L’amore di una madre

Lamore di una madre

Giulietta, sono la signora Rosalia Ferri. Hai dato da mangiare a Matteo oggi? La voce al telefono aveva il tono di chi chiede di un gattino dimenticato sul balcone, invece che di suo figlio trentaduenne, ingegnere informatico.

Socchiusi gli occhi, stringendo il telefono tra la spalla e lorecchio. Sul tavolo della cucina fumava ancora il salmone al vapore con broccoli appena preparato. Matteo si asciugava le mani dopo la doccia, fresco e tonico, laria allegra grazie alla corsa serale.

Buonasera, signora Rosalia. Certo che ha mangiato. Stavamo proprio per sederci a cena.

E con cosa? la domanda arrivò secca. Di nuovo con quella tua insalata e il pesce insipido? Gli uomini hanno bisogno di carne! Di calorie! Ieri ho sentito in tv che quelli magri muoiono prima. Lo vuoi spedire al camposanto con la dieta?

Matteo, riconoscendo il tono familiare, mi fece cenno con la mano: Di che non ci sono. Ma la verità è che, fisicamente o meno, lui era sempre lì, i suoi nuovi modi, il corpo cambiato, la sua scelta erano un peso invisibile che aleggiava fra noi.

Signora Rosalia, è stata una scelta sua. Sta benissimo, anche il dottore ha detto che le sue analisi sono ottime.

Quei medici scrivono solo ricette! sbottò lei. Io sono sua madre, lo vedo. Ha le guance rientrate, gli spuntano le ossa. Era un uomo così distinto, ora almeno fagli una pasta e fagioli come si deve! Domani la porto io. O sei troppo tirchia per la carne?

Era così, ogni giorno alle sei in punto il telefono iniziava a vibrare, e io sapevo che era lei, Rosalia Ferri: mia suocera. Il giudice, lispettrice, colei che controllava se fossi una brava moglie.

Eppure tutto era cominciato in modo così sereno.

***

Otto mesi prima Matteo era rientrato dalla visita medica aziendale pallido come la parete. Si era lasciato cadere sul divano, aveva slacciato la cintura e aveva sospirato come uno che ha appena corso la maratona di Roma.

Giulietta, ho un problema disse sottovoce.

Il cuore mi balzò in gola. Pensai subito: il cuore? Il fegato? Immagini di diagnosi tremende mi attraversarono la mente.

Cosa succede?

Ho la pressione alta. Il medico ha detto che, se non mi do una regolata, a quarantanni sarò pieno di medicine. Il colesterolo è fuori, la glicemia al limite.

Matteo aveva allora trentadue anni. Un metro e ottanta, novantacinque chili. La pancia ormai superava la cintura, il viso era rotondo, il doppio mento ben definito. Cinque anni dufficio, pranzi veloci e vita sedentaria avevano trasformato il ragazzo atletico che avevo conosciuto in un impiegato affannato.

Sai, mi confessò, dopo una pausa, sono stanco. Stanco di restare senza fiato salendo le scale. Di vergognarmi al mare. Basta.

Lo abbracciai. Per me non era mai stato un problema quanto pesasse: lo amavo così comera. Ma se lui non si piaceva, se rischiava la salute, sì, bisognava cambiare.

Facciamolo insieme proposi. Impariamo a mangiare bene, troviamo una buona palestra. Io cucino leggero.

E così fu. Matteo fece labbonamento all«Atletico Roma», si trovò un allenatore. Io scaricai app Italiane per ricette sane, comprai la bilancia digitale, la vaporiera. Andavamo al supermercato, leggendo le etichette, contando calorie e proteine.

Il primo mese? Un inferno. Matteo era di cattivo umore, affamato, borbottava contro il pollo lesso. Ma poi il corpo si abituò. Si accorse che non crollava più dal sonno dopo pranzo, che le scale non erano una tortura e i jeans scivolavano larghi.

Gli preparavo il porridge la mattina acqua, frutta, mandorle, niente latte. A pranzo portava la schiscetta con tacchino e verdure. Cena a base di pesce, insalate, e talvolta ricottine al forno senza zucchero. Addio maionese, fritti, fast food. Allinizio sembrava tutto insipido, poi abbiamo scoperto il vero sapore degli ingredienti. Broccoli, se cucinati bene, sono deliziosi!

I chili cominciarono a scendere. Lenti prima, poi più rapidi. Tre mesi: meno sette chili. Sei mesi: meno dodici. Dopo otto mesi, ottanta chili tondi. Meno quindici!

Era cambiato fuori e dentro. I lineamenti definiti, gli occhi brillanti. Un corpo nuovo, energico, sicuro.

Amici e colleghi lo lodavano. Sul lavoro chiedevano consigli. Persino le donne lo guardavano per strada. Io ero felice per lui, fiera: il mio Matteo ce laveva fatta!

Quellestate la signora Rosalia era in campagna dalla sorella, a Gubbio. Tornò a settembre. Per tre mesi non aveva visto il figlio. Ci sentivamo via telefono, ma lì non si «pesa» una voce.

Poi, un sabato mattina, eccola alla porta.

***

Ricordo quel giorno come fosse ieri. Bussa, allimprovviso. Noi ancora a letto. Matteo apre in mutande e maglietta.

Sentii un grido dalla porta.

Matteo! Santo cielo, cosa ti è successo?!

Accorsi in corridoio. Mia suocera coi sacchetti in mano, il viso bianco, gli occhi sbarrati. Guardava Matteo come si guarda uno spettrio.

Mamma, ciao salutò Matteo assonnato. Sei arrivata presto.

Ma che ti hanno fatto?! Sei ammalato? Hai perso quanti chili? Gettò i sacchetti, gli afferrò le spalle, palpandolo come per vedere se fosse ancora vivo. Stai diventando un fantasma! Cosa vi hanno fatto?!

Quella domanda era per me. Io mi bloccai sulla soglia, in camicia da notte, col peso del senso di colpa prima ancora di una reale accusa.

Mamma, sto bene rise Matteo. Ho solo perso peso, apposta. Faccio sport, mangio meglio.

Di proposito?! fece un passo indietro. Ma se eri un belluomo! Ora sembri malato!

Non è malato, intervenni piano. È in gran forma. Il dottore lha lodato. Le analisi tutte migliorate.

Mi fulminò con lo sguardo, come se avessi offerto del veleno.

Tutte idee tue? Queste diete? Lo hai tenuto a digiuno?

Mamma! sbottò Matteo. Lascia perdere. Nessuno mi ha costretto. Ho deciso io. Ne avevo abbastanza di essere grasso.

Grasso?! Non eri grasso! Si agitò. Eri un uomo vero! Gli uomini devono avere la panza, la forza! Non sembrare uno stecco!

Matteo, ottanta chili, un metro e ottanta. Un uomo sano e nella media. Ma per sua madre, la norma era il figlio paffuto di una volta.

Portava con sé una pentola di pasta con salsiccia, patate al forno col manzo, e una crostata di ricotta. Mette tutto sul tavolo e ordina a Matteo di mangiare.

Mamma, grazie, abbiamo già fatto colazione cerca di protestare lui.

Cosa? Con quella pappa lì? Quella è per i passerotti! Siediti e mangia come si deve!

Matteo, impotente, prende posto e mangia una porzione di pasta per non darle dispiacere. Solo allora sua madre sembra calmarsi.

Così si mangia! sentenzia, alzandosi. No quelle miserie di insalata e pesce. A un uomo ci vuole sostanza. Verrò più spesso a controllare.

Dopo la sua partenza Matteo si butta sul divano, esausto.

Mezza giornata per digerire questa roba brontola. Non sono più abituato.

E il giorno seguente iniziarono le telefonate.

***

La prima alle sei in punto.

Giulietta, sono Rosalia Ferri. Cosa ha mangiato Matteo a pranzo?

Restai spiazzata.

Buonasera A lavoro, ha portato un tacchino con verdure.

Tacchino? delusione. È stopposo! Deve mangiare maiale, della carne vera. E come verdure?

Peperoni, pomodori, cetrioli

Non è cibo tagliò corto. È contorno del contorno. E le patate? La pasta? Un uomo senza carboidrati non campa.

Provai a spiegare che assume carboidrati dai cereali, che la dieta era seguita da un nutrizionista. Lei ascoltava in silenzio, poi commentava:

Lo so io cosa vuol dire nutrire un uomo. Matteo lho tirato su sana e robusto, in sei mesi me lavete rovinato. Domani gli porto delle polpette come si deve.

Il secondo giorno richiamò, chiedendo della colazione. Risposi: omelette con tre albumi, pane integrale.

Solo albumi? E il tuorlo?! indignata. Le vitamine stanno lì! Risparmiate sulle uova?

No, solo che contiene colesterolo, e Matteo deve tenerlo basso.

Sciocchezze! Il colesterolo non viene dalle uova; mio padre ne mangiava cinque al giorno e campava fino a ottantanni.

Inutile insistere.

Il terzo giorno chiese della palestra.

Sì, ci va, quattro volte a settimana.

Quattro?! sgranò gli occhi. È una malattia questa! Ti stai approfittando! Il cuore non regge!

Ha il personal trainer. Tutto seguito.

Ah, questi allenatori spillano soldi! A questetà invece bisogna aver cura del corpo, non scannarsi. Lo vuoi buttare via così?

Stringo i denti. Matteo rientra dalla palestra, raggiante. Sta benissimo, analisi perfette, pressione sotto controllo. Ma secondo sua madre, sta morendo.

Al quarto giorno chiamò alle otto, mentre ci preparavamo:

Giulietta, hai controllato che Matteo non abbia i vermi? Da quello si dimagrisce.

Quasi caddi la telefono.

Signora Rosalia, sta benissimo, sono solo scelta e attività fisica.

Avete fatto analisi? Magari è la tiroide. O lulcera. Magari dimagrisce così.

Passai la cornetta a Matteo, che provò a calmarla, rassicurarla. Lei ascoltava, poi concluse:

Non capisci cosa ti fanno. Stasera vengo io.

E si presentò con una casseruola di risotto e dolcetti. Matteo mangiò poco per non offenderla, guardandomi con lo sguardo di chi si sente in trappola: da una parte la madre, dallaltra la moglie.

Dopo che se ne fu andata:

Scusami, Giulietta. È anziana, non capisce

Matteo, se non le poni un limite, non finirà mai.

Si calmerà, si abituerà.

Ma non si calmò. Le telefonate continuarono ogni giorno. Talvolta due volte al giorno. Sempre più assurde.

Lacqua calda la avete? Magari dimagrisce col freddo

La notte gli viene fame? Lo lasci affamato?

I frullati proteici sono chimici, lo fanno male!

Telefonava a parenti e conoscenti, dicendo che il figlio era in fin di vita, che la nuora lo faceva patire. Un giorno chiamò la zia di Matteo in ufficio:

Serve aiuto?

Per cosa? sbalordito.

Tua madre dice che sei ridotto male. Serve il medico? O soldi per la cura?

Matteo era furioso. Più tardi chiamò la madre, cercando di spiegare che non stava male, che non servivano allarmismi. Lei si mise a piangere, dicendo che moriva di preoccupazione e che presto lui le avrebbe spezzato il cuore.

Alla fine cedette, promettendo di visitarla più spesso perché vedesse coi suoi occhi.

***

Una settimana dopo andammo a casa sua. Matteo indossava una camicia di due taglie più grande, ormai larga. Rosalia ci accolse con la tavola piena: pollo arrosto, patatine, insalata di riso, crostata, torta.

Sedetevi! Matteo, mangia! Devi riprenderti!

Interpretai il banchetto come una trappola: se non mangiasse, sarebbe una lite. Se mangiasse, addio risultati.

Prese solo un po di pollo e insalata senza maionese. Rifiutò le patatine e la torta. Rosalia seduta davanti a lui col viso di marmo.

Neanche la crostata? chiese con la voce rotta. Lho preparata io, sveglia alle sei

Mamma, non posso. Sto attento a ciò che mangio.

Attento a cosa?! Alla fame! Guardati e si voltò verso di me. È tutta colpa tua! Da magra che sei, hai fatto diventare magro pure lui!

Mi andò il tè di traverso.

Non lho costretto, è una sua scelta

Sì, come no. Gli uomini non scelgono nulla, è la moglie a stabilire cosa si mangia! Gli dai solo erba! Vedo cosa portate in ufficio. Solo verdure!

Cè carne, cereali, verdure, tutto bilanciato

Non discutere con me! tagliò corto. Io non ti dico come lavorare e tu non insegnarmi a crescere mio figlio! Era sano per trentadue anni e tu lo hai ridotto a uno scheletro!

Matteo si alzò da tavola.

Mamma, basta. Giulietta non centra.

Ovviamente! Difendi tua moglie e offendi tua madre! Ho dato la vita per te, da sola dopo la morte di tuo padre, e ora ascolti lei

La minaccia rimase sospesa nellaria.

Andammo via in silenzio. Matteo guidava serrando lo sterzo, io guardavo fuori con la rabbia che montava dentro.

Quella sera telefonò a me.

Giulietta, scusami per le cose che ho detto disse conciliantemente. Sono solo preoccupata. Capisci, sono una madre. Mi fa male vederlo così. Era bello, e ora

Lo è tuttora, replicai sicura.

Per te, forse Ma tutti dicono che sembra malato. Non lo riconoscono più. Non capisci che sembra che non avete di che mangiare?

Tutto a posto. Solo che non mangia più come prima.

Ero esausta di spiegare, stanca di essere la cattiva, la responsabile di ogni problema.

***

Le tensioni con la suocera crescevano. Chiamava ogni giorno, controllando cosa preparavo, quanti pasti facesse Matteo, se aveva mal di testa, svenimenti. Ogni mio gesto era sotto osservazione.

Un giorno telefonò direttamente al mio ufficio. Una collega mi porse la cornetta, divertita.

Giulietta, è la signora Ferri. Matteo non risponde. Sta bene?

Mi irrigidii.

Non lo so, siamo entrambi a lavoro. Mi informo.

Chiamai Matteo: rispose subito.

Ciao amore, successo qualcosa?

Tua madre è in ansia, non riesce a contattarti.

Uops, sospirò. Avevo il telefono silenzioso in riunione.

Mi affrettai a rassicurare Rosalia.

Meno male, sospirò. Già pensavo si fosse sentito male Sai, con la fame vengono gli svenimenti.

Non sta morendo di fame! sbottai.

Dici tu. Ma ieri in televisione hanno detto che calare di colpo è rischioso. La pelle cade, gli organi scendono. Lo hai portato da uno specialista?

Il medico di base basta. Va tutto bene.

Da un gastroenterologo? Cardiologo? Endocrinologo?

Non ha sintomi, sta benissimo!

Per ora mia zia pure dimagrì, poi si ammalò allo stomaco! Chiuse col solito presagio.

Abbassai la cornetta, affaticata. Una collega mi guardava con comprensione.

Sua suocera? indovinò.

Annuii.

Ho avuto lo stesso problema. La metteva contro di me tutti i giorni. Finché non ho detto a mio marito: o lei o me. Scelse me. Sei mesi di silenzio e poi lasciò perdere.

Non me la sentivo di proporre un aut aut. Rosalia era sola. Il marito morto dieci anni prima, amici tanti ma nessun affetto stretto. Matteo era tutto per lei. Capivo, temeva di perderlo, di non essere più necessaria. Ma io non ne potevo più del controllo.

Quella sera dissi a Matteo:

Dobbiamo parlare.

Mi guardò preoccupato.

Cosa cè?

Tua madre. Io non resisto. Chiama ogni giorno. Vuole sapere ogni dettaglio di ogni pasto. Mi accusa di affamarti. Non reggo più.

Giulietta, si preoccupa

Lo so! Ma le sue ansie non devono travolgere la nostra vita! Non lo vedi? Mi tratta come una bambina incapace di occuparsi di te.

Lei non intende questo

Allora perché si comporta così? Perché porta pentole di pasta, come se non sapessi cucinare? Perché chiama il mio ufficio?

Matteo abbassò lo sguardo.

Dille di non chiamare più me chiesi decisa. Se vuole sapere qualcosa, chiami te. Non me.

Va bene disse piano. Glielo dirò.

Il giorno dopo parlò con la madre, chiedendole di non disturbarmi sul lavoro. Si trattenne per due giorni. Poi riprese, solo che chiamava Matteo, cinque volte al giorno. Lui diventò nervoso, irritabile. Un giorno scagliò il telefono e sbottò:

Basta! Non ce la faccio più!

Coshai?

Ora chiama sempre e solo me! Mattina, pomeriggio, sera! Si preoccupa che svenga, che abbia mal di stomaco, che sia debole. Ma sono mica in fin di vita?!

Labbracciai.

Serve una chiacchierata. Tutti insieme. Spiegarle che stai bene, che è una scelta tua, che deve accettare.

Non capirà, disse sconsolato.

Proviamoci.

***

Concordammo di andare da lei il sabato. Ci accolse con tavola imbandita, ma Matteo non si sedette.

Mamma, dobbiamo parlare.

Lei si bloccò, col piatto in mano.

Che succede?

Da due mesi non fai altro che chiamare, controllare, criticare Giulietta. Non accetti la mia scelta.

Lei sbiancò.

Mi preoccupo per te. Sono tua madre. Ne ho il diritto.

Preoccuparti sì. Ma non controllare ogni pasto. Ho trentadue anni. Sono un uomo adulto, ho una mia famiglia. Scelgo da me come vivere.

Tu scegli o sceglie lei? fece cenno verso di me, dura.

Mamma!

Dimmi la verità! Prima non rifiutavi mai il mio cibo! Amavi la mia cucina! Ora invece no. Lei ti ha convinto con queste diete!

Nessuno mi ha convinto a nulla, replicò Matteo. Ho deciso io. Ero in sovrappeso. Il dottore mi ha spaventato. Cambiando, sto meglio. Analisi perfette, pressione a posto, pieno di energia. Non lo vedi?

Vedo solo che sei dimagrito di quindici chili! Il viso scavato! Nemmeno più tuo figlio sembri!

Ora mi riconosco io, mamma. Prima ero grasso. Avevo la pancia enorme. E faticavo pure a fare le scale. Non è normale a trentadue anni.

Non eri grasso! Eri normale! Gli uomini veri sono abbondanti.

No. Ero ingrassato. Ora sto bene.

Lei scoppiò in lacrime, si asciugò la faccia, sedendosi.

Ho paura singhiozzò. Se ti succede qualcosa, muoio anchio.

Matteo le prese la mano.

Non mi succede nulla, anzi. Sono più sano ora. Il medico dice che restando così anche a quarantanni avrei dovuto prendere pillole per la pressione, magari anche peggio. Infarto, ictus. Quelli son rischi veri col sovrappeso. Ora li evito.

E se hai esagerato a dimagrire? E se anche quello fa male?

Il peso è giusto: ottanta chili per un metro e ottanta è perfetto. Sto bene così.

Lei fissava le mani intrecciate.

Tutti questi palestre, tutte ste robaccie salutiste Prima si mangiava normale, si viveva meglio.

Una volta si faticava sul serio, dissi con cautela. Ora stiamo fermi al computer, e i cibi hanno tanti zuccheri, additivi. Per restare sani deve cambiare anche lo stile di vita.

Mi guardò, e nei suoi occhi lessi paura, smarrimento e dolore.

Mi stai portando via mio figlio.

Mi fermai un attimo.

Non posso. È suo figlio, non glielo porterò mai via.

Prima veniva a casa, mangiava mio cibo, parlavamo. Ora sta qui, rifiuta tutto. Sembra che non abbia più bisogno di me.

Non è il cibo che fa il legame, provai con voce più dolce. Matteo la ama sempre. Vuole cucinare con lei, stare con lei, passeggiare, vedere un film. Ma senza stress, senza pressioni.

Lei mi scrutò a lungo, combattuta tra abitudini e accettazione.

Non volevo ferirti sussurrò infine. Non sapevo cosaltro fare. Volevo che mangiasse bene.

Mangia bene, solo diverso da prima.

Matteo le mise una mano sulla spalla.

Se vuoi cucinare per me, mamma, facciamo insieme delle ricette nuove. Giulietta te le passa. O vieni da noi, cuciniamo tutti insieme. Ma basta telefonate per sapere se sto mangiando. Umilia lei, e me.

Rosalia annuì, asciugandosi col fazzoletto.

Ci proverò promise.

Andammo via con un filo di speranza. Matteo mi strinse la mano in auto.

Grazie per non aver perso la calma. So che non è stato facile.

È difficile, risposi. Ma lo è ancora più per lei. Teme di restare sola.

Non resterà sola.

Devi dirglielo tu, non io.

***

Per una settimana, niente chiamate. Cominciavo a crederci. Ma allottavo giorno, alle cinque e mezza, squillò il telefono.

Giulietta, sono Rosalia.

Esitai, trattenendo il respiro.

Sì?

Pensavo Domenica verreste da me? Faccio il pesce al forno con le verdure. Ho trovato la ricetta su internet, senza olio. E una bella insalata. Pare faccia bene.

Trattenni le lacrime.

Volentieri, signora Rosalia.

E scusami ancora. Davvero. Ho avuto paura di perdere Matteo.

Non lo perderà.

Ora lho capito.

Chiuse. Rimasi seduta in cucina col telefono in mano. Matteo uscì dalla doccia, mi vide.

Cosa succede?

Tua madre ci ha invitati domenica, vuole cucinare pesce leggero.

Lui sorrise piano.

Ci prova, dai.

Sì, ci prova.

Ma la sera del sabato chiamò ancora, stavolta preoccupata.

Giulietta, scusa. Volevo chiedere: Matteo può mangiare le carote? Vanno bene le barbabietole? Nel sito cera scritto che hanno calorie.

Sospirai.

Sì, signora Rosalia, in quantità giuste tutto va bene.

Quanto, cento grammi? Duecento?

Cento vanno bene.

Il pesce meglio salmone o merluzzo? Il salmone è grasso, sarà meglio evitarlo?

Va bene anche il salmone, i grassi sono buoni.

Davvero? Pensavo il grasso facesse male Ok, compro il salmone. E per il grano saraceno basta lacqua o va il burro?

Compresi che sarebbe stato un processo lento. I suoi timori non sarebbero spariti in una sera. Ma ora provava, almeno, a capirci. Questo era già un passo avanti.

Solo acqua, e un filo di burro va bene.

Segno tutto. Grazie. Non ti dispiace se ti chiamo?

No, signora, non mi dispiace.

Voglio solo che vi piaccia. Che vada tutto bene.

Andrà bene, vedrà.

Chiuse.

Matteo aveva sentito tutto.

Ora chiamerà per ogni ricetta salutare?

Forse sì.

Meglio domande che accuse.

Di gran lunga, risevo.

***

La domenica andammo da lei. Tavola modesta: salmone al forno con limone ed erbette, verdure grigliate, grano saraceno, insalata fresca senza maionese. E una fettina minuscola di crostata, solo simbolica.

Ho fatto del mio meglio. Se non vi piace, ditemelo.

Matteo assaggiò il pesce, chiuse gli occhi.

Mamma, è perfetto.

Risplendette.

Davvero? Avevo paura di sbagliare. Dicevano venti minuti ma ho fatto venticinque Magari era poco cotto.

È perfetto, davvero, signora Rosalia.

Si sistemò i capelli impacciata.

Voglio imparare anche quei vostri frullati proteici. Mi insegni?

Certo.

Si mangiava e si discuteva del più e del meno. Rosalia raccontava dei vicini, dellorto, di una nuova fiction Tv. Non chiese quanto Matteo mangiava, non gli impose nulla, non insisteva. Era solo lì, con noi.

Quando andammo via mi abbracciò sinceramente.

Grazie mi sussurrò. Per non avermi abbandonata. Per aiutarmi a capire.

Andrà tutto bene.

In macchina, Matteo mi prese la mano.

Mi sa che è linizio di qualcosa.

Forse sì.

Ma tre giorni dopo il telefono squillò di nuovo. Ore diciotto. Vidi il nome e sentii lo stomaco chiudersi.

Giulietta, sono Rosalia. Hai dato da mangiare a Matteo oggi?

Rimasi in silenzio un attimo.

Sì, lo ha avuto risposi fermamente.

E cosa?

E lì capii che non sarebbe mai finita. Lei avrebbe continuato a chiamare. Forse meno, forse con nuove ansie. Ma non avrebbe smesso: era il suo modo di restare nella vita del figlio. Di sentirsi ancora necessaria, ancora amata.

Senta, signora Ferri, dissi dolcemente ma decisa. Se vuole sapere cosa mangia Matteo, chieda a lui. È adulto, può raccontarlo lui stesso.

Ma io

No, ascolti. Non riferirò più di ogni suo boccone. Non è giusto, non è normale. Se vuole, ci venga a trovare. Vedrà tutto coi suoi occhi. Ma basta con i processi quotidiani.

Lei tacque. Sentivo il suo respiro al telefono.

Hai ragione mormorò. Scusami. È solo abitudine.

Le abitudini, col tempo, si cambiano.

Sì, ci proverò.

Chiuse la chiamata.

Matteo sbirciò dalla porta.

Tutto bene?

Non so ancora ammisi. Ma finalmente le ho detto quello che avrei dovuto dire da tempo.

Mi strinse.

Sono orgoglioso di te.

Io sono solo esausta. Stanca di dovermi difendere come moglie invece che sentirmi accettata.

Da ora ti proteggerò io.

Fallo, adesso.

Passò una settimana. Nessuna telefonata. Poi unaltra. Stavo quasi convincendomi che avesse capito, che il confine fosse finalmente tracciato.

Ma il venerdì sera il campanello suonò. Aprii e la trovai lì con una busta in mano.

Buonasera, Giulietta. Do fastidio?

No, prego, entri.

Si tolse il cappotto, andò in cucina, posò un contenitore.

Ho provato a fare lo spezzatino di verdure, quasi senza olio. Volevo che assaggiaste, magari vi piace.

Matteo uscì, la abbracciò.

Grazie, mamma.

Figurati Sto ancora imparando a cucinare alla vostra maniera. Non giudicate troppo severamente.

A cena assaggiammo lo spezzatino. Era saporito! Rosalia ci osservava e sorrideva.

Vi piace?

Molto! disse Matteo.

Menomale. Allora ho fatto bene.

Restò poco. Niente interrogatori, niente ispezioni del frigorifero. Solo una chiacchierata tranquilla.

Quando uscì, Matteo mi strinse forte.

Sta davvero cambiando?

Forse sì.

Ma sapevo che era una tregua fragile. Ci sarebbero state altre ricadute, telefonate, tentativi di controllo. Le vecchie abitudini sono dure a morire. La lotta per la privacy, per la famiglia, il rispetto, non è finita.

Ma ora sapevo che potevo dire no. Che il confine lavevo segnato. Che non dovevo più spiegarmi, subire accuse o vergognarmi. Avevo il diritto di vivere la mia vita col mio uomo. E che lui, finalmente, mi avrebbe difesa.

Il telefono squillò, alle sei in punto di lunedì.

Guardai lo schermo. Rosalia Ferri.

Risposi.

Giulietta sono io. Non volevo disturbarti. Solo sapere se nel fine settimana potreste venire. Vorrei imparare quei frittini di ricotta, senza farina. Mi aiuti?

Sorrisi, stavolta senza pesantezza.

Volentieri, signora Rosalia. Arriveremo.

Lei chiuse.

Matteo mi guardava curioso.

Un piccolo passo?

Piccolo ma vero.

Sorrise e mi baciò sulla testa.

Ci mette tutta sé stessa.

Ci prova. E io quasi lo spero anche per noi. Che un giorno le sue telefonate saranno solo telefonate, non controlli. Che parleremo da persone che, in fondo, cercano solo di volersi bene, trovare insieme lingue nuove per esprimere lamore.

Per ora, in quella sera tranquilla, col profumo del pesce al forno e il buio calato su Roma, sentivo solo una cosa: la battaglia non era vinta e neanche persa. Ma ora stavamo uniti, dalla stessa parte.

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