una pietra sopra il passato. Sistemo tutto in un giorno, così mi rimane tempo per vagare nei luoghi dove tutto è cominciato e finito. Passo davanti ai miei vecchi centri, a vedere i bambini dipingere, le maestre giocare a lorso, e provo una stretta al cuore.

Attraverso il parco, dove io e Marco facevamo sempre una passeggiata la domenica, e allimprovviso lo scorgo. È seduto su una panchina vicino alla fontana, la testa più bianca, lo sguardo perso, una carrozzina davanti.

Mi avvicino e lo chiamo. Lui quasi si nasconde tra le spalle. Ciao, Marco. Mi siedo vicino, col cuore che mi batte forte. Gli chiedo solo Come stai?. Lui mi guarda finalmente in faccia.

Male, Giulia. Sto proprio male.

Perché?

Sono solo. Non ho più nulla. Tutto è andato storto per una fatalità, tutto finito.

Guardo la carrozzina.

Maschio o femmina?

Femmina. Eva.

E la tua nuova moglie?

Non cè più. Claudia non ce lha fatta dopo il parto.

Rimango senza parole. Non mi importa più chi ha sbagliato, se Claudia mha portato via Marco, se la vita ci ha allontanato. Ora cè solo dolore, un dolore che lui non sa più come gestire.

Restiamo in silenzio, poi iniziamo a parlare, a raccontarci tutto quello che ci siamo taciuti in questi anni. Eva si sveglia, sbadiglia, si guarda intorno con gli occhioni che mi trapassano il cuore. In quel momento sento che forse ora sono pronta, che posso davvero amare di nuovo, che posso anche essere madre.

Sei mesi dopo, la signora Pacini mi accompagna di nuovo da Mino, il bambino che mi aveva colpita tanto anni prima.

Sai perché sono qui, Mino?

Sì, per me.

Vorresti vivere con me?

Non saprei. Nessuno mi tiene mai.

Io non sono come tutti gli dico. So cosa vuol dire perdere tutto e restare senza amore. Voglio provarci. Voglio imparare ad amare te ed Eva, e insegnarvi che insieme si può stare bene.

Esita, ma cerca la mia mano. Tocca il tessuto rosso del mio abito, come se volesse sincerarsi che sono reale.

Posso provarci?

Facciamo ancora meglio: lo facciamo e basta. Ma mi aiuti anche tu? Perché non so fare la mamma, ma voglio imparare. Insieme.

Mino annuisce. E mentre lo stringo forte, sento che sto davvero ricominciando a vivere.

Qualche anno dopo, su un sentiero ligure, camminiamo in fila indiana. Mino ora è un ragazzo magrolino, Eva una peste che corre ovunque. Marco è con noi. Attenta, Eva, che nel bosco cè il lupo! Non è vero! E pure gli orsi.

Ridiamo, inventando storie. Io raccolgo Eva, la stringo a me: Magari oggi la merenda la diamo agli orsi!. Lei ride, ci protegge e mi chiama mamma, e io imparo ogni giorno, semplicemente vivendo. La nostra nuova famiglia assapora un giorno che promette sole, sulla cima della collina. Forse la felicità, quella vera, è complicata come la montagna: non la conquisti mai fino in fondo, bisogna imparare a salire un passo dopo laltro, assieme.

Ed è quello che faremo, io, Marco, Mino, Eva e la nostra nuova vita.

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