Moglie comoda
Margherita, mi senti? La voce di Carlo era calma, quasi neutrale, come se stesse avvisando che era finito il pane.
Stavo vicino alla finestra e guardavo il cortile. Lì cresceva un vecchio sorbo, piantato ventitré anni fa, proprio quando avevamo preso questa casa. Era diventato grande, rigoglioso, sicuro di sé. Non so perché, ma in quel momento ci pensai.
Ti sento, risposi.
Voglio che tu capisca bene. Non significa che sia tutto andato male. È solo successo così.
Mi voltai. Carlo era seduto al tavolo, le mani incrociate come se stesse facendo una trattativa. Aveva sessantuno anni, robusto, ben vestito, con quellaria serena che gli uomini acquisiscono quando i soldi non sono più preoccupazione. Da ventisei anni conoscevo ogni piega del suo volto. Sapevo come si imbronciava prima di iniziare un discorso importante, come tamburellava con le dita sul tavolo quando era nervoso. Ora non tamburellava. Era strano.
Solo così, ripetei le sue parole. Tutto qui?
Margherita, per favore, non fare così.
Così come?
Si alzò e girò per la cucina. La cucina era grande, luminosa, con una cucina in stile veneziano che avevamo scelto insieme otto anni prima. Io volevo le ante color crema; lui aveva insistito per il bianco. Alla fine cedetti. Cedevo spesso.
Non devo darti spiegazioni, disse. Ma te le do, perché ti rispetto.
Rispetti.
Sì. Abbiamo fatto una bella vita insieme. Abbiamo tutto. I figli sono cresciuti. Non voglio discussioni.
Sentii qualcosa di pesante nel petto. Non dolore. Piuttosto quella sensazione di intorpidimento che arriva quando capisci qualcosa di grande, ma non hai ancora avuto il tempo di elaborarla.
Te ne vai, dissi. Non era una domanda. Solo un dato di fatto.
Me ne vado, confermò lui. Non per sempre. Ho bisogno di tempo.
Tempo, ripetei. Era già la terza volta che riprendevo una sua parola. Come se le parole, spostate un po più in là, diventassero più chiare.
Carlo si avvicinò, voleva prendermi la mano. Feci un piccolo passo indietro, quasi invisibile. Ma lui se ne accorse.
Non arrabbiarti, disse lui.
Non sono arrabbiata.
Margherita.
Non sono arrabbiata, Carlo. Sto pensando.
Rimase vicino a me ancora un attimo, poi annuì e uscì dalla cucina. Sentivo i suoi passi in camera da letto, il rumore dellanta dellarmadio. Stava raccogliendo delle cose, non tutto, solo una parte. Non per sempre, aveva detto. Guardai il sorbo e pensai che gli uccelli avevano già iniziato a beccare le bacche. Voleva dire che linverno sarebbe arrivato presto, come diceva mia madre. Lei era morta sette anni fa, e ancora a volte mi veniva da chiamarla. Poi mi ricordavo.
Avevo cinquantotto anni.
***
La mia amica Giovanna arrivò il giorno dopo, senza preavviso. Chiamò solo quando era già sotto.
Apri, sono giù.
Gio, non sono ancora pronta.
Preparati. Ti aspetterò.
Conosco Giovanna da più di trentasette anni, dai tempi delluniversità. È sempre stata rumorosa, schietta, un po invadente. Tre anni prima aveva divorziato da suo marito Andrea: ha pianto tanto, poi, di colpo, ha smesso e ha aperto una bottega di merce per il fai-da-te. Non guadagna molto, ma è felice; dice che sta meglio di quanto stava negli ultimi dieci anni.
Sedute in cucina, Giovanna mi ha abbracciata lì allingresso, forte, davvero. Gli occhi mi bruciavano, ma non ho pianto.
Racconta, disse mentre versava il tè.
Sai già tutto.
Voglio sentirlo da te.
Raccontai. Breve, senza dettagli. Carlo ha detto che se ne va. Per un po. Ha bisogno di tempo. Non ho chiesto da chi va. Non perché non lo sapessi. Ma chiedere l’avrebbe reso reale, e finché non domandavo esplicitamente, restava fragile e vago.
Non hai chiesto da chi? Giovanna mi fissava attenta.
No.
Marghe.
Che cè?
Lo sai da chi?
Silenzio. Dal cortile arrivavano voci di gente che rideva. La vita andava avanti, indifferente.
Lo immagino, dissi. La sua assistente, Cristina. Ha trentadue anni.
Giovanna rimase zitta un po, poi molto piano:
Da quanto?
Non so. Un anno? Forse più. Ho notato cose ma non volevo pensarci.
Perché?
Guardai la tazza. Era del nostro servizio di porcellana preso a Praga dieci anni prima. Bel viaggio. Allora Carlo scherzava, mi prendeva a braccetto sul Ponte Carlo.
Perché se pensi, poi devi reagire, dissi alla fine. E io non sapevo come fare. Sono ventisei anni che non lavoro, Gio. Prima i figli, poi la casa e così via.
Ti ha mantenuto.
Sì. Io pensavo alla casa, ai figli, ai suoi genitori quando stavano male. Ero cercavo la parola ero una parte della sua vita. Importante, credevo.
Non lo sei stata?
Sono stata una parte comoda. Parlai senza amarezza, solo constatazione. Una moglie comoda. Non facevo drammi, accettavo tutto. Cucina bianca, non crema. Vacanze in montagna, non al mare. Cena alle otto invece che alle sette. Sempre come voleva lui.
Giovanna mi guardava in silenzio. Strano per lei.
Sei arrabbiata? mi domandò infine.
No. Non ancora. Forse lo sarò dopo.
E ora?
Ci pensai. Fuori era calmo. Il sorbo era immobile.
Provo a ricordare cosa mi piace, ho detto piano. Esclusa questa casa, esclusa la sua vita. Cosa piace davvero a me. E scopro che ci devo pensare un bel po. È strano.
Giovanna mi mise la mano sulla mia. Non fu necessario aggiungere altro.
***
Tre giorni dopo mi chiamò mia figlia. Silvia viveva a Bologna con il marito e due figli. Aveva trentaquattro anni, sempre stata più legata al padre, pratica, risoluta.
Mamma, papà mi ha detto. Come stai?
Bene.
Mamma bene non è una risposta.
Davvero sto bene, Silvia. Penso.
A cosa pensi? Sentivo quellansia nella sua voce che significava: ha già scelto da che parte stare, anche se non lo dice.
Un po a tutto.
Papà dice che è solo per un periodo, che dovete
Silvia, la interruppi calma, ma ferma. Non voglio parlarne con te. Né con te, né con Marco. Sono cose tra me e papà. Okay?
Pausa.
Okay, disse Silvia. Poi, più dolce: Sei sola lì?
Sì. Sto bene, davvero.
Vuoi che vengo?
No, tranquilla. Se vorrò, te lo dirò io.
Riattaccai e rimasi a lungo seduta in poltrona. Marco, mio figlio, vive a Milano. Non aveva ancora chiamato. Tipico. Evita i conflitti da sempre; si rifugia dietro la sua frenesia, le scadenze, il mamma, ora ho il progetto.
Capivo.
Feci un giro per casa. Quattro stanze, corridoio ampio, due bagni. Tutto perfetto. Ho sempre curato la casa. Fiori veri alle finestre, tende che cambiavo a seconda della stagione. In cucina un profumo delicato; preparavo io stessa le bustine di lavanda da mettere negli angoli.
Casa bella. Ma sentivo come se tutto fosse di qualcun altro.
No, non di un altro. Solo come un museo. Un museo ben tenuto, dove ogni cosa è al suo posto, ma tutto è distante da chi sei tu davvero.
Mi fermai davanti alla libreria. Al centro cerano i miei libri, pochi. Quasi tutti regali. Libri di cucina, qualche romanzo, una vecchia raccolta di poesie di Ungaretti delluniversità. La presi, la aprii a caso. Lessi poche righe. Qualcosa dentro di me si mosse, appena percettibile.
Non leggevo poesia da ventanni. Non avevo avuto tempo.
***
Carlo chiamò dopo una settimana. Sembrava un po in imbarazzo, ma aveva la voce di chi ha già deciso tutto e ora fa solo quello che va fatto.
Margherita, dobbiamo parlare.
Parla.
Meglio vederci.
Quando ti va?
Fece una pausa. Forse si aspettava lacrime, rimproveri, domande. Non gli diedi nessuna di queste cose.
Domani alle due? Passo a casa.
Va bene.
Arrivò puntuale. Carlo arrivava sempre puntuale; ne andava fiero. Misi su il tè, non per creare atmosfera, solo per tenermi occupata.
Stai bene, disse seduto.
Grazie.
Marghe, non vorrei che
Carlo, lo bloccai. Parla chiaro.
Si fermò.
Voglio il divorzio, disse. Ufficiale. Siamo adulti, non ha senso trascinare.
Va bene.
Davvero?
Davvero, non ti metterò i bastoni tra le ruote.
Margherita aveva quella vecchia espressione: che credevo affettuosa, ora la sentivo diversa. Mi prenderò cura di te. Lascio a te la casa, continuerò a darti dei soldi. Non dovrai preoccuparti di niente.
Continuerai a darmi dei soldi, ripetei. Ancora questa mania di ripetere.
Eh, sì. Non hai lavorato. Devi pure vivere.
Il bollitore fischiò. Versai il tè con calma.
Carlo, dissi poggiando le tazze, ti ricordi quando tua madre fu male? Tre anni di fila. Andavo io da lei ogni settimana. Le facevo le iniezioni, compravo medicine, parlavo coi dottori. Tu eri sempre impegnato.
Me lo ricordo.
E quando Silvia era incinta del secondo? Sono stata da loro un mese, cucinavo, pulivo, mi alzavo la notte per il grande.
E allora?
E allora, tu adesso dici ti darò dei soldi. Come se mi facessi una cortesia. Come se in questi anni non avessi fatto nulla, solo vissuto sulle tue spalle.
Aprì la bocca, la richiuse.
Non intendevo quello.
Lo so cosa intendevi. Vuoi sentirti generoso. Vuoi sentirti giusto. Mi sedetti di fronte. Non sono arrabbiata, davvero. Ma non farò finta che quello che fai sia una benevola concessione. Lo sappiamo tutti e due che non è così.
Mi fissò. Qualcosa nel suo sguardo cambiò.
Sei cambiata, disse.
In una settimana?
In questa settimana, sì.
Presi la tazza, bevvi a piccoli sorsi. Fuori una signora con il cappotto indaco dava da mangiare ai piccioni. La vedevo ogni giorno, ma non sapevo il nome.
Sui soldi, dissi. Non rinuncio alla mia parte. Ma non voglio che tu mi dai soldi come unelemosina.
Margherita.
No, fammi finire. Appoggiai la tazza. Ventisei anni ho pensato a questa casa, ai figli, ai suoceri, accettato e gestito tutto senza drammi. Hai portato i tuoi colleghi qui, sorriso alle tue stesse battute per decenni. Ho lasciato la mia carriera, quando mi hai detto: Marghe, a che ti serve il teatro, ti mantengo io. E io ho accettato, senza rimpianti. Ma diamogli il giusto nome: era lavoro. L’ho fatto bene.
Silenzio in cucina. Carlo guardava il tavolo.
Non ho mai detto che tu abbia fatto male, ammise.
Tu hai parlato di prendermi cura, come di un bambino. Ma non sono una bambina, Carlo. Ho cinquantotto anni.
Si alzò, andò alla finestra. Il sorbo era lì, rosso e fermo.
Hai ragione, disse piano. Hai ragione, Margherita.
Non me laspettavo. Ci misi un attimo a capire che lo pensava davvero.
Parliamone con gli avvocati, disse poi. Tranquillamente.
Va bene.
Prese il cappotto. Sulla porta si voltò.
Marghe. Io
Basta, gli risposi. Non dire altro. Vai.
Rimasi seduta a lungo. Poi scrissi a Giovanna: Abbiamo parlato. Farò il divorzio. Tutto regolare.
Rispose al volo: Brava. Passa domani in negozio. Ti mostro i filati nuovi, ti piaceva ricamare, te lo ricordi?
Sorrisi. Sì, mi era piaciuto ricamare. Tanto, tanti anni fa.
***
Le settimane seguenti furono strane. Non dolorose, non piacevoli. Solo strane. Come se qualcuno mi avesse tolto dalla cornice abituale e posata su un tavolo. Nessuna cornice, nessuna direzione.
Andai nel negozio di Giovanna. Filo dopo ago si chiamava, al piano terra di un caseggiato. Profumava di tessuti. Sugli scaffali gomitoli, telai, fili. Camminavo tra i corridoi a toccare le stoffe, la lana, la seta. Qualcosa iniziava a sciogliersi dentro.
Guarda, Giovanna mi porse un telaio con la tela tesa. È da principianti, ma se vuoi cè anche di più.
So ricamare.
Sapevi. Trenta anni fa.
Non si dimentica.
Vediamo, rise.
Acquistai tela, fili, aghi. Tornai a casa, mi sedetti alla finestra. Studiavo il disegno, poi iniziai. I primi punti erano irregolari. Disfeci tutto. Ricominciai, più lenta, più concentrata. Le dita ricordavano piano piano.
Ricamai tre ore senza accorgermene.
Era una strana sensazione. Buona. Semplice in un modo nuovo.
***
Marco chiamò a fine ottobre, quasi un mese e mezzo dopo la conversazione con Carlo.
Mamma, come va?
Bene, tu?
Bene. Ho parlato con papà.
Marco
No, ascolta. Non sto dalla parte di nessuno. Volevo solo sapere mi ha detto che hai rifiutato il suo aiuto. È vero?
Non proprio. Non ho rinunciato alla mia parte. Non voglio la sua mancia.
Mamma, è pratico. Tu non lavori, ti serve qualcosa.
Marco, ho cinquantotto anni, non ottanta. Posso trovare qualcosa da fare.
E cosa farai?
Bella domanda. Ci stavo pensando. Avevo mollato lAccademia di Arte Drammatica al terzo anno per sposarmi; quella strada era chiusa. Ma avevo sempre amato le lingue. Da giovane parlavo bene francese. Negli ultimi anni rivedevo qualche film, qualcosa capivo ancora.
Non lo so ancora, dissi onesta. Ma troverò qualcosa.
Chiedi se ti serve una mano.
Promesso. E aggiunsi: Marco. Sei un bravo figlio. Solo non cercare di salvare me. Non sto affogando.
Breve silenzio.
Va bene, mamma. Richiamami.
Dopo, cercai le vecchie agende. In fondo allarmadio dietro ai maglioni cera un quaderno tutto rovinato di vocaboli francesi, da studentessa. Scritto a mano, tratto sicuro, veloce. Sconosciuto, quasi fosse di unaltra donna.
E forse lo era, davvero.
***
Lavvocato era un uomo tranquillo, anziano, si chiamava Gianluca Farina. Mi ascoltò, chiese due cose, poi disse:
I suoi diritti, signora Margherita, sono protetti. Tutto ciò che avete costruito insieme si divide a metà: casa, casa al lago, conti. Bisogna solo accordarsi sulle modalità.
Io vorrei questa casa, spiegai. Lui stesso lha proposta.
Allora la controparte avrà il valore equivalente in denaro.
O la casa al lago
Può andare. Ne ha già parlato con suo marito?
Senza litigi. Tutto deciso.
Gianluca Farina mi guardò sopra gli occhiali.
Capita di rado, disse.
Lo so.
Bene. Preparerò i documenti. Un mese circa.
Fuori era una giornata tranquilla di novembre, senza neve, con quel cielo basso e una luce grigia che schiaccia. Rimasi fuori un po, presi a camminare a lungo, lontano, attraverso le vie di Verona.
Verona era la nostra città. Qui sono nata, qui ho conosciuto Carlo, qui ho sempre vissuto. Conoscevo ogni angolo: chi fa il pane migliore, dove fioriscono i meli selvatici, dove dinverno arrivano i pettirossi.
Era anche questo, un pezzo mio. Piccolo, ma vero.
Entrai in una piccola caffetteria. Tavolinetti di legno, niente di pretenzioso. Ordinai un caffè e una fetta di crostata di mele. Guardai fuori dalla finestra, senza pensare quasi a nulla. Solo stavo. Solo mi concedevo tempo.
Mi resi conto che era tanto che non lo facevo. Solo stare.
Al tavolo accanto, due donne della mia età chiacchieravano, ridevano. Una con uno scialle colorato, laltra con un paio docchiali grandi rotondi. Le guardavo e pensavo: è così che si vive. Si ride, si portano scialli strani.
Terminai il caffè, lasciai una mancia e uscii.
***
A dicembre Silvia chiamò di nuovo. Stavolta, la voce era rilassata.
Mamma, vengo a Natale. Da sola. Niente Fabio né i bambini. Posso?
Ma certo. E loro?
Vanno dai suoceri. Ho detto che voglio la mamma questanno. Pausa. Sai, allinizio ho pensato che dovevamo trovare una soluzione, sistemare tutto, mettere pace. Poi ho capito che non spetta a me.
Silvia
No, lasciami finire. Pensavo che tu ti saresti persa. Che non ce lavresti fatta da sola. Abbiamo sempre visto papà come quello che decideva tutto, e tu si fermò a cercare una parola.
Nellombra? suggerii.
Sì, più o meno. Ma non ti sei persa. E questo non so. Mi ha cambiata, mamma.
In che senso?
Ho iniziato a pensare anchio a cosa voglio io. Non solo per Fabio o per i bambini. Per me. Sembra egoista.
No, non lo è.
Davvero?
Davvero, Silvia. Non è egoismo, è conoscersi.
Parlammo unora: dei bambini, del lavoro, di quanto avrebbe voluto imparare a dipingere ma aveva sempre rinunciato. Io ascoltavo e sentivo qualcosa di caldo, non orgoglio. Più come un riconoscersi. Non chi siamo stati, ma chi potremmo diventare.
***
Silvia arrivò il ventinove dicembre. Portò vino, formaggio, delle pantofole buffe. Addobbavamo lalbero ascoltando canzoni vecchie di Natale che avevo trovato online; rideva del fatto che capivo poco di tecnologia e ridevamo insieme.
Era bello, davvero bello.
Per Capodanno invitammo anche Giovanna, che arrivò con i suoi tortini salati e un barattolo di cetriolini fatti in casa. Sedute a tavola, vino e parole. Non parlavamo di Carlo. Solo del futuro: viaggi, desideri, sogni. Giovanna sognava la Sardegna, Silvia voleva solo un po di mare, io dissi che volevo andare a Parigi.
A Parigi? fece Giovanna.
Ho studiato francese da giovane. Vorrei vedere quanto ricordo.
Da sola?
Credo di sì. O con qualcuno. Vedremo.
Silvia mi guardava e dopo un po sorrise.
Sei cambiata, mamma.
Sei la seconda persona a dirmelo.
Il primo è stato papà?
Sì.
E come lo ha detto?
Ci pensai.
Come se fosse unaccusa. Come se avessi rotto le regole del gioco.
E oggi?
Oggi suona come un complimento.
Giovanna sollevò il bicchiere.
Alle donne che sanno cambiare le regole, brindò.
Brindammo insieme. Dalla finestra si vedevano i primi fuochi dartificio. Lanno nuovo arrivava con rumore, luci, lodore di polvere pirica. Guardavo fuori e riflettevo: era la prima volta, dopo tanti anni, che lo accoglievo come mio inizio. Mio, non degli altri.
***
A gennaio mi iscrissi a un corso di francese. Una piccola scuola di lingue a cinque minuti da casa. Il gruppo era eterogeneo: due universitari, una signora di una quarantina che si preparava a trasferirsi, e un anziano di nome Filippo, che spiegò di voler leggere Stendhal in originale.
È bello, disse linsegnante, un giovane di nome Matteo, sorpreso dal mix del gruppo.
Tutto ciò che si fa per sé è bello, ribatté Filippo serio.
Annuivo in silenzio.
Il francese era più difficile di quanto ricordassi. Ricordavo più cose di quanto pensassi, ma la grammatica sfuggiva. Facevo errori. Non era facile. Non facevo qualcosa di nuovo da decenni, e sicuramente non qualcosa che mi concedesse di sbagliare e tentare ancora.
Dopo la terza lezione, Matteo mi fermò.
Margherita, ha una bella pronuncia. Ha studiato a scuola?
Da ragazza, sì.
Continui. È importante, più di quanto pensa.
Tornando a casa, ragionai su quelle parole. Bella pronuncia. Era parte di me da sempre; solo che nessuno se ne era mai accorto.
***
Il divorzio fu firmato in febbraio. Senza parole inutili, nello studio dellavvocato. Carlo sembrava stanco; io, credo, diversa da come si aspettava.
Come stai? mi chiese nel corridoio.
Bene.
Sicura?
Sì.
Mi guardò. Nei suoi occhi qualcosa di strano: non colpa, non rimpianto. Più che altro smarrimento. Come quando ti aspetti una cosa, e ne ottieni unaltra.
Ti sei iscritta a qualcosa? Giovanna mi ha detto.
A francese. E a un corso dacquerello.
Acquerello? Non hai mai dipinto.
No. Ora sì.
Annuì. Cappotto addosso, si fermò già sulla soglia.
Marghe. Io si fermò, come quella notte.
Carlo, dissi. Sei una brava persona. Solo che a volte non si è adatti luno allaltro. O solo in modo diverso. Stai bene.
Mi fissò a lungo. Uscì.
Rimasi nel corridoio. Fuori dalla porta, Verona. Febbraio, neve, gente che va. Un giorno come un altro. Dopo ventisei anni, eravamo divorziati. Era importante. Avrebbe dovuto suonare forte. E invece solo silenzio.
Uscì in strada. Odore di neve e qualcosa di fresco. Alzai il viso verso il cielo. I fiocchi erano minuscoli, leggeri, e si scioglievano subito sulla pelle.
Tornai a casa. Lentamente, passando attraverso il parco.
***
Lacquerello era più difficile del francese. I colori andavano dove volevano, si mescolavano in macchie sporche, la carta si imbarcava. Linsegnante, Stefania, sui cinquantanni, sempre con le mani macchiate di blu, mi osservava in silenzio.
Non comandare, diceva. Vuoi comandare il colore. Ma non funziona così.
E come fa?
Va lasciato andare. Metti lacqua, metti colore. Vedi che succede.
Provavo. In principio non riuscivo, poi poco a poco le cose miglioravano. Conservavo i fogli in una cartelletta. Erano storti, imperfetti, ma miei. Le mie macchie blu. I miei alberi storti.
Un giorno Stefania osservò il mio disegno. Era un sorbo alla finestra: grappoli rossi, rami scuri, cielo grigio.
Questa è vera, disse Stefania.
È storta.
Vera e storta non si escludono.
Guardai il sorbo. Sulla carta era diverso dal cortile. Ma era il sorbo che vedevo io, non quello che cera. Era la mia versione.
Differenza interessante.
***
In primavera Silvia venne a stare da me con i bambini e Fabio. Stettero una settimana. La sera, io e Silvia a chiacchierare in cucina, Fabio davanti alla TV, i piccoli a letto.
Sei felice? mi chiese Silvia una sera.
È una domanda difficile.
Perché?
Prima pensavo di sapere cosa fosse la felicità: casa, famiglia, ordine. Ora non lo so. Sto bene. Ma non è la stessa cosa della felicità.
Cosè allora?
Ci pensai.
Quando mi sveglio la mattina, il giorno è mio. Non devo seguire i bisogni degli altri. E mio. Sembra strano?
No, disse Silvia.
Tu pensi a te stessa?
Sì. Più di prima. Mi sono iscritta anche io a un corso di disegno. Acquerello. La domenica. Fabio inizialmente era contrario, ora si è abituato.
La guardai. Trentaquattro anni. Intelligente, un po riservata, sempre in ombra rispetto a suo marito, come io un tempo con Carlo.
Silvia. Non cè bisogno che tu ripeta la mia vita.
Non la ripeto. Imparo da te.
Da me? ero sorpresa.
Sì. Hai fatto una cosa che non avrei immaginato. Non ti sei arresa, non sei diventata acida, non sei venuta a vivere da noi per farti accudire. Hai solo iniziato a vivere. Diversamente. A cinquantotto anni.
Rimasi zitta.
Non sapevo che da fuori si vedesse così.
Così, mamma.
E dentro, sai come si vede? Fa paura. Quando realizzi che non sai metà delle cose su di te. Trentanni e non sai nemmeno dire quale sia il tuo colore preferito.
E ora?
Ora sì. Blu. Quello dellacquerello.
Silvia sorrise. Ci abbracciammo. Stretta, come aveva fatto Giovanna allinizio.
Sei brava, mamma.
Anche tu.
***
In estate Giovanna propose una vacanza in Sardegna. Dieci giorni, piccolo gruppo organizzato, ma con libertà.
Non sono mai andata via senza Carlo, confessai.
Lo so. Ed è il motivo giusto per andare.
Non sono fatta per zaini e tende.
Niente tende: bungalow, letti veri. Vieni?
Ci pensai tre giorni. Poi dissi sì.
La Sardegna era un altro mondo. Laghi in cui si specchiava il cielo, pini dritti come colonne. Un silenzio vivo fatto di vento, acqua, uccelli.
Portai con me lacquerello.
Dipinsi ogni mattina, vicino allacqua, mentre tutti dormivano. I miei lavori non erano perfetti, ma veri. Lo sentivo, non a parole ma da dentro.
Il quarto giorno al lago capii una cosa importante.
Non pensavo a Carlo. Per niente. Non perché mi sforzassi. Ma perché non cera più nulla da pensare. Storia chiusa. Nessun rancore, nessun perdono. Solo fine. Come un libro: lo chiudi e ne inizi un altro.
Nuovo, buono.
Giovanna mi raggiunse, guardò il mio foglio.
Bello, disse.
Davvero?
Davvero. Lo appenderei.
Guardai il dipinto: lago, pini, nebbia del mattino. Un po confuso, un po storto. Vivo.
Forse lo appenderò, risposi.
***
A settembre compii cinquantanove anni. Piccola cena in casa. Vennero Giovanna, la vicina Irene, ormai amica, e due del corso dacquerello. Silvia chiamò in video, mostrandoci i bambini che urlavano auguri, nonna con cartoline fatte a mano.
Li guardavo e pensavo: è così che devessere. Niente silenzi composti o tabella di marcia. Un po’ confusione, un po’ disordine, ma tutto vero.
Marco mandò dei soldi e un messaggio: Auguri, mamma. Ci vediamo presto. Sorrisi. Marco è così.
Giovanna alzò il bicchiere.
A Margherita. La donna che in un anno è diventata se stessa.
Sono sempre stata me stessa, dissi.
Non sempre, rispose lei. Ora sì.
Non replicai. Forse aveva ragione.
***
A ottobre appesi nella cornice il mio acquerello sardo, sopra al divano in salotto.
Prima cera una stampa grande scelta da Carlo. Qualcosa di neutro, senza carattere. L’ho tolta e riposta in cantina. Poi ho appeso il mio quadro.
Da lì davanti, pensai: non è perfetto. Però è mio. Lho dipinto io, lho visto io, lho sentito io.
E forse è proprio questo il valore. Non che sia bello, ma che sia tuo.
Restai a guardarlo un po. Poi squillò il telefono. Numero sconosciuto.
Pronto?
Margherita? Sono Matteo, della scuola di lingue. Aveva lasciato il numero. Iniziamo il club di conversazione, tutti i mercoledì. Pratica, niente grammatica. Se la interessa.
Guardai il quadro. Lago blu, nebbia mattutina.
Mi interessa, dissi. Mi segni.
Novembre arrivò silenzioso. Tornando dal francese avevo con me un libro, un romanzo francese preso a caso, dallistinto e dalla copertina.
Sotto casa, sulla panchina, Carlo.
Non lo vidi subito. Passai di lì, lo notai appena più in là, il bavero alzato, laria di chi aspetta da tempo, nervoso.
Ciao, disse.
Ciao, risposi. Senza stupore né paura. Solo così.
Posso parlarti?
Esitai. Poi annuii.
Saliamo a casa. Tolsi il cappotto, lo misi a posto. Offrii tè. Rifiutò. Si mise sul divano. Guardò lacquerello sopra di lui.
Lhai fatto tu?
Sì.
Bello.
Grazie.
Restò zitto, guardando il disegno. Poi:
Margherita. Io non ci sono riuscito.
Attesi. Non dicevo nulla.
Cristina lei è diversa, più giovane. Pensavo di avere bisogno di una vita nuova. Ma era solo stanchezza. Non con te. Con me stesso, letà lasciò la frase in aria. Tu non hai mai chiesto nulla, nemmeno il perché.
Non era affar mio.
Forse no. Mi guardò. Sei diversa. Sei proprio diversa.
Lo sono, risposi.
Non so come spiegare. Credevo tu fossi solo… lì, accanto. Che saresti rimasta sempre.
Carlo, presi il libro in mano, il romanzo. Lo tenni un attimo. Ora leggo in francese. Piano, con il dizionario. Ma leggo. Dipingo. Vado in Sardegna. Ho il gruppo di conversazione. Dormo con la finestra spalancata perché mi piace. Mangio cosa voglio io. Pausa. Non sono arrabbiata con te. Anzi, mi hai dato tanto: casa, figli, una vita. Ma mi hai insegnato anche unaltra cosa. Che per tanto tempo non ho vissuto davvero la mia vita. E anche questo conta.
Torneresti? chiese piano. Strana domanda. Anche lui lo capiva.
Guardai lui. Poi il mio quadro. Lago blu, nebbia, il mio sorbo.
Carlo, risposi. Ho cinquantanove anni. E da poco sento, davvero, di vivere. Davvero. Pausa. Prenditi un tè, se vuoi. Metto lacqua.
Mi alzai e andai in cucina. Guardai il cortile, il sorbo adesso spoglio. La vecchietta col cappotto indaco dava ancora da mangiare ai piccioni.
Silenzio dal salotto. Poi rumore del divano, poi passi.
Carlo sulla porta della cucina.
Marghe disse.
Mi girai.
Dimmi una cosa. Sei felice?
Lacqua sul punto di bollire, lieve sibilo. Il sorbo, fermo e scuro fuori dal vetro.
Sto imparando, dissi. Imparo ad essere felice. È più difficile di quanto sembri. Ma ci sto lavorando.
Mi guardava. Io guardavo lui. Due adulti, in una cucina che era stata di entrambi, ora solo mia.
È bello, disse infine. È molto bello, Marghe.
Lacqua iniziò a bollire.
***
Oggi, mentre scrivo, sento di avere imparato una cosa importante. Non conta quanto siamo stati comodi o utili per la vita degli altri. Conta scoprire la voce che abbiamo lasciato da parte. E darle spazio, finalmente. Anche a cinquantanove anni. Anche quando sembra tardi. Non è mai tardi essere la persona che volevi trovare dentro di te.



