La suocera Anna Pietrovna sedeva in cucina e osservava il latte sobbollire piano sui fornelli. Avev…

Luciana Romano è seduta in cucina, fissando il pentolino dove il latte sobbolle piano sul fornello. Per la terza volta, si dimentica di dargli una mescolata: si forma la schiuma, trabocca, e lei con un sospiro seccato pulisce il piano cottura con uno straccio. In quei momenti le sembra di sentire molto chiaramente: non è colpa del latte.

Dopo la nascita del secondo nipotino, tutto in famiglia sembra fuori fase. La figlia, Benedetta, è sempre stanca, dimagrita, parla poco. Il genero arriva tardi dal lavoro, cena in silenzio, a volte si chiude subito in camera. Luciana vede, pensa: ma come si fa a lasciare una donna così sola?

Ha provato a parlare. Prima piano, poi più decisa. Allinizio solo con la figlia, poi anche con il genero. Ma presto si accorge di una cosa strana: ogni volta che dice la sua, latmosfera si fa più pesante, non più leggera. La figlia difende il marito, il genero diventa cupo, e lei torna a casa col solito senso di aver sbagliato tutto di nuovo.

Quel giorno Luciana entra in chiesa, non tanto per cercare un consiglio, ma perché non sa più dove andare con tutto quello che sente dentro. Si siede davanti al parroco, don Matteo, e guarda il pavimento.

«Forse sono una madre pessima», sussurra, mentre il don posava la penna.
«Perché lo pensa?»
Lei scrolla le spalle.
«Voglio solo aiutare. Finisce che faccio arrabbiare tutti.»

Don Matteo la osserva con calma, uno sguardo senza ombra di rimprovero.
«Non è una cattiva madre. È una mamma stanca. E tanto preoccupata.»

Luciana sospira. Sì, forse è proprio così.
«Ho paura per Benedetta», confessa. «Da quando ha partorito è cambiata. E lui», fa un gesto vago. «Sembra non accorgersene.»

«Ma lei vede quello che fa suo genero?» chiede don Matteo.
Luciana ci pensa. Ricorda quando, la settimana scorsa, lui lavava i piatti a notte fonda, credendo che nessuno lo notasse. O la domenica, quando usciva col passeggino; si vedeva che avrebbe voluto solo buttarsi a letto.
«Fa delle cose… Forse sì», dice titubante. «Ma non nel modo giusto.»

«E qual è il modo giusto?» chiede sereno il prete.
Lei vorrebbe rispondere subito, ma capisce che non lo sa nemmeno lei. In testa ha solo: più spesso, con più attenzione. Ma che cosa esattamente, non saprebbe dirlo.
«Desidero solo che per lei sia meno faticoso», ammette Luciana.

«Allora dica questo», sussurra don Matteo. «Non a lui, ma a se stessa.»

Lei lo fissa.
«In che senso?»

«Nel senso che ora combatte più contro il genero che per la figlia. E combattere, alla lunga, stanca tutti. Lei e loro.»

Luciana rimane in silenzio a lungo. Poi chiede:
«E allora cosa dovrei fare? Fingere che va tutto bene?»

«No», risponde lui. «Solo fare ciò che aiuta davvero. Meno parole, più gesti. Non contro qualcuno, ma per qualcuno.»

Tornando a casa, Luciana pensa a quelle parole. Ricorda comera, quando Benedetta era bambina: invece di pontificare, semplicemente le sedeva accanto se piangeva. Quando ha smesso di farlo?

Il giorno dopo si presenta da loro senza preavviso. Porta una pentola di minestrone. Benedetta la guarda sorpresa, il genero è un po impacciato.
«Resto solo un attimo», dice Luciana. «Vi do una mano.»

Tiene i bambini mentre la figlia riposa. Se ne va quasi in punta di piedi, senza commentare quanto siano stanchi o come dovrebbero vivere.

Una settimana dopo torna. E la settimana successiva ancora.
Vede ancora che il genero non è perfetto. Ma nota anche altro: come prende con delicatezza il piccolo in braccio, come la sera copre Benedetta con la copertina, pensando che nessuno lo veda.

Un giorno, non resiste e gli chiede in cucina:
«È un periodo duro, vero?»
Lui la guarda come se nessuno gli avesse mai fatto una domanda così.
«Molto», risponde dopo una pausa. E basta così. Ma da quel giorno, tra loro, qualcosa di teso si scioglie.

Luciana capisce daver aspettato che lui cambiasse. Invece avrebbe dovuto cominciare da lei.
Smette di parlarne con Benedetta. Quando la figlia si lamenta, non replica te lavevo detto, semplicemente ascolta. Qualche volta porta via i bambini per darle respiro. A volte chiama il genero per chiedere come va. Non è facile. È molto più semplice arrabbiarsi.

Col tempo, però, in casa cala una quiete nuova. Non perfetta, non magica solo meno carica di tensione.
Un giorno, Benedetta le dice:
«Mamma, grazie. Adesso ti sento con noi, non contro di noi.»

Luciana rimugina a lungo su quelle parole.
Comprende una cosa: pace non significa che qualcuno debba riconoscersi colpevole. Pace è quando qualcuno smette per primo di fare la guerra.

Desidera ancora che il genero sia più attento. Quel pensiero non se ne va.
Ma accanto ne nasce un altro, più grande: desidera solo serenità per la famiglia.
E ogni volta che tornano rabbia o voglia di rimproverare, si domanda:
Voglio avere ragione o voglio che loro vivano meglio?
Quasi sempre la risposta le mostra la strada da prendere.

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