La vendetta va servita fredda: Come il figliastro cacciato è tornato a reclamare il suo “debito” dopo 15 anni…

La vendetta si serve fredda: come il figliastro cacciato tornò a riscuotere il debito dopo quindici anni

La vita è davvero una commedia strana. Ieri eri in cima al mondo, convinto di poter decidere il destino degli altri; oggi la sorte bussa alla tua porta con un conto rimasto da pagare. Questa storia ci insegna che la durezza di cuore prima o poi esige il suo prezzo.

Parte 1: Una soglia gelida

Tanto tempo fa, quindici anni orsono, Riccardo si trovava sulluscio di casa. Il funerale di sua moglie era terminato da poche ore, ma dentro di lui non restava traccia di tenerezza. Al suo fianco se ne stava Matteo, figlio della defunta, nato dal suo primo matrimonio. Aveva solo dieci anni; stringeva nervosamente in mano uno zainetto malandato, dentro il quale aveva infilato due giocattoli e qualche indumento di ricambio.

Riccardo allungò il braccio verso il cancello del giardino e, con voce di ghiaccio, pronunciò:
Tua madre non cè più e io non ti devo nulla. Vai dove vuoi, cerca da solo la tua strada.

Matteo non pianse. Alzò il volto e fissò il patrigno con uno sguardo troppo calmo e profondo per un bambino. Poi si voltò, si incamminò senza mai guardarsi indietro, inghiottito dalle ombre della sera che scendeva su quella casa.

Parte 2: La rovina dellimpero

Passarono quindici anni. Non restava niente dello splendore che un tempo circondava Riccardo. Gli affari erano allo sbando, i debiti crescevano come ledera sulle vecchie mura, la salute lo abbandonava poco a poco. Seduto nel suo ufficio buio, Riccardo rilesse in silenzio, per lennesima volta, lultima ingiunzione dellufficiale giudiziario: la confisca era inevitabile. Non cera più denaro, né speranza a cui aggrapparsi.

Allimprovviso, il telefono squillò. La segretaria, con voce tremante, annunciò:
Dottor Riccardo, il nuovo proprietario dellazienda è arrivato. Ha chiesto che lei si rechi subito in sala conferenze.

Riccardo si passò una mano sudata sulla fronte. Sapeva che questo giorno sarebbe arrivato, ma non immaginava così presto.

Parte 3: Ora del giudizio

Con le mani incerte, Riccardo spinse le pesanti porte di rovere. Sulla poltrona della presidenza, di spalle, sedeva un uomo in giacca su misura. Al rumore dei passi, luomo ruotò lentamente la sedia.

Era Matteo. Ormai adulto, sicuro di sé, e con quello stesso sguardo tagliente di un tempo. Accennò un sorriso gelido.

Ho aspettato questo giorno dalla notte in cui mi hai indicato la porta, disse piano Matteo.

La bocca di Riccardo si aprì, incapace di parola. Sospirò, cercò di abbozzare una giustificazione, ma non trovò la voce.

Matteo si sporse in avanti, appoggiando le mani sul tavolo.
Tu dicesti che non mi dovevi nulla, ricordi? fece una pausa, godendosi il tremore del vecchio. Eppure ti sbagliavi. Mi devi quindici anni di vita che volevi togliermi. Oggi sono qui a riscuotere gli interessi.

Riccardo balbettò:
Matteo ragazzo mio ero accecato dal dolore

Non chiamarmi così, lo interruppe Matteo, gelido. Hai dieci minuti per prendere le tue cose. Sulla scrivania cè una borsa per te: la tua liquidazione. Ti basterà per un biglietto sola andata verso il più misero ostello di Roma. Ironico, vero?

Matteo si alzò e si avvicinò alla finestra, osservando la città che ormai dominava.
Quando hai cacciato un bambino di dieci anni per strada credevi che sarebbe sparito. Invece, mi hai dato la forza di diventare colui che un giorno avrebbe comprato tutto il tuo mondo e lavrebbe distrutto. Ora siamo pari. Vai via.

Riccardo, la schiena curva, uscì in silenzio dal suo ufficio. Nel corridoio si riflesse in uno specchio e quasi non si riconobbe: un vecchio sconfitto, che finalmente comprendeva quanto costasse davvero dire addio a qualcuno che non si può difendere.

Secondo voi, Matteo ha fatto bene? O la vendetta, dopo tanti anni, è troppo crudele? Scriveteci cosa ne pensate!

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