Lidietta

CARISSIMA LIDIA

Questa mattina ho fissato i pantaloni e la camicia con rabbia, prima di buttarli nuovamente sulla poltrona. Ma come posso farmi vedere in giro conciato così?! I pantaloni sono tutti stropicciati, ormai senza nessuna piega, e sul sedere brillano in modo imbarazzante. Negli ultimi tempi avrò perso almeno cinque chili, e addosso mi cascano come un sacco. Sulla camicia poi, stendiamo un velo. Da celeste che era, è diventata di un grigino smorto, i polsini sono sfrangiati, il colletto molle che vergogna! Lidia, con una camicia così, non mi avrebbe mandato neppure alla bottega sotto casa, e invece io ci vado in università a tenere lezioni da professore… Non sono mai stato uno a cui importava labbigliamento, però sapevo presentarmi, anzi, mi piaceva vestire bene. Non così, almeno…

Non badavo a come cambiassero le camicie nellarmadio, ai vestiti nuovi, alle giacche, cravatte, coppole, scarpe eleganti: bastava infilare la mano nellarmadio o chiedere a Lidia che domani avrei avuto bisogno…

Eh già, Lidia, cosa sei andata a inventarti? Non me lo sarei mai aspettato, un tradimento simile! Era persino più giovane di me, quasi dieci anni, mai avuta una vera malattia, e neanche stavolta sembrava nulla di serio. Un po di febbre per tre giorni, una tosse stupida. Manco sarebbe andata dal dottore: avesse potuto, avrebbe bevuto le sue tisane come sempre. Ma doveva aggiornare il libretto sanitario prima dellinizio dellanno scolastico, e così è andata alla ASL con gli altri prof.
Pensavo fosse solo una formalità, una visita di routine in una mediocre struttura pubblica E invece da lì, dritto in ospedale. Poi il vortice, come in un incubo, e a Capodanno tutto era finito. Razionalmente, capivo tutto, ma ho finito con lodiare quella maledetta sede della ASL, come se avesse ammazzato proprio lei Lidia, benché lì per primi si siano preoccupati. Ma come un ragazzino testardo, dentro di me pensavo: da lì è iniziato tutto, sono loro i colpevoli.

Conobbi Lidia quando, dottorando al secondo anno, tenevo i seminari di analisi integrale agli undergrad. Lei, Lidia, era una matricola. Buffo a pensarci ora, che mi sia davvero accorto di lei! Mi sono sempre piaciute le tipe brillanti, estroverse, di razza invece lei era poco più che una bambina: guance rosse dal freddo, lentiggini anche a febbraio, le dita corte e paffute con le unghie mangiucchiate e macchioline dinchiostro. E su quelle dita ho perso la testa.
Mi sono sentito così intenerito che ho iniziato ad accompagnarla a casa, a visitare la nonna per fare insieme i ravioli. E dopo, era inevitabile sposarci!
Eppure, nei nostri quarantanni insieme, Lidia raddoppiò di volume, tagliò le treccine, fumava due pacchetti al giorno e diventò vicepreside di un liceo scientifico. Ma per me era sempre la ragazza dalle mani da bambina e le unghie mangiate, e il cuore batteva solo per lei.

Non era unesistenza da copertina, per carità. In quarantanni ne abbiamo passate di tutte. Anchio non sono stato uno stinco di santo: almeno una decina di scappatelle, due davvero serie, con fughe di casa annesse. Ma anche Lidia ha saputo farmi vedere le stelle, uscendo per tre anni con il direttore della fabbrica che sponsorizzava la sua scuola. Ma avevamo due figlie, e sono state loro gli ancoraggi che, in ogni tempesta, impedivano alla nostra barca di affondare.

Nemmeno questo è giusto, a pensarci: prima la miseria e vivere una sopra laltro, poi le bambine piccole e la nostra vita consumata tra la scuola di musica, quella darte, le scuole pubbliche, il pattinaggio e le continue influenze delle bambine. Ora, finalmente, quando la casa è diventata grande e le ragazze hanno ognuna la propria vita, ci vediamo solo nelle feste grandi e i nipotini sono quasi una comparsa… E proprio adesso, Lidia ha deciso di andare via, senza lasciarmi un manuale di istruzioni.

Non mi aspettavo proprio un colpo basso da Lidia, tanto che allinizio quasi non mi ero reso conto di niente. Persino durante la messa funebre, mi sono comportato più da festeggiato di compleanno che da vedovo, al punto che amici e colleghi hanno notato il mio scarso dolore, come se non meritassi conforto. Peccato per loro: ho solo realizzato il dramma due mesi dopo, con la primavera alle porte. E allora sì, sono crollato: mi sono buttato giù, ho perso peso, non reggevo un minuto da solo in casa.

Delle figlie, poi, meglio non parlarne: una in giro per il mondo tra i volontari ambientalisti, tra i delfini da salvare e le migrazioni degli uccelli; laltra immersa nella famiglia del marito, la bimba e il papà fuori da ogni ruolo così, ho iniziato a farmi invitare dagli amici.

Chiamarle visite è un parolone: arrivavo allalba, mi avventavo su tutto quello che cera da mangiare, poi dormicchiavo in poltrona, in silenzio, sorseggiando tè con biscotti, disseminando briciole e addormentandomi persino vestito. Me ne stavo lì, aspettando che lorario lo rendesse strano, e solo allora mi trascinavo a casa, pronto a ripetere la scena lindomani.
A casa, ecco il vero abisso. Niente appetito. In quarantanni, io ero il cuoco, ma per me solo non mi viene nemmeno da far bollire lacqua. Nel giro di poco ero irriconoscibile, sembravo invecchiato ventanni e gli amici si sono allarmati, decidendo che mi serviva una compagna.

Così, oggi dovrei uscire a teatro con una certa Anna Costantini. Non ne verrà fuori niente di buono. Il teatro piaceva a Lidia, ogni tanto le facevo compagnia solo per vederla felice: per me tutto finto, noioso, senza valore. Ma Lidia era capace di guardare il palco con entusiasmo, conservare i programmi, ricostruire con dovizia le battute e le scene… e non riuscivo a dirle di no.
Adesso i miei amici, convinti di aiutarmi, mi rifilano biglietti e mi trascinano per i teatri della città, io che mi infilo scarpe scomode e vecchie giacche, seduto per ore impolverato tra profumi nauseanti di vecchie signore, offrendo succhi di frutta e pasticcini secchi nellintervallo, sognando la mia stanza con il cuscino che sarà suggestione ancora profuma di Lidia. Ma non posso offendere chi mi vuole bene, e vado. Lo so: non si può restare soli, anche se ormai non capisco davvero a cosa serva questo trascinarsi avanti senza voglia.

Anna Costantini, però, si è dimostrata una donna più giovane di quindici anni, ben curata, intelligente, con buone maniere. Un tempo mi avrebbe fatto girar la testa. Mi sono sentito improvvisamente ancora più vecchio al suo fianco, ma lei è stata gentile e proposta con entusiasmo nuovi appuntamenti per il weekend.
Lo spettacolo, stavolta, almeno era breve e senza intervallo. Sfortunatamente, dopo bisognava invitarla a bere qualcosa, visto che al buffet non ci avevamo mangiato. Ma la sorte mi è stata amica: Anna mi ha detto che abita vicino al teatro, e aveva preparato uno stufato e la crostata, così mi invitava volentieri a casa.

Tutto era ovviamente studiato, ma per un po di calore domestico avrei fatto qualsiasi cosa, e ho accettato senza esitazione.
Anna ha superato la prova anche dentro casa: lappartamento piccolo e curato, odore di vaniglia e cannella, lei che in dieci minuti si è cambiata in una tuta sportiva che la faceva sembrare ancora più ragazzina, attenta e ospitale, impegnata a chiacchierare mentre mi serviva piatti fatti con le sue mani… Ho pensato che in quella casetta quasi magica avrei voluto restarci per sempre, lasciandomi alle spalle il mio passato e la notte che mi stritola il cuore.
Sono tornato a casa solo dopo la mezzanotte, e già avevamo deciso di vederci il giorno dopo per una mostra al Museo delle Collezioni Private, poi un giro in centro a comprarmi qualche vestito, così non avrei sfigurato accanto a lei. Sabato previsto il pranzo da Anna. Lei avrebbe preferito farmi vedere la sua casetta di campagna fuori Roma, ma la figlia le aveva chiesto di tenere la nipotina qualche ora, quindi la gita rimandata alla domenica.

Sabato mattina mi sono regalato un salto dal barbiere e, complice una camicia nuova di flanella a quadri e i jeans di velluto, sembravo più giovane di cinque anni. Ho preso dei fiori e una tavoletta di cioccolato per la nipotina e sono andato a casa di Anna.
Già salendo le scale sentivo un profumo da capogiro di anatra e pasticceria, e mi sono trovato a canticchiare una melodia mentre sorridevo al mio riflesso nellascensore.
Anna mi accoglie con una gioia lieve, tenera, tornando subito in cucina per portare in tavola, mentre io dispongo i fiori nel vaso, stappo una bottiglia di montepulciano e verso il succo alla piccola.
Vieni, Lidia, presentati!, chiama Anna.
Ed ecco che la nipotina, Lidia, compare: occhi grandi e limpidi, guance rosa, lentiggini sparse sul nasino allinsù. Lidia mi guarda diffidente, mangiando nervosa lunghia del pollice. Speriamo solo di non morire qui davanti a tutti, penso, e scappo nel corridoio…

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