La rivolta tardiva

Ribellione tardiva

Ti rendi conto di quello che stai facendo? la voce di Laura era controllata, quasi monotona, e proprio questa calma era più temibile di qualsiasi grido. Capisci cosa significa per tutti noi?

Giovanna era ferma alla finestra e guardava fuori. Una pioggia fine bagnava il marciapiede; i passanti correvano sotto gli ombrelli senza guardarsi lun laltro.

Capisco cosa significa per me, disse infine.

Per te. Laura ripeté quella parola misurandola quasi con la mano. Sempre così, per te. E noi?

Siete adulti.

Mamma, hai sessantuno anni.

Lo so bene quanti anni ho.

Laura si lasciò cadere sul vecchio divano, portato lì ancora dalla casa precedente, della vita precedente. Giovanna lo fissò: quante volte avrebbe voluto buttarlo via e non lha mai fatto. Per abitudine. Perché dispiaceva. Sembrava quasi che buttare il divano fosse come gettare via qualcosa di vivo.

Hai pensato almeno a cosa dirà la gente? chiese la figlia.

No, rispose Giovanna. Non ci ho pensato.

Ed era la verità.

***

Tutto era iniziato a marzo, quando Giovanna Moretti, ex insegnante di italiano e letteratura, ormai pensionata con un piccolo impiego presso il laboratorio creativo della biblioteca comunale, era andata a trovare unamica a Orvieto per il fine settimana.

Amica sua, Vera, viveva ad Orvieto da otto anni. Si era trasferita lì dopo essere rimasta vedova: aveva comprato una piccola casa ai margini della città, aveva fatto un orto e, secondo lei, aveva finalmente cominciato a respirare. Giovanna la visitava una volta lanno, di solito destate, ma questa volta qualcosa era cambiato. Qualcosa dentro le disse: «Vai ora. Non a giugno. Ora».

Marzo, ad Orvieto, era umido e silenzioso. Ancora qualche chiazza di neve nei punti dombra della collina, mentre nei posti più esposti si vedeva già la terra nera. Le cupole delle chiese riflettevano un cielo pallido. Giovanna camminava per una stretta strada e pensava che da tempo non sentiva quel tipo di silenzio. Non vuoto, proprio silenzio. Capì la differenza solo lì.

Vera la accolse sulla soglia con ai piedi delle pantofole soffici e il vecchio piumino.

Finalmente, disse. Ho già scaldato le polpette.

Sedute in cucina, a bere tè, Vera le raccontava dei vicini, dellorto e del suo prossimo regalo: una capretta.

Una capra? Giovanna alzò un sopracciglio.

Certo. Latte fresco, formaggio fatto in casa. Ho letto, non è mica così difficile.

Vera, tu una capra non lhai mai vista da vicino.

Proprio per questo sarà interessante conoscerla, rise Vera rabboccando il tè. E tu? Sei diventata grigia ultimamente Scusa, ma si vede.

Giovanna guardò le sue mani. Mani normali, ormai segnate dalle vene.

Sto bene.

Bene non è una risposta. È successo qualcosa?

Non è successo niente. È tutto come al solito.

Ed è proprio questo il problema, disse Vera. Quando tutto è come sempre, questo è il problema.

Giovanna tacque. Fuori il cielo assumeva già il blu della sera, e in fondo alla strada si accendeva il primo lampione.

Il giorno dopo, Vera la trascinò al mercato. Non un supermercato, quello vero: quello con le signore dietro i banchi di ortaggi sottaceto e calze di lana fatte a mano. Proprio lì, davanti ai funghi secchi, Giovanna vide Nicola.

Allinizio non lo riconobbe. Erano passati quasi trentacinque anni e molto era cambiato. Ma il modo in cui portava la testa, le mani nelle tasche quello no. Si fermò.

Anche lui si fermò.

Gio Giovanna? chiese, incerto.

Nicola.

Fu tutto ciò che si dissero per un minuto. Poi Vera, con discrezione, si dileguò verso le calze, lasciandoli lì, tra lodore di funghi e di terra umida.

Vivi qui? domandò Giovanna.

Da due anni. E tu?

Sono ospite. Sono venuta a trovare Vera.

Capisco.

Ancora silenzio. Ma non era imbarazzo, era altro. Come se tutti e due capissero che non cera nessun motivo per avere fretta.

Non sei cambiata, disse lui.

Non è vero.

Va bene, solo un po.

Giovanna rise. Non se lo aspettava, quel riso.

***

Nicola Sartori era stato suo compagno duniversità. Non un amico stretto, non lamore, solo uno della stessa classe: insegnamento, cinque anni insieme. Poi ciascuno per la propria strada. Lui trasferito in unaltra città, lei rimasta, sposata, con figli. Aveva saputo vagamente che anche lui aveva una figlia. Nulla più.

Ed eccolo lì, davanti ai funghi, a guardarla.

Decisero di ritrovarsi quella sera stessa in un piccolo bar lungo il corso. Vera non fece una piega.

Ma vai, disse. Io tanto guardo la serie tv. E non farmi quella faccia, non sto tramando niente.

Non penso che tu trami niente.

Invece sì che lo pensi. Dai, vai.

Nel bar era quasi vuoto: tavoli di legno, lampade dalla luce calda, foto in bianco e nero di Orvieto appese ai muri. Presero tè e una torta di mele e parlarono. A lungo, passando in rassegna i vecchi amici, ridendo delle cose che a ventanni sembravano fondamentali.

Poi lui disse:

Mia moglie è mancata tre anni fa.

Mi dispiace, disse Giovanna.

Succede. Forse ci si abitua; non è nemmeno lespressione giusta. Si impara a vivere diversamente.

Ti capisco.

E tu?

Giovanna avvertì lesitazione su cosa rispondere. Suo marito, Vittorio, laveva lasciata nove anni prima per unaltra donna, con poche spiegazioni: un mattino arrivò e disse che era andata così. Lei a lungo si era chiesta dove avesse sbagliato, consumando i ricordi come grani di un rosario. Poi smise di chiederselo, ed iniziò semplicemente a vivere. Figli, nipoti, laboratorio in biblioteca, Vera a Orvieto una volta lanno.

Dipende dai giorni, rispose.

Lui annuì, senza insistere. Ed era bello anche così.

***

Tornata a casa, a Siena, Giovanna pensò che era stato solo un incontro piacevole. Due ex-compagni, qualche ora insieme, nulla più.

Ma una settimana dopo Nicola le scrisse su WhatsApp. Laveva cercata tramite Vera. Ciao! Tutto bene? Sei arrivata?

Lei rispose. Cominciarono a scriversi. Allinizio raramente, poi ogni giorno. Strano, lei non era certo una tipa da chat: Laura, sua figlia, la rimproverava che non rispondeva mai in tempo, che lasciava i messaggi lì per ore. Con Nicola invece, si sorprendeva ad aspettare una risposta.

Scriveva in modo semplice, senza fronzoli. Raccontava della sua vita a Orvieto, del lavoro come restauratore, che si occupava di affreschi. Le chiedeva del laboratorio coi bambini, dei nipoti. Le inviava a volte foto: una chiesetta sui tetti, un gatto sul davanzale, un bicchiere di tè su un tavolo scuro.

Laura se ne accorse dopo un mese.

Mamma, sempre col telefono in mano!

Leggo.

Dicevi che rovina gli occhi.

Allora mi sbagliavo.

Laura la fissò strano, ma non chiese altro.

Ad aprile, Nicola propose di venire a Siena.

Ho delle cose da sbrigare in laboratorio qui in città, scrisse. Se non ti dispiace, perché non ci vediamo?

Se non ti dispiace. Giovanna sorrise. Uomo serio, cauto.

Vieni, rispose.

Si trovarono in Piazza del Campo. Il vento, freddo, ma già di primavera, portava lodore delle torte e del caffè dai locali. Giovanna indossava il cappotto buono, grigio, appena comprato.

Lui era lì, appoggiato alla balaustra, che fissava la piazza. Quando Giovanna arrivò, si voltò. Il viso segnato dal sole, mani in tasca, come quella mattina al mercato.

Ciao.

Ciao.

Camminarono lungo via di Città, parlando come sempre, di tutto. Di restauri, di bambini. Giovanna raccontò come un ragazzino di otto anni aveva scritto un tema su come i libri siano come finestre, ma al contrario: non si guarda fuori, ma dentro. Nicola si fermò.

Giustissimo, disse. Otto anni, hai detto?

Otto. Ragazzo intelligente.

Sai lavorare con i ragazzi. Si sente.

Perché lo dici? Non li hai mai visti.

Perché ne parli come si parla solo delle cose importanti.

Giovanna lo guardò. Lui guardava la piazza.

Poi presero un caffè in un bar, seduti a parlare senza fretta, senza conti da fare o giustificazioni da dare. Era una sensazione buona, quasi dimenticata.

Alla fine lui disse:

Vorrei tornare, se non ti dispiace.

Non mi dispiace, rispose lei.

***

Laura se ne accorse a maggio. Non perché Giovanna gliene avesse parlato, ma per un caso: chiamò fuori orario, la madre era uscita, non rispondeva. Quando richiamò, la trovò confusa. Laura capì.

Dove sei stata?

A passeggio.

Da sola?

Pausa. Una, breve. Ma Laura sapeva ascoltare i silenzi.

No.

E così partì il confronto. Allinizio cauto, poi sempre più diretto.

Chi è?

Un compagno delluniversità. Te lho detto, ci siamo rivisti a Orvieto.

Avevi detto di aver incontrato un conoscente.

Appunto.

Mamma, hai capito

Lo so quanti anni ho, Laura.

Silenzio.

Cosa vuol dire questo? Solo passeggiate?

Per ora sì. Solo passeggiate.

Per ora, ripeté la figlia.

Giovanna non spiegò. Alcune cose non si spiegano perché non ci sono parole: o suonano troppo serie, oppure troppo banali.

Il figlio, Matteo, reagì diversamente. Viveva a Milano con la moglie e i bambini, chiamava ogni tanto. Quando Giovanna, con tranquillità, gli disse che aveva conosciuto una persona, ci fu un attimo di silenzio.

È normale?

Normalissimo.

Ok, disse lui.

Basta, tutto lì. Giovanna ci pensò a lungo: meglio così o come Laura? Non si decise mai.

***

Lestate passò in un ritmo nuovo. Nicola veniva a Siena, lei andava a Orvieto. Mercati, musei, bar. Un giorno le mostrò il suo laboratorio: una stanza alta, odore di olio e legno antico. Icône e affreschi spostati lungo le pareti, alcuni scuri e consumati, altri puliti e brillanti.

Non hai paura a maneggiare queste cose così antiche? chiese lei.

No, anzi. È bello sapere che questi oggetti sono stati prima di te e saranno dopo di noi.

Credi?

Pensò un attimo.

Non so che parola usare. Ma sento che è importante. Non perché lo dice qualcuno.

Giovanna guardò unimmagine che stava restaurando. Il viso tenue, sereno.

Mio marito diceva che perdevo tempo col laboratorio, le uscì. Diceva che per quei soldi non ne valeva la pena.

E tu?

Ho finito per pensare che avesse ragione. A lungo. Quasi fino alla pensione.

Nicola non rispose, la guardò solamente. Era bastato.

Quella sera, seduti in cucina a bere tè, Giovanna si ritrovò serena come non mai. Non che mancassero i problemi: Laura quasi non chiamava quando lei era a Orvieto. Un silenzio dimostrativo. E la nipote Sofia, di otto anni, le aveva chiesto al telefono: Nonna, quando torni? e il tono le aveva fatto venire un pungolo di colpa. Acuto, familiare.

Ma quella sera, in quella piccola cucina, quel pungolo sembrava più lontano.

Hai mai pensato di trasferirti? domandò improvvisamente Nicola.

Giovanna alzò la testa.

Dove?

Qui, Orvieto. O altrove. Di cambiare.

Lui parlava guardando la sua tazza.

Vuoi chiedermi di?

Non chiedo nulla in particolare. Solo chiedevo se ci hai pensato. In generale.

Rimase in silenzio.

No, non ci ho mai pensato. O meglio, ci pensavo una volta. Ma mi sembrava impossibile.

Perché, impossibile?

I figli. I nipoti. La casa. Anche il laboratorio, seppur piccolo. È tutto qui.

I figli sono grandi.

Questo non cambia.

Annuì.

Hai ragione. Era solo una domanda.

Solo una domanda. Ma ora quella domanda restava lì, piantata dentro, come una pietra che non si scansava più.

***

In agosto Laura arrivò a Siena senza preavviso, un sabato, con una borsa e le labbra strette.

Bevvero il tè, Laura fissava la finestra. Poi chiese:

Fai sul serio?

Cosa?

Con lui, con tutto questo.

Non lo so, rispose Giovanna, onesta.

Non ti sembra un po strano? Alla nostra età?

Cosa intendi, la tua o la mia età?

La nostra. Letà della nostra famiglia. Papà è ancora vivo, lui

Tuo padre vive con unaltra donna, da nove anni, Laura.

Ma siete stati sposati trentanni.

Questo cambia, disse con calma Giovanna. Cambia tutto.

Laura scostò la tazza.

E Sofia? Hai pensato cosa capirà?

Sofia ha otto anni.

E capisce tutto.

Capirà quello che le spiegheremo.

E cosa le spiegheremo?

Giovanna guardò la figlia. Laura era identica al padre: linea retta della bocca, sopracciglia scure. Da bambina era un dolce ricordo. Ora ci vedeva altro, qualcosa che non sapeva definire.

Diremo che la nonna ha conosciuto una brava persona. Basterà.

E poi?

E poi si vedrà.

Si vedrà, Laura andò alla finestra. Lo dici sempre, quando vuoi evitare il discorso.

No, replicò Giovanna. Lo dico quando davvero non so cosa succederà dopo. È la risposta più sincera che posso darti.

Laura rimase in silenzio a lungo. Poi, piano, quasi senza rimprovero:

Ho paura che tu ti penta.

Potrei pentirmi anche di ciò che non avrei fatto.

La figlia si voltò.

Filosofia. Ma non mi aiuta.

Non aiuta neanche me, Laura. Ma ci convivo.

Laura prese il treno quella sera. Si abbracciarono a lungo: un abbraccio caldo e insieme teso, come se ognuna avesse paura che qualcosa potesse rompersi.

***

Settembre arrivò freddo e deciso. Sei anni prima Giovanna era andata in pensione, ma il percorso in biblioteca la teneva attiva. I ragazzi arrivavano il martedì e il venerdì, leggevano, disegnavano, facevano teatro. Era una stanzetta con scaffali bassi, vecchie cuscinerie.

La direttrice della biblioteca, Tamara, sessantacinque anni, sapeva di Nicola. Non perché Giovanna lavesse raccontato, ma perché vedeva che era cambiata: più concentrata su se stessa. Non in senso negativo; semplicemente aveva qualcosa di suo.

Stai vivendo qualcosa, disse Tamara un giorno, asciutta.

Sì, ammise Giovanna.

Qualcosa di buono?

Non ne sono certa.

Va bene così, ribatté Tamara. Limportante è vivere qualcosa. Sennò sembriamo fiumi che scorrono e non sanno dove.

Giovanna rise.

A settembre Nicola propose di andare insieme a Bologna, per una mostra di manoscritti antichi. Giovanna accettò. Presero due camere distinte in una pensione piccola, visitarono musei, passeggiarono. Una sera, a cena sulle rive del Reno, Nicola disse allimprovviso:

Voglio che tu sappia una cosa.

Cosa?

Io non ho fretta. Non metto pressione. Se senti pressione, non viene da me.

Giovanna lo guardò.

Lo so.

Voglio che tu lo capisca, non per cortesia, ma come verità. Ho sessantatré anni, non sono più un ragazzo che aspetta qualcosa di preciso e ci resta male se non succede. Io sono solo contento tu ci sia.

Lei non rispose subito. Fuori, il fiume e le luci.

È difficile da accettare, disse infine.

Perché?

Perché sono abituata che dietro le parole cè sempre unaspettativa. Una condizione.

Qui non ci sono condizioni.

Capisco. È solo che ci ho fatto il callo a un altro modo.

Annuì. Finirono il vino, passeggiarono. Era freddo, Giovanna si sollevò il bavero del cappotto. Camminavano senza appoggiarsi, solo fianco a fianco, così, come andava bene.

***

Ottobre portò il confronto che Giovanna attendeva e temeva.

Chiamò lei. Appena Laura rispose, disse:

Devo dirti una cosa. Nicola mi ha proposto di trasferirmi a Orvieto. Vivere insieme. Ci sto pensando.

Un lungo silenzio.

Fai sul serio.

Sì.

Vi conoscete da sette mesi.

Otto.

Mamma! Otto mesi! Capisci cosa significa?

Capisco. Sono otto mesi.

È nulla! Non sai niente di lui!

So abbastanza.

Cosa? Che ti piace? Che stai bene con lui? Le persone cambiano, mamma! Tutto cambia!

Laura.

Cosa?

Anche tuo padre è cambiato. Siamo stati sposati trentanni.

Silenzio.

Non è giusto, disse Laura, piano.

Non voglio essere ingiusta. Voglio solo essere onesta. Con te e con me stessa.

Poi fu il turno di Matteo. Chiamò la sera, evidentemente Laura aveva già parlato con lui.

Mamma, vuoi davvero trasferirti?

Ci sto pensando.

Come sta messo lui? È a posto?

Una brava persona. Lavora, tiene tutto in ordine. Casa piccola ma accogliente.

Metti in affitto la casa?

Certo. Non la vendo.

E se vuoi tornare?

Matteo.

Cosa cè di male? È una domanda lecita.

Se serve, torno. Ma non voglio partire pensando subito al fallimento. Posso provarci senza se succede?

Silenzio.

Ok, disse lui. Però chiamaci più spesso.

Lo farò.

Dopo quella telefonata, Giovanna rimase a lungo davanti alla finestra. Fuori, pioggia rada, lampioni scossi dal vento. Pensò che a sessantuno anni, per la prima volta, stava decidendo davvero da sola. Non per forza, non obbligata. Solo perché lo voleva.

Strana sensazione. Quasi nuova.

Aprì la chat con Nicola, scrisse: Sto riflettendo. Dammi ancora un po di tempo.

Rispose subito: Quanto vuoi tu.

***

Vera chiamava una volta a settimana e teneva il punto. Non diceva trasferisciti né non correre. Solo domandava, parlava della capra che alla fine aveva preso.

Come si chiama? chiese Giovanna.

Pasqualina.

Sul serio?

Certo. È importante, quindi ci voleva un nome serio.

Vera, sei davvero imprevedibile.

Meglio o peggio?

Meglio, rispose Giovanna. Decisamente meglio.

Senti, disse Vera dopo una pausa, secondo te, se avessi trentanni ci penseresti così tanto?

Che centra letà?

Forse nulla. O tutto. Ho notato che più passano gli anni, più pensiamo troppo. A volte è saggezza, altre soltanto paura mascherata da saggezza.

Sei una filosofa quanto Tamara.

Questo sarebbe un complimento?

Un dato di fatto.

Giovanna riattaccò e pensò che Vera aveva ragione. La paura nascosta dietro la saggezza: è esatto. Da giovane aveva paura di decidere, temendo gli errori. Poi, con letà, temeva di non decidere mai, perché anche il non decidere diventa una scelta.

Ma questa paura è diversa. Non riguarda Nicola. Riguarda lei.

Riguarda il fatto che era sempre stata la moglie di qualcuno, la madre di qualcuno, linsegnante di qualcuno. E quando tutti questi ruoli smettono di essere i primi, ti chiedi chi sei, senza unetichetta.

Il laboratorio alla biblioteca era la sua prima scelta per sé, dopo tanto tempo.

Ora cera anche questa.

***

A fine ottobre successe ciò che non si aspettava. Telefonò lex suocera, Concetta, madre di Vittorio. Aveva ottantadue anni, viveva sola a Siena, Giovanna la andava a trovare per abitudine, per umanità.

Laura mi ha detto tutto, arrivò subito al sodo.

Cosa le ha detto?

Di quel tuo amico. Che forse te ne vai.

Giovanna fu in silenzio.

Cosa ne pensa?

Penso che te lo meriti, rispose lanziana con calma. Mio figlio non ti ha valutato a dovere. Lho sempre visto, ma non lo dicevo. Ora sì.

Concetta

Non interrompere. A questetà si può parlare chiaro. Vai, se ti va. I nipoti stanno bene, hanno dei genitori capaci. Laura si arrabbia perché ha paura di perdere qualcosa. Ma non sei tu a dover stare lì dove non sei vista.

Mi vedono.

Vedono una nonna, una mamma. Una che cè sempre. E come persona?

Giovanna non rispose.

Ecco. Vai. E chiamami ogni tanto.

Dopo aver chiuso, rimase a guardare i rami spogli. Tutte le foglie già cadute. C’era una calma quasi invernale.

Pensava che ciascuno vede le persone in modo diverso: Laura la madre presente, Matteo una donna affidabile, Tamara una collega sensibile. Concetta, inaspettatamente, vedeva prima di tutto la persona.

E Nicola? Lui cosa vedeva?

Non ne era certa. Ma sentiva che lui vedeva proprio lei; non un ruolo, non una funzione, ma lei. Forse, perché si erano rivisti al mercato, senza pregiudizi, senza storia.

***

Novembre portò la prima neve e una telefonata inattesa da Sofia.

La nipote chiamò lei, fatto insolito (di solito era Laura a passarle il telefono a fine chiamata). Domenica pensò fosse uno scherzo, ma rispose.

Nonna, sono io.

Sofia? Da dove chiami?

Dal tablet di mamma. Nonna, te ne vai davvero?

Giovanna si sedette.

Hai sentito parlare i grandi?

Un po. Mamma lo diceva allo zio Matteo. Te ne vai?

Non lo so ancora, tesoro.

Se vai, torni a trovarci?

Certo che torno.

Prometti?

Prometto.

Pausa. Poi Sofia:

Nonna, è bello dove vai?

Dove?

Lì, dove forse vai.

Molto bello. Ci sono chiesette bianche dinverno e la neve. E il fiume.

Come da noi?

Un po più piccolo.

Capito. Silenzio. Nonna?

Sì.

Mamma ha paura che ti ammali, che ti senti male e noi non arriviamo in tempo.

Si strinse il cuore a Giovanna, più di quanto pensasse.

Dille che sto bene e conto di restare in forma.

Lei lo sa, ma ha paura.

Lo so anchio. Ho paura anche io.

Di cosa?

Ci pensò.

Di tante cose. Ma è normale, tutti hanno paura.

Ma tu dici che anche i coraggiosi hanno paura, solo che lo fanno lo stesso.

Infatti. Ti ricordi?

Io memorizzo tutto, disse Sofia, orgogliosa. Vado, che se no mamma scopre che chiamo.

Sofia.

Cosa?

Ti voglio bene.

Anchio. Ciao.

***

A metà novembre, Giovanna andò a Orvieto. Non per il weekend: una settimana intera. Mise in valigia le cose, parlò con Tamara, lasciò la posta a unamica.

Nicola la accolse in stazione. Parlavano di restauri, ma Giovanna pensava che da quella strada, a marzo, aveva guardato fuori dal finestrino lo stesso campo. Ora si chiudeva un cerchio.

Vissero sette giorni insieme, nella casetta con pavimenti di legno e infissi che tremavano col vento. Giovanna cucinò qualche volta, lui rassettava. Al mattino bevevano caffè nella stretta cucina davanti alla finestra. La neve cadeva lenta, quasi orizzontale.

Una sera domandò:

Non ti senti stretto in due?

Eh?

Sai, vivere insieme. Sei stato solo otto anni.

Ci pensò.

Mi sentivo stretto quando non vivevo come volevo. Questa è unaltra storia.

Non vivere come vuoi, in che senso?

Anni in cantiere, servivano soldi. Poi mi sono rotto. Ricominciai a studiare restauro. Tardi, oltre i quaranta. Tutti dicevano che era una follia.

E tu?

Continuai. Sorrise. Mia moglie mi sostenne. Una persona che sosteneva sempre.

Parlami di lei, chiese Giovanna.

Anna. Era calma. Non silenziosa, proprio calma. Portava stabilità.

Ti manca.

Sì, disse semplicemente. Ma questo non significa che non possa andare avanti. Capisci?

Capisco.

Anche per te è così?

Giovanna pensò a Vittorio. A come spesso con lui sentiva agitazione, più che pace. Sentiva la mancanza di unidea, più che della persona.

Diverso, disse. Ma sì, capisco.

Restarono lì nel silenzio. Un silenzio buono.

***

Giovedì, il quinto giorno, chiamò Laura.

Giovanna uscì sul portico. La neve era cessata, il cielo limpido, le prime stelle.

Sei lì? chiese Laura.

Sì.

Fino a quando?

Fino a domenica.

Silenzio.

Mamma, posso chiederti una cosa? Sincera.

Dimmi.

Perché lo fai? Per dimostrare qualcosa? A noi? A te stessa?

Giovanna fissò il cielo.

No. Non per dimostrare.

Allora perché?

Solo per vivere. Diversamente da prima.

Prima non vivevi bene?

Non male. Ma non proprio come volevo.

E cosa ti mancava?

Ci pensò. Aveva avuto tutto: casa, figli, lavoro amato, amiche. Nessun grande dolore.

Eppure cera come la sensazione di vivere di lato a se stessi. Come una vita ben pianificata, tutto giusto, e tu sei un po fuori dalla scena.

Mancava me stessa, disse infine.

Te stessa? Cosa vuol dire?

Vuol dire proprio questo.

Pausa lunga.

Sarai felice? domandò Laura, senza cinismo.

Non lo so. Ma voglio provarci.

Va bene, disse Laura. Va bene.

Non era un consenso, ma neppure guerra.

***

Domenica, quando Giovanna era già pronta per tornare a Siena, Nicola chiese:

Hai deciso?

Quasi.

Quasi va bene o no?

Vuol dire che manca poco. Ma non è ancora il momento.

Annuì.

Hai paura di sbagliare.

Sì.

Ti dico una cosa?

Dimmi.

Ci sono errori che fai e capisci subito che non erano la scelta giusta. Ma almeno ne sei consapevole. I peggiori sono quelli che non fai mai: non saprai mai se erano davvero errori. Preferisco i primi.

Giovanna lo fissò.

Lo dici apposta?

Cosa?

Dici proprio quello che io non oso dire.

Lui rise. Quando sorrideva le piaceva il suo viso.

Non lo faccio apposta. Semplicemente viene.

A casa, a Siena, la sera la accolse la solita calma. Tolse la roba dalle borse, mise il bollitore, si sedette.

Sul tavolo il libro lasciato aperto prima di partire. Lese una frase: che la solitudine non è una condanna, ma solo un dato di fatto con cui si può convivere in modi diversi.

Chiuse il libro.

Poi aprì il telefono e scrisse a Nicola: A gennaio vengo. Per un po. Vediamo.

Rispose: Ti aspetto.

***

Dicembre passò in una strana sospensione. Giovanna continuava con la biblioteca, le visite a Concetta. Tutto come sempre, ma dentro qualcosa era cambiato. Qualcosa si era deciso, qualcosa no. Né ansia, né pace. Una via di mezzo.

Laura telefonò a inizio dicembre.

Non hai cambiato idea?

No.

Affitti la casa?

Sì, lagenzia sta cercando.

Capisco. Ok, posso chiederti una cosa?

Certo.

Non pensi che sia solo lentusiasmo per qualcosa di nuovo? Che poi

Laura.

Dimmi.

Ho sessantuno anni. Non sono una ragazzina che prende lucciole per lanterne. Ho vissuto abbastanza per saperlo.

Non sei immune alle illusioni.

No, ma sono meno numerose.

E se lui non è come sembra?

E se. Sempre così. Anche tu, quando ti sei sposata, non sapevi di certo come sarebbe andata.

Ma avevo ventisette anni.

E quindi?

Silenzio.

Va bene, mamma.

Mi aiuti con i pacchi prima del trasloco?

Pausa lunga.

Sì. Certo che ti aiuto.

***

Lanno nuovo Giovanna lo passò da Laura, con Sofia, il genero Andrea. Matteo venne da Milano con la sua famiglia. Tanta gente, chiasso, bambini che correvano, adulti tutti insieme.

Sofia si sedette accanto alla nonna e le raccontava di ogni piatto.

Linsalata lha fatta mamma. Questa lha comprata, ma dice che è sua.

Non devi dirmi queste cose.

Non ti informo, te le dico, precisò.

A mezzanotte passata, tra bicchieri e confusione, Laura disse:

Mamma va a Orvieto. Gennaio.

Semplice, neutra.

Andrea fece un cenno, Matteo guardò la madre.

Quanto tempo? chiese.

Vediamo, rispose Giovanna.

Matteo sorrise leggermente.

Sofia, mezza addormentata:

Nonna, vai via? chiese.

Vado, tesoro.

Hai promesso che torni.

Ho promesso.

Ok, disse la bimba, e richiuse gli occhi.

Giovanna la fissava. Ecco la vita: una bambina addormentata, figli adulti con i calici, il vecchio divano che non ha buttato via. E in unaltra città, un uomo aveva scritto: ti aspetto.

***

Il quindici gennaio, Giovanna chiamò Tamara.

Tamara, lascio il laboratorio.

Silenzio.

Quando?

A febbraio. Così troverai chi mi sostituisce.

Vai via?

Sì.

Dove, posso chiedere?

Orvieto.

Ah. Pausa. Da lui?

Da lui. E anche da me stessa.

Ottima definizione, commentò Tamara. Troveremo una sostituta. Sarà dura, ma troveremo.

Grazie.

In bocca al lupo, Gio. Per davvero.

Lultimo giorno, i ragazzi le fecero una cartolina collettiva, ogni disegno diverso: il ragazzino delle finestre disegnò una finestra con le tende e sotto scrisse per guardare dentro.

Giovanna la piegò e la mise in borsa.

***

Il ventitré gennaio arrivò a Orvieto. Nicola la aiutò coi bagagli. Sistemarono tutto nella cameretta che aveva preparato per lei. Sul davanzale, una piantina di geranio rosa.

Da dove salta fuori? chiese lei.

Lho comprato. Un po di colore ci voleva.

Ottima scelta.

Andò alla finestra. Il giardino era immerso nella neve, silente. Una staccionata, un orto, poi tetti di altre case.

Allora? domandò lui.

Ancora non so. Chiedimelo tra un mese.

Lo farò.

Lo guardò.

Nico?

Sì?

Grazie per non avermi mai fatto pressione.

Rimase un po in silenzio.

Grazie a te per essere venuta.

***

Passarono tre mesi. Giovanna si abituò con calma. Orvieto era piccola: vantaggio, per la quiete, svantaggio, perché tutti si conoscevano e la guardavano con una gentile curiosità.

Vera la presentò ad altre donne. Una, Nina, le propose di dare una mano al club di lettura locale. Dieci persone massimo, leggevano e discutevano libri.

Non so mica se sono adatta, confidò Giovanna.

Vabbe, vieni, vedi. Se ti trovi, resta. Sennò amen.

Giovanna ci andò. Le piacque.

Con Laura parlavano una volta a settimana, a volte più. Laura cominciò a chiedere anche di Nicola, del gruppo di lettura, di cosa stava leggendo. Unabitudine prudente, ma si stava abituando. Come gli occhi che si adattano alla luce nuova.

Sofia le scrisse una lettera vera. Due chiese disegnate, il fiume, e una frase: Nonna, verrò a trovarti presto. Mamma ha detto alle vacanze di primavera. E post scriptum: Pasqualina è la capra? Vera mi ha raccontato.

Giovanna rispose per scritto.

***

Un pomeriggio daprile, Laura venne finalmente a trovarla. Da sola, senza Sofia. Arrivò col treno, restò una sola notte.

Entrò, guardò tutto: i pavimenti, il geranio, la piccola cucina.

Nicola offrì il tè e uscì verso la sua officina.

Rimasero sole.

È bello qui, disse Laura, più stupita che convinta.

Sì.

Piccolino.

Ma tanto silenzio.

Non ti manca Siena?

Mi manca. Mi mancate voi. Mi manca Tamara, la passeggiata ai Tolomei.

Eppure?

Eppure resto.

Laura rigirava la tazza.

Lui è bravo? chiese, senza sottintesi.

Sì.

Sei felice?

Giovanna ci pensò.

Non so se sono felice. Ma qui sto bene. Bene davvero.

Laura annuì.

Ok.

Ok? Cosa vuol dire?

Ok. Guardò la mamma. Ho ancora paura. Per te. Forse continuerò ad averne.

Lo so.

Ma cerco di capire.

Basta questo.

Bevvero tè. Laura raccontò di Sofia, del lavoro, dei progetti di cambiare macchina. Niente allusioni, una conversazione normale.

Poi si preparò per andare. Giovanna la accompagnò fuori.

Una sera umida, lodore della terra, gli alberi alla prima foglia.

Mamma, disse Laura al cancello.

Sì?

Non capisco del tutto. Forse non capirò mai.

Capisco.

Ma voglio che tu sappia una cosa.

Dimmi.

Pausa. Poi alzò gli occhi, scuri come quelli del padre.

Tu sei stata sempre lì. Sempre. E io mi sono abituata che ceri. Che bastava chiamare.

Risponderò sempre.

Lo so. Solo che la distanza ora è diversa. Dovrò abituarmi.

Ti abituerai.

Davvero?

Giovanna guardò la figlia. Quel viso visto dal primo giorno, in ospedale, quando lo teneva tremante in braccio.

Certo, disse. Sei forte.

Non quanto te.

Lo sei.

Laura sorrise appena, poi labbracciò forte, come sempre.

Si voltò, raccolse la borsa.

Ti chiamo appena arrivo.

Ti aspetto.

Si incamminò. Giovanna la seguì con lo sguardo. La schiena dritta, il passo sicuro. Anche questo era di suo padre.

Poi Laura si girò.

Mamma, urlò dalla strada.

Sì?

Il geranio sul davanzale è fiorito. Lho visto.

Sì, confermò Giovanna.

Allora va bene, disse Laura.

E proseguì.

***

Giovanna rientrò. Nicola era già in cucina, scaldava il minestrone. Lei si mise alla finestra e guardò fuori. Laura era già scomparsa dietro langolo. Una signora con la borsa della spesa avanzava piano.

Il geranio sul davanzale era acceso di fiori rosa.

Tutto bene? chiese Nicola, senza voltarsi.

Sì, rispose lei.

Aggiunse sottovoce:

Laura è una brava ragazza, solo ha paura.

Comprensibile. Anche per lei non è facile.

Già.

Si allontanò dalla finestra, prese le scodelle. Ormai si era abituata a tutto questo.

Nico, disse.

Sì?

Secondo te ho fatto bene a cambiare tutto?

Si voltò, la scrutò.

Tu che ne pensi?

Silenzio.

Penso che per la prima volta nella vita è solo una scelta mia.

Ecco, rispose lui. Te lo sei già detta.

Si sedettero per pranzare. Fuori, Orvieto era ancora bianca degli ultimi nevai daprile, ma già la verdeggiava.

Giovanna pensava: ecco, non la felicità come parola, né una soluzione da testo. Solo pranzare. Solo una finestra. Solo questa persona davanti a lei.

Sarà abbastanza? Non lo sapeva.

Ma il minestrone era caldo, il geranio fioriva, e in borsa la cartolina del ragazzino: Per guardare dentro.

***

La sera chiamò Sofia.

Nonna, Laura ha detto che è stata da te.

Sì, è venuta.

Come va?

Abbiamo parlato bene.

Ha pianto?

No. Perché chiedi?

Piange a volte quando pensa che non sento. Per te.

Giovanna chiuse gli occhi un istante.

Sofia

Cosa?

Dille che verrò presto. Prestissimo.

Va bene. Nonna?

Sì.

È arrivata la primavera lì?

Quasi. Un po di neve ancora.

Qui invece fa caldo. Strano, vero? Nella stessa Italia e tempo diverso.

È normale.

Nonna, ti manca, qui?

Giovanna guardò fuori. Era già sera. Le prime stelle.

Tanto, disse semplicemente. Sempre.

Bene, rispose Sofia rincuorata. È importante che ti manchiamo.

Dici?

Certo! Se ti manchiamo, ci vuoi bene.

Giovanna non trovò parole.

Ciao, nonna.

Ciao, Sofia.

Ripose il telefono. In cucina Nicola lavava i piatti, canticchiando. Il geranio sul davanzale, ora scuro nella penombra. Da un cortile vicino abbaiava un cane: anche quello ormai era parte del silenzio.

Giovanna pensava che Sofia aveva ragione: se ti manca qualcuno, vuol dire che lami. E forse, il contrario pure. Ami perché ti manca.

Forse questa è la vita. Non quella perfetta delle storie, ma quella vera, coi suoi distacchi, vicinanze, le decisioni giuste o sbagliate che col tempo diventano solo scelte. Scelte nostre.

Si alzò e andò a dargli una mano a lavare i piatti.

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La rivolta tardiva