La gente vide un cavallo stremato: non aveva nemmeno la forza di alzarsi
Io e la mia amata, mano nella mano, passeggiavamo lentamente in mezzo allerba alta e fitta di una campagna tra le colline toscane. Eravamo talmente presi luno dallaltra da perderci nei nostri sguardi, dimentichi del mondo attorno. Proprio a causa di quella spensieratezza non ci accorgemmo subito di ciò che cera davanti a noi.
Ad un tratto, Bianca si lasciò sfuggire un piccolo grido e fece un passo indietro di scatto. Senza pensarci, mi misi davanti a lei distinto protettivo, anche se in realtà non cera alcun pericolo imminente.
Tra lerba, poco distante da noi, giaceva un cavallo.
O, meglio, quel che rimaneva di un cavallo. Ora sembrava più uno scheletro rivestito di pelle che un essere vivente.
La pelle, secca come la carta, si tendeva sulle costole sporgenti. A guardarlo, pareva che da un momento allaltro le ossa potessero perforare quel velo sottile e uscire fuori. Qua e là si notavano cicatrici e croste secche, attorno alle quali ronzavano insistentemente le mosche.
Il cavallo faceva così tanta pena da essere difficile da guardare.
Povera bestia! esclamò Bianca, piena di compassione.
Il suo grido riecheggiò nel silenzio della campagna, come se il tempo si fosse fermato per un attimo. Poi, proprio quando sembrava tutto immobile, il corpo del cavallo si mosse leggermente.
Sentimmo entrambi un brivido correre lungo la schiena.
Pochi istanti dopo, ci allontanammo di corsa, presi dal panico, finendo infine su una strada sterrata, dove ci fermammo ansimanti.
Naturalmente nessuno ci inseguiva.
A poco a poco, la paura svanì, lasciando posto al pensiero.
Era vivo sussurrò Bianca con stupore.
Vivo, sì, ma pareva un morto che cammina, risposi cupo.
Eppure si è mosso.
Bisognava controllare ancora. Forse non era stato lui a muoversi… magari dentro di lui si era nascosto qualche animale.
Bianca rabbrividì allidea e mi spedì a controllare, preferendo restare al sicuro sulla strada.
Mi inoltrai con cautela nellerba e mi accertai che nei dintorni non ci fosse nientaltro. Il cavallo era davvero ancora vivo.
Quando mi avvicinai, sollevò appena la testa e sbuffò piano.
Si vedeva che gli costava fatica anche solo respirare, ma il torace, ossuto comera, si sollevava ancora. Gli occhi semiaperti, uno coperto da una membrana rossa, la bocca socchiusa, gambe e coda immoti; solo le orecchie, ogni tanto, vibravano al vento.
Era sfinito allennesima potenza. Sospeso tra la vita e la morte, resisteva ancora per un filo.
Mi guardai attorno, cercando di capire come si fosse ritrovato lì. Lerba tuttintorno mostrava che il cavallo doveva essere lì già da tempo senza potersi nemmeno muovere.
Raccontai tutto a Bianca, tornando da lei.
Che importa come sia arrivato qui? dichiarò gettando le mani in aria Ma ora che facciamo? Potrebbe morire da un momento allaltro Io non so nulla di cavalli, e nemmeno conosco chi lo faccia.
Mi ricordai però che nel paese vicino, a Montescudaio, cera una famiglia che aveva diversi cavalli. Gente della zona ci andava spesso a cavalcare.
Trovammo immediatamente il numero e li chiamammo.
Allinizio non capirono bene il nostro racconto concitato, ma poi promisero di arrivare al più presto.
Poco dopo vedemmo una macchina alzare una nuvola di polvere sulla strada verso il fiume.
Dal rimorchio scesero un uomo e una donna, evidentemente sconvolti dallo stato pietoso dellanimale.
Era impensabile farlo salire sul rimorchio con le proprie forze. Restava solo la speranza che riuscisse almeno a sopravvivere fino alla clinica veterinaria.
Noi da soli non eravamo abbastanza forti per sollevarlo, nemmeno così magro. Corsi allora nel mio quartiere a chiamare amici e vicini.
Radunato un gruppo di uomini, riuscimmo, usando un grande telo resistente, ad alzare con estrema cautela il corpo esanime del cavallo e sistemarlo sul rimorchio.
Il cavallo, spaventatissimo, spalancò gli occhi e si agitò brevemente era tutto ciò che poteva fare.
Era straziante: non lo dimenticherò mai.
Una volta in viaggio verso la nuova vita, ci seguiva solo il ronzio delle ruote sul selciato.
Arrivammo al maneggio poco fuori il paese; lì ci attendevano altre persone e il veterinario appena chiamato dai proprietari.
La bestia fu estratta dal rimorchio con tutta la delicatezza del mondo. Il veterinario iniziò subito a visitarla, prelevando vari campioni per le analisi.
Nel frattempo arrivarono anche i carabinieri. Raccolsero una dettagliata testimonianza, ascoltarono il veterinario e registrarono le nostre generalità. Ma ci avvertirono subito: difficilmente sarebbero riusciti a trovare e punire il responsabile.
Il veterinario fece diverse iniezioni, medicò le croste sulla pelle e le mise una flebo.
Noi la sistemammo in un box pulito, dove lanimale sembrava persino più fragile e piccolo.
Il veterinario ci confessò di non essere certo che si sarebbe salvata, ma che valeva la pena tentare.
Il problema più grave era che la cavallacosì la chiamaiquasi non si alimentava e beveva pochissimo.
La causa era un grave attacco di una zecca-parassita, che le aveva infiammato la pelle provocando carne viva e prurito atroce. Ogni giorno si graffiava fino a togliersi la pelle, ferendosi ancora di più. Il dolore e linappetenza lavevano ridotta uno scheletro vivente.
Cerano anche altri guai: la terza palpebra era infiammata e gonfia, probabile segno di tumore. Occorreva un intervento, ma prima serviva che la cavalla si riprendesse.
Anche i denti erano in condizioni pietose, e rinviare il trattamento non era possibile.
Per settimane il box fu una specie di infermeria da campo.
Il veterinario la curava tutti i giorni. Piano piano riuscimmo a debellare il parassita, e col tempo le croste presero a cadere. Sistemati anche i denti, finalmente la cavalla tornò a mangiare da sola.
Allinizio la situazione era tanto critica che la fummo costretti a nutrirla con biberon e integratori per flebo. Lentamente, però, la cavalla prese qualche forza. Continuavamo a sorreggerle la testa, come si fa coi puledri. Non capiva dove fosse, sembrava ormai aver perso la voglia di vivere. Rimaneva distesa, aspettando la finema noi non mollavamo, sempre presenti, anche di notte, per controllare e aiutarla.
Col tempo, riconosceva le nostre voci e cercava le nostre mani con il muso. Si spaventava solo se il veterinario parlava a voce troppo alta.
Vedeva poco o nulla, orientandosi solo a suoni e tocchi.
Dopo settimane, fu in grado di girarsi da sola su un fianco, e perfino sollevare la pancia. Poteva mantenere busto e testa quasi verticali per qualche ora.
Ma il vero guaio restava: non era in grado di alzarsi in piedi.
Questo la spaventava. Muoveva le zampe, tentava di sollevarsi, ma non ci riusciva. Come se non fossero più sue.
Il veterinario scuoteva il capomuscolatura troppo debole, lanimale esausto da troppo tempo.
Servivano esercizi speciali, ma per iniziare bisognava sollevarla e persino sorreggerla ad ogni passo.
Il suo peso, intanto, non era più quello di un fantasma.
Le costole non si vedevano quasi piùle accortezze e il buon cibo ci avevano aiutato. Ma ora era ancora più impegnativo rialzarla.
Per sollevarla in piedi servivano almeno otto persone.
Inventammo una sorta di imbragatura con una coperta e delle fasce, così da tenerla eretta nel box; ma quando cera bisogno di camminare fuori, occorrevano le braccia forti degli amici.
Fortunatamente la storia della povera cavalla commosse tutto il vicinato. Ogni sera venivano a dare una mano agli esercizi.
Piano piano, le zampe iniziarono a muoversi. Allinizio ci volevano diverse mani esperte per metterle in posizione, ma poi, miracolosamente, fu in grado di fare piccoli passi da sola.
Ogni sforzo costava in fatica ad animali e persone. Ma nessuno si tirava indietro.
Mesi di determinazione cominciarono a dare frutto. Prima la cavalla riuscì a stare in piedi, poi addirittura a camminare da sola, anche se pianissimo.
Non la forzavamo mai. Io la portavo fuori dal box per qualche passo, poi subito a riposare. Ma lei avrebbe voluto scorrazzare libera, annusava con gioia laria fresca e lerba tagliata.
Dopo un po, il veterinario dichiarò che era pronta anche per loperazione allocchio.
Non per la cavalla sembrava una grande provavedeva poco comunque.
La caricammo di nuovo sul rimorchio e la portammo dal specialista a Pisa.
Lintervento fu un successo: tolse tutte le parti malate. Nonostante il dolore del post operatorio, la cavalla si guardava attorno curiosa: per la prima volta riconosceva chiaramente i suoi nuovi proprietari, il box, il recinto.
Oltre alle cure normali, si aggiunsero colliri e medicine, che sopportava con straordinaria pazienza. Ci ascoltava attenta, come se capisse ogni parola.
Era intelligente e calma. Col tempo divenne la beniamina di tutti.
Quando si fu abbastanza ripresa, cominciammo a lasciarla libera in recinto insieme ad altri due cavalli del maneggio.
Socializzò in fretta, placando persino lesuberanza di un giovane stallone e pascolando tranquilla accanto alla cavalla più anziana.
Erano passati molti mesi dal giorno del nostro incontro. Ormai non somigliava affatto a quella creatura pelle e ossa che avevamo trovato.
Il mantello era lucidissimo, solo qualche zona sulla groppa ancora mostrava la fatica della convalescenza.
Non avevo fretta di montarla. Eppure fu lei a darmi il segnale, scalciando ogni volta che vedeva una sella e scrutando con nostalgia i cavalli che uscivano con bambini e adulti sulla schiena.
Un mattino di primavera decisi: la portai sul prato e le misi la bardatura. Allora nitrì di gioia, contenta come una pasqua.
Il mio peso era una sfida, ma non si lamentò.
Facemmo insieme un piccolo giro nel campo.
E proprio in quellattimo io sentii che la cavalla era la creatura più felice della terra.
Aveva attraversato dolore, paura e abbandono, ma ora accanto a sé trovava persone che la amavano davvero.
E sapeva che, dora in poi, non sarebbe mai più stata lasciata sola. Qualsiasi cosa fosse successa.






