La vicina del piano di sopra

– Francesca, dove hai messo la mia pentola? Quella grande che uso per fare il minestrone?

– Signora Maria, era in mezzo al passaggio. Lho messa lì, sullo scaffale in basso.

– Sul ripiano in basso! Ma io lì non mi piego, la schiena non me lo permette! Ma ci pensi quando sposti le cose degli altri?

Ero ferma al lavello, guardavo fuori dalla finestra. Ottobre pioveva fine, grigio e silenzioso. Dentro, anche io mi sentivo un po bagnata fradicia, ma non era ancora rabbia. Era quella sensazione sottile di quando capisci che è solo linizio.

***

La signora Maria è arrivata da noi un venerdì sera. Paolo lha accolta allascensore, ha portato in casa due valigie pesanti e una di quelle borse a quadretti che ormai tutti chiamano, con amore e ironia, la valigia del trasloco eterno. Sorridevo, lo facevo davvero, perché capivo la situazione: settantotto anni, la casa allimprovviso sottosopra per lavori urgenti, lappartamento sotto aveva fatto danni dacqua, lamministratore si era mosso solo dopo mesi e ora era tutto spaccato fino al cemento. Non sapeva dove andare. Non era uninvasione, mi dicevo, era solo una cosa temporanea.

Parola che poi, temporanea, mi sarei ricordata con una certa amarezza.

Io ho cinquantasei anni. Non sono né vecchia né giovane, sono proprio nel mezzo: conosco il mio valore ma sono ancora abbastanza elastica da non spezzarmi a ogni vento. Lavoro da casa; prendo commissioni per ricami artistici, per collezionisti e piccole gallerie. Non è un passatempo, è un lavoro vero, e ne ricavo abbastanza soldi. Tengo anche un corso online per chi vuole imparare il punto contado e il ricamo in oro. Il mio spazio da lavoro il mio angolo in camera, con la luce naturale dalla finestra a nord, i fili, i telai, le stampe dei schemi non è solo dove mi metto. È la mia officina. La nostra fonte.

Lappartamento con Paolo è un bilocale, ma ben distribuito. Ci siamo trasferiti otto anni fa, quando i figli sono usciti di casa, e per i primi due anni ho fatto pulizia: regalato, venduto, buttato via tutto ciò che non serviva a noi. Sono rimaste solo le cose utili e belle. Pareti chiare, arredo essenziale, niente tappeti ai muri, niente credenze piene di cristalli, niente mazzi di fiori secchi da ricordo. Tre piante vive, non una di più: un ficus, una sansevieria, e un piccolo vaso di rosmarino in cucina. Ogni scaffale sa cosa contiene. Ogni cassetto si chiude senza fatica, perché cè dentro esattamente quello che serve.

Allinizio Paolo borbottava. Diceva di vivere in albergo. Poi si è abituato, e adesso sinnervosisce lui se qualcuno lascia qualcosa in giro. Abbiamo trovato il nostro ritmo, il nostro modo di respirare in due.

E adesso, in quellaria, è entrata la signora Maria.

***

I primi due giorni sono stati quasi belli. Sistemava la stanza degli ospiti che avevamo allestito in fretta: divano letto, metà armadio svuotato. Le ho messo una lampada in più, lasciato un bicchiere dacqua e un libro sul comodino. Pensavo di essere gentile.

Ma già al terzo giorno ho trovato una centrino di cotone alluncinetto, rotondo, color crema, sullampio davanzale del corridoio. Sotto il telefono di casa di Maria, come se fosse sempre stato suo. Lho tolto, piegato con cura e appoggiato sul suo comodino.

Il mattino dopo, il centrino era di nuovo lì.

Ho capito che non era una provocazione. E questo era il difficile: Maria non faceva la guerra, viveva come aveva sempre fatto. Per lei, il centrino sotto il telefono è ordine, calore, normalità. È così. È cresciuta in un mondo dove più cose hai in vista, più sembri ricco e sistemato; se il davanzale è vuoto, vuol dire povertà o trascuratezza. Se hai cinque barattoli di farro di diversa grandezza, sei una brava massaia, non una persona disordinata.

Anche io arrivavo da quel mondo. Ne sono uscita coscientemente.

***

Alla fine della prima settimana, la cucina era irriconoscibile: tre pentole smaltate di tutte le dimensioni, troppo grandi per qualsiasi sportello, erano parcheggiate direttamente sul piano. Vicino, una brutta alzatina di plastica gialla per i coperchi, a forma di alberello stilizzato. Il frigorifero era diventato un campo di battaglia: barattoli di carciofini fatti in casa (portati dalla figlia, direttamente dallorto), contenitori di lardo marinato nellaglio, un sacchetto di fagioli messi a mollo, un anonimo contenitore avvolto con troppa pellicola, la cui funzione avevo perfino paura di chiedere. I miei yogurt finiti nella portiera del frigo, compressi tra il vasetto di rafano e una bottiglia di birra fatta in casa.

Ho rimesso i miei yogurt al loro posto. Maria li ha spostati di nuovo.

La sera, la cucina odorava di verza stufata, cipolle saltate e qualcosaltro. Saporito, pesante, da cucina delle nonne. Non che fosse un brutto profumo, semplicemente non era la mia aria, non era il mio pasto.

Paolo rientrava dal lavoro, annusava e diceva:

– Oh, mamma oggi ha cucinato! Buonissimo il profumo.

Io tacevo.

***

Alla fine della seconda settimana, è comparso un tappetino sintetico di quelli da mercato, con roselline tutto attorno, piazzato davanti al divano in soggiorno. Maria ha spiegato che la mattina si raffreddano sempre i piedi, che da quando era giovane tiene un tappetino vicino al letto. Che potevo dire? Che il tappetino non mi piaceva? Avrei suonato meschina.

Ho taciuto.

Poi, sullappendiabiti allingresso, la sua giacca: non nellarmadio che le avevo svuotato, ma accanto al cappotto di Paolo. Grande, a quadri, beige e azzurra, quasi a invadere la giacca di mio marito.

Lho spostata sul gancio vicino al bagno.

Maria lha rimessa subito dovera. Motivo:

– Lì è scomodo, troppo lontano.

Ho annuito.

La sera, Paolo mi ha chiesto:

– Tutto bene? Ti vedo strana.

– Tutto bene, – ho detto io.

Non era vero, lo sapevamo entrambi. Ma abbiamo preferito lasciar correre.

***

Devo raccontarti della camera da letto. Lì lavoravo, lì erano i soldi di casa. Non era solo una questione di gusti o tappetini.

Il mio tavolo da lavoro stava davanti alla finestra a nord. Un tavolo fatto su misura, chiaro, con ripiani per gli schemi, cassetti per i rocchetti. Una lampada speciale a luce naturale, perché col ricamo serve il colore giusto. Vicino, una piccola scaffalatura: gomitoli e fili di seta ordinati per colore, dallazzurro al rosso, come uno spettro. Questo non è decorazione: è il mio sistema per lavorare.

Sul grande telaio, un lavoro importante: una riproduzione di stendardo processionale antico, in ricamo oro e seta giapponese, richiesta da un collezionista di Venezia. La consegna era a fine novembre, acconto già ricevuto. In ballo, più di duemila euro.

Cavevo già lavorato tre mesi.

Non lasciavo mai che nessuno toccasse il telaio. Lo sapeva anche Paolo. Gatti non ne abbiamo, figli lontani. Tutto sotto controllo.

Fino a che è arrivata Maria.

***

Un giovedì verso mezzogiorno sono uscita a comprare un filo particolare, un terra cotta dorato, che online non rende: bisogna guardarlo dal vivo. Ci ho messo unora, forse un po di più, sono passata anche in farmacia.

Rientro. Entro in camera e la trovo.

Maria era alla mia scaffalatura: stava sistemando gomitoli e fili, mettendo ordine a modo suo. Sul tavolo, vicino al telaio, vedo un rocchetto di seta giapponese aperto, filo mezzo svolto e un nodo da panico in mezzo. E quello era un tono rosa-dorato che ormai avevo quasi finito. Ma la cosa peggiore: un angolo della tela sul telaio era piegato, come se qualcuno ci si fosse appoggiato.

E io lì sulla porta, afona.

Maria si gira serena:

– Francesca, cera troppa confusione qui. Ho rimesso a posto tutto, guarda che bel colpo docchio.

– Signora Maria, – faccio piano, – per favore esca da qui.

– Come? Ma ti volevo aiutare

– Capisco. Per favore, esca.

Se nè andata, piccata, labbra serrate.

Ho chiuso la porta, sono crollata sul pavimento davanti al telaio e ho controllato il danno. Il filo, per fortuna, non era stato strappato. Ho ripreso il tensione della tela, tagliato un terzo della seta annodata: troppo sottile, si sarebbe spezzata lavorandola.

Nessun disastro irreparabile, ma ho sentito: così non si va avanti.

***

La sera Paolo chiede perché la mamma non parli a cena.

Glielo racconto.

Lui mastica, ci pensa, poi dice:

– Non lha fatto apposta. Voleva aiutarti.

– Lo so, non è il punto.

– Francesca, abbi un po di pazienza. Per lei è dura, spaesata in una casa non sua.

– Paolo, questo è il mio spazio di lavoro. Io qui ci guadagno.

– Lo capisco. Ma è solo per poco, resisti.

Ecco che arriva il famoso per poco. Gli chiedo chiaro:

– Quanto durerà?

– I muratori dicono che per dicembre hanno finito.

Dicembre. Ancora un mese e mezzo! I suoi occhi li conosco: ama noi due, non vuole scegliere tra moglie e madre, pensa che sorridendo e insistendo a pazientare tutto si risolva magicamente.

Ma io ho capito che se qualcosa doveva cambiare dovevo pensarci io.

***

Quella notte non ho dormito. Rimuginavo su cosa fare: parlar chiaro con la suocera? Si sarebbe offesa, avrebbe pianto, avrebbe detto a Paolo che la caccio. Scenate? Peggio. Mettere mio marito davanti allultimatum? Lo stritolerei tra due fuochi. Subire? No, non dopo quel filo di seta buttato.

Restava una via di mezzo: ingegnarmi per occupare Maria fuori casa il più possibile e, allo stesso tempo, accelerare coi lavori così che potesse tornare nella sua casa il prima possibile. Ma che la scelta sembrasse sua.

Non era un piano di vendetta, era sopravvivenza: volevo solo riavere casa mia.

***

Ho iniziato dal suo tempo libero.

Maria è una di quelle donne sempre in movimento. A casa sua andava in biblioteca, qualche volta alla messa, destate aiutava la figlia in orto. Qui si annoiava e il rischio, per una signora così, è che riversi tutta la sua energia tra le nostre mura.

Chiamo la mia amica Ilaria, lavora al centro anziani del quartiere. Le chiedo: che attività ci sono per la terza età?

– Un sacco! Nordic walking, coro il mercoledì e il venerdì, laboratorio di feltro, conferenze di salute ogni martedì È tutto gratis, basta tessera sanitaria.

Come iscriversi? Basta presentarsi.

Non sono andata da Maria a proporre: Andateci! Sarebbe stato troppo palese, quasi insultante. Ho seminato.

A cena, di getto, ho buttato lì:

– Signora Maria, Paolo mi ha detto che in gioventù cantavate?

Si illumina. È vero, aveva anche fatto parte di un piccolo gruppo.

– Ho sentito che qui in zona cè un coro per adulti, lo gestisce una persona in gamba, molto simpatici tutti, gratis. Pensavo fosse una bella cosa da provare, visto che siete qui senza fare le vostre solite abitudini.

Lei sorride a metà, ma si schermisce. Da sola non me la sento, con gente che non conosco.

Non insisto. Butto il seme e aspetto.

Tre giorni dopo torno sullargomento: il coro partecipa alle feste della città, ci saranno pure le foto sul giornalino del quartiere. Alla parola giornale, Maria drizza le orecchie. Qualcosa si accende in lei.

La settimana dopo, mi chiede come arrivarci. Le faccio una piccola piantina, scritta grande.

Il mercoledì, alle dieci, esce e torna solo allora di merenda, con una faccia gioiosa.

– Che donne gentili! E il maestro, giovane ma deciso. Cantano canzoni popolari e di Mina. Ho pure cantato una strofa e mi hanno detto di tornare!

– Davvero? – io felicissima davvero.

Da quel giorno, il mercoledì e il venerdì Maria usciva per il coro. Poi si è aggiunta la camminata con i bastoni del martedì: lì la invitava una nuova amica, signora Luisa, del palazzo accanto.

A casa tornava la calma. Non il vuoto, ma pace.

***

La seconda parte del piano era più da stratega.

Ho chiamato la figlia di Maria, Caterina: un rapporto cordiale, nulla più, giusto da parenti per forza. Le parlo senza troppi giri:

– Guarda Cate, siamo contenti di averla qui, ma una donna anziana strappata alla casa ci soffre. I lavori si stanno trascinando troppo?

Cate sospirava: I muratori tirano in lungo, non li controllo io, li segue un amico di mio marito, telefona ogni tanto

Insomma: nessuno veramente tiene i conti.

Le dico:

– Se vuoi, faccio dare unocchiata io. Un nostro vicino capisce di lavori, può fare una stima onesta. Magari ci si muove sul serio.

Subito daccordo. Era stufa anche lei.

Il vicino cera davvero: il signor Gianni, del piano di sotto, pensionato, capo cantiere per mezzo secolo. Spiego, davanti a un caffè.

– Pavimento, pareti, impianti? Se lavorano bene, tre settimane e si fa tutto. Altro che mesi.

Va a vedere, parla col capomastro. Solito: la squadra lavora anche altrove, sulla casa di Maria ci mettevano mano una volta ogni due-tre giorni, soldi già presi in parte. Gianni li prende di petto, detta i tempi: tre settimane di lavoro serio. Promette visite di controllo.

Cate rivede il contratto, mette pressione. Improvvisamente i lavori partono spediti.

A Paolo non ho raccontato niente. Non perché volessi tenere segreti, ma per non metterlo in mezzo: meglio non costringerlo a prendere posizione.

***

Le tre settimane successive sono state unaltalena.

Cerano sere belle, Maria tornava dal coro allegra, raccontava di Luisa e dei pasticcini presi tornando a casa, del maestro che laveva elogiata. In quei momenti sembrava quasi una festa, tutti e tre a cena, la Maria giovane che narrava storie di paese.

Ci sono stati anche momenti brutti.

Un mattino mi trovo il mio Ficus Benjamin spostato dallampio davanzale a terra, in un angolo. Al suo posto, un vasetto di gerani rosa portato da Maria. Spiegazione: Il ficus copriva la luce, il geranio invece ne ha bisogno. Invece il ficus, messo a terra, alla sera aveva già le foglie arricciate.

Lho rimesso a posto, senza una parola, e il geranio lho portato nella sua stanza. Ci siamo guardate fisse.

– Avresti potuto chiedere, – ha detto lei.

– Vale per tutte e due, – ho risposto.

Breve attrito, senza scenate. Poi il gelo è passato: a cena si è parlato daltro.

Paolo cera, vedeva tutto, ma restava zitto. A volte mi faceva più rabbia la sua quiete del geranio invadente. Gli uomini spesso sperano che ignori le crepe e che queste si richiudano da sole.

Non succede. Mai.

***

Unaltra sera, in silenzio, lavoravo al mio tavolo con la lampada accesa. Paolo entra, si siede sul letto.

– Sei arrabbiata con me, – dice, affermando.

– Un po, – ammetto. – Non con te, con la situazione.

– So che ti pesa.

– Capisci, – dico senza staccare gli occhi dal ricamo, – ma capire e partecipare sono cose diverse.

Sta zitto un po.

– Cosa vuoi che faccia?

– Niente, Paolo. Ci penso io.

Non chiede altro, forse per paura, forse per evitare di scegliere. Si sdraia, legge e si addormenta. Resto unora a tirare ago e filo, ascolto lorologio che batte e il respiro di una donna più anziana che non ha fatto nulla di male, ma che comunque stravolge le nostre vite.

Pensavo che nei conflitti di famiglia la cosa peggiore non è lodio, che almeno è sincero. La cosa più distruttiva è quando tutti sono brave persone, si vogliono bene, ma insieme non ci si sopporta più. E non sai con chi prendertela.

***

I muratori hanno finito anche prima del previsto, addirittura di quanto aveva detto Gianni.

Caterina telefona a me, non a Paolo, la mattina di sabato: gli operai hanno finito, manca solo arieggiare e dare una ripulita. La ringrazio, chiacchieriamo, sento che qualcosa tra noi è cambiato: adesso Cate mi vede come una che sa risolvere le situazioni, non solo come la cognata.

Ora restava da dirlo a Maria, senza passare per quella che la caccia.

Ho pensato a come fare per tutto il sabato.

A cena, proprio mentre lei raccontava del concerto di Natale del coro, sorrido e dico:

– Signora Maria, ho una bella notizia. Non spaventatevi!

Lei tace, ci guarda.

– Ho arruolato un tecnico che conosciamo, ha dato una mano a velocizzare i lavori. Cate mi ha chiamato: la casa è pronta. Potete tornare quando volete.

Maria ci guarda fissa. Poi va da Paolo, poi di nuovo me.

– Sei stata tu a organizzare tutto?

– Più o meno. Non volevo che vi sentiste in imbarazzo per più tempo del necessario. A casa vostra state meglio, nei vostri spazi.

Paolo mi guarda come se mi vedesse davvero per la prima volta.

Maria resta a pensarci. Poi si avvicina, mi prende la mano: è calda, legnosa, ruvida di chi ha vissuto a lungo.

– Francesca, sei proprio brava.

Non so che dire, le stringo la mano.

***

Il trasloco è la domenica. Paolo accompagna la mamma, sistema le valigie, si assicura che tutto sia in ordine. Io non vado, resto a casa a preparare la cena, ma la verità: volevo sentire di nuovo il mio appartamento solo mio.

Nei primi trenta minuti giro per tutta casa. Entro in ogni stanza. Tocco i muri. Mi appoggio al tavolo, davanti alla finestra a nord, guardo il telaio.

Tolgo il tappetino coi fiori dalla camera ospiti adesso senza padrona sembra più triste di prima. Sul davanzale, ritrovo lultimo centrino dimenticato. Apro la finestra e faccio entrare laria dottobre.

In cucina, sul secondo ripiano del frigo, trovo un contenitore avvolto con cura nella pellicola: dentro, la nostra amatissima zuppa alla toscana, quella che Maria fa con tre tipi di carne e un tocco di limone che piace solo a Paolo. Cibo per due giorni, lasciato come un dono.

Chiudo il frigo. Mi appoggio. Ripenso a quanto è strana la natura umana: puoi darti fastidio a vicenda per settimane, e lasciarti comunque un po damore alla porta quando vai via.

***

Paolo torna la sera. Mangiamo insieme, in pace, non parliamo molto. Poi lava i piatti, io asciugo. La routine.

Prima di dormire, disteso accanto a me, dice guardando il soffitto:

– Quindi, per tutto questo tempo, hai tramato con i lavori.

– Sì, – rispondo.

– E perché non me lhai detto?

Penso un secondo.

– Tu mi avevi chiesto di avere pazienza. Ma io non ho avuto pazienza, ho agito. E mi sembrava che tu non volessi essere coinvolto, che ti sarebbe pesato per la mamma.

Lui rimane in silenzio a lungo.

– È stata unidea furba, – ammette. – E un po mi dispiace.

– Lo so, – ammetto. – Scusami.

Restiamo lì, nel buio. Non è stata una storia perfetta. Nessuno ha detto tutto quello che pensava. Nessun confronto alla vecchia maniera, solo azioni sottili e silenziose. Ho risolto tutto così, sottotraccia, senza guerre.

Se sia giusto o sbagliato, non lo so ancora.

***

Maria chiama dopo una settimana. È serena. Racconta che casa è bellissima, le pareti pan di spagna proprio come le voleva. Ha ritrovato le sue tazze e le ha sistemate. È passata a trovare la signora Valentina, la vicina ammalata, che le ha fatto mille feste.

– Al coro continuo ad andare, – mi dice. – Il maestro vuole portarci a un concorso cittadino a febbraio. Luisa mi ha proposto di andare insieme.

– Che bello, – rispondo felice.

– Francesca so di avervi dato un po di fastidio. Quando stavo lì da voi.

Non le dico Ma no, tutto bene, sarebbe una bugia. Lei lo capirebbe.

– Siamo solo diverse, Maria, – le dico. – Va bene così. Limportante è che ora stiate bene.

Resta in silenzio. Poi:

– Sì, hai ragione. Questo conta davvero.

***

Di quelle sette settimane ogni tanto ci penso ancora.

Al tappetino coi fiori. Alle pentole sulla cucina. Alla geranio sul mio davanzale. Al contenitore di zuppa in frigo. Alla mano di Maria, ruvida e ferma. A Paolo che dice mi dispiace un po, e finalmente era sincero. Non ho vinto nessuna lotta. Non cera una lotta. Cera solo un compito da portare a casa: difendere il mio spazio senza gridare, senza ferire nessuno.

Non è eroismo. È solo quello che a volte tocca fare: a denti stretti, reggere la forma della tua vita quando qualcuno, senza volerlo, comincia a modificarla.

Difendere i propri confini non è alzare muri o litigare: si tratta solo di sapere cosa vuoi, e andarci piano piano, ma con fermezza.

E la famiglia? La famiglia è questa strana bestia che resiste a tutto. Respira anche negli spifferi. E a volte ti lascia il minestrone pronto in frigo, prima di andare via.

***

A novembre ho consegnato lo stendardo al mio cliente di Venezia. Mi ha scritto che era felice, ha pagato il saldo. Mi sono regalata una nuova seta giapponese dorata, morbida come una foglia dautunno, lho riposta nel mio cassetto. Al posto giusto.

Sul davanzale ora ci sono il mio ficus, la sansevieria e il rosmarino. Niente centrini.

In casa regna silenzio. Odora di caffè e un po di cera dalla candela accesa la sera. Paolo legge sulla poltrona. Fuori è già quasi inverno.

Tutto è al suo posto.

***

Un mese dopo, andiamo a trovare Maria a casa sua. Porto una scatola di cantucci dalla pasticceria che ora va con la sua amica Luisa. Mentre apre ci fa vedere il nuovo appartamento. Tutto chiaro, beige, come voleva lei. Su ogni davanzale, centrini di cotone. E vicino al divano, lo stesso tappetino coi fiori.

Guardo tutto, e non sento niente: niente più fastidio, nessuna concessione. Solo calma. Quella è casa sua.

Quando siamo a tavola, ci dice:

– Dovete venire a febbraio al concorso. Canteremo La Speranza di Mina. Voglio che mi sentiate.

Paolo:

– Certo che veniamo, mamma.

Io:

– Ovvio.

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