Mamma, sono a casa! esclamò forte Chiara entrando nellappartamento e appoggiando con attenzione lo zaino accanto alla porta. Fece un bel respiro, provando a calmarsi: dopotutto, ogni giorno dopo la scuola rientrare era sempre fonte di ansia non sapeva mai in che stato danimo avrebbe trovato la madre. Il cuore le batteva talmente forte che sembrava volerle saltare fuori dal petto, mentre i palmi delle mani erano sudati.
Il silenzio venne presto spezzato dalla voce tagliente e nervosa di sua madre:
Allora, che cè stavolta? Ancora un brutto voto?
Chiara trasalì, abbassò lo sguardo e si fissò le scarpe da ginnastica ormai consumate. Aveva solo dodici anni, ma quel tono lo conosceva fin troppo bene lo ascoltava quasi ogni giorno e ormai aveva imparato a chiudersi dentro, ricacciando giù le emozioni, come a sotterrarle profondamente. Sentiva un nodo in petto, il respiro si faceva corto, come se qualcuno le stringesse il cuore con una mano di ghiaccio.
No, mamma Un sette in matematica rispose pianissimo lei, cercando di evitare lo sguardo della madre. La voce le tremava, il timore era palese. Mi mancava pochissimo per prendere otto
Serena aggrottò le sopracciglia e si alzò di scatto dal divano dove sfogliava una rivista di moda. In pochi passi fu davanti alla figlia, il volto teso dalla rabbia: le labbra formavano una riga sottile e gli occhi lanciavano lampi.
Sette?! Ma stai scherzando? la voce di sua madre era un misto dindignazione e delusione. Mia figlia non può portare a casa dei sette! Non capisci come mi fa sembrare agli altri genitori? Pensano che sia una madre incapace! Che non ti abbia educata come si deve!
Ma mi sono impegnata sussurrò Chiara a fatica, il nodo alla gola sempre più stretto. Era un problema difficile ci ho lavorato due ore ieri sera
Difficile! la madre la imitò con un sorriso sarcastico. La verità è che sei pigra! Di sicuro eri al telefono invece di studiare, come sempre!
Poi afferrò lo zaino della figlia, lo strattonò e ne vuotò il contenuto sul pavimento quaderni sparsi per tutto lingresso, lastuccio aperto con penne e matite rotolate via in ogni direzione. Chiara rimase immobile, trattenendo le lacrime. Dentro si sentiva schiacciata dallingiustizia e dallimpotenza: davvero aveva fatto del suo meglio, era rimasta sui libri fino a tardi, aveva cercato esercizi online…
Sua madre non la lasciò nemmeno parlare, la spinse fuori dalla porta:
Finché non impari a risolvere quei problemi, non tornare! E basta con questi sette! Hai capito?
La porta si chiuse con un tonfo che riecheggiò dentro di lei come una pugnalata. Chiara rimase sulla tromba delle scale, stringendo lunico quaderno che le era rimasto in mano. Le lacrime scesero calde, bagnando la copertina e lasciando il segno sulla carta.
Ma perché succede sempre così? pensava, scendendo piano i gradini, uno alla volta, come se fossero ostacoli invisibili. Si abbracciò da sola, cercando un po di calore il giubbotto era rimasto dentro e la fredda aria di Milano la faceva tremare.
Le mancava tantissimo il papà! Lui sapeva sempre come tranquillizzare Serena, stemperare latmosfera con una battuta, una carezza, una parola buona. Ma era lontano ora lavorava per una ditta di costruzioni in trasferta, vicino a Torino, e telefonava ogni settimana promettendo regali e abbracci… Ma lì, in quel momento, Chiara si sentiva schiacciata dalla solitudine, come da un macigno.
La prima volta che la madre le aveva urlato addosso era stata anni prima. Lei aveva nove anni e aveva preso un grave voto in italiano. Serena aveva urlato, le aveva stretto il braccio con forza lasciando persino un segno rosso:
Mi fai vergognare! Come farò a guardare in faccia le altre mamme? Penseranno che non ti ho insegnato niente!
Chiara allora era corsa dal papà, aveva raccontato tutto a Marco. Lui si era arrabbiato tantissimo, aveva discusso con la moglie dicendole di smetterla, che i voti non sono tutto. Ma il giorno dopo, appena lui era ripartito, la mamma laveva chiamata in camera:
Se osi ancora lamentarti con papà aveva sibilato stringendole la spalla con forza ti farò passare la voglia di parlare! Devi sapere qual è il tuo posto! E non ti azzardare più a disturbarlo con le tue sciocchezze!
Da allora Chiara aveva imparato a tacere. Provava a fare tutto alla perfezione, a non farsi notare ma tanto la madre trovava sempre il modo di rimproverarla. Ogni mattina cominciava con il controllo del diario, ogni sera con linterrogatorio dei voti. Chiara si accorgeva che aveva paura a entrare in casa, ogni passo era come camminare sul ghiaccio sottile, pronto a spezzarsi quando meno se lo aspettava.
Un giorno, mentre riordinava la stanza, udì la mamma parlare al telefono in vivavoce con una vicina, Flavia:
Io non volevo un figlio stava dicendo la madre, il tono più duro che mai. Marco insisteva Diceva che una famiglia senza bambini non è famiglia. Pensavo che, se fosse stato un maschio, almeno sarebbe stato più vicino a lui, io sarei rimasta in disparte. E invece è nata Chiara E Marco la stravede, fa tutto per lei! Mi ha completamente dimenticata!
Ma sei gelosa di tua figlia? si stupì Flavia.
Non è gelosia è che lei rovina tutto! Per colpa sua litighiamo sempre! Sarebbe stato meglio se non fosse mai nata…
Quelle parole colpirono Chiara come lame. Si immobilizzò, il petto chiuso in una morsa. Si rifugiò in camera, affondando il viso nel cuscino per soffocare i singhiozzi. Da quel momento provò a farsi ancora più invisibile inutile, la madre trovava sempre un motivo per sgridarla: era come se cercasse un pretesto per sfogare le sue frustrazioni
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Chiara? Che fai qui fuori? arrivò allimprovviso una voce calda e gentile alle sue spalle.
Chiara si girò: davanti a lei cera la signora Maria, la vicina del primo piano. Una vecchietta buona, coi capelli candidi messi in piega, gli occhi accoglienti e quel sorriso che metteva sempre un po di pace. Indossava una vestaglia a fiori e delle pantofole di lana con i pompon, che facevano venire in mente il tepore di casa.
La mamma mi ha cacciata Chiara si asciugò il naso col dorso della mano, il dolore trasparente nella voce.
Sempre per la scuola, eh? sospirò la vicina, osservando il viso in lacrime della ragazzina. Scosse la testa, e lo sguardo pieno di affetto rischiava di sciogliere Chiara in un altro pianto. Vieni, entra da me. Fa freddo fuori, con tutta questumidità ti prendi sicuramente il raffreddore.
Le prese la mano calda, morbida e la portò nel suo appartamento, che profumava di torta e di tè appena fatto, con le gerbere rosse che illuminavano il davanzale.
Siediti, ora preparo due panini disse la signora Maria, mettendo il bollitore sul fornello. Raccontami che è successo. Ti ascolto.
Chiara si accomodò a tavola, fissando la tovaglia ricamata. Le mani le tremavano ancora, cera sempre quel groppo in gola.
Solo un sette singhiozzò, con le lacrime di nuovo in corsa sulle guance. E la mamma dice che la faccio vergognare. Che sono pigra, che per colpa mia tutti la giudicano una madre sbagliata
Sciocchezze, dichiarò Maria energica, tagliando il pane con grinta. Sei sveglia, brava, e il problema non sei tu. Tua madre ha le sue paure e insicurezze, quelle non dovresti subirle tu. Se vuoi, posso parlarci io Magari capisce.
No, la prego, lasci stare Sarebbe solo peggio scosse la testa Chiara, usando la manica per asciugarsi le lacrime. Papà magari riuscirebbe ad aiutare, ma è lontano
Maria la accarezzò dolcemente sulla testa. Quel gesto semplice le scaldò un po il cuore, come se qualcuno la coprisse con una coperta.
Sai, a volte anche i grandi hanno bisogno di una spinta, aggiunse mentre preparava panini con prosciutto cotto e formaggio profumati. Forse tuo padre dovrebbe tornare, o almeno parlare davvero con tua madre. Si vede lontano un chilometro che ci tiene a te.
Chiara la guardò, sentendosi finalmente compresa. Nel petto timidamente si affacciava un filo di speranza. Addentò il panino il sapore era delizioso, un perfetto equilibrio tra il sale del formaggio e la dolcezza del prosciutto e bevve un sorso di tisana. Laroma della menta avvolgeva tutto come una carezza.
Papà ha promesso che verrebbe in vacanza, sussurrò, guardando il vapore della tazza. Però è così lontano E mamma non gli lascia mai dire la sua: dice che sono sua figlia e solo lei può educarmi.
Maria sospirò, si sedette di fronte appoggiando il mento alla mano.
Educare non è urlare né castigare, disse. Significa sostenere qualcuno, credere in lui. Pare che tua mamma non abbia altra maniera ma non è detto che debba continuare così.
Rifletté un istante, poi aggiunse:
Sai che faccio? Chiamo io direttamente Marco. Gli dirò che hai bisogno di lui. Non ti lascerà certo sola, non credi?
Chiara rimase senza fiato. Lidea che qualcuno davvero si sarebbe mosso, che papà avrebbe saputo la verità, era sia spaventosa che rincuorante. Annuì in silenzio, stringendo ancora la tazza tra le mani fredde e sentendone il tepore.
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Due settimane dopo, successe qualcosa che nessuno si aspettava.
Un giorno, tornata da scuola, Chiara rimase paralizzata allingresso. Cerano le scarpe robuste e infangate di papà! Era rientrato prima dal cantiere? Il cuore prese a pulsare come impazzito quanto le era mancato il suo sorriso, gli abbracci calorosi, le battute che tiravano su anche nei giorni peggiori. Era felice, ma anche spaventata.
Dal soggiorno arrivavano voci alterate:
Non puoi semplicemente andartene! Siamo una famiglia! urlava Serena, la voce sul filo dellisteria.
Una famiglia? rispose Marco, stanco ma determinato. Dovè la famiglia se terrorizzi tua figlia? Ho parlato con le maestre, con la signora Maria So tutto, Serena. Urli ogni giorno, la metti in castigo, la fai sentire sbagliata.
Ma cosa dici?! la voce della madre si fece stridula. Quella bugiarda mi mette sempre in cattiva luce!
So bene come ti comporti, la interruppe lui. La denigri, la spaventi, la umili. Ti rendi conto che le hai tolto linfanzia? Che ha paura di entrare in casa come se fosse un lager? Che piange di notte e non mi può nemmeno parlare perché le hai vietato di farlo?
Ma tu la vizi troppo! strillò Serena. Deve capire che la vita è dura, che nulla è dovuto!
Non a prezzo della sua felicità! la voce di Marco suonò rigida. Non hai diritto di distruggerla!
Allora se te ne vai non ti faccio vedere più tua figlia! gridò lei, lo sguardo pieno di disperazione.
E chi ha detto che starà con te? rispose Marco, freddo come ghiaccio. Non ti permetto più di maltrattarla.
Poi uscì nel corridoio e vide Chiara. Il volto gli si ammorbidì, nei suoi occhi cera tutta la tenerezza e la cura del mondo. Si accovacciò davanti a lei, le prese le mani tra le sue calde, familiari e disse con voce tranquilla:
Tesoro… Non ti lascerò mai. Promesso! Ho già un piano.
La abbracciò, e Chiara per la prima volta dopo tanto tempo si sentì al sicuro. Aveva voglia di raccontargli tutto ogni rimprovero, ogni notte in lacrime, la solitudine, persino le parole orribili ascoltate per caso , ma per ora bastava stare lì, stretta a lui.
Papà, sussurrò, affondando il viso nella sua giacca dal profumo di casa , potremo vivere insieme? Solo noi due?
Certo che sì, sorrise Marco. Il suo sorriso grande e sincero dissipò ogni nube nel cuore di Chiara. Ho preso in affitto un appartamento qui vicino, sto già lavorando in zona. Saremo noi due: tu continuerai la scuola, e la sera usciamo a piedi, cuciniamo insieme, ci raccontiamo tutto. Che ne dici?
Chiara annuì tra le lacrime, finalmente con il sole dentro. Stringendolo forte, sentiva le tensioni sciogliersi un po alla volta.
Grazie, sussurrò, grazie per esserci sempre.
Marco la lisciò sui capelli, dicendo sottovoce:
Grazie a te, che sei qui con me. E farò di tutto per renderti felice.
Fuori era spuntato il sole tra le nuvole; Chiara guardò dalla finestra, e per la prima volta dopo tanto sentì che qualcosa di buono laspettava.
A quel punto Serena sbucò dal soggiorno. Era sconvolta, il viso deformato dallira, gli occhi brillavano dastio. Sembrava lombra di se stessa, consumata dalla rabbia.
Ve ne pentirete! ringhiò, la voce tremante. Pensate sia facile liberarsi di me? Ve la farò pagare! Vi renderò la vita impossibile!
Marco si alzò, mettendo Chiara dietro di sé in segno di protezione. Negli occhi, una determinazione ferrea.
Serena, pronunciò calmo ma fermo, lasciaci in pace. È tutto deciso. Andremo a vivere per conto nostro, e tu non ci disturberai. Non è una richiesta, è così e basta.
Non finirà così! Serena scoppiò in una risata isterica, sinistra. Vi distruggerò, vedrai! Tu e quella tua figlia ingrata! Mi supplicherete in ginocchio!
Chiara si aggrappò al braccio di suo padre, sentendo riaffiorare le vecchie paure quel gelo dentro che paralizza. Marco però le appoggiò una mano sulla spalla, forte e sicuro: bastò quel gesto a infonderle un minimo di coraggio.
Andiamo, Chiara, disse pacato. Non cè più nulla qui per noi.
Le prese la mano e la guidò verso luscita. Serena fece per inseguirli ma si fermò sulla soglia, bloccata da qualcosa di invisibile, coi pugni serrati e la bocca contorta dallimpotenza.
Mi sentirete ancora! urlò dietro loro, la voce ormai rotta. Troverò il modo di rovinarvi! Ve la farò pagare cara!
La porta si chiuse alle loro spalle, tagliandoli via dal passato. Chiara fece un lungo respiro, e sentì le tensioni scivolare via dal suo corpo, poco alla volta.
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I giorni seguenti furono per Chiara e Marco quasi una favola come se avessero cambiato universo, senza urla, né ansie, né rimproveri. Trovarono un piccolo appartamento molto luminoso in una zona tranquilla di Milano: muri chiari, finestre grandi che facevano entrare il sole, con vista sui tigli del cortile.
Marco trovò lavoro presso una ditta di costruzioni locale la sua esperienza da ingegnere era ben apprezzata. Ogni mattina cominciava col sorriso del papà e con una colazione che preparavano insieme: Chiara affettava la frutta, lui faceva la frittata o i toast. Il profumo del caffè si spargeva per casa, mescolandosi allodore della cannella. La sera andavano nei parchi della zona, nutrivano le oche al laghetto, oppure giocavano a carte e guardavano film sotto la stessa coperta. Chiara, per la prima volta, si sentiva leggera, libera e finalmente felice.
Un mattino, durante la colazione, Chiara porse al papà il diario, la mano ancora insicura:
Guarda papà, otto in matematica! cera così tanta soddisfazione nella voce che Marco si intenerì subito.
Marco lesse, poi la guardò negli occhi con un grande sorriso:
Ma bravissima! Vedi come tutto scorre meglio senza ansie addosso? Sono fiero di te! Sei unica!
Chiara abbracciò il papà, appoggiandosi a lui. Non doveva più avere paura, né nascondersi o giustificarsi. Accanto a Marco si sentiva protetta, amata e preziosa.
Papà sussurrò, alzando lo sguardo: Potremmo andare allo zoo, qualche volta? Non ci vado da anni Vorrei tanto rivedere le giraffe e le scimmiette, mi fanno sempre ridere…
Ma certo che sì! rispose Marco spettinandole i capelli. Questo fine settimana andiamo. Ci portiamo i panini, diamo da mangiare ai piccioni allingresso, guardiamo gli animali e ci facciamo pure qualche foto buffa. Che ne pensi?
Siiii! rise Chiara, la sua risata limpida come un ruscelletto di primavera.
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Nel frattempo, Serena si aggirava come unanima in pena nellappartamento vuoto. Il silenzio la divorava, la faceva sentire irrimediabilmente sola. Rosicchiata dalla rabbia e dal rancore cominciò a fantasticare vendette.
Seduta in cucina, la testa tra le mani, stilava mentalmente i piani:
Prima gli faccio perdere il lavoro conosco qualcuno in quellazienda Poi, a Chiara le faccio trovare qualcosa nello zaino, così la accuseranno a scuola di aver rubato Oppure mando lettere anonime alle maestre, dico che si comporta male, che è una cattiva influenza
Prese il quaderno e cominciò a scarabocchiare idee, la penna quasi scavava la carta. Ogni pensiero più cupo dellaltro.
Forse dovrei danneggiare il loro nuovo appartamento O ingaggiare qualcuno che li spaventi O raccontare a tutti che Marco è un pessimo padre, raccontare bugie”
Serena era così assorta che non si accorse dellingresso della madre una signora minuta, i capelli argento, stanchi ma dolci gli occhi.
Ma che combini, Serena? chiese la donna, gettando uno sguardo alle pagine. La voce era preoccupata, però rassicurante.
Serena si riscosse, chiuse di scatto il quaderno come se fosse colpevole.
Niente mamma Devo solo scrivere le cose da fare questa settimana, provò a mentire, ma la voce le tremava.
Cose da fare? la madre sfogliò il quaderno, e le guance le sbiancarono. Serena figlia mia, ma ti rendi conto che stai progettando di vendicarti di tuo marito e tua figlia? Capisci che è una follia?
Mi hanno tradita! gridò Serena, una rabbia quasi infantile nella voce. Lui mi ha lasciata, si è portato via Chiara, ha distrutto la nostra famiglia!
La tua famiglia lhai distrutta tu, rispose la madre seria, guardandola dritto negli occhi. Guarda cosa sei diventata. Pensi solo a vendetta, e tua figlia dovè in tutto questo? Hai proprio bisogno di aiuto, Serena. Dovresti vedere uno specialista.
Uno psicologo, tu dici? Ma dai Non sono mica matta! Serena scrollò le spalle, ma in fondo qualcosa le aveva toccato un nervo scoperto.
Invece sì, insistette severa la madre. Se non andrai, ti ci prenoto io. Per te, per Chiara, per tutti noi: hai bisogno di ritrovare te stessa.
Serena voleva protestare, ma sentì improvvisamente la stanchezza travolgerla. Si sedette, spalle curve, occhi lucidi.
Mamma non so più chi sono mormorò, il tono da bambina smarrita. Sono arrabbiata da anni, ho sempre invidiato il legame tra Marco e Chiara Sentivo che lei me lo portava via, mi sembrava la causa di ogni problema Io non volevo essere così, ma non riuscivo a fermarmi…
La madre la strinse, carezzandole i capelli:
Vedi? Laiuto serve davvero. Cominciamo da una visita dallo psicologo, va bene? Per te. Per Chiara. Puoi ancora cambiare tutto.
Serena si asciugò le lacrime e annuì. Per la prima volta sentiva che non era tutto perduto, che forse, con aiuto, avrebbe potuto ricominciare a vedere la vita e la figlia con occhi diversi.
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Quella sera, Chiara e Marco erano sul divano a guardare un cartone. Lei abbracciata al papà, ascoltava il battito regolare del suo cuore. La lampada creava ombre calde sulle pareti e la pioggia tamburellava dolcemente sul vetro.
Papà, chiese sottovoce la figlia, secondo te mamma potrà mai cambiare? Potrà mai volermi bene davvero?
Marco rifletté, accarezzandole i capelli, e nei suoi occhi si lesse una tristezza profonda sapeva quanto aveva sofferto la piccola, quanto lei ancora sperasse di essere amata.
Vedi, Chiara, cominciò piano, le persone possono cambiare solo se lo desiderano davvero, se capiscono che stanno sbagliando. Tua mamma adesso è confusa, ferita, forse anche infelice. Ma questo non la rende una cattiva persona. Ha solo bisogno di tempo, e di aiuto.
Chiara sospirò, si strinse ancora di più al papà.
E se non cambiasse mai? sussurrò. E se continuerà a odiarmi?
Anche in quel caso, Marco prese la sua mano con delicatezza, tu hai un valore che nulla può cambiare. Sei dolce, intelligente, sensibile. Se tua madre oggi non riesce a vederlo, non significa che non sia lì. Limportante è che ci siamo noi e il mio affetto per te non mancherà mai.
Gli occhi di Chiara si riempirono di lacrime: stavolta non di tristezza, ma di gratitudine.
Grazie, papà, disse sottovoce. A volte sembra di essere solo al mondo, ma tu ci sei sempre
Perché ti voglio troppo bene, sorrise Marco. E voglio che tu sappia che non sarai mai sola. Siamo una squadra. E se un giorno mamma avrà il coraggio di parlarti con rispetto, noi saremo pronti ad ascoltarla. Ma solo quando saprà apprezzarti come meriti.
Chiara annuì fissando il cartone, in cui i personaggi danzavano allegri. Per la prima volta dopo tanto riuscì a immaginare una possibilità: che la madre un giorno potesse cambiare davvero. Forse avrebbero anche potuto abbracciarsi senza rabbia o paura.
Papà domani posso invitare Giulia a casa? È tanto che me lo chiede Mamma non mi lasciava mai portare amiche.
Certo che puoi! fece Marco entusiasta. Facciamo una festicciola: biscotti fatti in casa, cartoni, giochi in compagnia. Che ne dici?
Bellissimo! gli occhi di Chiara silluminarono. Mi mancava tanto avere una vera amica Prima la mamma non voleva mai.
Ora è tutto un altro vivere, ammiccò Marco. Avrai amiche, passioni, giornate serene. E la scuola lasciamo che prenda il suo spazio, senza ansie. Conta che tu sia felice.
Chiara sorrise, sentendo dentro di sé spuntare qualcosa di leggero e luminoso come un fiore che si apre a primavera. Da ora, tutto sarebbe andato per il meglioLa mattina dopo, Chiara si alzò presto, la luce era dorata e appesa tra le tende nuove. Per la prima volta, preparò lei stessa la colazione: latte caldo, fette biscottate, e le sue tartine preferite. Quando Marco arrivò in cucina con i capelli arruffati e un sorriso, lei gliene porse una su un piattino decorato.
Oggi è il nostro primo vero giorno annunciò, un piccolo orgoglio nella voce. Giulia arriva alle quattro, ma vorrei tanto che andassimo prima a comprare i biscotti con le gocce di cioccolato.
Comandato, signorina! rise Marco, fingendo un inchino.
Poi si abbracciarono, stretti in un silenzio pieno di promesse non dette. Chiara sentiva nel petto una leggerezza nuova, come se avesse appena imparato a respirare unaria più pulita.
Nel pomeriggio, il cancello del cortile cigolò e la risata di Giulia esplose come una fontanella nel sole. Portava una borsa piena di caramelle e una scatola colorata. Insieme giocarono, risero, dipinsero con le tempere, e Marco ogni tanto bussava allegrando la stanza con qualche battuta, mentre dal forno arrivava il profumo dei biscotti appena sfornati.
Per Chiara era tutto nuovo: la gioia di condividere, la possibilità di sbagliare senza paura, la libertà di essere semplicemente sé stessa e, soprattutto, la certezza di essere amata.
Poco dopo il tramonto, quando Giulia salutò promettendo di tornare presto, Chiara si affacciò alla finestra. Il cortile era tranquillo, le luci si accendevano pian piano. Un sms arrivò sul telefono: era un messaggio della nonna materna. Ciao tesoro, sto aiutando la mamma. Un giorno vi riabbraccerete, fidati. Ti voglio bene.
Chiara sorrise. Non aveva più paura del futuro. Sapeva che la strada sarebbe stata lunga, magari incerta. Ma aveva suo padre, nuove amicizie, e forse anche una speranza per sua madre.
Quando Marco la raggiunse e le posò il braccio sulle spalle, lei si strinse a lui guardando la città che si addormentava.
Papà mi sento forte adesso. Qualsiasi cosa succeda, non rinuncerò più alla mia felicità.
Lui la baciò sulla fronte, sussurrando:
Questa è la cosa più importante che potessi imparare, amore mio.
In quel momento una stella cadente graffiò il cielo sopra Milano. Chiara chiuse gli occhi ed espresse il suo desiderio piccolo ma potente: *che ogni giorno assomigli sempre più a oggi*.
Fuori, la notte portava via le paure, e in casa loro il domani cominciava davvero, con la promessa silenziosa di una vita nuova, piena di luce.


