La seconda suocera

La seconda suocera

La donna con la vestaglia da colf sbirciò con cautela nellufficio del proprietario della clinica estetica Venere. Si chiamava Gianna e in quel momento cercava di parlare il più piano possibile per non irritare il capo.

Ho sentito che si è liberato un posto da massaggiatrice junior

Tommaso Grandi alzò gli occhi e la fissò severo. Era di cattivo umore come non mai: poco prima gli avevano comunicato che un importante incontro con gli investitori era saltato e la testa gli scoppiava dalla tensione.

E quindi tu, con il mocio in mano, vorresti massaggiare i clienti?

No, però ho fatto dei corsi online. E ho anche il curriculum farfugliò incerta Gianna, porgendogli un foglio tutto stropicciato pescato dalla tasca.

Proprio in quel momento entrò il suo vice, Leonardo Serio. Tommaso, massaggiandosi le tempie, si lasciò andare a uno scatto:

Leo, ma da quando la gente delle pulizie va in giro a caso? Portala subito fuori dal mio ufficio! Questa qui si crede una massaggiatrice solo perché sa impugnare il mocio! Sbattila fuori e ricordale bene di non riprovarci più con queste sciocchezze!

Nemmeno aspettò risposta: afferrò il foglio, lo fece a pezzi e lo gettò ai piedi della colf.

Gianna, mordendosi le labbra, si accucciò per raccogliere gli stracci di carta. Le lacrime le appannavano la vista. Leonardo la prese subito sotto braccio e la trascinò piano fuori e oltre clienti e personale, per poi spingerla nello sgabuzzino degli attrezzi.

Lì, sul bordo di una vecchia cassetta antincendio, Gianna si abbandonò allo sconforto, piangendo sulla sabbia mai usata.

Aveva iniziato da poco alla Venere. Non aveva mai sognato di lavare pavimenti, ma lì pagavano molto più che altrove. E Tommaso Grandi veniva considerato uno rispettabile, un vero self-made man che si era costruito la clinica da solo.

E in effetti era così. Grandi era cresciuto in orfanotrofio, non aveva mai conosciuto né madre né padre e li aveva cercati per anni, senza mai trovare tracce. Era diventato prima chirurgo, poi esperto in medicina estetica. Da lui venivano attrici, signore dellalta società, pagando fior di euro. Alzava i prezzi ogni anno e non si faceva mancare nulla.

Per questo Gianna aveva osato: aveva saputo della posizione aperta e pensato che doveva almeno provarci.

Il suo sogno era fare la massaggiatrice. Studiava i manuali, aveva seguito un programma da autodidatta, quasi come un vero corso, ma senza diploma non lavrebbero lasciata lavorare. Metteva da parte euro per liscrizione, ma il marito era scappato portandosi via tutto, lasciandola con la figlia Lucia senza neanche un centesimo.

Dopo si è scoperto che Sandro, oltre che bugiardo patentato, aveva pure precedenti penali: truffatore di quelli col cronometro! Il divorzio era unagonia. Per Lucia avrebbe sopportato di tutto, e lì sono iniziate le sue peregrinazioni.

Con una bimba sul groppone i lavori scarseggiavano. Vivevano in tre: Gianna, la piccola e la mamma, Anna Maria, tutte stipate nella micro-casa. Spesso si sopravviveva solo con la pensione della nonna. Anna Maria era uninguaribile ottimista: ex ginnasta, donna di ferro, tenace come pochi. Si prese cura della nipote e solo così Gianna riuscì a trovare qualche impiego.

Poi, nel tentativo di avvicinarsi al sogno del massaggio, frequentò corsi low-cost. Il certificato era proprio quello che Tommaso aveva appena fatto in coriandoli.

Si asciugò le lacrime, si raddrizzò e tornò a pulire i pavimenti. Tutti la fissavano sussurrando. A casa, invece, la mamma le diede una buona notizia: Lucia aveva vinto il concorso di disegno allasilo. Il talento cera, e Gianna cercava, tra mille rinunce, di comprarle sempre colori decenti. Lucia andava anche al corso di preparazione per le medie artistiche: ormai era un miracolo.

Il secchio era diventato insostenibile. Mentre tentava di svuotarlo, la aiutò il signor Federico, il custode lunico che non si dava arie in clinica. Era un uomo anziano, trattava Tommaso con una grazia un po ironica: guardava il capo come a dire Oh, come ti sei montato la testa, dimenticando da dove vieni.

Federico non aveva mai trattato male Gianna. Anzi, le portava cornetti la domenica e le faceva coraggio. Fu grazie a lui che trovò la forza di presentarsi al proprietario con quel ridicolo curriculum.

Appena lo vide, Gianna si rimise a piangere.

Federico la consolò con una pacca:

Su, figliola, tutto cambia, vedrai.

Avrei dovuto lasciar stare, singhiozzò Gianna. Ho solo peggiorato le cose.

Grandi oggi non era in sé. Riprova un altro giorno, suggerì lui.

Mi hanno detto di non farmi più vedere. Ho fatto un salto più lungo della gamba. Pensavo che un uomo che ce lha fatta mi potesse capire, invece è solo pieno di sé.

Federico fece spallucce. Gianna ripose le sue cose nello sgabuzzino e andò a casa chiedendosi come far quadrare i conti ancora una volta. Lucia desiderava un giocattolo costoso, ma come comprarlo?

A casa laria era tesa. Anna Maria stava seduta e, goffamente, si nascondeva le lacrime. Gianna si sentì gelare.

Mamma, cosè successo?

Niente, cercò di dribblare lei.

Dai, mamma, parla!

La madre scoppiò.

Son stata dal medico. Controllo di routine col coro del teatro comunale. Mi hanno trovato un guaio Mi serve unoperazione, altrimenti lanno prossimo non ci arrivo. La lista dattesa è infinita. Se la pagassimo, con che soldi? E per gli esami dovrei andare a Milano, qui non cè lattrezzatura. Tanti soldi. Mi sa che il mio tempo è agli sgoccioli.

Mamma, non diciamo sciocchezze! si drizzò Gianna. Qualcosa ci inventiamo.

Con il tuo stipendio da donna delle pulizie e la mia pensione? Ma via, coi soldi non puoi farci i miracoli.

Gianna non dormì. Gira e rigira mille soluzioni in testa. Al mattino aveva deciso: doveva provare ancora a parlare con Grandi, costasse quel che costasse.

Non la fecero nemmeno entrare. Le dissero che era licenziata per riduzione del personale. Le diedero tre mensilità minime e amen.

Federico le lasciò il suo numero. Lo segnò quasi senza pensarci. E ora? Un mese passava, poi?

Arrendersi non era nelle corde di Gianna. Raccontò alla mamma della perdita del lavoro come se fosse una sua scelta. Poi iniziò a cercare annunci. I lavori senza qualifica erano miseramente pagati. Finché vide: cercasi badante. Nessuna richiesta di studi medici, ma serviva saper cucinare, sistemare casa, dare una mano.

Gianna ci pensò: non era peggio del mocio in clinica. Mandò il curriculum. Richiamarono dopo unora. Era unagenzia. La datrice una signora benestante e sola.

Le chiesero di portare i documenti per un colloquio. Presto si ritrovò davanti a Tamara, la responsabile del personale.

Le dico subito senza giri di parole gelida Tamara la cliente è difficilissima. Sarà la decima badante. Nessuna resiste.

Gianna si irrigidì ma tacque.

Il nome lo conosce certamente: Emma Maria Moretti. È un nome darte, ovvio. La vera identità la nasconde sempre. Ex prima donna del teatro lirico locale, un tipo esigente, ma con molti euro. Pare che qualche ricco ammiratore le abbia lasciato una fortuna.

Guardi, non posso permettermi di essere schizzinosa rispose dimessa Gianna.

Se ha figli, sappia che la signora Moretti non li sopporta. Animali nemmeno. Si muove col deambulatore, ma preferisce la carrozzina se cè la badante. Sappia che dopo tre mesi di prova, se resiste, firmerà un annuale a paga doppia.

Gianna annuì. Anche solo la paga base era il doppio della clinica: era il biglietto di salvezza per la mamma. Via, si parte subito, dalle sette del mattino.

La sera Gianna cercò informazioni su internet. Trovò solo vecchie locandine polverose di dieci anni fa: in foto una donna in carne, capelli neri come liquirizia, occhi da falco. Ma la realtà fu diversa.

Alla porta la accolse la guardia. La Moretti abitava in una villa liberty in pieno centro. Gianna quasi si vergognava nel lusso che la circondava.

Che guardi? Cerchi già cosa rubare? gracchiò una voce.

Nel salone arrivò una sedia elettrica elegantissima, su cui stava una donnina bianca come la cera, secca e arguta, occhi guizzanti.

Buongiorno, signora Emma Maria borbottò Gianna.

Parla forte! E tieni le mani dove vedo! E ricordati le soprascarpe! Ho il parquet antico. Sono lì nel secchio. Muoviti, è ora di colazione.

Gianna infilò al volo strane soprascarpe di tessuto, tipo cuffie chirurgiche, non blu come allospedale. Poi si affrettò dietro alla padrona.

Pettinami. Piano. Emma tuonava Ma non così, accidenti Sei proprio imbranata! Togli quella retina, poi prendi la parrucca e sistemamela!

Scusi, non ho capito bene

Eh sì, di nuovo una incapace. Ma dove vi fanno? In fabbrica? Portami subito un tè caldo. E sbrigati!

Gianna andò in cucina.

Non pestare! urlò dietro Moretti. Sembri un elefante! Cammina leggera che mi fai venire il mal di testa!

La padrona fissò il tè alla luce come se cercasse il veleno, poi schifata versò in faccia a Gianna metà tazza.

Mi hai urtato il gomito. Colpa tua.

Gianna sospirò.

Dove posso sciacquarmi?

Primo piano, bagno per la servitù, vicino lingresso e con occhi roventi aggiunse E nemmeno una parola?

E a che servirebbe? rispose calma Gianna. Sono curiosa solo di vedere che altre sorprese mi aspettano.

Mh. Vai pure borbottò la padrona Lì ci sono gli asciugamani. Prendi pure un pigiama pulito.

Gianna ubbidì. Fino a sera Emma la torturò con mille trappole, battutine, storie umilianti. Gianna capì: era una prova di resistenza. Trasse un respiro profondo e decise che la fantasia della signora non sarebbe durata in eterno.

La sera Emma si calmò e si addormentò dopo un leggero massaggio. Gianna rimise la parrucca a posto e salutò la guardia con aria sorpresa.

La mattina dopo fu accolta dal collega col sorriso:

Cosa le hai fatto ieri? Dorme come un angioletto. Lo dice anche la domestica!

Niente di che si strinse Gianna Sarà solo la stanchezza.

Emma quella mattina la trovò vestita male e sentenziò che non avrebbe mai trovato marito se non imparava a truccarsi. Gianna obbedì, preparò il bagno, stavolta si destreggiava anche con la parrucca.

Emma ordinò appuntamento con la manicure, mise il kimono giapponese più pregiato e chiese di essere trasportata nel boudoir.

Tutto questo, ben presto si capì, era solo per impressionare un ospite.

Dopo pranzo arrivò infatti un distinto signore dai capelli dargento e dalle movenze eleganti. Emma lo presentò come lamico Orazio e ordinò il caffè.

Gianna preparò il caffè con la moka superlusso tremando di paura. Ma tutto filò liscio. Con lospite Emma si comportò come una vecchia dama.

A sera, domandò:

Cosa mi hai fatto ieri sera poi?

Un massaggio, signora.

Ma sei esperta?

Ho studiato da sola.

Va bene, fammi ancora il massaggio.

E così fu.

Tre mesi passarono in un lampo. Un solo giorno libero a settimana, vedeva quasi mai la figlia, ma ora la mamma poteva riposare: Anna Maria crollava spesso e al teatro si portavano costumi pesantissimi.

I rapporti con Emma Maria iniziarono a distendersi. La padrona la osservava, le tastava il carattere, finché un giorno domandò:

Ma i tuoi come sopportano questi orari?

Ho solo mamma e figlia, rispose Gianna e non posso scegliere.

La bimba quanti anni ha? Che le piace fare?

Quasi sei. Disegna bene rispose Gianna, pensando alle raccomandazioni di Tamara.

Portala qui. Voglio conoscerla ordinò regale Emma.

Così Lucia cominciò a frequentare la villa. Sedeva in disparte coi colori. Un giorno disegnò un ritratto della signora, talmente somigliante che Emma lo fece incorniciare e appendere.

Piano piano si affezionarono. Gianna smise di temere di perdere il posto.

Emma aveva problemi alle articolazioni, niente operazione poteva aiutarla. Nei periodi peggiori Gianna faceva lunghi massaggi che offrivano sollievo. Una sera la signora chiese che restassero a dormire lei e la bimba: assegnò loro la camera degli ospiti.

Gianna, addormentandosi al respiro di Lucia, si sorprese a pensare che lì ci si poteva sentire a casa. Quella villa aveva unanima antica.

Il giorno dopo Emma stava meglio. Fece colazione con Lucia. Inviò Gianna a pulire il suo studio, troppo delicato per la domestica.

Mentre sistemava, Gianna trovò un album di fotografie, tutto ingiallito. Dopo aver finito, lo portò nella sala.

Posso guardarlo, signora Emma Maria?

Bei tempi quelli Eravamo delle dive sospirò Emma. Si sedettero tutte e tre intorno al tavolo.

Prima foto: linfanzia di Emma. Poi Lucia gridò felice:

Ma questa è la nonna! Ce labbiamo anche noi!

Gianna spalancò gli occhi: davvero cera una giovane Anna Maria.

Come ci finiva la foto di mia madre qui? balbettò.

Emma strizzò gli occhi, studiandola:

Ma tu sei la figlia di Anna? Oddio, che scema sono! Pensavo che mi ricordavi qualcuno!

Ma perché la foto? Vi conoscevate? domandò Gianna.

Eccome! rise Emma Eravamo un duo inseparabile. Allenamenti, conservatorio, balli Stesso cortile, stesse passioni Persino la ginnastica labbiamo iniziata insieme, ma lei aveva più talento. Io non volevo fare la seconda ruota.

E poi? Perché finite così? chiese ingenua Lucia.

Siamo cresciute. Tua nonna aveva una cotta pazzesca per Ivo, bellissimo allenatore. Litigammo per lui. Alla fine rimase con me. Tua nonna, povera, per amore perse pure il posto nella nazionale.

Non lo sapevo Ma allora avevate lo stesso cognome?

Macché! Io ero Serio. Immagina. E Ivo si chiamava Moretti. Diventò il mio primo marito. Tre mesi, poi divorzio, ma il cognome me lo sono tenuta!

Da quel giorno Gianna pensò solo a far rincontrare le due amiche. Il destino ci mise lo zampino.

Emma richiese di nuovo la notte insieme. Ma la mattina dopo Lucia aveva la gita con la scuola. Gianna chiese alla mamma di venirla a prendere.

Anna Maria arrivò col suo cappotto rattoppato. Emma stava già per andare a letto, ma si affacciò nellingresso dove Gianna e Lucia preparavano le matite.

Chi è? Non aspettavo nessuno attaccò la padrona.

Ciao Emma fredda Anna Maria Non è che fossi così impaziente di vederti.

Siamo pari sbuffò Emma La vita non ti ha risparmiata.

Come tutti. Ma almeno ho una figlia e una nipote. Tu ormai vorresti più anni o più eredità?

Guarda che nemmeno tu hai avuto grandi amori sogghignò Emma E porti ancora il cognome da signorina!

Anna Maria sorrise appena.

Oh, Emma non hai mai capito. Io ho sempre seguito le tue gesta. Ero anche fiera di te, anche se una come te è difficile da decifrare. Ricordi quella telefonata cinque anni fa?

Emma impallidì.

Quando quel playboy tentava in tutti i modi di spillarti la casa? Lui si vantava dietro le quinte che ti avrebbe sistemata in una casa di riposo. Io ho cambiato voce e ti ho avvisata.

Sei stata tu? Mi hai salvata. Ero proprio cotta.

Non sono mai riuscita a odiarti. Ti ho sempre voluto bene. Ma lì non potevo restare a guardare.

Emma abbassò la testa.

Mi hai salvata, davvero. Dopo quel giorno ho assunto un investigatore.

Brava. Ora però dobbiamo andar via. Lucia ha sonno.

Anna, ma come vivi adesso?

In un bilocale, dopo che han demolito la vecchia casa. Non sono i tuoi saloni, ma ci va bene.

Basta, ho deciso: domani vi trasferite qui. Abbiamo troppe stanze inutili! Per Lucia farò una cameretta sul serio. E basta obiezioni. Noi due abbiamo tante cose da raccontarci. Non si sa quanto resta da vivere.

Anna Maria si lasciò cadere sulla panca.

Circa otto mesi.

Che dici? Tumore?

No, il cuore. Ma per loperazione non ci sono soldi. E la salute non la recuperi con le monete. Non nel mio caso.

Si fa. Vi trasferite qui, poi vediamo. E non discutere. Ti devo ancora Ivo, tra laltro!

Magari parliamo anche di Vanni, il belloccio delle superiori! rise Anna Maria. Stasera torniamo a casa. Domani si decide.

Il mio autista vi accompagna decretò Emma Domani mattina viene a prendere le vostre cose con Gianna.

Quella sera Emma non riuscì a dormire. Chiese a Gianna mille curiosità sulla malattia della madre, ricordò la gioventù, si pentì di aver sciupato la vita. Il gesto dellamica le aveva sciolto pure il cuore di ferro.

Una settimana e la villa sembrava unaltra: corrieri andavano e venivano con campionari di tappezzeria, mobili e lampade firmate. Emma aveva preso la faccenda sul serio.

La sera sedevano intorno al tavolo ovale, chiacchierando e sorseggiando tè, scambiandosi storie di vita. Finito il trasloco, durante una cena, Emma annunciò:

Ho fatto vedere i tuoi documenti a un medico, Anna. Lintervento sarà tra due settimane. Il chirurgo è un giovane di quelli in gamba. Cerca di non sedurlo troppo.

Hai ottenuto la convenzione? Ma perché?

Macché convenzione. Avrei avuto centanni. Ho pagato io. È tardi per tirarsi indietro. Ormai si fa e si guarisce. Lucia ha bisogno di una nonna sprint, visto che laltra è quasi arrugginita.

Emma, esageri sempre!

A che mi servono i soldi ormai? Nella bara non li porto.

Dopo due settimane Anna Maria era nella camera privata della migliore clinica della città. Il chirurgo, Valentino Smiraglia, giovane, figlio del famoso professore milanese, ma deciso a farcela da solo, era anche un tipo simpatico. Vedendo Gianna sempre accanto alla madre, un giorno la guardò e le disse:

Devo dire, una famiglia così unita si vede raramente. Tua madre è fortunata. E anche il marito lo sarebbe. E i figli.

Ho solo una figlia arrossì Gianna ma è la migliore del mondo.

Non ne dubito. Io invece sono stato sfortunato. Mi sono sposato da giovane, tutti pensavano che fossi ricco ma sono finito in provincia, in affitto e basta. È durata poco.

Vedrà che troverà la donna giusta sussurrò lei.

Forse lho già trovata rispose lui, quasi voltandosi.

Da allora Gianna si scopriva a guardarlo con occhi diversi. Non era bello come Sandro, ma aveva nello sguardo forza e dolcezza.

La degenza di Anna Maria durò una settimana. In quel periodo Emma faceva la finta dura da sola, mentre si improvvisava anche tata per Lucia, che ormai la chiamava nonnina.

Lapparenza era di una casa serena, ma Emma crollava ogni sera: il massaggio era lunico sollievo. Spostarsi diventava ogni giorno più faticoso.

Una notte Emma disse:

Devi smettere di lavorare per me.

Vuol dire chiamare unaltra badante? si spaventò Gianna.

Ma via, scema! rise Emma Chi se ne fa di una badante con tutta questa famiglia in casa? Voglio che tu studi per davvero da massaggiatrice. Un corso serio, con diploma. Te la senti?

Sì! Ma costa un capitale

Considerami la tua fata madrina ridacchiò Emma e poi, una brava massaggiatrice in casa è preziosa! Pago io tutto, anche gli extra. Ma non deludermi.

Gianna accettò con entusiasmo. La famiglia era ormai a carico della padrona, ma Gianna era decisa a rendersi autonoma.

Ai corsi insegnava Simone Alessandri, signore distinto e professionale. Notò subito il talento di Gianna. Il giorno della consegna dei diplomi, le chiese:

Conosci il centro benessere Vaniglia?

Altroché! Tutti vorrebbero lavorarci! rispose Gianna.

Lo gestisco io. Ho puntato sulla riabilitazione post-operatoria. Serve gente con mani forti e testa. Lei mi convince.

Gianna annuì, trattenendo le lacrime dalla gioia.

Da allora studiò ancora di più. Simone pagò anche parte del corso seguente, chiamandolo borsa di studio. Presto Gianna lavorava al Vaniglia, con un orario perfetto: mattine al lavoro, i pomeriggi con mamma e Lucia, portava la figlia al corso darte.

Dopo sei mesi, ormai si prenotavano da lei e non solo dal titolare.

Intanto con Valentino si consolidava unintesa ormai evidente a tutti. Lui era in città da nemmeno un anno come nuovo primario di cardiochirurgia. Fuori dal lavoro, avevano iniziato a uscire: circo, teatro, parchi, gite.

Anna Maria tornò persino a lavorare, mentre Emma restava spesso a letto: i dolori erano forti, le cure facevano poco. Solo i massaggi davano tregua.

Valentino mandava sempre più pazienti da Gianna: per molti, la riabilitazione muscolare era fondamentale dopo le malattie cardiache. Gianna si specializzò proprio in questo. Parlavano sempre più di lavoro e di vita.

Spesso Valentino era in villa. Anche Emma si era rassegnata:

Se solo ti azzardi a far star male le mie ragazze, giuro che ti faccio pentire di essere nato, caro Valentino!

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

3 × three =

La seconda suocera