La scoperta che ha travolto la vita di Michele: dai vent’anni di spensieratezza ai primi passi da uo…

La scoperta che mi ha travolto

Fino ai ventisette anni ho vissuto, lo ammetto, come un torrente di montagna: rumoroso, impetuoso, senza mai voltarmi indietro. Mi chiamavano Michele, ed ero conosciuto in tutto il paese di Castelvecchio. Sempre pronto allavventura, radunavo gli amici anche dopo una giornata di lavoro in campagna per andare a pescare allalba sullArno, e tornare con le prime luci, ancora abbastanza energico da aiutare il vicino con il tetto che minacciava di crollare.

Perbacco, quel Michele è proprio uno scapestrato, vive senza pensieri scuotevano la testa i vecchi seduti sulla panchina davanti al bar.

Se solo ragionasse ogni tanto! Sempre in giro, mai una responsabilità sospirava mia madre Rosa.

Si gode la vita, che cè di male? dicevano i miei amici, già con casa, figli e orto.

Poi sono arrivati i ventisette. Non come un fulmine, ma come la prima foglia caduta dal melo nel cortile. Una mattina mi sono svegliato al suono del gallo, e quel richiamo non mi diceva più giochiamo!, sembrava piuttosto chiedermi cosa stai facendo della tua vita?. Sentivo una strana inquietudine, una specie di vuoto.

Mi sono guardato intorno: la casa dei miei genitori, solida ma stanca, avrebbe avuto bisogno di mani esperte, non solo per un giorno, ma per sempre. Papà, Luigi, piegato dalle tante fatiche, parlava ormai solo di raccolto e dei prezzi del mais.

Il cambiamento vero è stato ad un matrimonio di una cugina. Come sempre, facevo ridere tutti e ballavo senza fermarmi. Poi, in un angolo ho visto papà, seduto insieme ad Andrea, suo amico di una vita. Mi osservavano, e il loro sguardo non era di rimprovero, ma di malinconia.

Quella sera mi sono visto attraverso i loro occhi: non più il ragazzino, ma un uomo che continuava a ballare come se nulla dovesse mai cambiare. Senza direzione, senza radici, senza un posto tutto mio. Sinceramente, mi sono sentito piccolo.

Lindomani mi sono svegliato diverso. La leggerezza sconsiderata era svanita, sostituita da una tranquillità nuova, adulta. Ho smesso di vagare e sono andato verso il terreno di nonno Mario, morto da qualche anno, ai limiti del bosco. Ho pulito lerba, tagliato i vecchi olmi ormai secchi.

Allinizio i vicini ridevano:

Michele sta costruendo? Non sa neanche piantare un chiodo dritto!

Io però ho iniziato ad imparare. Qualche martellata sulle dita cè stata, ma insistevo, con pazienza. Ho chiesto il permesso di abbattere un po di legna, lavoravo la terra a fatica. I soldi che prima finivano tra un aperitivo e qualche scommessa di calcio ora li mettevo da parte per i chiodi, le tegole, i vetri. Lavoravo dallalba al tramonto, silenzioso, ostinato. La sera crollavo nel letto, ma per la prima volta ero soddisfatto: la giornata aveva avuto senso.

Sono passati due anni. Sul terreno ora cera una casetta modesta ma solida, con odore di larice e resina. La sauna in giardino, costruita da me, e qualche aiuola dinsalata. Mi ero asciugato, abbronzato, negli occhi cera una calma che non riconoscevo.

Papà veniva a trovarmi, offriva una mano, ma io volevo farcela da solo. Lui girava intorno alla nuova casa, toccava gli angoli, sbirciava sotto il tetto. Poi, finalmente mi diceva:

Ben fatto!

Grazie, papà rispondevo semplicemente.

Ora serve una moglie, ci vuole una padrona per questa casa sorrideva lui.

Ed io mi guardavo intorno, ammirando il mio lavoro e il profilo del bosco che si stagliava contro il tramonto.

La troverò, papà. Ogni cosa ha il suo tempo.

Sollevavo lascia e mi dirigevo alla catasta di legna. I miei gesti erano lenti e sicuri. La vecchia vita di rumore e leggerezza era ormai un lontano ricordo. Al suo posto cera il lavoro, la preoccupazione, ma anche una dignità nuova. Per la prima volta, sentivo che ero a casa, non sotto il tetto altrui, ma nel mio. Linquietudine della gioventù era sparita.

La scoperta che ha cambiato tutto è arrivata in una mattina destate, mentre stavo per andare a raccogliere legna nel bosco. Avevo appena acceso la Fiat Panda scassata, quando dal cancello dei vicini è spuntata lei: Giulia. La stessa Giulia di sempre, quella che alla mia memoria correva scalza nel cortile, con i capelli in due trecce e le ginocchia sempre sbucciate. Lultima volta lavevo vista adolescente, pronta ad andare a Firenze a studiare pedagogia.

Ma quella mattina non era più bambina. Era una donna bellissima. Il sole giocava sui suoi capelli chiari, sciolti, che le accarezzavano le spalle. Camminava diritta, leggera. Un abito semplice, scuro, disegnava la sua figura; negli occhi grandi non cera più solo allegria, ma una profondità calma e calda. Sembrava assorta nei suoi pensieri, sistemando la borsa a tracolla, tanto da non vedermi subito.

Mi sono bloccato, mi sono dimenticato del motore, della legna. Il cuore cominciava a battere in modo ridicolo.

Quando è successo? Mio Dio, quando sei diventata così bella? Solo ieri eri una bambina!

Lei ha incrociato il mio sguardo fisso. Ha sorriso. Ma era un sorriso nuovo, tenero e un po imbarazzato.

Ciao, Michele. Motore che non parte? la voce era morbida, nessuna traccia della vecchia voce stridula con cui mi chiamava piccoletto.

Giulia ehm, vai al lavoro?

Sì, fra poco inizio le lezioni, devo correre o arrivo tardi.

E si è allontanata, leggera sulla strada di terra. Io la osservavo andare via, e tra i pensieri che di solito si concentravano su assi e piastrelle, si è accesa una certezza:

Ecco, è con lei che voglio sposarmi.

Non sapevo che per Giulia quella mattina fosse tra le più felici degli ultimi anni. Finalmente, quel Michele scapestrato, che non mi aveva mai veramente vista, aveva posato gli occhi su di me. Non oltrepassandomi, non ignorandomi, ma guardandomi davvero.

Possibile che stia succedendo? pensava lei Da quando avevo tredici anni mi piaceva Michele, e per lui ero solo “la piccoletta”. Ho pianto quando è partito per il servizio militare. Le ragazze lo salutavano, lo abbracciavano, e a me restavano solo lacrime e rabbia. Sono tornata in paese per insegnare, sperando di rivederlo.

Il suo amore silenzioso, che era rimasto lì per anni, adesso veniva nutrito dalla speranza. Camminava cercando di non sorridere troppo, sentendo il mio sguardo confuso e caldo sulla schiena.

E quel giorno, la legna in bosco non lho raccolta. Sono rimasto nei dintorni della nuova casa, ho segato legna con una strana energia; nella testa solo un pensiero:

Come ho fatto a non accorgermene? È sempre stata qui, è cresciuta davanti ai miei occhi, e io cambiavo ragazze

La sera, al pozzo, lho vista di nuovo. Tornava dal lavoro, esausta ma sorridente, sempre con la sua borsa.

Giulia, Giulia! mi sono stupito della mia audacia Come va a scuola? I bambini ti fanno impazzire?

Si è fermata, si è appoggiata alla recinzione, occhi stanchi, ma dolci.

Il lavoro è lavoro I piccoli sono vivaci, rumorosi, ma danno gioia. Mi piace stare con loro, sono buffi e pieni di fantasia E la tua casa è davvero bella.

Non è ancora finita ho balbettato.

Tutto si può completare, non bisogna avere fretta ha detto, quasi timida della sua saggezza, salutando con la mano. Vado, ci vediamo.

Tutto si può costruire, ripetevo tra me e me, non solo la casa.

Da quel giorno la mia vita ha preso una nuova direzione. Non stavo costruendo una casa solo per me; sapevo chi volevo accogliere tra queste mura.

Pensavo a come sarebbe stato viverci con lei. Immaginavo non solo i barattoli di chiodi sul davanzale, ma vasi di gerani. Non solo me sulla veranda, ma noi due, insieme, al tramonto.

Non mi sono imposto, temevo di spezzare quel sogno. Mi facevo trovare per caso lungo la sua strada. Allinizio annuivo e basta, poi chiedevo della scuola, dei bambini.

Come vanno i tuoi alunni? passavo spesso davanti alledificio e vedevo Giulia, maestra tra i piccini, che le correvano intorno gridando arrivederci, Maestra Giulia!

Un giorno, le ho portato un cesto di nocciole raccolte nel bosco. Lei accoglieva i miei timidi gesti con un sorriso caldo, comprensivo. Si vedeva che ero cambiato, che lo scapestrato di un tempo era diventato un uomo affidabile, forte. E dentro il suo cuore, che mi aveva aspettato per anni, cresceva una passione intensa.

Quando arrivò lautunno, il cielo era basso e il mio nuovo rifugio quasi pronto. Non riuscivo più a trattenermi. Al cancello, aspettando Giulia, tenevo in mano un mazzo di bacche di corniolo, ultimi lampi rossi nel bosco.

Giulia, dissi tremando, la casa è quasi pronta. Eppure, è terribilmente vuota. Ti andrebbe di venire a vedere, qualche volta? Anzi, a dire il vero, ti chiedo di diventare parte della mia vita. Ti amo e ho capito che sei importante per me.

Giulia mi guardava, negli occhi aveva ciò che ho sempre sognato. Lentamente prese la mia mano, afferrò la corniola, lavvicinò al cuore.

Michele, sussurrò, la tua casa lho seguita sin dal primo asse. Ho sempre fantasticato su come sarebbe stata una volta finita, dentro. Aspettavo da tempo che mi invitassi… Desideravo tutto questo. Sì, lo voglio.

E per la prima volta, in quegli occhi profondi tornò la scintilla di bambina dispettosa che, scoprii, non era mai stata spenta solo nascosta, in attesa di sbocciare.

Grazie a chi mi legge, a chi si iscrive e mi sostiene. Buona fortuna e serenità a tutti!

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