Lucia, mi senti? La voce di Vittorio era piatta, quasi distaccata, come se stesse annunciando qualcosa di banale, del tipo “è finito il pane”.
Lucia stava alla finestra e guardava il cortile. Lì cresceva un vecchio sorbo che lei aveva piantato ventitré anni prima, lanno in cui si erano trasferiti in quella casa. Era diventato frondoso, pieno di sé. Chissà perché, proprio in quel momento, Lucia ci pensava.
Ti sento, disse.
Voglio che tu capisca bene. Non vuol dire che tutto vada male. È solo che… è andata così.
Lei si voltò. Vittorio era seduto al tavolo, le mani intrecciate come se fosse a una trattativa daffari. Aveva sessantuno anni. Un uomo robusto, ben vestito, con quella sicurezza un po da chi i soldi non sono più un problema. Lei conosceva quella faccia da ventisei anni. Sapeva come si accigliava prima di parlare, come tamburellava le dita quando era nervoso. Ora non tamburellava. Strano.
È andata così, ripeté, quasi per assicurarsi di aver sentito bene. Tutto qui?
Non far così, Lucia.
Così come?
Si alzò, fece qualche passo nella cucina. Grande, luminosa, con quella cucina su misura italiana che avevano scelto insieme otto anni prima. Lei allepoca voleva un color panna, lui aveva insistito sul bianco. Alla fine aveva ceduto. Cedeva spesso.
Non devo spiegarti niente disse lui. Ma lo faccio. Per rispetto.
Rispetto.
Sì. Abbiamo avuto una bella vita. Abbiamo tutto. I figli sono cresciuti. Io non voglio scenate.
Lucia sentì una fitta, qualcosa di pesante nel petto. Non dolore. Piuttosto quel tipo di stordimento che ti prende quando capisci qualcosa di grande, che non hai ancora fatto in tempo a elaborare.
Te ne vai, disse. Non chiese, lo enunciò.
Me ne vado, confermò lui. Non per sempre. Ho bisogno di tempo.
Tempo, ripeté ancora. Si accorse che lo faceva spesso, da un po. Come per darsi il tempo di capire davvero.
Vittorio fece per prenderle la mano. Lei si spostò appena, quasi impercettibilmente. Ma lui se ne accorse.
Non arrabbiarti, disse.
Non sono arrabbiata.
Lucia…
Non sono arrabbiata, Vittorio. Sto pensando.
Lui stette lì vicino qualche istante, poi annuì e uscì dalla cucina. Sentì che girava per la camera, lo sportello dellarmadio sbatteva. Stava preparando una valigia. Non tutto. “Non per sempre”, aveva detto. Lei tornò a guardare fuori. Gli uccelli erano già a beccare le bacche del sorbo. Vuol dire che linverno arriverà presto. Così diceva sua madre, che era morta sette anni prima. Lucia ancora ogni tanto pensava: devo chiamare mamma. E poi ricordava.
Aveva cinquantotto anni.
***
La sua amica Gabriella arrivò il giorno dopo, senza nemmeno chiamare. Solo un messaggio da sotto casa.
Dai, apri, sono qui sotto.
Gabi, sono ancora in pigiama.
Vestiti. Ti aspetto.
Gabriella Borselli la conosceva dalluniversità. Trentasette anni di amicizia, contando proprio tutto. Gabi era rumorosa, schietta, un po invadente. Tre anni prima aveva divorziato dal suo Andrea, aveva pianto tanto, poi dun tratto aveva smesso e aperto un piccolo negozio di articoli per il cucito. Guadagnava il giusto, ma si sentiva meglio di quanto non si fosse mai sentita negli ultimi dieci anni.
Bevvero tè insieme. Gabriella labbracciò forte appena entrò, di quelli veri, e a Lucia quasi venne da piangere, ma non pianse.
Racconta, disse Gabriella mentre versava il tè.
Lo sai già.
Voglio sentirlo da te.
Lucia raccontò, stringata, senza dettagli. Vittorio aveva detto che se ne andava. Non sapeva per quanto. Che aveva bisogno di tempo. Non gli aveva chiesto per chi. Non per mancanza di sospetti, ma perché se lo avesse chiesto, tutto sarebbe diventato reale. Finché taceva, restava quel fragile forse.
E proprio non hai chiesto a chi? Gabi la fissava decisa.
No.
Lucia…
Cosa?
Lo sai, vero, a chi?
Pausa. Qualcuno rideva in cortile. La vita scorreva imperterrita.
Lo immagino, disse Lucia. La sua assistente, Cristina. Trenta due anni.
Gabriella tacque. Poi, piano:
Da tanto?
Boh. Un anno? Forse di più. Notavo qualcosa. Ma non volevo pensarci.
Perché?
Lucia guardò la tazza tra le mani. Belle tazze, di quel servizio che avevano comprato a Praga dieci anni prima. Un viaggio felice. Vittorio allora scherzava, le teneva la mano sul ponte di Carlo.
Se inizi a pensarci, devi anche fare qualcosa, sussurrò infine Lucia. E io non sapevo cosa. Da ventisei anni non lavoro, Gabi. Capisci? Prima i figli, poi la casa… e poi è andata così.
Ti manteneva lui.
Sì. Io mi occupavo della casa, dei figli, dei suoi genitori quando stavano male. Ero… si fermò a cercare le parole, una parte della sua vita. Una parte importante. O almeno così credevo.
E ora non lo pensi più?
Penso di essere stata una parte comoda, disse Lucia calma, senza astio. La moglie comoda. Mai una lite. Sempre daccordo. Cucina bianca, non panna. Vacanze in montagna, non al mare. Cena alle otto, non alle sette. Tutto come voleva lui.
Gabriella la guardò e non disse nulla. Insolito per lei.
Sei arrabbiata? chiese infine.
No, non ora. Magari lo sarò, più avanti.
E adesso, invece?
Lucia si perse nei suoi pensieri. Fuori silenzio. Il suo sorbo sembrava immobile.
Sto cercando di ricordare cosa mi piace, a me davvero, disse piano. Oltre questa casa. Oltre la sua vita. E non mi viene in mente subito. Strano vero?
Gabriella le prese la mano. Tacque. E forse fu la cosa migliore.
***
La figlia telefonò dopo tre giorni. Martina viveva a Bologna con marito e figli. Aveva trentaquattro anni. Una donna pratica, tutta papà.
Mamma, papà mi ha detto tutto. Come stai?
Bene.
“Bene” non è una risposta.
Martina, davvero, sto bene. Sto pensando.
A cosa pensi? La voce della figlia aveva quella tensione che lasciava capire che aveva già scelto da che parte stare ma non lo diceva.
Un po’ a tutto.
Papà dice che è una cosa temporanea. Che avete… solo bisogno di una pausa…
Martina, la interruppe Lucia, calma ma ferma. Non voglio parlarne tramite te. Né tramite te né tramite Filippo. Sono cose tra me e papà, daccordo?
Pausa.
Va bene, rispose Martina. Poi aggiunse teneramente: Sei sola?
Sì. E sto bene.
Vuoi che venga?
Non serve. Quando avrò bisogno, te lo dico.
Spense il telefono e per qualche minuto rimase seduta. Suo figlio Filippo, che stava a Milano, non aveva ancora chiamato. Tipico di lui. Ha sempre evitato le conversazioni difficili, fin da bambino. Si nasconde dietro al mamma, dai, ho appena una riunione.
E lei capiva.
Si alzò, ripercorse lappartamento. Quattro stanze, corridoio grande, due bagni bei ampi. Tutto perfetto, ordinato. Sempre ordinato. I fiori alle finestre veri, mai di plastica. Tende cambiate a ogni stagione. In cucina profumo di qualcosa di buono, i sacchetti di lavanda fatti da lei negli angoli.
Una casa bella eppure estranea.
No, non estranea. Semplicemente come un museo. Tutto al proprio posto, ma senza un vero io dentro.
Si fermò davanti alla libreria. Sulla mensola centrale cerano i suoi libri. Non molti, perlopiù regali. Libri di cucina, qualche romanzo, un vecchio volumetto di poesia liceale pieno di orecchie. Lo prese, lo sfogliò a caso, lesse poche righe. Qualcosa si smosse, appena.
Non leggeva più poesie da almeno ventanni. Non cera mai tempo.
***
Vittorio la chiamò dopo una settimana. La voce un po colpevole, ma decisa. Una di quelle che dicono “ormai ho deciso”.
Lucia, dobbiamo parlare.
Dimmi pure.
Preferisco di persona.
Daccordo. Quando vuoi?
Lui tacque. Si aspettava scenate. Lacrime. Interrogativi. Lei niente di tutto questo.
Domani alle due? Passo io.
Va bene.
Arrivò puntuale. Comera sua abitudine. Lucia mise su il bollitore, tanto per occupare le mani.
Stai bene, disse lui quando si sedette.
Grazie.
Lucia, non vorrei che pensassi…
Vittorio, lo interruppe lei. Andiamo al sodo. Cosa vuoi dirmi?
Lui esitò, lo sguardo incerto.
Voglio il divorzio disse. Quello vero, ufficiale. Tanto ormai siamo adulti, inutile trascinare.
Va bene.
Solo così?
Sì. Non ti ostacolerò.
Lucia… La guardava come aveva sempre fatto quando voleva fare il padre premuroso, ma ora a lei sembrava unaltra cosa. Mi prenderò cura di te. Questa casa resta a te. E ti passerò i soldi. Non ti mancherà niente.
Mi passerai i soldi, ripeté. Ecco di nuovo la ripetizione. Magari una nuova abitudine, nata quei giorni.
Beh, sì. Non hai mai lavorato. Devi vivere di qualcosa.
Il bollitore fischiò. Lucia versò lacqua, senza fretta.
Vittorio, disse, posando le tazze, ti ricordi quando tua madre stava male? Per tre anni di fila. Ogni settimana ero lì. Le facevo le iniezioni, compravo le medicine, parlavo coi medici. Tu eri sempre impegnato.
Lo ricordo, certo.
E quando Martina aveva la seconda gravidanza, con tutte quelle complicazioni? Ho vissuto da loro un mese.
Lucia, dove vuoi arrivare?
Quando dici ti passo i soldi sembri uno che fa beneficenza. Come se io non avessi fatto nulla, come se fossi vissuta sulle tue spalle.
Lui sembrò ammutolire.
Non era quello che intendevo
Lo so cosa volevi dire. Volevi suonasse come una cosa generosa. Ma non siamo più ai tempi in cui sono solo la tua moglie da mantenere. Chiamiamo le cose col loro nome. Io ho lavorato in casa, coi figli, coi tuoi. E ho fatto pure bene.
Silenzio. Vittorio abbassò lo sguardo.
Non ho mai detto che non facevi abbastanza
Dicevi mi occuperò di te. Come fossi una bambina. Ma io, Vittorio, ho cinquantotto anni.
Si alzò, guardò verso la finestra, il sorbo nel cortile ancora rosso.
Hai ragione, disse piano. Hai ragione, Lucia.
Lei ci mise un po a capire che stavolta era sincero.
Parliamone coi nostri avvocati, aggiunse lui. Senza litigare.
Daccordo.
Lui prese il cappotto. Sulluscio si fermò.
Lucia. Io… si interruppe.
Basta così rispose lei. Non servono altre parole. Vai.
Uscì. Lei restò a lungo seduta. Poi mandò un messaggio a Gabriella: Abbiamo parlato. Divorziamo. Va tutto bene.
Gabriella rispose quasi subito: Brava tu. Vieni domani in negozio, ti faccio vedere i nuovi fili; tanto ti piaceva ricamare.
Lucia sorrise. Sì, le piaceva davvero ricamare. Era passato tanto tempo.
***
Le due settimane seguenti furono strane. Né brutte né belle. Semplicemente strane. Come se qualcuno lavesse tolta dalla sua cornice abituale e appoggiata da parte. Nessuna cornice, ma anche nessun posto dove andare.
Andò da Gabriella in negozio. Si chiamava Ago e Filo e si trovava sotto casa, pieni scaffali di tessuti, rocchetti di lana, tele per ricamo e mille filati. Lucia si aggirava tra le scaffalature, sfiorando i gomitoli. La morbidezza della lana mohair, il cotone, i fili di seta. Sentiva qualcosa sciogliersi lentamente.
Vieni, guarda Gabriella le mise in mano un telaio con la tela già tesa. Questa è facile, adatta per iniziare.
Ma io sapevo già.
Sapevi. Trentanni fa.
Non si dimentica mai.
Vediamo, fece Gabriella maliziosa.
Lucia comprò tela, fili e un set di aghi. A casa si mise seduta vicino alla finestra. Guardò a lungo lo schema, poi cominciò. I primi punti vennero storti. Disfece. Ricominciò. Pianissimo, più concentrata. Le mani si ricordavano.
Ricamò tre ore di fila senza accorgersene.
Era una sensazione nuova. Bella. Semplice, ma nuova.
***
Filippo la chiamò a fine ottobre, quasi un mese e mezzo dopo la rottura con Vittorio.
Mamma, ciao. Come va?
Bene. Tu?
Bene anchio. Ho parlato con papà
Filippo.
No, aspetta. Non sto dalla sua parte. Voglio solo sapere è vero che hai rifiutato il suo aiuto?
Non esattamente. Ho solo rifiutato che mi passasse i soldi come se fossero una paghetta.
Mamma, dai, è pratico. Tu non lavori.
Filippo, non ho ottantanni. Posso lavorare ancora.
E che vuoi fare?
Bella domanda, ci pensava spesso anche lei. Laccademia di teatro lasciata per sposarsi, ormai era passato. Ma adorava le lingue. Da giovane era fortissima in francese. Da qualche anno guardava film in lingua, capiva quasi tutto.
Non lo so ancora, rispose sincera. Qualcosa farò.
Basta che tu dica se serve una mano.
Lo farò, prometteva. Filippo. Sei un bravo figlio. Ma non devi salvarmi. Non sto affondando.
Una breve pausa.
Va bene, mamma. Chiamami.
Dopo la chiamata, andò a cercare i vecchi quaderni, una logora agenda con parole francesi. Sul frontespizio una calligrafia giovane, sicura. Quasi una sconosciuta. Forse, davvero era unaltra donna.
***
Lavvocato si chiamava Gennaro Passigli, anziano e pacato. Ascoltò Lucia, fece domande, annuì.
I suoi diritti, signora Lucia, sono ben protetti. I beni si dividono a metà. Lappartamento, la casa in montagna, i risparmi. Come preferite.
Io vorrei questa casa. Ci sono abituata. Lui stesso me lha proposta.
Allora a lui la casa in montagna o una compensazione.
Ci siamo messi daccordo, niente litigi.
Gennaro la guardò sopra gli occhiali.
Non capita spesso, disse.
Lo so.
Ci vorrà un mesetto per i documenti.
Uscì. Era una di quelle giornate di novembre fredde e grigie, senza ancora neve, con quella luce bassa e ferma. Lucia camminò a lungo per la città. Firenze. Quella Fiorentina in cui era nata, dove aveva incontrato Vittorio e passato tutta la vita. Sapeva dove trovare il pane migliore, dove crescevano gli alberi di mele selvatiche in qualche cortile, dove andavano i pettirossi dinverno.
Cera valore anche in quello. Piccole cose, ma sue.
Entrò in un bar. Piccolo, tranquillo, tavolini di legno. Ordinò un caffè e una fetta di torta di mele. Guardava fuori dal vetro. Non pensava a nulla. Semplicemente stava. Semplicemente beveva caffè.
E si accorse che non lo faceva da una vita. Stare. Senza lista delle cose da fare, senza orari decisi da altri.
Al tavolo accanto due signore ridevano, una con una sciarpa viola vistosa, laltra con occhiali tondi. Lucia le osservava e pensava: Ecco. Così si vive. Si ride. Si indossano sciarpe colorate.
Finì il caffè, lasciò la mancia, uscì nella città.
***
A dicembre fu Martina a chiamare. In un tono finalmente diverso.
Mamma, vengo da te a Capodanno. Da sola. Senza Lorenzo e i bambini. Va bene?
Certo che sì. E loro?
Dai suoi genitori. Ho detto che stavolta vengo da te. Un attimo di esitazione. Mamma, allinizio ho sbagliato. Avevo solo la testa di come aggiustare tutto tra te e papà. Pensavo potessi perderti, che non saresti riuscita da sola. Che papà risolvesse tutto, che tu fossi… si bloccò.
Nellombra?
Ecco, più o meno. Ma invece non ti sei persa. E per me… mi ha cambiata anche dentro.
In che senso?
Ho iniziato a pensare a me stessa. Non a Lorenzo, non ai figli, proprio a me. Sembra egoista.
No, non lo è.
Davvero?
Davvero. Martina, si chiama imparare a conoscersi.
Parlarono ancora per unora. Dei figli di Martina, del suo lavoro, del desiderio di imparare a disegnare, mai trovato il tempo. Lucia ascoltava e sentiva qualcosa di caldo, non orgoglio. Forse riconoscersi. Vedere in un altro la persona che vorresti essere tu.
***
Martina arrivò il ventinove dicembre. Portò vino, formaggi, ciabatte buffe. Addobbarono lalbero ascoltando vecchie canzoni, Lucia pasticciava con Spotify, Martina rideva e lei rideva con lei.
Era bello. Veramente bello.
A Capodanno invitarono Gabriella. Lei arrivò con i suoi cantucci e un barattolo di carciofini sottolio fatti in casa. Rimasero tutte e tre a tavola, vino, chiacchiere. Non parlavano di Vittorio. Di viaggi, piuttosto. Gabriella sognava la Sicilia, Martina sognava il mare, Lucia disse che voleva andare a Parigi.
Parigi? Gabriella la fissò.
Sì, studiavo francese. Voglio vedere se ricordo ancora qualcosa.
Da sola?
Forse sì. O con qualcuno. Vediamo.
Martina la guardò a lungo. Poi sorrise.
Sei cambiata, mamma.
Sei la seconda che me lo dice.
Il primo era papà?
Già.
E come suonava, sulle sue labbra?
Lucia ci pensò su.
Come unaccusa. Come se violassi delle regole.
E ora?
Ora sembra un complimento.
Gabriella alzò il bicchiere.
Alle donne che cambiano le regole, disse.
E brindarono. I primi botti di Capodanno esplosero fuori dalle finestre. Lucia guardò e pensò che, per la prima volta in tanti anni, stava iniziando qualcosa di suo. Solo suo.
***
A gennaio si iscrisse a un corso di francese. Piccola scuola di lingue a due passi da casa. Compagni di ogni età: due studenti universitari, una signora che preparava il trasferimento, un vecchio signore che sognava di leggere Stendhal in lingua originale.
È bello, disse il giovane insegnante, Antonio, stupito dalla varietà della classe.
Tutto è bello quando lo si fa per sé, rispose il signore con aria solenne.
Lucia annuì in silenzio.
Allinizio era dura. Ricordava più del previsto, ma la grammatica sfuggiva. Sbagliava, perdeva il filo. Non era abituata a fallire, a imparare da zero.
Alla terza lezione Antonio la fermò.
Lucia, ha una prenuncia perfetta. Da dove viene?
Liceo, tanti anni fa.
Continui. Conta più di quanto sembra.
Camminando verso casa, ci pensava su. Buona pronuncia. Era sempre stata dentro di lei. Nessuno però laveva mai notata.
***
I documenti si firmarono a febbraio, senza grandi discorsi, in uno studio legale. Vittorio sembrava stanco. Lei, a giudicare dai suoi occhi, irriconoscibile.
Come stai? chiese nel corridoio.
Bene.
Davvero?
Sì.
Lui la fissava, e Lucia riconosceva in quello sguardo nuova smarritezza.
Fai qualcosa ora? Gabriella mi ha detto
Studio francese. E anche acquerello.
Acquerello? Ma tu non hai mai dipinto
Mai. E ora inizio.
Lui annuì, si mise il cappotto. Sulluscio si fermò.
Lucia. Io… di nuovo si bloccava come quella volta.
Vittorio, lo interruppe. Sei una brava persona. Ma non siamo fatti più luno per laltra. O forse lo eravamo a modo nostro. Stammi bene.
Lui la fissò, poi se ne andò.
Lei restò nel corridoio, guardando fuori. Febbraio, neve, gente che corre. Un giorno normale. Dopo ventisei anni, era divorziata. Doveva essere qualcosa di più… plateale. Invece era solo silenzioso.
Uscì in strada. Nellaria odore di neve e qualcosa di fresco. Alzò il viso. I fiocchi, minuscoli, si scioglievano subito sulla pelle.
Camminò verso casa. Piano. Passando attraverso il parco.
***
Con lacquerello era peggio che col francese. I colori colavano, le sfumature sembravano marroni, la carta si piegava. Linsegnante, Silvia Martini, una signora con le dita perennemente impiastricciate, la osservava placida.
Non dominare la pittura, diceva. Devi fidarti. Lasciala andare.
E poi?
Lei fa da sola.
Lucia provava. Allinizio usciva tutto male. Poi un po meglio. I fogli li teneva in una cartelletta. Imperfetti, sghembi, spesso strani. Ma suoi. I suoi blu, i suoi alberi storti, i suoi tentativi.
Un giorno Silvia si avvicinò, guardò il suo foglio. Cera un acquerello con il sorbo fuori dalla finestra. Bacche rosse, rami scuri, il cielo grigio.
Questo è vero, disse Silvia.
È storto.
Storto e vero non si escludono.
Lucia guardava il sorbo. La pianta del cortile era diversa. Ma quella era la sua. Quella che sentiva.
Una differenza sottile, ma enorme.
***
In primavera vennero a trovarla Martina, i bambini e Lorenzo. Una settimana insieme. La sera, Lucia e Martina restavano in cucina a parlare. Lorenzo guardava la TV, i bambini dormivano.
Sei felice? chiese Martina una sera.
Domanda difficile.
Perché?
Perché prima pensavo di saperlo. Bella casa, famiglia, tutto a posto. Ora… io non so. Sto bene. Non è la stessa cosa.
E cosa è?
Lucia pensò.
È quando la mattina ti svegli e la giornata è tua. Non dell’agenda di qualcun altro. Non delle esigenze altrui. Tua. Suona strano?
No, disse Martina. Non suona affatto.
Pensi a te stessa?
Sì, più di prima. Ho iniziato anchio un corso di acquerello. Come te.
Davvero?
Davvero. La domenica. Allinizio Lorenzo era perplesso, ora ci ha fatto labitudine.
Lucia guardava la figlia. Trentaquattro anni. Intelligente, riservata. Sempre un po dietro il marito concreto. Come Lucia era stata dietro al suo.
Martina, disse. Non sei obbligata a ripetere la mia storia.
Non la ripeto. Sto imparando da te.
Da me? Lucia stupita.
Sei riuscita a fare ciò che pensavo impossibile. Non ti sei spezzata. Non hai fatto la vittima. Non sei venuta a vivere da noi per farti mantenere. Hai hai ricominciato a vivere. Nuova. A cinquantotto anni.
Lucia taceva.
Non credevo apparisse così, da fuori.
Ma sì. Proprio così.
Da dentro fa paura. Soprattutto dopo, quando ti rendi conto che metà di te non la conosci. Che dopo trentanni non sai nemmeno dire qual è il colore che preferisci.
Ora lo sai?
Sì. Il blu. Quello degli acquerelli.
Martina sorrise. Restarono abbracciate, strette strette, come aveva fatto Gabriella allinizio.
Sei brava, mamma.
Anche tu.
***
Destate Gabriella propose: “Andiamo in Trentino, dieci giorni, con un gruppetto. Niente tende, ci sono bungalow comodi. Esci mai da sola, senza Vittorio?”
Mai.
Appunto, per quello.
Gab, non sono abituata a zaini e scarponi.
Si vive una volta sola! Vieni?
Lucia ci pensò su tre giorni. Poi disse sì.
Il Trentino era un altro mondo. Laghi in cui si specchia il cielo, abeti alti come colonne, silenzio pieno di voci dacqua, vento, uccelli.
Lucia portò con sé lacquerello. Dipingeva ogni mattina. Le sue immagini erano imperfette, ma vere. Sentiva che, davvero, dentro stava succedendo qualcosa.
Al quarto giorno, seduta vicino al lago, si rese conto che non pensava più a Vittorio. Non era una scelta. Era che non cera più nulla da pensare. La storia era finita. Senza odio e senza perdono. Come quando si chiude un libro e se ne prende un altro.
Era una sensazione nuova. Buona.
Gabriella si avvicinò, sbirciò il foglio.
È bellissimo.
Davvero?
Davvero. Lo appenderei.
Lucia guardò il foglio. Lago, abeti, un po di nebbia. Un po storto, un po sfocato. Vivo.
Forse lo appendo davvero, disse.
***
A settembre fece cinquantanove anni e organizzò una cenetta. Cerano Gabriella, la vicina Irene con cui aveva legato allinizio dellanno e due del corso di acquerello. Martina chiamò in video, i bambini urlavano auguri nonna! sventolando disegni pasticciati.
Lucia sorrise guardando quel caos allegro. E pensava: ecco. È così che dovrebbe essere. Non silenzioso, formale. Ma rumore, confusione, vita.
Filippo mandò un bonifico con un messaggio: “Mamma auguri, a breve passo!”. Lucia sorrise. Filippo era sempre lui.
Gabriella alzò il bicchiere.
A Lucia. Alla donna che in un anno è diventata se stessa.
Lo sono sempre stata, obiettò Lucia.
No, disse Gabriella. Solo ora.
Lucia tacque. Forse aveva ragione.
***
A ottobre appese al muro lacquerello del Trentino. In cornice. Sopra il divano in salotto.
Prima cera un quadro scelto da Vittorio. Una cosa neutra, nessun carattere. Lucia lo tolse e lo mise in ripostiglio. Poi appese il suo.
Guardandolo pensava: non è perfetto. Ma è mio. Lho dipinto io. Quello è il mio lago, come lo ho visto io.
Ecco, forse è questo avere valore. Non quello che è bello per gli altri, ma quello che è proprio tuo.
Restò a guardare il quadro. Poi telefonò. Numero sconosciuto.
Pronto?
Lucia Castelli? Sono Antonio, della scuola di lingue. Aveva lasciato il suo numero. Mercoledì iniziamo un club di conversazione, solo francese, solo chiacchiere, niente grammatica. Se le interessa.
Lucia guardò il quadro, il lago blu.
Sì, mi interessa. Mi iscriva pure.
Novembre arrivò in punta di piedi. Lucia tornava dal corso di francese con una busta in mano, dentro un romanzo preso in libreria, scelto a caso, a istinto.
Sotto casa trovò Vittorio.
Lo vide solo da vicino. Era di lato, col bavero alzato. Aspettava da un po, si capiva che era agitato.
Ciao, disse lui.
Ciao, rispose lei. Niente sorpresa, niente paura. Solo ciao.
Posso parlarti?
Pensò una manciata di secondi. Poi disse:
Sì. Saliamo.
Arrivarono su. Lucia si tolse il cappotto, lo mise nellarmadio. Offrì un tè, lui rifiutò. Si sedette sul divano. Guardò lacquerello alle sue spalle.
Lhai fatto tu?
Sì.
Bello.
Grazie.
Lui fissava il quadro. Poi:
Lucia… Non ce lho fatta.
Lei aspettò. Senza facilitargli le parole.
Cristina… È più giovane, diversa. Credevo di aver bisogno di una vita nuova. Invece… ero solo stanco. Non di te, di me. Della mia età, di tutto. Si fermò. Tu però non hai mai chiesto nulla. Niente.
Non era affar mio.
Forse no. La guardò. Sei davvero diversa adesso.
Diversa, annuì Lucia.
Non riesco a spiegarmi. Davo tutto per scontato di te. Che ci saresti sempre stata.
Vittorio, disse Lucia, con voce gentile ma ferma, cosa vuoi da questa conversazione?
Lui la fissava. Poi abbassò gli occhi.
Non lo so. Solo dirti che avevo torto. Non capivo cosa avevo accanto.
Silenzio.
Fuori autunno avanzato. Il sorbo ormai spoglio, ma lalbero stava lì, saldo.
Sento quello che dici. Grazie.
Tutto qua?
Lei guardava quelluomo che per ventisei anni era il suo mondo, e adesso era lontano.
Vittorio… prese il romanzo francese. Adesso leggo in francese, lenta ma vado avanti. Dipingo, sono stata in Trentino, frequento il club di conversazione, dormo con la finestra aperta che mi piace, cucino solo per me e come piace a me. Si fermò. Non sono arrabbiata, giuro. Mi hai dato molto. Una casa, figli, anni. Ma mi hai insegnato anche questo: che ho vissuto troppo con il pilota automatico, secondo la vita di qualcun altro. E questo, ora, conta.
Tornerai? chiese lui piano. Strana domanda.
Lucia lo guardò. Poi il lago blu al muro. Il suo sorbo.
Vittorio… Ho cinquantanove anni e, per la prima volta dopo tanto, sento di vivere davvero. Pausa. Se vuoi del tè, te lo preparo.
Si alzò per andare in cucina. Guardava fuori, la pianta ormai nuda e quella vecchia signora col cappotto blu che tornava a nutrire i piccioni.
Dietro di lei, silenzio. Poi il divano scricchiolò. Passi.
Vittorio comparve sulla porta della cucina.
Lucia… iniziò.
Lei si voltò.
Dimmi solo una cosa. Sei felice?
Il bollitore cominciava a sibilare. Il sorbo, scuro e diritto, oltre il vetro.
Ci sto lavorando, rispose lei. Non è facile come sembra. Ma ci provo.
Si guardarono. Due adulti in una cucina che era stata di entrambi, ora solo di lei.
È bello disse lui infine. È proprio bello, Lucia.
Il bollitore arrivò a bollore.




