La seconda suocera

Seconda suocera

Oggi il giorno è cominciato come sempre, con la sveglia troppo presto e la nebbia che copre le vie di Torino. Mi chiamo Chiara Romano e, mentre chiudevo la porta dellappartamento dove vivo con mia madre e mia figlia, pensavo a quanto tutto fosse difficile, eppure quanto poco fosse cambiato negli ultimi anni.

Lo racconto qui, nel mio diario, perché ho bisogno di tenere traccia di tutti questi momenti: nel bene e nel male.

Stamattina, come ogni giorno, indossavo la mia divisa da donna delle pulizie e, cercando di non farmi notare, sono entrata nello studio del Dott. Alessandro Velluto, proprietario della clinica di chirurgia estetica Luce Nuova. Lui era seduto al computer, occhi cerchiati dalla stanchezza e fronte corrugata. Proprio allora mi sono fatta coraggio.

Dottore, ho sentito che ci sarebbe posto da apprendista massaggiatrice.

Lui sollevò lo sguardo, quasi infastidito. Si capiva che avesse avuto una mattinata difficile: qualcuno gli aveva appena comunicato che una trattativa importante era saltata e pareva un fascio di nervi.

E tu, con la scopa in mano, vorresti mettere le mani su un cliente?

Non proprio ma ho fatto più di un corso online. E ho anche scritto un curriculum, dissi piano, estraendo dalla tasca un pezzo di carta tutto sgualcito.

Proprio allora entrò Raffaele Ricci, il suo vice. Il Dott. Velluto si sfogò gridando:

Raffaele, perché le donne delle pulizie entrano qui quando gli pare? Portala fuori! Questa pensa davvero di essere una massaggiatrice! Che la smetta di sognare e che torni subito a pulire!

Con uno strappo nervoso mi tolse il foglietto dalle mani, lo fece a pezzi e lo gettò ai miei piedi.

Mi accovacciai per raccogliere quei resti come se fossero preziosi francobolli. Avevo le lacrime agli occhi. Raffaele mi portò via senza alcuna gentilezza, trascinandomi in corridoio davanti agli sguardi dei clienti e infermiere, e mi spinse nella stanzetta dellattrezzatura.

Sola, mi appoggiai al vecchio armadietto scrostato e scoppiai in un pianto liberatorio.

Alla Luce Nuova lavoravo solo da un paio di mesi. Certo, non era il mio sogno pulire i pavimenti, ma lo stipendio di mille euro netti era decisamente più alto della media e il dottor Velluto aveva fama di self-made man: era cresciuto in orfanotrofio e si era fatto strada da solo, da chirurgo a proprietario della clinica. Gli attori e le signore della Milano-bene arrivavano da lui spendendo cifre da capogiro. Non si negava niente.

Sperando di cambiare qualcosa nella mia vita, avevo frequentato dei corsi low-cost su internet. Il diploma era proprio quel foglietto che adesso avevo nelle mani, fatto a brandelli. La mia speranza era di un giorno lavorare davvero da massaggiatrice: avevo divorato libri, studiato manuali del liceo sanitario, tutto da autodidatta. Ma senza un titolo ufficiale, nessuno mi prendeva.

Poi era esploso tutto: mio marito, Stefano, se nera andato una notte portandosi via anche il poco che avevamo risparmiato, lasciandomi sola con la piccola Bianca di quattro anni e mia madre, Rosanna. Solo dopo ho scoperto che quelluomo aveva un passato losco, precedenti e bugie. Anche il divorzio è stato uno stillicidio: lui non si è mai presentato in tribunale.

Per amore di Bianca, sopportavo tutto. Ma trovare lavoro con una bimba era unimpresa: nessuno ti voleva davvero, e se succedeva, ti pagavano poco. Le treio, Bianca e mia mammavivevamo in un mini-appartamento in periferia. A volte si sopravviveva solo con la pensione di mamma Rosanna: lei ex atleta di ginnastica artistica, sempre combattiva e ottimista. Si era presa cura di Bianca permettendomi di lavorare almeno part-time e sognare qualcosa di più.

Ed era stata proprio mamma Rosanna a darmi coraggio per quei corsi di massaggio, il cui certificato era stato strappato dal Dott. Velluto. Quel giorno, tornata nel seminterrato a raccogliere il secchio e lo spazzolone, ho trovato il custode, Signor Pietro, lunico che mi trattava come una pari. Era burbero, sì, ma con un cuore gentile: la domenica mi portava le fette di crostata fatte dalla sorella e ogni tanto mi dava qualche parola buona.

Appena mi ha visto con gli occhi rossi, mi ha dato una pacca sulla spalla.

Non perdere la testa, ragazza. Tutto si sistema.

Era meglio se non ci provavo proprio ora ho solo peggiorato le cose.

Oggi il capo non aveva proprio giornata. Ritenta un altro giorno, suggerì lui sottovoce.

Hanno detto che non potrò più presentarmi, risposi io.

Mi misi a pensare che forse sognare di salire dal basso era solo ingenuità. Credevo che il dottore, avendo lui stesso avuto nulla, avrebbe capito Invece solo superbia.

Tornai a casa esausta, col pensiero fisso ai soldi sempre contati. Bianca mi chiedeva una bambola che costava venti euro: dovevo spiegare che non era possibile.

Trovai mamma ad aspettarmi. Quella sera aveva gli occhi lucidi, cosa rara: era una donna fortissima, ma stavolta la salute le aveva dato una brutta notizia.

Ho fatto un controllo in ospedale. Dicono che ho bisogno di un intervento in fretta, ma la lista dattesa è interminabile Privatamente non possiamo permettercelo. E anche solo arrivare a Milano per le visite costerebbe centinaia di euro. Forse è finita qui, Chiara.

Mi misi accanto a lei e promisi che avremmo trovato una soluzione.

Non ho chiuso occhio la notte, ma allalba la decisione era già presa: dovevo tentare di nuovo col Dott. Velluto, a qualsiasi prezzo.

Non mi fecero nemmeno entrare in clinica. Dissero che ero licenziata per esubero, mi liquidarono con tre mensilitàcirca tremila euro in totalee via.

Solo il Signor Pietro mi salutò calorosamente, lasciandomi il suo numero per qualsiasi cosa, mentre io pensavo: e ora?

Non volendo arrendermi, nascosi a mamma la verità sul licenziamento. Mi misi a cercare annunci. Senza un titolo, nessuno ti offriva più di ottocento euro alle pulizie, ma poi trovai una richiesta per una badante domestica: non serviva esperienza sanitaria, ma solo capacità di cucinare, pulire, seguire unanziana signora benestante.

Pensai che non fosse più degradante della donna delle pulizie in clinica, così mandai la candidatura. Mi richiamarono nel giro di unora. Dovevo portare certificati e referenze.

Mi presentai il giorno dopo davanti a Tamara, energica responsabile dellagenzia interinale.

Meglio non avere illusioni, disse subito. La cliente è difficilissima. Lei sarebbe la decima badante. Tutte scappano.

Inaridita dagli ultimi mesi, annuii.

Si tratta della signora Emma Moretti, vecchia primadonna della Scala. Ricca, capricciosa e famosa per le sue scenate. Attenti: non sopporta bambini né animali. Si muove poco, preferisce essere portata in sedia a rotelle.

Per me va bene Non ho scelta.

Se avete una bambina, consideri che Emma non la vuole vedere in giro. Il contratto è triennale, dopo tre mesi di prova e stipendio doppio rispetto alla norma.

Accettai. Era la mia occasione.

Il giorno seguente, alle sette del mattino, ero nella villa Moretti, una costruzione signorile nel centro di Torino. Mai in vita mia avevo visto tanta ricchezza da vicino.

Sulluscio mi accolse il custode. Allinterno, nel grande salone, la signora Emma mi puntò addosso lo sguardo severo di uno sparviero da una carrozzina elettrica.

Che guardi? Non pensare di portare via qualcosa, eh! Dove hai lasciato le mani? In tasca? E metti i copriscarpe, che ho il parquet di noce. Lì, nel cestello.

Mi infilai quei copriscarpe di tessuto non tessuto e, seguendo Emma, iniziai subito la mia giornata. Emma era tagliente, sbrigativa e brusca: aveva il talento di far sentire chiunque inadeguato.

Piglia la spazzola e pettinami. Delicatamente. Sei lenta, muoviti, non capisci niente! Porta il tè subito!

Mi spostavo da una stanza allaltra con il cuore in gola, ma cercavo di non tradire nulla, mentre Emma continuava a pungermi con battutine.

Al primo tè, me lo schizzò sul viso, accusandomi di averle dato una spintarella sotto il gomito.

Andai a lavarmi, tornando poco dopo.

Ogni tanto riflettevo: durerò qui almeno i tre mesi previsti?

La signora trovava sempre un modo per pungolarmi, mettermi alla prova, trovare nuovi pretesti. Ma capii che era un test: dovevo solo resistere.

Col passare delle settimane, Emma sembrò leggermente ammorbidita. Una sera mi chiese un massaggio alle spalle: evidentemente aveva sentito parlare della mia passione. La aiutai con delicatezza. Si addormentò poco dopo, lasciandomi incredula.

Da lì in poi, le nostre relazioni presero una piega diversa. Di giorno in giorno, Emma mi delegava sempre più mansioni: chiamare la manicure, scegliere i vestiti, preparare il boudoir per i suoi amici.

Ne conobbi uno: lelegante signor Vittorio, vecchio ballerino ancora fiero nel portamento. Emma si comportava con educazione, davanti a lui; poi, a porte chiuse, tornava acida. Ma era meno arcigna.

Quando mi chiese che lavoro avessi fatto prima, tagliai corto. Tamara mi aveva avvertita: Emma detestava bambini, così per giorni non menzionai Bianca.

Finché una sera chiese direttamente:

Che fanno i tuoi cari mentre stai qua notte e giorno?

Mia madre Rosanna tiene Bianca. Sono le due cose più preziose che ho.

Quanti anni ha Bianca? Fa qualcosa di particolare?

Quasi sei. Dipinge benissimo mi scappò, mentre apparecchiavo il tavolo.

Portala qui una volta. Così la vedo, decise con aria di comando.

Quella settimana, fu così che Bianca venne da me a villa Moretti. Mia figlia si fermò buona in un angolo col blocco da disegno e le matite; un giorno disegnò un ritratto di Emma talmente ben riuscito che la stessa Emma volle incorniciarlo.

Da allora, piano piano cominciammo tutte ad avvicinarci. Emma si confidava talvolta, mia madre lavorava meno, la salute di Emma aveva alti e bassi: io cercavo di alleviarle almeno qualche dolore coi massaggi. Una volta Emma chiese che io e Bianca passassimo la notte lì in una delle camere degli ospiti.

Fu unesperienza intensa: quella casa antica, piena di oggetti del passato, sembrava improvvisamente più mite e accogliente.

La mattina dopo, Emma mandò me a riordinare lo studio. Nel mettere a posto, trovai un vecchio album di fotografie; lo portai a Emma, chiedendo se potevo guardarlo.

Sedemmo tutte e tre attorno al tavolo. Sfogliando le pagine, Bianca a un tratto gridò felice:

Ma questa è la nonna! Abbiamo la stessa foto a casa!

Mi voltai e quasi non credevo ai miei occhi: cera davvero una vecchia foto di mia madre, giovane e bella.

Emma rimase a fissare la foto, e poi me.

Tu sei la figlia di Rosanna Corsi? sussurrò, incredula. Oh, che rimbambita. Continuavo a pensare che mi ricordassi qualcuno

Ma da dove viene quella foto?

Emma si lasciò andare a un racconto nostalgico.

Eravamo amiche per la pelle, io e Rosanna. Io scappavo dal conservatorio, lei dalla palestra. Vivevamo nello stesso cortile. Pure con la ginnastica ho provato, ma lei era molto più dotata. Poi ci siamo perse per un certo Riccardo, un allenatore belloccio per cui abbiamo litigato. Lui poi si è fidanzato con me e ho preso il cognome Moretti. Un matrimonio lampo e mi è rimasto il nome.

Tutto ora aveva senso.

Da quel giorno, non pensai ad altro che a fare ritrovare le due vecchie amiche. Loccasione arrivò quando Bianca aveva una visita al museo: chiamai mamma a prenderla in villa.

Rosanna arrivò col suo cappottino rattoppato; Emma uscì dal salotto sulla carrozzina.

Chi è? ringhiò Emma.

Buonasera, Emma. Non so se sono felice di rivederti, replicò fredda mamma Rosanna.

Parli tu Guarda come sei messa!

Ho una figlia e una nipotina, a differenza di te: tu hai solo chi ti porta il vassoio, rispose mamma senza scomporsi.

Emma accennò una smorfia e si lasciarono andare ai vecchi ricordi. Poi, a fine discussione, Emma cambiò improvvisamente tono:

Basta vivere ancorate al passato. Domani vi trasferite qui! Troppe stanze vuote. Bianca merita una vera cameretta. Non replicare. Abbiamo poco tempo, e bisogna recuperarlo.

Mamma rimase paralizzata, e alla fine, esausta, annuì.

Quella notte, Emma non smise di farmi domande sulla malattia di mamma. Pochi giorni dopo, chiamò un noto specialista presso la clinica più famosa di Torino: pagamento anticipato, nessuna lista dattesa. Annunciò:

Lintervento sarà tra due settimane. Il primario è giovane, bravo e, soprattutto, scapolo. Evita di farlo innamorare!

Mamma era commossa. Io pure. Ma il meglio doveva ancora venire.

Due settimane dopo, mamma era ricoverata. Il chirurgo, dottor Lorenzo Bianchi, era semplice, distinto. Notando come mi occupavo di mamma, disse un giorno:

Non capita spesso di vedere rapporti tanto stretti. Sua madre è fortunata. E anche sua figlia lo sarà.

Ho solo mia figlia, risposi timida.

E io invece il mio matrimonio è finito presto. Non per colpa mia, ma per la differenza di ambizioni. Sono venuto a lavorare qui iniziando da capo. Però chissà, magari la vita riserva ancora sorprese.

Sognai un nido familiare anche per me.

La riabilitazione di mamma fu rapida. Emma si accollò Bianca per aiutarci, e lei cominciò a chiamarla nonna Emma.

Ma la salute di Emma peggiorava: le articolazioni dolenti, le ossa sempre più fragili. La aiutavo come potevo, ma lei si stancava facilmente.

Un giorno, Emma annunciò:

Basta, non sei fatta per questa vita da badante. Devi tornare a studiare: voglio pagarti i migliori corsi di massaggio. Un diploma vero, non quei corsi farlocchi. Accetti?

Ovviamente accettai. Emma, ormai, manteneva praticamente tutta la famiglia, ma io mi impegnai sullonore a ripagarla.

Il maestro era il professor Semenzato, noto per la sua esperienza. Dopo il diploma, mi chiese:

Conosci la Spa Essenza? Lho appena aperta. Ho bisogno di una massaggiatrice seria. Vuoi lavorare con me? Pagherò bene, ti aiuterò ancora a specializzarti.

Quasi mi misi a piangere per la felicità.

Passai mesi intensissimi, facendo pratica, lavorando dalle nove alle tre; il resto della giornata lo tenevo per mamma, Bianca e Emma.

Provai a specializzarmi in riabilitazione motoria. Col tempo, alla Spa Essenza era la mia agenda a riempirsi di clienti.

Nel frattempo, con il dottor Lorenzo nacque una relazione. A piccoli passi, iniziò tutto: serate a teatro, passeggiate per il Parco del Valentino, cinema allaperto, lavoretti in casa.

Mamma riprese a lavorare in sartoria, ma Emma trascorreva i giorni spesso a letto. Alla sera restava sveglia solo pochi minuti. Io la aiutavo a rilassarsi con il massaggio, Bianca le teneva compagnia con i suoi disegni. Per noi Emma era diventata una seconda nonna.

Lorenzo cominciava a mandarmi pazienti bisognosi di trattamenti delicati dopo la cardiochirurgia; parlavamo sempre di più, lavoravamo sempre più spesso insieme. Persino Emma, testarda, diede la sua benedizione.

Lorenzo, non maltrattare le mie ragazze, sono la cosa più preziosa che abbia lasciato.

Mentre scrivo, penso a quanto la vita sia strana: mi pare ieri che stropicciavo un foglietto per un lavoro, oggi invece studio per diventare una professionista in gamba. Ho una famiglia unita, una bambina felice, mia madre che vive unaltra giovinezza e una seconda nonna che ci fa ridere ogni giorno.

Chissà dove sarò tra un anno. Intanto so di avere meritato ogni passo, ogni conquista, ogni fatica. Il domani, oggi, non mi fa più paura.

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